Obito/Tobi

(T/N) passò la tessera magnetizzata che teneva al collo sul lettore vicino alla porta, facendolo illuminare di verde e dando possibilità di accesso alla stanza chiusa quasi ermeticamente.
Lanciò l'ultimo sguardo al corridoio silenzioso e illuminato artificialmente, prima di poggiare la mano sulla maniglia, che si era allentata, ed entrare.
Il cambio di illuminazione era paradossale: la stanza era quasi del tutto buia e spoglia, se non per un tavolo di acciao con intorno alcune sedie, tra cui due occupate, e una lampada che era puntata verso una delle due persone presenti.
Il rumore dei suoi passi echeggiò, richiamando l'attenzione dei due uomini seduti, che avevano smesso di parlare.
Salutò, facendo cenno alla ragazza di sedersi di fianco a lui, quello più anziano e vestito con un camice bianco lasciato aperto.
Lei ricambiò con un cenno del capo, lanciando uno sguardo all'altro seduto dalla parte opposta, che rimase in silenzio seguendo i suoi movimenti con gli occhi.
(T/N) strinse la cartella clinica tra le mani, sedendosi sulla sedia fredda e scrutando attentamento lo stato del paziente, il quale aveva chinato il capo, osservando il riflesso distorto del suo volto che appariva sul tavolo metallico.
"Allora, Tobi." Aveva parlato, di nuovo, l'uomo, sospirando e passandosi una mano tra i capelli raccolti in una coda alta, infilandosela, poi, nella tasca del camice e giocherellando con il contenuto.
"Ripetimi che cosa ti dico sempre." Continuò, corruciando la fronte che si raggrinzì, facendo anche tirare una delle due cicatrici che gli percorrevano la parte destra del volto.
L'interpellato aveva alzato lo sguardo verso di lui, mentre una gocciolina di sangue era colata dal suo mento e aveva intaccato la superficie lucida.
"Tobi non deve toccare le sbarre, altrimenti viene picchiato e messo in isolamento.
Tobi non deve tentare di uccidersi, altrimenti viene picchiato e sedato.
Tobi non deve tentare di evadere in qualsiasi modo, altrimenti Tobi viene picchiato e torturato con la friggicervello." Aveva risposto, speditamente e con gli occhi fissi in quelli dell'altro, il paziente legato in una camicia di forza ben stretta, bianca e chiazzata di sangue fresco.
"Bene, come sempre ti ricordi le regole.
Allora perchè oggi le hai infrante?" Domandò, a questo punto, lo psicologo, che svogliatamente si era portato due dita all'attaccatura del naso.
"Tobi non ha fatto niente! Perchè Tobi è Tobi e Tobi è un bravo ragazzo!" Aveva risposto, senza indugiare, il corvino, esordendo con un sorriso leggero sul volto e con tono solenne.
L'altra presente aveva guardato il poverino intenerita, dopo essersi riportata gli occhiali a posto e scambiata uno sguardo d'intesa con il collega.

Non era la prima volta che assisteva ad una scena simile, ormai era quotidinità da mezzo anno.
(T/N) faceva da assistente al dottor Shikaku Nara che era lo psicologo dell' Hidden Leaf il Carcere di Resistenza Massima per Criminali di Rango S: una struttura nascosta nel Paese del Fuoco, dove vi era tenuta in custodia la peggior feccia.
I peggori criminali, terroristi, serialkiller, mafiosi, che venivano catturati erano portati in questo luogo sconosciuto alla gente comune, dove si cercava di estrarre dalle loro menti contorte qualche informazione utile durante la loro permanenza infinita.
Perchè quelli che mettevano piede dentro il carcere era più che certo non avrebbero mai visto la luce del sole nemmeno da morti.
La sicurezza era elevatissima: chiunque entrava o usciva veniva controllato da cima a fondo.
Le forze speciali militari, gli ANBU, tenevano sotto controllo costante ogni singolo individuo presente e sopprimendo, sul nascere, ogni qualsiasi tipo di problema con la forza bruta.
Non c'era nessuno sconto per chi aveva messo a rischio la vita di migliaia di persone, commesso i peggiori crimini e tramato la distruzione del sistema.
Nessuna pietà, nessun riguardo; tutti erano trattati come la feccia che erano, condannati a sopravvivere in condizioni anche fin troppo buone per essere deplorevoli quali erano.
Non c'era nessuna possibilità di aiuto, di salvezza, di fuga, nessun contatto con il mondo esterno: la vita dei carcerati sarebbe finita lì, senza poter sapere nemmeno quanto tempo fosse passato dal loro arrivo, dimenticati da tutti.
Tutto trascorreva in modo lento, sfiancante, quasi opprimente nell'eterna staticità di un luogo che sapeva di sangue, anestetici e solitudine.
Chi era sano di mente, finiva per impazzire e perdere ogni briciolo di lucità rimasta; la tua identità veniva rimpiazzata da un numero marchiato sul collo, cucito sulla tua tuta arancione in caratteri cubitali che ti identificava come una delle tante anime che doveva scontare la loro pena.

Il dottor Nara aveva estratto dalla tasca il pacchetto di Chesterfield Rosse, poggiandolo sul tavolo con leggerenza e rigirandolo più volte su se stesso, prima di estrarre una sigaretta ed infilarsela in bocca.
L'assistente aveva aperto la bocca per dirgli, per l'ennesima volta, che non poteva fumare in quel posto, ma aveva deciso ti tacere ed arrendersi perchè, tanto, Shikaku avrebbe fatto lo stesso quel che voleva.
Il silenzio aleggiava solenne in quella camera, spezzato solo dai loro respiri e dal leggero fruscio, quasi impercettibile, del tabacco che bruciava ad ogni inspirazione di fumo.
Shikaku aveva soffiato in alto, verso le ventole, la prima boccata di fumo, rimanendo in silenzio ad osservare il paziente che si guardava in torno distrattamente.
(T/N) era ben attenta, concentrata: come sempre era rimasta a guardare il superiore fare il suo lavoro, appuntandosi di tanto in tanto qualche deduzione.
Tobi tirò su con il naso, cercando di fermare il flusso di sangue scarlatto che colava e gli attraversava il labbro spaccato, tentando invano di sfregarsi il volto, per metà deturpato, sulla giacca che lo teneva legato, per darsi una pulita.
Nasi spaccati, ossa rotte e lividi erano giornalieri per chi sgarrava, ci si poteva ritenere anche piuttosto fortunati a ricevere solo tale punizione.
Spesse volte chi si rivoltava (o anche solo per capriccio di qualche sadico ANBU a cui piaceva far soffrire ancor di più i poveri condannati) veniva torturato in modi più atroci, ma il peggior castigo era l'elettroschock.
Le urla di chi subiva tale terapia intensiva erano ben udibili in tutto l'istituto, in modo che ognuno dei presenti tenesse bene a mente che non fossero più loro padroni delle loro vite.

"Quindi mi stai diceno che tu non hai fatto nulla?" Parlò finalmente il dottore, girandosi tra le dita affusolate il mozzicone che stava esalando le ultime gettate di fumo grigiastro.
Il ragazzo scuotè il capo, dimenandosi da sotto le cinghie metalliche.
"Tobi is a good boy." Aveva cantilenatò, ciondolando sulla sedia.
L'altro spense definitamente la sigaretta sul tavolo, lasciando un alone nero su di esso.
"Obito, basta nasconderti dietro alla maschera del ragazzino innocente che ti sei creato per far sembrare ogni tua mossa frutto di una personalità multipla che non esiste." Rispose l'uomo, in tono cupo e con espressione seria, tornando a tenersi occupato con il pacchetto semidistrutto.
L'altro aveva indurito lo sguardo a sua volta, smettendo di sorridere e socchiudendo gli occhi color pece.
"Le telecamere parlano chiaro, lo sai che non sfugge nulla qui dentro.
Hai provato a distruggere la cella e hai inveito contro le guardie, disturbando la quiete degli altri." Continuò, scuotendo il capo.
"Sono stati i gatti a provocarmi! Tobi è un bravo ragazzo!" Aveva detto, contorcendosi nella camicia di forza e sbattendo i piedi a terra.
(T/N) si strinse nelle sue spalle, continuando a compatire il criminale.
Sapeva bene quanto alle guardie mascherate piaceva infastidire i detenuti, portandoli a compiere azioni sbagliate, in modo che i poveretti fossero poi maltrattati senza alcuna buona motivazione, solo per esclusivo divertimento.
Aveva riferito più volte ai superiori questi comportamenti scorretti ma nessuno aveva dato importanza alle sue parole, perchè a nessuno di loro importava nulla delle vite di quegli uomini.
Lei era l'unica che, nonostante sapesse bene quali atrocità avessero commesso quelle persone, voleva tentare di aiutarli seriamente a ragionare e a pentirsi di ciò che avevano fatto, cercando di coreggere i loro pensieri e dargli una possibilità di rinascita.

Suo padre non aveva mai voluto che lei studiasse per diventare psicologa e finire a curare dei casi persi, non voleva che la sua amata figlia potesse incappare in qualche malato mentale che le potesse fare del male o addirittura falla impazzire a sua volta, quasi come se le malattie mentali fossero contagiose.
Ma lei non aveva demorso ed aveva continuato gli studi fino a prendere il diploma all'università.
Non aveva di certo mai puntato a finire in un posto simile, lei avrebbe voluto semplicemente diventare psicologa ed avere uno studio suo.
Danzo Shimura, suo padre, un comandante dell'Esercito Speciale ANBU, nonchè uno dei superiori che amministravano il carcere, aveva quindi deciso che, forse, lavorando in una gabbia di matti pericolosi, la giovane e ingenua figlia si sarebbe pentita della sua scelta ed avrebbe cambiato percorso di vita.
Peccato che (T/N) aveva intuito la strategia del padre, chiamata psicologia inversa, e si era dimostrata più furba e matura di quanto lui credesse; come aveva potuto pensare che sarebbe riuscito a fregarla con una mossa così banale, sapendo quali studi aveva intrapreso?
Così quello che doveva essere un modo per farla disinteressare al suo lavoro, si era in realtà rivelato uno spunto in più per diventare psicologa.
Quelli che per suo padre era sono degli scarti della società per lei erano diventati pazienti e casi reali da studiare, da aiutare o almeno provarci.
Non aveva mai interferito nel lavoro dell'uomo a cui era stata affiancata, si era sempre e solo limitata ad ascoltare ed osservare.
Talvolta Shikaku le domandava, una volta finito l'incontro con un paziente, cosa ne pensasse, facendola sentire quasi onorate di poter mettere parola in questioni al di fuori della sua portata.
Le piaceva ciò che faceva, non temeva le persone che le stavano intorno, suo padre non avrebbe mai permesso che le capitasse qualcosa e, poi, quel luogo era molto più che sorvegliato, nessuno l'avrebbe toccata cosí facilmente.
L'unica cosa che non le era mai piaciuta erano state le violenze insensate da parte di quelle che dovevano essere le guardie incaricate di mantenere la tranquillità.
Era stato difficile all'inizio abituarsi a vedere i detenuti più volte con parti del corpo rotte e doloranti che sane, per non parlare di quando aveva assistito all'elettroschock di uno di loro: era stato uno spettacolo agghiacciante, le urla dell'uomo le risuonavano nella testa solo al pensiero, facendola rabbrividire e lo stato in cui era rimasto dopo le sedute di 'terapia' era ancora peggio.
Ma tutto questo era normalità in un posto del genere e nessuno si faceva domande o problemi, non sentendosi minimamenti in colpa: tanto quelli che erano lì dentro erano i cattivi, non loro.

Tobi continuava a guardare con espressione seria l'uomo, che però non sembrava per nulla credere alle sue parole.
"Va bene." Iniziò a dire, alzando le mani a mezz'aria e storcendo la bocca.
"Mettiamo che questa volta non sia stata colpa tua... ma le altre?" Concluse, stringendo il pacchetto vuoto in una mano, muovendo le dita sul cartone stropicciato.
Il ragazzo aveva digrignato i denti sporchi di sangue, continuando a strattonare la camicia.
"Voglio andarmene da questo posto!" Aveva detto, cupamente, cambiando il timbro di voce infantile in uno più maturo e profondo.
"Parla e forse un giorno uscirai." Mentì, il Nara, infilandosi di nuovo le mani nelle tasche alla ricerca di un oggetto che avrebbe messo fine alla chiacchierata.
(T/N) lo guardò con la coda dell'occhio, sapendo bene quello che stava per accadere.
Le sue mani si strinsero di più sulla cartella che aveva in grembo, tanto che le nocche divennero bianche dallo sforzo.
No, non voleva che gli friggessero il cervello di nuovo.
La risata del paziente andò a crescere echeggiando in quel buco vuoto, facendolo contorcere sulla sedia.
Tirò la testa indietro, strozzandosi con le sue stesse risa, prima di tornare a guardare il suo psichiatra.
"Io non parlerò mai.
E uscirò, questo è sicuro." Rispose, riprendendo fiato e leccandosi il labbro sporco di sangue secco, lanciando un'occhiata alla ragazza che abbassò immediatamente lo sguardo a terra.
Il sospiro seccato dell'uomo con il codino segnò la fine dell'incontro.
Pochi secondi dopo fecero la loro entrata sei uomini che prelevarono di peso Tobi che, tra una risata e l'altra, aveva cercato di sfuggire dalla presa ferreai dei soldati con le maschere di legno che mimavano il muso di un gatto.
E lei, per sua sfortuna, dovette seguire la schiera di ANBU, affiancando Shikaku che, tranquillamente, si dirigeva verso l'area torture del carcere.
"È proprio necessario?" Domandò, la giovane tirocinante, a bassa voce.
"Se fosse per me no.
Ma sai che qui non comando io." Rispose, passandosi una mano sul mento che terminava con un pizzetto nero.

Il collega Inoichi Yamanaka, il neurologo, li aspettava con la macchina dell'elettroscock ben carica.
"Tobi is a good boy!" Continuava ad urlare il ragazzo, cercando invano di non farsi legare al lettino dagli uomini mascherati che erano impassibili, o almeno così parevano.
Lei era rimasta in disparte ad assistere in silenzio alla scena straziante.
Non poteva uscire, nonostante avrebbe preferito evitare, faceva parte anche quello del suo lavoro, non poteva non rimanere.
Il biondo attaccò sulle tempie di Obito gli elettrodi collegati alla macchina, mettendogli poi tra i denti una pezza di stoffa per evitare di sentire altri urli, nonostante questo togliesse il bello dello spettacolo agli ANBU presenti.
Gli occhi del povertto vagavano nella stanza alla ricerca di aiuto, mentre continuava a muoversi convulsamente sul lettino usurato.
Nel momento in cui il neurologo stava per accendere la macchina infernale, le sirene dell'allarme iniziarono a suonare, mettendo in allerta i presenti.
Non capitava spesso che accadesse una cosa simile: gli allarmi che suonavano di solito erano meno frastornanti e cessavano dopo poco, questa volta invece si trattava di qualcosa di serio.
Un soldato iniziò a parlare al microfono con qualcuno informando poi il resto del gruppo che c'era stato un problema nell'area delle celle: qualcuno era riuscito ad uscire dalla sua gabbia e stava creando disordine, in più c'erano dei movimenti sospetti all'esterno e ciò era molto più preoccupante.
"Credo che dovremmo rimandare la seduta a più tardi." Disse lo Yamanaka, lanciando uno sguardo al collega.
L'altro aveva annuito esordendo con un "che seccatura", la frase tipica dell'uomo, facendo per dirigersi verso la porta dove in precedenza tutti gli ANBU erano usciti.
"Ah... (T/N)." Aveva detto, ricordandosi della ragazza che presa dal panico si era appiattita contro una parete.
"Tu rimani qui e non ti muovere, tornerà tutto a posto in pochi minuti.
Per quanto Obito sia pericoloso, in quello stato non potrà farti nulla." Continuò, indicando con svogliatezza il paziente che, finalmente, si era ammutolito e aveva alzato di poco la testa, ringraziando la sirena, che avergli spaccato i timpani, di avergli salvato il cervello.

(T/N) aveva annuito, rimanendo ancora un poco contro il muro ad abituarsi al rumore assordante che, pian piano, aveva iniziato ad attenuarsi.
Sospirò, chiudendo un istante gli occhi per calmarsi, sentendo il suo cuore battere all'impazzata.
Si riportò gli occhiali sottili sul naso, spostandosi una ciocca di capelli sfuggiti alla piega dietro all'orecchio.
Quando alzò lo sguardo incrociò quello di Obito che la stava fissando in silenzio con la testa girata verso di lei.
Deglutì, abbassando di nuovo gli occhi e poggiando la cartella che ancora stringeva al petto su un mobile, non sapendo esattamente cosa fare.
Era la prima volta che rimaneva da sola con uno di loro e ciò la metteva a disagio.
Era capitato di ricevere commenti poco casti da alcuni (che poi ovviamente avevano fatto una brutta fine), aveva avuto occasione di scambiare alcune parole con alcuni di lui, sempre in presenza di Shikaku, ma non era mai rimasta da sola nella stessa stanza con nessuno.
In più, si stava parlando di Obito Uchiha, uno dei più pericolosi criminali che alloggiavano in quel posto.
Eppure (T/N), per quanto si sentisse a disagio per non dire in imbarazzo, non aveva per nulla paura, non ne aveva mai avuta di lui.

Dalla prima volta che lo aveva visto si era interessata subito al suo caso, ne era rimasta colpita.
Conosceva bene quel criminale, era a capo di un'organizzazione mafiosa chiamata Akatsuki; in passato aveva sterminato tutto il suo clan con l'aiuto del cugino, per chissà quale motivo, sterminando una delle più antiche famiglie del Paese del Fuoco.
Si era poi occupato di affari loschi con altri traditori dei Paesi circostanti, dando dei grossi problemi alle capitali.
Personalità multipla, aveva pensato la prima volta che ci aveva avuto a che fare, sfogliando la sua cartella medica e gli appunti del dottor Nara.
Era un argomento che le suscitava sempre un certo interesse e la toccava anche personalmente, avendo avuto a che fare anche in passato con una persona affetta dalla stessa patologia psichica; Obito sembrava proprio io classico caso affetto da DID.
Obito Uchiha, detto anche Madara, era la prima personalità, quella dominante, affetto da psicopatia era estremamente pericoloso.
Con un carattere sadico e ambizioso, manipolatore e furbo, Madara sapeva raggirarti e convincerti a fare il contrario di ciò che pensavi di volere fare in poco tempo.
Quando parlavi con lui dovevi essere cauto e prevenuto, non potevi mai sapere quale sarebbe stata la sua prossima mossa.
Tante volte capitava che durante la seduta, in cui non era permessa la presenza fisica di ANBU nella stanza, per mettere a proprio agio il soggetto, Shikaku aveva dovuto far intervenire i soldati per evitare che il ragazzo facesse del male a se stesso o a lui.
Aveva tentato la fuga praticamente ogni giorno, venendo poi torturato per punizione, ma ciò sembrava non importargli, anzi, talvolta godeva del dolore fisico procuratagli, come se ormai non provasse più nulla.
Tobi, invece, era l'infantilità fatta a persona: un bambino innocente e sciocco, piagniucolone, con questa faccia riusciva sempre a scamparla dai guai.
Quando si presentava non era difficile averci a che fare, se non per il fatto che non sapesse nulla dei piani del suo alterego.
La mente di Obito era impenetrabile, non erano mai riusciti a sapere niente di ciò che stava architettando contro le Cinque Terre, con il tempo però lo psicologo era giunto alla conclusione che non c'era nessun disturbo di personalità multipla, lasciando spiazzata l'assistente.
"Sei uno psicopatico di prima categoria." Aveva detto, un giorno, indicandolo con una sigaretta.
"Sei bipolare, egocentrico e sai mentire bene camuffando la tua identità e le tue emozioni, ma non esiste nessun Tobi." Aveva continuato con serietà, facendo sgranare gli occhi alla ragazza incredula e digrignare i denti all'altro.

(T/N) aveva molta stima per quell'uomo, era davvero una grande persona, molto intelligente, non sbagliava mai nessuna diagnosi, ma quella volta non era stata daccordo con lui.
Per quanto Obito fosse estremamente scaltro non poteva credere che sapesse davvero arrivare a tanto, fingendo così perfettamente.
Quel ragazzo doveva essere davvero brillante se stava facendo tutto questo solo per divertirsi con loro, oltre che ad avere una mente folle era anche intelligente: un caso interessante.
Non le aveva mai rivolto la parola, nè lei lo aveva mai fatto, Shikaku le aveva sempre detto di non dargli confidenza a differenza degli altri.
Potevano anche non aver mai parlato, ma gli sguardi che si lanciavano, dicevano più di mille parole.
Quegli occhi color pece l'avevano sempre scrutata attentamente, penetrandola e leggendola dentro, intenerendola e facendola sentire spesso dispiaciuta per il suo stato quando la sua parte immatura veniva fuori e la guardava chiedendo aiuto.
Era sbagliato, lo sapeva, provare quella sorta di attrazzione verso quel criminale senza scrupoli, eppure non riusciva a non sentirsi attratta da lui.

Obito tentò di parlare, corruciando la fronte, emettendo soltando un mugugnio incomprensibile.
Si mosse sul lettino, scuotendo il capo per cercare di togliersi di dosso gli elettrodi.
Continuò a guardarla supplicante, socchiudendo gli occhi, addolcendo lo sguardo.
Lei si avvicinò con cautela, mordicchiandosi le unghie pensando a cosa fare.
Lo accontentò, togliendogli il macchinario dalle tempie e dalla fronte facendogli chiudere gli occhi dal dolore per avergli sfiorato una ferita.
"Scusa... non volevo." Si giustificò, alzando le mani e sventolandole davanti a sè, turbata e dispiaciuta di avergli orocurato altrettanto dolore.
Lui scosse il capo e le sorrise con gli occhi, facendola sciogliere.
"Adesso ti medico." Disse, alzando lo schienale del lettino in modo che lui stesse seduto.
Prese il cotone e il disinfettante, ripulendogli il viso dal sangue secco con cautela.
Il ragazzo la osservò svolgere il suo lavoro con attenzione, cercando di più volte di intercettare il suo sguardo attento.
Mugugnò di nuovo, cercando di spostare il viso, precisamente la bocca coperta dal bavaglio, verso la sua mano.
Lei tentennò un istante, non sapendo se fosse davvero il caso di lasciarlo libero di parlare: sapeva quanto potevano essere pericolose le sue parole, però doveva anche medicargli il labbro.
Alla fine lo accontentò di nuovo.
Lui sospirò di solievo, riprendo a salivare normalmente.
"Oh grazie tanto, (T/N)! Sei così gentile." Le disse, sorridendole caldamente, con la sua voce squillante e infantile.
Abbassò lo sguardo imbarazzata sentendo pronunciare il suo nome dal ragazzo, non aspettandosi che lo sapesse.
Si sposto gli occhiali contro il naso, tornando a medicarlo.
La lassciò fare, schiudendo appena la bocca in modo che riuscisse ad occuparsi per bene della ferita.
Il suo labbro inferiore era morbido e carnoso, solcato nel mezzo dalla ferita.
(T/N) deglutì e arrossì al contatto, allontanandosi un poco quando sentì che le labbra di Obito si chiusero per baciarle la parte della mano esposta.
L'Uchiha ridacchiò lievemente, vedendo la reazione della giovane, che non sapeva più dove guardare dall'imbarazzo.
"(T/N) tu non hai paura di me, vero?" Domandò, questa volta con tono caldo e serio.
"No che non ne hai, i tuoi occhi non mi hanno mai mostrato quel sentimento nei miei confronti." Continuò, prima che lei potesse dargli una risposta.
"Q-quale sentimento? Non so di cosa tu stia parlando." Balbettò, buttando il cotone intriso di sangue nervosamente e cercando di sviare il più possibile il contatto visivo.

Lui rimase in silenzio, ma sorrise lievemente, appoggiando la testa contro lo schienale.
"Sei molto bella, (T/N) e sei anche molto intelligente, quindi dovresti arrivarci da sola." Disse con tono lusinghiero, senza toglierle gli occhi di dosso.
"Non mi lascerò prendere in giro facilmente... proprio perchè sono intelligente e ti conosco." Rispose per le rime lei, ritrovato il coraggio di alzare il viso.
"Proprio perchè mi conosci dovresti sapere che io non dico mai le cose che non penso." Ribattè, sorridendo e cercando di mettersi seduto comodamente, facendo una smorfia di dolore guando le cinghie sfregarono contro la sua spalla dolorante.
Lei si riavvicinò di nuovo, rimanendo davanti a lui, incrociando le braccia al petto.
"Dovresti smetterla di disobbedire alle regole, non puoi continuare a farti pestare in questi modo." Gli disse, con tono rimproveratorio.
"Ti preoccupi per me... che dolce!
Questo non è proprio il posto adatto per una brava ragazza come te." Rispose lui, sorridendo.
"L-lo dico solo per il tuo bene.
Se ti comportassi in modo adeguato e confessassi, forse-" Si interruppe sapendo che quello che stava per dire era una bugia, la stessa che gli ripetevano sempre tutti: la promessa di uscire un giorno che non sarebbe mai arrivato.
"Mi potresti controllare la spalla?" Domandò, cambiando discorso, facendo un'altra smorfia di dolore.
(T/N) inarcò un sopracciglio, incrociando le braccia al petto.
"Dovrei slegarti e toglierti la camicia di forza e questo vorrebbe dire rischiare la vita e darti la possibilità di scappare." Rispose, rimanendo immobile davanti a lui a fissarlo con sufficenza.
Lui ridacchiò, alzando la testa verso il soffitto bianco.
"Non aspettavo altro che passare un po' di tempo con te, non potrei mai ucciderti." Disse, lanciandole uno sguardo languido.
"E poi... tu non hai paura di me, no?" Continuò, aggrottando la fronte e tornando serio.
La giovane psicologa arrossì, stringendosi le mani al petto.
Era una trappola, non doveva credergli, era un falso, un manipolatore, ma, allora, perchè si stava avvicinando per slegarlo?
Le cinghie che lo tenevano stretto contro il lettino usurato erano state sciolte, facendolo sospirare di solievo per poter respirare senza sentirsi lo sterno compresso.
Stava commettendo un grosso sbaglio, liberandolo, però non riusciva a non fidarsi delle sue parole che l'avevano lusingata.
Anche la camicia di forza fu slegata e tolta, lasciando libero Obito di muovere le braccia.

"Oh... finalmente! Grazie (T/N)." Sorrise, sgranchiendosi le braccia muscolose che presto intrappolarono la ragazza attirandola a sè.
"L-lasciami." Balbettò lei, cercando di allentare la presa intorno ai suoi fianchi mentre il respiro di Obito si faceva sempre più vicino al suo orecchio.
"Voglio ringraziarti, mia dolce (T/N)." Rispose, prima di darle un bacio leggero sulla guancia e guardandola negli occhi, sorridendo.
"I tuoi occhi sono così belli ed espressivi, di un bellissimo (C/O)." Continuò, togliendole gli occhiali che finirono lanciati in un angolo della stanza.
Lei lo lasciò fare, come ipnotizzata, senza muovere un muscolo, continuando a sbattere le palpebre incredula.
Le accarezzò i capelli e si arrotolò una ciocca (C/C) intorno ad un dito.
Poi la attirò di nuovo a sè con il braccio libero, facendo aderire i loro corpi e le loro bocche in un bacio lungo e passionale.
La lingua di Obito non aveva aspettato il permesso di entrare nella bocca di lei, intrufolandosi velocemente ad incontrare l'altra.
(T/N) gemette appena al contatto, abbandonandosi poi tra le braccia del criminale, ricambiando il bacio volentieri.
Perchè, sì, era quello che aveva sempre voluto dal primo giorno che lo aveva visto, da quando i loro sguardi si erano incrociati avevano subito capito la loro affinità.
Il ragazzo si staccò, riprendendo fiato ed accarezzandole il viso.
"Sei bella e intelligente..." Iniziò a dire, mordendole, poi, il labbro inferiore.
"Ti manca solo una cosa per essere perfetta..." Continuò, prima di tornare a baciarla con veemenza.
"Cosa?" Avrebbe voluto domandare lei, ma non ebbe il tempo perchè si trovò in pochi secondi seduta sul lettino dove poco prima c'era seduto lui.
Si era allungato su di lei, spingendola contro lo schienale e facendolo abbassare con una mano mentre l'altra stava accarezzando i suoi fianchi morbidi.
Una volta sdraiata, iniziò a tempestarla di baci, inalando il suo profumo e mordicchiando il collo morbido, lasciandoci alcuni segni rossastri.
(T/N) inarcò la schiena e allungò il collo per lasciargli più spazio: ormai i suoi sensi erano inebriati dall'eccitazione e non stava minimamete dando più peso a ciò che le stava accadendo intorno.
Ormai la sirena assordante era diventato un pacato sottofondo, le arrivava ovattato alle orecchie che erano andate a fuoco e si erano colorite come il resto del suo viso di un leggero rosso.

"O-obito..."Sospirò, cercando di allungare le braccia verso di lui, sentendo che le sue labbra calde avevano lasciato il suo collo al freddo.
"Obito?!" Ripetè, con tono grave, cercando di nuovo di muovere le braccia invano.
Il ragazzo infatti l'aveva legata al lettino e si era spostato per trafficare con la macchina dell'elettroschock.
"Che cosa stai facendo? Lasciami andare!" Aveva urlato, dimenandosi senza nessun risultato, mentre guardava con gli occhi pieni di lacrime il criminale che l'aveva ingannata.
Era stata proprio una stupida a credere di potersi fidare di lui ed adesso ne stava pagando le conseguenze.
"Oh! (T/N), (T/N)...
Non ti preoccupare, sentirai solo un lieve pizzicorio." Disse, ripetendo le parole che gli dicevano sempre i medici prima di friggergli il cervello.
"Non farlo! I-o non ti ho fatto niente!" Balbettò lei, continuando a muoversi mentre lui le posizionava gli elettrodi sulla testa.
"Ma lo so, lo so... non lo sto facendo per vendetta, tesoro." Rispose lui, accarezzandole la guancia e sorridendo dolcemente.
"Lo faccio per renderti perfetta." Sussurrò, nel suo orecchio, facendole venire i brividi.
"Bella, intelligente e... pazza!" Urlò, accendendo il macchinario, che iniziò ad immettere le scariche elettriche.
La giovane iniziò ad urlare ed avere le convulsioni mentre il suo corpo veniva investito dalla corrente.
Gli occhi le si girarono all'indietro e dalla sua bocca semiaperta iniziò ad uscire della schiuma bianca.
Alcune lacrime le scesero lungo le guance e nella mente alcuni ricordi della sua infanzia e dei mesi trascorsi in quel carcere apparivano disordinatamente.
La risata sadica di Obito fu l'ultimo rumore che sentì, prima di svenire e venir avvolta dall'oscurità.

L'odore di bruciato e la polvere le davano fastidio, iniziò a tossire cercando di non respirare più l'aria sporca.
Tentò di aprire gli occhi ma tutto appariva sfuocato e confuso, rivestito da una nebbia scura.
Che cosa era successo? Dove era? Chi era?
Non si ricordava nulla di quello che era successo sentiva soltanto un gran male alla testa e il corpo debole.
"(T/N), sei sveglia finalmente." Una voce calda e familiare le fece alzare la testa di poco.
Due occhi neri la stavano guardando dall'alto.
Provò a parlare ma uscì solo un gemito confuso dalle sue labbra secche.
"(T/N), non ti preoccupare, va tutto bene. Siamo fuori, adesso ti porto nella tua nuova casa." Parlò di nuovo, colui che la teneva tra le braccia e le stava sorridendo, ricoperto dalla fuliggene e dal sangue.
Lei annuì, chiudendo gli occhi ed abbandonandosi di nuovo al sonno, che la cullò dolcemente verso il mondo dei sogni.
La risata sadica di Obito, fu l'ultimo rumore che sentì, facendola sorridere.

[4872 parole] - 17 Marzo 2018

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