𝕬𝖑𝖑𝖔𝖗𝖆?

Riconciliandomi con il mio curioso gruppo di amiche venni accolta come un soldato che, dopo decenni di assenza e nostalgica tortura, tornava in patria vincitore, pronto a riabbracciare coloro che gli erano più cari.

Ashley mi assestò una poderosa pacca sulla fragile spalla, tendendo le labbra vermiglie in un oltremodo inquietante sorriso, mosse le sopracciglia rossicce in un gesto suggestivo «Allora?» Cantilenò pigramente, mostrando un principio di denti perlacei.

Le altre si sporsero verso di noi, prestando attento ascolto, mentre ci stringevamo in un piccolo cerchio chiuso «Allora niente» soffiai indecisa, rigirandomi una soffice ciocca ramata fra le dita «Ho sentito tutto e non ho capito niente» lasciai cadere le braccia pallide lungo i fianchi sinuosi, stringendo l'orlo di pizzo delle maniche larghe e scure fra le dita.

Lo sguardo verdeggiante di Erika si fece d'improvviso più acuto, scostò brutalmente il corpo minuto di Kelly, che le rivolse un'occhiata cerulea sdegnata, soffiando aria fra le labbra piene, in uno sbuffo silenzioso.

«Quando dici "tutto"...» insistette, portandosi un corto ciuffo di capelli color miele, che si erano afflosciati nonostante la forte lacca, dietro l'orecchio, con le dita sottili «Intendi proprio tutto?» nascose nuovamente il braccio nel mantello scuro.

«Se ha detto "tutto"...» cinguettò Ashley, indispettita, forse, dal modo in cui la sua amica era stata celermente liquidata «E' ovvio che intendesse proprio tutto» strinse le labbra «altrimenti non avrebbe detto "tutto"» incrociò le braccia sul seno, in un violento svolazzare di maniche, Erika le risparmiò appena un'occhiata.

Compresi che la situazione stava cominciando a riscaldarsi, seppur non ne riconoscessi le reali motivazioni.

«Penso che sia lecito chiedere maggiori informazioni» si intromise Nate, passando le dita fra le ciocche di un castano estremamente chiaro, prodigandosi nel difendere la sua compagna, che ancora non era divenuta, in realtà, completamente sua, essendolo, comunque, da sempre.

«Ok» trascinai lievemente il breve vocabolo, sconcertata, lisciando, con i palmi candidi, le balze della gonna violacea «Manteniamo la calma» borbottai, incerta, battei un paio di volte le ciglia chiare «E sì, intendevo proprio tutto» risposi, lievemente più convinta.

«Certo che potevi essere più chiara, Rose» mi rimproverò il ragazzo, in una tonalità odiosamente saccente, rimpiansi enormemente l'assenza di Bailey, non ero stata creata per portare pace fra i litiganti quanto ad unirmi alla mischia.

«Che cosa hai osato dirmi, brutto idiota?» Ci voltammo sorpresi verso la fonte di quell'urlo acuto, al centro della sala stanziava una scena che mi portò a spalancare gli occhi dalle marine tonalità, Drake puntava un dito, tremante per la rabbia, contro Romeo, che pareva ugualmente torvo.

La preoccupazione di un presagio pressante cominciò a farsi strada fra i miei pensieri in moto perpetuo, mai durante gli anni della nostra conoscenza avevo visto quei due urlarsi contro in maniera tanto discutibile, per di più fornendo un tale spettacolo alla straripante folla della sala.

Mi portai due dita ad una tempia pulsante, sfiorandola delicatamente, colta da un improvviso sentore di malessere, non indugiai troppo, tuttavia, fra i miei dolori, mentre andavo scandagliando quella piccola folla che aveva distolto l'interesse dal divertimento per rivolgersi a quel piccolo siparietto.

«Ragazze...» chiaramente nella mia voce poteva essere avvertita l'insicurezza mentre richiamavo le mie amiche alla ricerca di un qualche supporto, senza, però, virare la direzione del mio sguardo sofferente.

«Che c'è?» Risposero in coro, le tonalità colorate di eguale stizza, Nate si limitò a biascicare qualcosa di incomprensibile sul fatto che lui non fosse una ragazza.

Sospirai, i miei sospetti crudamente confermati, ciò non mi sollevava minimamente, continuai a spostare lo sguardo sulla folla, il cuore che batteva nella cassa toracica sempre più rapido, sempre più ridondante.

I contorni dell'universo presero a divenire sfocati, tanto che le persone mi apparvero non differenti da piccole macchie colorate ed indistinte, perse nei meandri della continuità della vita, era accaduto due volte, eppure riuscivo a riconoscerne il preludio, pareva che un velo nella mia mente si squarciasse, spariva lasciandomi in totale balia dei miei demoni.

Non mi accorsi che le gambe mi stessero cedendo finché non avvertii un respiro delicato sfiorarmi l'orecchio, un braccio caldo avvolgersi attorno alla mia vita sottile in un gesto che forniva sempre rifugio, mi voltai delicatamente in quella presa ferrea, la gonna viola che frusciava lievemente, schiacciata nel movimento, i nostri sguardi si incrociarono e pochi secondi furono sufficienti a mozzarmi il respiro.

«Va tutto bene» le labbra soffici di Sebastian si mossero in un languido movimento, rassicurandomi «Ti ho presa» sorrise, in maniera tenue e gentile, lasciandomi intravedere un preludio di denti perlacei, avvertii un calore familiare giungere alle mie gote, ma fui comunque costretta a ricambiare quel tendersi di lineamenti perfetti.

«G-Grazie» borbottai, lievemente imbarazzata, la lucidità che riuscii a riacquistare dopo quei primi minuti di sconcerto fu sufficiente a rimembrarmi della crisi imminente, lasciai che mi tenesse stretta ancora, convincendomi, forse non a torto, che stessi indugiando tanto fra quelle braccia così forti solamente nel timore di crollare nuovamente.

Allargò lievemente le distanze, concedendomi maggiore spazio di manovra, il mio corpo minuto, in tal modo, non era più pressato tanto vividamente sul suo.

«Che sta succedendo?» Mi rifugiai fra le domande alla svelta, scostandomi una soffice ciocca ramata che mi era scivolata sul viso, impertinente, muovendo le iridi chiare su ciò che ci circondava notai che i nostri amici parevano troppo impegnati a bisticciare tra loro per prestarci attenzione, il che spiegava perché prendermi fosse toccato a Sebastian.

Il suo sguardo si fece ardente sulla mia figura, tanto che temetti potesse bruciare la candida superficie della pelle, strinse fra le forti dita un lembo viola del mio vestito, dietro la fragile schiena, dove la sua mano bollente ancora stanziava imperterrita.

«Aconitum napellus» sentenziò, gravemente, purtroppo non potei condividere quel suo malessere poiché non avevo alcuna idea del significato delle sue parole, tentennai per qualche secondo, incerta.

«Dovrei sapere cosa sia?» sporsi il roseo labbro inferiore, infastidita, parve trovare l'azione abbastanza divertente da decidere di tornare con i piedi per terra «Perché non lo so, mi dispiace».

Sbuffò lievemente, rivolgendomi un grigio sguardo di scherno «Magari lo conosci con il nome comune di Aconito?» Mi chiese, apparentemente reputandomi, a quel punto, abbastanza sana da lasciare la presa. Forse notando il mio sguardo sperduto, decise di spiegarsi.

«La leggenda narra» attese qualche secondo, come per decidere se valesse la pena parlarmene davvero, ma un mio sguardo irato parve convincerlo sufficientemente «che Eracle, o Ercole, se preferisci, abbia rapito il Cerbero dell'inferno, con l'intenzione, idiota, a mio parere, di portarlo sulla Terra. L'essere, poveraccio, sarebbe stato tanto arrabbiato da sbavare saliva che, a contatto con il suolo, avrebbe preso le sembianze di una pianta, l'Aconito, appunto» seguii interessata quella narrazione, seppur conscia della fretta che dovevamo avere «Questa stessa pianta, Rose, per i Lupi Mannari, secondo qualunque leggenda è estremamente velenosa».

Scossi la testa, sconcertata, i capelli mi frustarono delicatamente il volto «Sì» convenni, assimilando quel che mi era stato detto «ma loro non stanno...» indugiai, alla ricerca del giusto termine da utilizzare «Male» borbottai, infine, stringendo i lembi della soffice gonna fra le dita sottili.

«Vero» Sebastian annuì, esprimendo il proprio accordo «Possiamo definirlo il primo stadio di una lunghissima serie» mi informò candidamente, gli lanciai un'occhiata raggelante, non gradendo il modo in cui stava gestendo la possibile morte dei nostri amici, alzò i tersi occhi argentei verso il soffitto «Ti ho appena detto che abbiamo tutto il tempo Ro» mi fece notare, scontento.

«Sì, ho capito» sospirai, passandomi una mano sul viso «Un sacco di tempo, ma non sappiamo neppure come sfruttarlo» alzando nuovamente lo sguardo sui pallidi e levigati lineamenti del suo volto mi accorsi che appariva alquanto combattuto «O forse sì?» chiesi ironicamente, mentre la sua apparente calma cadeva in frantumi per la prima volta.

Era come se l'argento liquido di quelle iridi plumbee lottasse con il ferro che esse ospitavano in una guerra senza fine «Ci penso io» passò in rassegna lo spazio della sala, estremamente turbato.

«Che c'è?» Domandai, incerta poiché non ero sicura di voler conoscere la realtà dei fatti, perlustrò attentamente il mio profilo, per poi trascinarmi oltre il portone esterno, nel cortile della galleria d'arte, sordo ai miei richiami.

Mi ero tanto abituata al martellante suono della musica nei timpani che tornare al silenzio fu quasi strano, ma comunque piuttosto soddisfacente.

«Non posso portarti con me» sentenziò, finalmente potevo udire il suono carezzevole della sua voce priva di qualunque filtro, un lato estremamente positivo.

«Immaginavo» cantilenai, nient'affatto sorpresa da quella prevedibile rivelazione, chiedendomi quale fosse il problema nel lasciarmi senza risposte anche quella volta, come sempre faceva.

«Non capisci» sentenziò, mi accigliai piccata, tuttavia non lo interruppi «Non posso lasciarti venire con me, ma non posso neanche lasciarti lì con quei...» serrò le labbra piene in una linea compatta, trattenendo qualunque epiteto volesse scagliare sulla lingua «Ragazzi» terminò, con espressione forzatamente gentile «E non posso farti tornare a casa da sola».

Boccheggiai, sorpresa «Come?» Domandai incredula «E cosa vuoi che faccia? Che mi chiuda in bagno finché non avrai risolto la questione?» schernii, incrociando le braccia al petto in uno svolazzare di maniche.

«No» il suo viso si contorse in un espressione disgustata «Chiuditi dentro lo studio in cui abbiamo parlato prima» la sua voce si fece rancorosa «Mentre i ragazzi bevevano o mangiavano chissà che cosa».

Sorrisi, a metà fra l'amarezza, lo scherno e il sincero divertimento «Non se ne parla!» risposi candidamente, ricevendo in cambio una grigia occhiataccia «Anche se volessi...» azzardai sincera «Come faccio con Erika? Lei non è stata infettata, non è un Lupo Mannaro».

«Vuoi salvare i nostri carissimi amici Rose?» Domandò, con un principio di ironia non indifferente, mio malgrado fui costretta ad annuire «Allora, per favore, resta al sicuro, Erika se la caverà, puoi farlo? Per me?» mi guardò negli occhi scrutando affondo, avvertii le sue mani calde posarsi sulle mie spalle.

«Ok» mi arresi flebilmente, con quel mio consenso restai ad osservarlo sparire nell'oscurità della notte, il ricordo del rumore dei suoi passi che si modellavano sull'asfalto ciottolato, iluminato solo dalla luce soffusa di pochi lampioni, poi tornai dentro.

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𝔈 𝔞𝔡𝔢𝔰𝔰𝔬 𝔰𝔬𝔩𝔬 𝔪𝔢!
𝙱𝚞𝚘𝚗𝚐𝚒𝚘𝚛𝚗𝚘! 𝚀𝚞𝚎𝚜𝚝𝚘 𝚎̀ 𝚞𝚗 𝚌𝚊𝚙𝚒𝚝𝚘𝚕𝚘 𝚙𝚒𝚞̀ 𝚕𝚞𝚗𝚐𝚘 𝚍𝚎𝚕 𝚜𝚘𝚕𝚒𝚝𝚘, 𝚎𝚑? 𝚂𝚙𝚎𝚛𝚘 𝚍𝚒 𝚗𝚘𝚗 𝚊𝚟𝚎𝚛 𝚎𝚜𝚊𝚐𝚎𝚛𝚊𝚝𝚘, 𝚗𝚘𝚗 𝚜𝚘𝚗𝚘 𝚖𝚘𝚕𝚝𝚘 𝚜𝚒𝚌𝚞𝚛𝚊 𝚍𝚎𝚕𝚕'𝚒𝚖𝚙𝚘𝚜𝚝𝚊𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎, 𝚏𝚊𝚝𝚎𝚖𝚒 𝚜𝚊𝚙𝚎𝚛𝚎, 𝚌𝚘𝚖𝚎 𝚜𝚎𝚖𝚙𝚛𝚎, 𝚎 𝚜𝚎𝚐𝚗𝚊𝚕𝚊𝚝𝚎𝚖𝚒 𝚙𝚞𝚛𝚎 𝚚𝚞𝚊𝚕𝚞𝚗𝚚𝚞𝚎 𝚎𝚛𝚛𝚘𝚛𝚎, 𝚕𝚊 𝚕𝚎𝚐𝚐𝚎𝚗𝚍𝚊 𝚎̀ "𝚛𝚎𝚊𝚕𝚎", 𝚐𝚛𝚎𝚌𝚊, 𝚌𝚑𝚎 𝚗𝚎 𝚙𝚎𝚗𝚜𝚊𝚝𝚎? 𝙲𝚘𝚖𝚎 𝚏𝚊𝚛𝚊̀ 𝚂𝚎𝚋𝚊𝚜𝚝𝚒𝚊𝚗 𝚊 𝚛𝚒𝚜𝚘𝚕𝚟𝚎𝚛𝚎? 𝚌𝚒 𝚛𝚒𝚞𝚜𝚌𝚒𝚛𝚊̀?

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