IV. Il tendone! La Lanterna!

Quando arrivarono i fotografi, lei aveva ancora la vestaglia bianca e le pantofole. In quel momento stava sistemando delle fotografie sopra al tavolo del cibo, avrebbe dovuto farlo la sera prima ma le era passato di mente. Servivano per la sera.
Le damigelle non erano arrivate tutte. C'era solo Mattea, che era presa da mille telefonate e si stava occupando dei fiori, ancora in viaggio verso la villa del rito.

Lui parlava con sua madre. Gli aveva detto: "Spero sia un giorno felice, sono fiera di te", mentre le macchine fotografiche li puntavano da lontano, riprendendo gli occhi lucidi di lacrime con l'ottica più stretta che potevano usare. Tutto attorno, sfocato. A casa di lui mancavano tutti, quindi non si era ancora messo l'abito; e comunque, avrebbe dovuto aspettare il via dai fotografi per quello.

Le dissero di avvicinarsi al vestito e di poggiargli su una mano per accarezzarlo. Lei lo fece, con naturalezza, come fosse stata sola. Puntò due dita sul fianco merlettato, ne saggiò la consistenza, osservò il colore che aveva scelto: non era il solito bianco da sposa, voleva qualcosa che avesse potuto ricordare per sempre, quindi aveva richiesto una leggera sfumatura aranciata, delicata, quasi non si potesse vedere se non alla luce del sole. Mentre lo guardava, ripensava a ciò che stava per vivere; si sentì per un attimo mancare il respiro, e il fotografo la tranquillizzò con una battuta, a cui lei rise.

Mentre stava appoggiato alla ringhiera, lui pensava al padre, che non avrebbe potuto vedere in quel giorno così strano, eppure così emozionante. Pensò che avrebbe desiderato tanto vederlo vivere durante le ore di quella giornata: il momento dell'arrivo della sposa, i propri occhi che si illuminavano alla sua vista, il bacio in fronte, le promesse. Scosse la testa cercando di togliersi quei pensieri dalla mente. Non era comunque solo. Piano piano stavano arrivando tutti gli amici, i cugini più lontani, sua madre gli stava sempre accanto. Si concentrò su ciò che i fotografi gli chiedevano di fare; guardati allo specchio, sistemati la cravatta, fatti aiutare dal testimone e ora guardalo e abbraccialo. Rimasero un'ora a fare video e foto, sembrava gli avessero sconvolto la vita. Eppure se n'era già dimenticato, una volta andati via. Quando fu pronto, entrò nella macchina guidata dal Andrea, il fratello. Gli aveva detto: "Sei bellissimo, fin troppo", e gli aveva dato una pacca sulla coscia prima di mettere in moto.

Lei stava indossando gli orecchini. Aveva già l'abito messo, le stava perfetto, era meravigliosa, così tutti dicevano quando si affacciavano dalla porta per rubare qualche occhiata all'interno della stanza. Lei era lì, affacciata alla finestra, che si girava a guardare le fotocamere, due occhi verde intenso, i capelli castano scuro, la pelle olivastra che la rendeva quasi una dea dei boschi fuori posto. I suoi genitori non facevano che sorridere, increduli di star osservando la loro primogenita con indosso l'abito da sposa. A volte le andavano vicini, la abbracciavano, ma piano, altrimenti il vestito si poteva rovinare; le davano un bacio sulla guancia, ma leggero, per il trucco; la guardavano negli occhi, per le fotocamere, ma anche perché era di una bellezza inimmaginabile per loro.
Quando anche lei fu pronta, uscì dalla casa accompagnata dal padre. Tutti la aspettavano fuori per ammirarla e applaudirla. Lei si chiedeva perché mai avrebbero dovuto applaudire alla sua uscita. Poi era entrata anche lei in macchina, Andrea l'aveva salutata senza toccarla ma esprimendole quando era contento che fosse lei l'amore di tutta la vita di suo fratello. Lei per poco non pianse.

Sul prato verde e bagnato appena d'acqua erano adagiate le sedie, il tavolo dell'officiante, gli sgabelli degli sposi, e davanti a essi si trovava in piedi lui, con le mani strette tra loro, i muscoli tesi del viso, il pianto in gola. Gli invitati stavano prendendo posto mentre lui aspettava la sua futura moglie al finto altare; non riusciva più a smettere di tremare dalla tensione. Desiderava vederla più di ogni altra cosa, stare con lei, vivere con lei, viaggiare con lei. Non era un matrimonio a legittimarne la vita insieme, ma era comunque un rito serio e la preparazione era stata faticosa, si era accumulata adrenalina e ora lo stava facendo implodere. L'attesa gli sembrò immensa, ma quando da lontano la scorse, nel suo abito sfiorato dai raggi solari, riconobbe il suo passo incerto; le sue mani tenevano il bouquet dai mille colori come fosse un enorme tesoro, i suoi occhi rivolti verso di lui sembravano diamanti.

«Arriva!»

«Presto, alziamoci.»

«È stupenda...»

«Guardate lui, guardate come la segue!»

«Lei è mozzafiato!»

I mormorii li sentivano solo i fotografi in mezzo alla navata all'aperto. Sorridevano anche loro, perché non sempre capitavano degli sposi così genuini e innamorati. O dei parenti sinceri, estremamente felici per loro, e amici altrettanto emozionati. Sorridevano perché così si divertivano. E osservqre tutta la cerimonia attraverso lo schermo di una macchina fotografica, per quanto cercassero di mantenere una distanza emotiva decente, risultava davvero complicato.

Gli sposi si guardavano. Tutto il tempo. Si tenevano la mano, accarezzandone le dita, non aspettavano altro che baciarsi. Quando il rito finì, i coriandoli li sommersero e loro ne approfittarono per darsi il primo bacio da marito e moglie; tra gli scatti dei fotografi e gli applausi della gente, si allontanarono dalla villa che sarebbe stata preparata per qualche ora dopo. Le lanterne avrebbero circondato il prato; luci calde a led avrebbero delimitato tutto il porticato; e i tavoli del buffet sarebbero stati posizionati in giro, sotto i gazebo uniti.
Adesso, lui e lei camminavano per le strade di un paese isolato. Prima lei da sola, poi lui da solo, sempre con lo sguardo l'una sull'altro. Pian piano, seguendo le indicazioni degli operatori video, cominciavano ad avvicinarsi; e finalmente, quando erano abbastanza vicini da toccarsi, giocavano per non farlo. I loro nasi si sfioravano, le loro labbra si dischiudevano, i loro occhi sprofondavano nell'anima dell'altra persona. I fotografi non esistevano, ma solo loro due. Erano talmente naturali da non avere la minima pressione su come si dovevano muovere; si amavano e non sarebbe stato un giorno così socialmente importante a cambiare questo fatto.

Arrivarono in sala, che poi era la stessa villa dove si erano sposati, entrarono da un ingresso secondario, così nessuno poteva vederli. Non appena i fotografi furono beccati dagli invitati, i mormorii cominciarono come di consueto.

«Se ci sono i fotografi, allora stanno entrando gli sposi.»

«Andiamo, andiamo!»

«Finalmente si mangia!»

«Ecco, mettiamoci qui.»

La musica, le chiacchiere della gente. I pianti dei genitori. Le luci che si affievolivano al primo ballo, intimo ma anche così aperto e felice. Chiunque lo guardasse non faceva che desiderate un'unione del genere, nella propria vita. E c'era chi, pur essendo sposato, pensava di non aver mai vissuto qualcosa di quel tipo. Non avevano visi tristi e non erano scontenti, eppure sapevano e accettavano in maniera genuina la questione, dentro di sé, e gioivano per gli sposi.

A un tratto, si sentirono delle urla. Bambini. Erano vicino le lanterne, che sarebbero state accese alla fine e fatte volare. Il fuoco era intenso, minaccioso, e stava divorando a poco a poco le tovaglie sui tavoli, le tende dei gazebi.

«Il tendone!»

«La lanterna!»

Iniziarono in pochi a scappare. La verità era che nessuno avrebbe voluto interrompere quella cena. Ma le fiamme stavano avvolgendo tutto, il maitre invitava tutti a spostarsi da un'altra parte e i camerieri ne indicavano la strada; ben presto le persone accettarono il fatto di dover lasciare quel lato della villa, e seguirono le indicazioni che gli venivano date.

Tranne gli sposi. Loro guardavano la scena con un'espressione tra lo stupore e l'orrore. E, in mezzo, un pizzico di gioia. Così, di certo, non avrebbero dimenticato per nulla al mondo la giornata appena vissuta. Non si spostarono, osservarono gli invitati andare via, intanto si abbracciavano. Il fuoco rendeva gli occhi verde prato di lei di un colore ambrato nuovo, mai visto. Lui aveva leggere sfumature dorate tra i ciuffi di capelli ricci. Si presero per mano, camminarono sul prato e, senza farsi vedere, scapparono dalla sala, visti di sfuggita solo dai fotografi che li seguivano con lo sguardo.

D'altronde era il loro giorno. Nessuno gli avrebbe detto nulla, nessuno li avrebbe colpevolizzati.

Una lanterna che dà fuoco a un gazebo era già assurdo così.

Parole: 1383.

// buonasera, buonasera. Scusate il ritardo. Come ho detto, giorni no. Piano piano recupero. Intanto beccatevi questo raccontino, tratto da una storia vera. Bye.

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