𝐓𝐮 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚| 𝟝

Capitolo quinto

«Per avere successo devi essere unico,
devi essere così diverso che
se le persone vogliono ciò che hai,
devono venire da te per ottenerlo»

- Walt Disney


Se lei desiderasse visitare la fabbrica? Ovvio che si. Se avrebbe accettato l'invito cordiale del cioccolatiere? Era confusa, stordita.

Mentre egli era ancora immobile, al suo fianco, con lo sguardo vitreo ed attento, ella rimuginava sul da farsi. Perché lei era così: non si mostrava per la giovane fanciulla curiosa di conoscere mondi inesplorati, con fare entusiasta e pimpante. Preferiva rimanere ferma, a tratti statica e ben lucida. Prendeva le sue scelte in modo ponderato, fin troppo razionale per una giovane ragazza della sua età.

Cherry Street non era stata mai così soleggiata, come quella mattina. Non vi era alcun cenno di nuvole, lungo la grande distesa azzurra, al di sopra dei due ragazzi.

Willy tamburellava contro la sua guancia, con le dita della mano destra. Distratto, osservava un punto remoto dinnanzi a se. I grandi palazzi, gli schiamazzi dei bambini che urlavano contro i genitori perché di andare a scuola, non ne avevano voglia. Le vecchie signore che uscivano per fare la spesa. Gli uomini che andavano a lavoro: chi per mezzo di lussuose macchine e chi invece, si accontentava di raggiungere a piedi il proprio posto di occupazione.

Era leggermente agitato all'idea di ospitare qualcuno, all'interno della propria fabbrica, dopo così tante lune senza visitatori. E poi ancora non comprendeva quella strana sensazione di curiosità all'interno del suo petto. D'altro canto essa doveva essere molta, per smuoverlo a tal punto da chiedere a quella stramba mocciosa di andare con lui, nel suo luogo sicuro.

Naike inspirò, sorridendo appena. Aveva deciso di non andare, dopotutto non conosceva niente di quell'uomo. Era stato cordiale, forse troppo. Ma a lei non piacevano quelli troppo per bene, quelli troppo disponibili o che profumavano in modo intenso come Wonka. Sapeva di noccioline e lei amava le noccioline. Amava la gentilezza ma allontanava chiunque tentasse di esserlo con lei a mo' di protezione.

«Non credo sia una buona idea..» rispose, dopo un tempo che al cioccolatiere parve infinito. «Penso sia meglio che io rincasi, sai..»

«Oh..d'accordo» batté le palpebre, ingoiando il groppo di saliva, creatosi durante l'attesa di quella risposta. Un po' gli dispiacque, perché quella ragazza sembrava diversa; non inteso che fosse la donna giusta e quindi diversa ai suoi occhi, ma semplicemente diversa. Non giudicava, bensì osservava curiosa. Era sprezzante nei modi e non lasciava varcare le sue mura, ma al medesimo tempo i suoi occhi avevano una storia struggente da raccontare.

Voleva il mare, ma era come se una parte della sua anima recondita, lo temesse ed al medesimo tempo fosse dentro di lei. Agitato, impetuoso e chiassoso.

Wonka si sporse in avanti con veemenza. Posò le sue mani lungo le spalle della fanciulla. Ella infastidita, fece un passo indietro. Quel contatto improvviso, fu leggermente ingombrante. «Ma che fai?» ed eccola ancora lì, con la sua lingua biforcuta.
Velenosa lo osservava di sottecchi ma all'uomo di fronte, sembra importargli poco. «Posso accompagnarti a casa?»

Le sorrise nonostante fosse consapevole che ella non avrebbe mai accettato una tale richiesta. Socchiuse le palpebre e finse di mettere il broncio. «Mi dispiace che una ragazzina, giri per strada da sola-»

«Sono cresciuta per strada» lo interruppe, incrociando le braccia al petto.

Colpito ed affondato. Incurante del resto, Naike aveva svelato un altro piccolo tassello della sua caotica infanzia al cioccolatiere. Perché ella non voleva aiuto, pietà, benevolenza. Desiderava solo essere compresa senza essere giudicata. «E poi non amo tornare a casa..» con tono inorridito, aveva concluso quella frase, destando nuovamente curiosità nell'altro.

Wonka inarcò un sopracciglio, gonfiando il petto. Una ragazzina che non amava tornare nel suo luogo sicuro, sempre frizzante e sprezzante nei modi. Una ragazzina che era un vero asso nel mentire e cambiare discorso quando le tematiche divenivano scomode da dover spiegare.

«Perché?»

La vide arricciare il naso e scuotere il capo. «È una storia lunga zuccherino!» mostrò i denti, sorridendo. «Lascia stare, okay?»

«Mmh- una parte di te, muore dalla voglia di raccontarmi il tuo passato bambolina! Perché tu mi conosci ed io mi ricordo-» aveva esagerato, troppo. Willy inspirò, voltandosi di scatto. Lui aveva chiamato una ragazzina, bambolina? Lui? Lui che dei rapporti sociali, di qualsiasi natura: amichevoli o di coppia, mai gli era importato.

Naike rise perché trovava quell'uomo strambo, divertente ed allettante. Perché percepiva come una potente alchimia, manifestata ogni tal volta i loro occhi, curiosi e confusi, si incrociassero.

Ma lei era troppo piccola e lui troppo strano. Non si conoscevano e lei, non aveva il minimo interesse nell'approfondire. Come lui del resto che al contempo, si era ricomposto. Freddo e sulle sue, finse un colpo di tosse. «Non ho molto tempo a dire il vero-» gesticolava e guardava altrove, classico segno di imbarazzo. «Lascia che ti accompagni a casa così poi, posso tornare al mio lavoro!»

Prese a camminare, con il volto teso mentre tentava invano di stirare un sorriso cordiale.

[...]

Wonka era rimasto in silenzio per tutto il lasso di tempo del tragitto. Era così confuso dal suo stesso atteggiamento, che provava un ulteriore odio verso la sua persona. Ella lo aveva ringraziato, non badando a troppo convenevoli perché la sua attenzione era stata rapita da un altro ragazzo belloccio.

Willy pensò fosse il suo fidanzato, nonostante ella non sembrasse poi così entusiasta. Ma non gli diede peso, le sorrise per poi girare i tacchi e tornare al suo lavoro.

«Dove sei stata?»

«Ho avuto da fare» rispose vaga, aprendo un pacchetto di patatine. Non sopportava quando quel ragazzo diventava apprensivo nei suoi confronti; era adorabile ma nauseante al medesimo tempo.

Sei tu ad essere nauseante, amica pensava, parlando di se stessa e del suo continuo atteggiamento da stronza insensibile, nei confronti di quel belloccio.

«Sei stanca?» e quelle mani, grandi e delicate compresse lungo i suoi fianchi. Quelle labbra che non perdevano tempo a lambire la pelle morbida del suo collo. Erano chiare le intenzione dell'altro, nonostante egli fosse dolce in ogni carezza. «Perché io-»

«Si, sono stanca» con le dita, teneva il suo viso. Accarezzava quel leggero accenno di barba presente lungo la sua mandibola ed addolcendo il suo sguardo, inspirò. «Nolan non ho voglia di scopare ma-» deglutì, sentendosi stupida. «Ma ti andrebbe di rimanere e non so, guardare un film insieme?»

Il moccioso non era mai stato più felice. A lui poco importava andare a letto con Naike se poi, non vi era altro oltre a quello. Come se quel rapporto fosse solamente nato, come svago sessuale. Come un esclusivo piacere fisico. Lui ne era innamorato ed il fatto che lei si fosse finalmente esposta, avesse chiesto un contatto maggiore era per lui, una ventata d'aria fresca.

La strinse a se, premendo con veemente le labbra sulle sue. La baciò con trasporto, ardore e bisogno. Ella non oppose resistenza, perché quella chiacchierata con il cioccolatiere aveva riposto in lei, nuovi bisogni. Come se in quell'istante sentisse la sua anima pulita e buona. Come se percepisse che fosse giusta in quel mondo e non più uno sbaglio a cui porre rimedio.

Seconda Parte

📍Cherry Street, Londra
- 30 Maggio 2005

Sentiva la testa andare in fiamme. Respirava a fatica, tremava e la bile le era giunta alla bocca. Un coniato di malessere ed era inginocchiata a terra, con una mano sulla fronte.

In una mano reggeva la parrucca bionda, ormai sporca di fango. Pioveva ed era buio. La vegetazione riusciva a nascondere il suo aspetto malconcio, il suo malessere giunto allo stremo. Naike inspirava, sentendo la bocca arsa. Quella sera aveva esagerato.
Un uomo aveva abusato di lei, più del previsto; percepiva ancora le sue mani intorno al suo collo mentre con poca gentilezza, la possedeva senza alcun ritegno.

Erano mesi che conduceva quel tenore di vita e mai aveva provato così tanta paura. D'altro canto ogni rapporto, seppur non delicato era sempre fondato sul rispetto della persona. Ma quella sera si sentiva violata da ogni poro della sua pelle: quelle mani sudice che le tenevano il collo fino a farle perdere il respiro.

I morsi, le minacce e gli schiaffi quando ella non obbediva alle sue pretese. Lei che si ribellava ma era troppo debole per liberarsi da quella morsa di totale orrore.

Per sopportare aveva bevuto così tanto da stare male. Non distingueva più la ragione o la finzione, anzi auspicava che fosse tutto un orribile incubo senza una fine.

Dopo ore di servizio, era riuscita a liberarsi. Ma non si reggeva in piedi e quell'uomo si era rifiutato di accompagnarla in una zona che fosse vicina alla sua dimora.

Additandola come una poca di poco, le aveva tirato uno schiaffo così forte che si concluse con un segno rosso, sulla pelle bianca e morbida della ragazzina.

Tentò invano di chiamare Nolan; quel povero ragazzo innamorato e illuso. Illuso che ella fosse cambiata o per lo meno, avesse cambiato idea sulla natura del loro rapporto. Ma Naike era una disastro: si odiava perché era così fortunata e cieca. Un ragazzo così buono e per bene, invaghito di lei. Un ragazzo disposto a qualsiasi cosa pur di renderla felice. Non lo meritava ma era troppo egoista per lasciarlo andare.

Egli non rispose ma era tarda notte. Naike aveva il telefono scarico ed esso si spense. «Cazzo!» imprecò, con la voce impastata.

Diamine, adesso cosa faccio? pensava, in preda al panico. Non riusciva a comprendere dove fosse e la poca luce non era di aiuto. La nausea era insopportabile; si sentiva un vero schifo e desiderava solamente tornare a casa.

Camminava tenendosi il ventre con il braccio. La parrucca stretta nell'altra mano e le palpebre aperte per inerzia.

Tutto era buio, fatta eccezione di una leggera luce che illuminava un maestoso cancello in ferro. Esso non era arrugginito ed ella cercò di focalizzare cosa ci fosse poco più distante.

Non le sembrava una casa abbandonata, era troppo grande quella struttura per essere un'umile dimora non abitata. Con le mani si reggeva ad esso, tentando di leggere dove fosse finita.

Non vi erano molti alberi a dire il vero. Era riuscita ad uscire dal piccolo boschetto e ritornare alla civiltà. Inspirò; un sospiro di puro sollievo quando si accorse che era proprio quella, la fabbrica del famoso cioccolatiere.

Ma Wonka era così impegnato nella sua sala delle creazioni, che non poteva badare al resto. Rimuginava sul come mai non fosse convinto delle sue ultime gomme da masticare al gusto di una cena completa. Esse erano difettate: vi erano problemi al dessert.

«Diamine non comprendo!» disse con tono frustato. Si grattava il mento con l'indice del pollice, mentre si umettava continuamente il labbro inferiore.

Le pareti di quella stanza erano di colore bianco. Esse non dovevano fungere come distrazione ed era proprio per questo che decise di dare a quella stanza un aspetto neutro e semplice. Non vi erano quadri, solamente tanti aggeggi che erano fondamentali per colmare il suo genio incompreso.

Sbuffò.
«E ora cosa c'è?»

Si era accorto che uno dei suoi piccoli e tozzi aiutanti, aveva fatto irruzione nella sala. Esso era l'addetto alla sicurezza e aprendo le braccia, fece alcuni segni al suo capo per riferire che c'era qualcuno fuori i cancelli.

«Beh? La fabbrica è chiusa, chiunque fosse, mandalo via!» ringhiò, passandosi una mano sul volto.

Il piccolo scosse il capo, continuando a spiegare con la loro lingua speciale che Willy fortunatamente aveva imparato bene.

«È una ragazza?» chiese, scuotendo il capo. «E come è fatta?» si era piegato sulle propria ginocchia, leggermente interessato. Sgranò gli occhi, quando capí che molto probabilmente si trattava della mocciosa. «È ridotta male?» il tono si era alzato di un ottava, mentre senza pensarci minimamente era diretto all'ingresso.

«Vai ad aprire! Muoviti!» ordinò il cioccolatiere.

Nonostante quell'uomo era corso in suo aiuto, ella era stesa a terra. Gli occhi erano chiusi e provava dolore alla testa, alla schiena ed al collo. La guancia colpita le bruciava. Respirava lentamente e chiedeva perdono al mondo per essere così sbagliata; ma credeva di meritare quei soprusi a cui era soggetta. Era cattiva e non degna di una vita normale, da semplice ragazza di vent'anni. Non degna di studiare e trovarsi un lavoro onesto, senza dolore fisico e morale.

Willy quando la riconobbe ebbe un fremito: era così leggera che prendendole tra le braccia, temeva che ella gli scivolasse via. Le guardava il viso ed il suo sorriso era completamente scomparso. Era malconcia, sembrava essere stata vittima di abusi. Il collo pieno di segni violacei, il corpo cosparso di lividi. Riconobbe la parrucca, la medesima di quella mattina. Naike gli aveva detto di essere stata a casa di una sua amica e che avevano giocato a travestirsi.

Lui ingenuo le aveva creduto ma era palese che dietro a tutto quel disastro ci fosse un qualcosa di molto più grande e serio.

«Wonka s-sei tu?» senza voce si era voltata mentre il sollievo di essere stata salvata, le aveva riempito l'animo. Lui la osservava preoccupato mentre si era diretto nuovamente dentro la grande struttura, ordinando di preparare una stanza da letto nel minor tempo possibile.

«Andrà tutto bene, okay? Sei al sicuro ora..» ancora la teneva stretta, mentre le accarezzava la chioma spettinata e sporca di fango. «Chi ti ha fatto questo?»

Naike tossì, digrignando poi i denti. Il dolore alla testa era insopportabile e buttando la testa sul petto del cioccolatiere, tentò di reprimere un urlo dolente.
«È quello che merito»

Ma Willy non capiva, la guardava e non capiva. Era così bella e non si accettava. Era così bella e non si rispettava.

La ragazza sospiró quando il suo corpo venne a contatto con la morbidezza rigenerante del materasso. Egli la osservava, mordendosi il labbro inferiore. Era impacciato ma non poteva lasciare che quei vestiti sporchi rimanessero incollati al corpo della fanciulla.

«Si» gli sussurrò l'altra, capendo la sua domanda inespressa. Lui voleva aiutarla e questo implicava levarle gli stracci strappati per metterne altri puliti. Vederla quindi, in intimo e priva di quel suo guscio protettivo.

Con le mani le scostò il viso alla sua destra, scoprendo il collo pieno di segni. Si avvicinò con il volto e sospirò: vi erano segni di mani che avevano stretto quella zona con forza.
«Chi ti ha fatto questo?» ripeté con fare attonito, ma lei di risposta chiuse gli occhi, sospirando.
Era stanca ed accusava dolore in ogni dove: percepiva il suo corpo non appartenerle più e si faceva ribrezzo.

«Apri la bocca-»

Naike lo guardò circospetta, perché era stanca di ingerire roba da parte di sconosciuti. Lo vide sbuffare e roteare gli occhi al cielo.

«È un'aspirina! Ti aiuterà con il dolore-» rispose stizzito, adagiando la minute pasticca sulla sua lingua. La aiutò a bere, tenendo con una mano il bicchiere e con l'altra, la nuca della ragazzina.

Ma il cioccolatiere voleva capire, andare affondo la questione. Non avrebbe accettato più alcuna scusa o menzogna da parte di quella ragazza a cui evidentemente era legato.

Decise di lasciarla riposare e alzandosi in piedi, spense la piccola abat-jour sopra il comodino.
«Resta, per favore..» gli disse l'altra, afferrando velocemente la sua mano. «Non lasciarmi sola..»

𖥸𖥸

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Continua-

[Scritto il: 9/06/2021]

Angolo Autrice:

Come prima cosa:
Buon compleanno Johnny, cuore mio e cuore nostro.

Ed eccomi qui con un nuovo capitolo, intenso.
Secondo voi cosa accadrà?
Comprendo che il personaggio di Naike sia molto particolare ed il suo stile di vita, non si sposa molto bene con quello di alcune di noi; ma io la amo.

Fatemi sapere qua sotto nei commenti.
Vi aspetto stelle del cielo.

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