Second part #46 WRONG TIMING

MIA 🥀✨

Il telefono che squilla mi strappa da un sonno beato.

Allungo una mano alla cieca sul divano, ancora intontita.
Le palpebre ancora socchiuse.

«Pronto...?»

La mia voce è roca, impastata di sonno.

«Mia? Finalmente.»

Apro gli occhi di colpo.

«Carter?»

Mi tiro su a sedere. La coperta scivola lungo il corpo.
Il salotto è ancora caldo, il camino ormai spento da ore.
La luce del mattino entra dalle tende socchiuse, lattiginosa.

Josh però non è accanto a me.
Una sensazione di vuoto mi attraversa.

Ma Carter sta già parlando.

«Ascolta, non ho tempo di spiegarti tutto. Mark Stuart è in città.»

Il cuore perde un battito.

«Quel Mark Stuart?»

«Sì. Il proprietario della galleria sulla Quinta.»
Fa una pausa. «Vuole parlarti. Adesso. È un'occasione enorme, Mia. Non capita due volte.»

Mi alzo in piedi senza nemmeno rendermene conto.

«Dove?»

«Parcheggio ovest della Columbia. Sono già qui. Muoviti.»

Guardo l'orologio.
Guardo la stanza.
Guardo la porta chiusa.

Josh dev'essere uscito presto.

«Arrivo.»

Chiudo la chiamata e prendo il telefono per scrivergli.

Devo dirgli che—

Schermo nero.

Batteria scarica.

«No. No, no, no.»

Lo scuoto inutilmente, come se potesse resuscitare per miracolo.

Respiro.

Glielo scrivo dopo.
Tanto torno subito.

Mi preparo in fretta, afferro la borsa ed esco quasi correndo.

JOSH 🖤🔥

Controllo l'ora sul display, sono in perfetto orario, anzi nettamente in anticipo.
La strada scorre sotto le ruote ma il mio cervello pensa solo a lei.

A come respirava sopra di me.
A come mi ha guardato senza chiedermi niente.
A quella sensazione assurda, nuova, di non dover essere perfetto.

Stringo il volante.

Non mi sono mai sentito così leggero.

Mi fermo davanti a una piccola bakery aperta ventiquattr'ore su ventiquattro.

Entro.

«Caffè. E...» guardo la vetrina. «Quelli.»

Indico i cinnamon rolls. Mia li adora, ma li mangia solo in occasioni speciali.

La cassiera sorride.
Io pago senza nemmeno accorgermene.
Mi dirigo verso macchina parcheggiata con il sacchetto caldo mano.

Penso a quello che le ho scritto, qualcosa che non ho mai detto a nessuno.

E il cuore ricomincia a battere forte.

Alzo la testa e di fronte a me una minuscola gioielleria sta aprendo in questo preciso momento.
Butto il sacchetto e il caffè in macchina e senza riflettere entro.

Il campanellino sopra la porta suona piano.

«Posso aiutarla?» chiede la donna dietro il banco.

Annuisco,  anche se in realtà non so nemmeno cosa sto cercando.

Lo sguardo cade su piccoli charm posizionati sotto al vetro del banco.
«Ha un bracciale?» mi chiede lei, osservando l'esitazione.

«Sì.» rispondo senza pensarci. «Uno rigido. Non lo toglie mai.»

La donna annuisce e tira fuori un vassoio.

Li guardo distrattamente.
Stelle.
Iniziali.
Cuori troppo lucidi.
Simboli che non mi appartengono.

Poi li vedo.

Una rosa minuscola.
Non perfetta. Non romantica nel senso banale.
I petali sono sottili, quasi taglienti.

Accanto, un cuore nero opaco.
Profondo.

Mi si stringe qualcosa sotto lo sterno.

La rosa.
Lei.

Il cuore nero.
Io.

Bellezza e spigoli.
Luce e ombra.
Fragilità e difesa.

Li prendo in mano.
Pesano meno di niente.
Eppure mi sembrano enormi.

«Si possono mettere insieme?» chiedo.

«Certo. Sullo stesso anello di aggancio.»
Annuisco
«Prendo questi.»

La donna prepara il pacchetto, é piccolo, probabilmente è una cosa da niente ma per me_ per me significa tantissimo.

Rientro in macchina appoggio la scatolina sul sedile accanto al sacchetto caldo dei cinnamon rolls.

Mi rendo conto che stasera tornerò da lei con il mio cuore in mano.

Per un attimo mi permetto di immaginare la scena.

Lei seduta sul divano.
I capelli raccolti.
Il camino acceso.
Io che le prendo il polso.
Che aggancio il ciondolo al suo bracciale.
Che le dico—

Mi blocco.

Così dal nulla un fulmine a ciel sereno mi trafigge.

Mia sta attraversando il parcheggio.

Il respiro mi si ferma.

Un'auto inchioda accanto a lei.
Carter scende.

Le sorride.
Le prende le spalle.
La fa girare.

Lei ride.

Come se niente fosse.
Come se stanotte non fosse successo niente di importante.

Qualcosa dentro di me si spezza.

La scatola sul sedile diventa improvvisamente una cosa stupida.

Ridicola.

Inutile.

Resto fermo.

Non posso sentirli, ma quello che vedo è abbastanza.

Lui si avvicina troppo.
Lei non si allontana.

Il sangue mi sale alle tempie.

Perfetto.
Perfetto, Anderson.
Sei veramente un cazzo di coglione.

Li seguo con lo sguardo.

Non penso nemmeno a quello che sto facendo.
Mi dimentico il colloquio, il rettore.

Attraversano il cortile, poi una zona più defilata, dietro gli edifici amministrativi.
Un ingresso secondario. Una specie di magazzino riconvertito.

Entrano.

Io resto fuori.

La porta si chiude.

Silenzio.

Il cervello completa da solo quello che non vede.

E lo fa nel modo peggiore possibile.

Sento qualcosa di caldo, violento, salirmi dentro.

Rabbia.
Delusione.
Umiliazione.

Stanotte.

Stanotte é stata vera solo per me.
E inizio a ridere, rido come un folle.

Un suono basso, vuoto.

Tiro fuori il telefono.
Lo guardo.
Poi lo spengo.

Se devo smettere di sentire qualcosa, lo faccio fino in fondo.

Scorro la rubrica.

Un nome.

Esito.

Solo un secondo.

Poi chiamo.

Silenzio dall'altra parte. Poi la sua voce, sorpresa.

«Josh?»
Guardo la porta chiusa davanti a me.

«Vieni al Plaza.»

MIA 🥀✨

«Respira.»

La voce di Carter arriva da qualche parte alla mia destra.

«Sto respirando.»

«No. Stai trattenendo l'aria.»

Mi accorgo che ha ragione quando butto fuori un fiato lungo, quasi doloroso.

Il magazzino riconvertito è uno spazio industriale con soffitti altissimi, travi a vista, luce bianca che cade dall'alto come se fossimo dentro una scatola di vetro.

Odora di vernice fresca.

Mark Stuart è in fondo alla sala, di spalle.
Giacca blu scuro, capelli perfetti.
Sta osservando una tela appoggiata su un cavalletto.

La mia tela.

Le gambe mi tremano.

«È una persona qualunque, Mia.» mormora Carter vicino al mio orecchio. «Non un dio.»

Gli lancio un'occhiata.
«Per te forse.»

Lui piega le labbra in un sorrisino di orgoglio.

«Per me è solo uno che sta per capire che sei speciale.»

Non rispondo, in questo momento la mia testa è un groviglio.

Josh non c'era quando mi sono svegliata.

Non so se per lui stanotte è stata reale come l'ho sentita io.

«Mia.»

La voce di Mark è più calda di quanto ricordassi.

Mi tende la mano, una stretta sicura.

«Finalmente ci rivediamo.»

La stringo.
La mia è fredda.

Parla.
Mi fa domande tecniche.
Mi chiede dei colori, del perché uso così tanto il nero, del perché i miei soggetti non guardano mai davvero lo spettatore.

Io rispondo, lucida, forse anche un po' distaccata.


«C'è rabbia qui.» dice Mark, indicando un dettaglio della tela. «Ma non è rabbia cieca, sembra trattenuta.»

Sento un brivido.

«Controllo.» Dico con voce particolarmente sicura.

Lui mi guarda come se avessi appena detto qualcosa di importante.

«Mi piace.» conclude. «La inauguriamo a gennaio.»

Per un attimo non capisco.

«Come scusi?»

«Gennaio. Personale giovane artista emergente. Voglio il tuo nome sul catalogo.»

Il cuore mi esplode nel petto.

«Io—»

Non riesco a finire la frase.

Mark sorride appena, poi si allontana parlando con un assistente.

Resto immobile.

Carter si avvicina lentamente.

«Respira.» ripete.

Questa volta rido.
«Adesso sì.»

Usciamo, il sole primeggia alto in cielo illuminando ogni dettaglio che mi trovo di fronte.

Vorrei solo correre da Josh per raccontargli tutto.

«Quanto è seria con lui?» Carter mi fa tornare alla realtà.

Mi irrigidisco appena.

«Cosa?»

«Con Josh.» Mi studia.

Abbasso lo sguardo sulle mie mani.

«Non lo so.»

Lui mi guarda di sottecchi.

«Ti conosco troppo bene, per capire quando stai mentendo»

«Mi fa sentire viva.» sussurro.

Carter inspira lentamente.
Poi sorride, ma è un sorriso piccolo.

«Allora spero che sappia quello che ha tra le mani. Altrimenti potrei farlo a pezzi con le mie stesse mani.»

JOSH 🖤🔥

Sono settimane che non torno qui.

La suite è silenziosa, ordinata.

Appoggio le chiavi sul tavolo, il rumore è un tonfo secco.
Il sacchetto di cinnamon rools e la scatolina proprio accanto.


Mi verso da bere.

Non me ne frega un cazzo se è presto, ne ho bisogno.
Ripenso a quello che ho visto.

Il telefono vibra, lo schermo si illumina.

MIA:

Ehi dove sei? Devo dirti una cosa possiamo vederci?

Un momento di esitazione vorrei quasi rispondere poi bussano.

Tre colpi netti, decisi.

Vado alla porta.

Per un secondo resto immobile con la mano sulla maniglia.

La apro e lei è lì.

Abitino corto nero.
Stivali alti.
Capelli lisci, lucidi.
Rossetto scuro.

Profuma di qualcosa che sa di pericoloso.

Sorride.
«Finalmente, Anderson.»

La guardo.

Non mi sento come pensavo.

Solo delusione, solo rabbia.

«Entra.»

Lei scivola dentro la suite con sicurezza.
Si guarda intorno.

Si toglie il cappotto.

Mi verso un altro drink, lei si avvicina.

«Cos'è successo?» chiede.

«Niente.»

«Non mi chiami mai per niente.»

Si ferma davanti a me.
Mi sistema il colletto della camicia come faceva una volta.

«Hai quell'espressione.» sussurra.

«Quale?»

«Quella di quando hai deciso di fare una cazzata.»

Sorrido senza ironia.

«Forse.»

Lei inclina la testa.
Le dita scivolano sul mio petto.

«Vuoi dimenticare qualcosa?»

La guardo.
La mente corre ai messaggi di Mia.
Al suo nome sullo schermo.
Al parcheggio.
Alla rosa e al cuore nero lasciati in macchina.

Per un secondo mi sento diviso in due.

Lei si avvicina ancora.
Le sue labbra sfiorano la mia mandibola.

«Non devi spiegarmi niente.» mormora.

La afferro per i fianchi.

Come se stessi cercando di sentire qualcosa.

Lei sorride.
Convinta di aver vinto.

«Così mi piaci.»

Il mio telefono vibra di nuovo sul tavolo.

Lo guardo.
Non rispondo.

Mi prende la mano e mi trascina verso il divano.

La città fuori dalle finestre è un mare di luce.
New York non si ferma.
Non  mi  giudica.

Io sì.

Le tende scorrono, e la luce si abbassa.

Il telefono vibra ancora, lo capovolgo.

Silenzio.

MIA 🥀✨

Mi domando se questo appartamento sia sempre stato così silenzioso.

Guardo l'orologio.

Doveva essere già tornato.

Mi siedo sul divano, la coperta è ancora lì, stropicciata, sa ancora di noi.

Prendo il telefono, provo di nuovo a chiamare.
Ancora spento.

«cazzo...».

Lo metto in carica.
Lo lascio lì.

Tanto tra poco suonerà.
Tanto tra poco entrerà dalla porta.
Tanto tra poco mi racconterà tutto.

Mi alzo.
Riaccendo il camino.
Solo per fare atmosfera.

Solo perché voglio che quando entra trovi caldo.

Passano i minuti.

Poi un'ora.

La legna scoppietta piano.

Io continuo ad aspettare.

Senza sapere
che lui,
in quel momento,
è dall'altra parte della città.

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