Dylan
Quando ero bambino avevo paura di molte cose e inevitabilmente finivo sempre col rifugiarmi in camera mia, finendo persino sotto al letto e tappandomi le orecchie per eludere qualsiasi suono potesse aggravare la situazione e incrementare di conseguenza la paura.
Strizzavo gli occhi, fortissimo, fino a sentire male e restavo in quella posizione finché non ero sicuro che il pericolo era scampato oppure finchè non sarebbe arrivato qualcuno a soccorrermi. E quel qualcuno è sempre stato mio padre, il quale giungeva fino alla mia stanza in punta di piedi per poi sdraiarsi sul pavimento e sussurrare: <<Cosa c'è che non va?>>
Seppur con le orecchie tappate, sapevo perfettamente che mio padre fosse arrivato per aiutarmi ad uscire da quel vortice di paura all'interno del quale ci finivo quasi sempre per via di una mia distorsione mentale della realtà.
Infatti, in periodi diversi provavo paura per le cose più stupide e comuni, come dei gatti, poi dei cani, poi delle piante rampicanti. Una volta addirittura sono arrivato ad avere paura degli specchi, ma in quel caso mio padre se n'era già andato e ad aver preso il suo posto erano stati i miei fratelli. Quella è stata la paura più difficile da vincere e di cui ne sento ancora gli strascichi.
E adesso ho paura della mancanza. E' il suo concetto che mi fa paura: la mancanza di coraggio, la mancanza di sincerità, la mancanza della voglia di riscatto, la mancanza di forza di volontà, la mancanza di emozioni, ma soprattutto la mancanza fisica di una persona.
Quella volta il mio animo da bambino era rimasto turbato da un rumore in salotto che mi aveva portato ad avvicinarmi lentamente verso la stanza e quando avevo notato le tenebre primeggiare tra le sue pareti, ero arrivato a pensare che si nascondesse qualcuno oltre il grande divano e la paura si accese come un fuoco dentro allo stomaco.
<<C'è qualcuno in salotto, papà>> gli avevo confessato allora, sussurrando anch'io con voce tremante.
<<E come fai a saperlo?>> continuava, reggendo il gioco e continuando a sussurrare.
<<L'ho visto, papà>>
<<Ti va se andiamo a vederlo?>>
A quel punto avevo riaperto di scatto gli occhi e visto la sua figura sdraiata a terra: <<Ma ci farà male, papà, è pericoloso. Io ho paura>>
<<Non devi avere paura se ci sono io. Ti proteggo io, stai tranquillo>> e così era riuscito a convincermi. Ci siamo diretti verso il salotto dopo che ero uscito strisciando dal mio nascondiglio buio ma sicuro, mano nella mano e in punta di piedi.
Ero rimasto sbalordito dal scoprire che in verità dentro all'oscurità del salotto non si nascondesse nessuno, oltre ai mobili moderni e le ombre prodotte da questi.
Papà ha sempre cercato di farmi capire che non si deve aver paura di qualcosa che pensi potrebbe esserci, accadere o che non conosci. La paura altro non è che l'istinto di sopravvivenza che si racchiude dentro ad ogni uomo e che ci permette di salvarci da una probabile situazione di pericolo.
E allora io perché avevo sempre così paura? Forse perché, dentro di me, sentivo già che avrei dovuto perderti e il mio istinto di sopravvivenza stava cercando di salvarmi dal pericolo che avrei incontrato negli anni a venire, quando ti avrei perso per sempre.
Adesso, fermo immobile in questa stanza, seduto sul pavimento in ceramica della doccia e la schiena nuda contro le piastrelle fredde, quella paura che sentivo stritolarmi le budella e bloccarmi il respiro in gola tanti anni fa, torna a farsi sentire prepotente.
E vorrei che tu fossi qui per salvarmi ancora una volta e dimostrarmi che non devo avere paura di me stesso e di quello che potrei causarmi.
La pelle sensibile inizia a riempirsi di brividi che mi portano a stringere maggiormente le gambe nude al petto e riscaldarmi col calore prodotto dal mio corpo mentre do il permesso a qualche lacrima di rigarmi il viso e poi sfiorare dolcemente la pelle della coscia. La mano libera si stringe a pugno mentre l'altra continua a stringere la presa sul pezzo di metallo capace di ridurmi in questo stato.
<<Dyl, ti prego, apri la porta>> la voce tremante e ovattata di Logan, proveniente oltre la porta in legno del bagno, mi risveglia dai miei pensieri.
Tiro sù col naso mentre il pianto e il tremore del corpo si arrestano per qualche secondo in cui rimango vigile, prima di lasciarmi di nuovo completamente andare contro le piastrelle fredde.
Logan continua: <<Non fare stupidaggini ti prego>> batte un pugno chiuso sulla superficie, seguito da un altro colpo più leggero di quello prima, come se avesse poggiato la fronte contro la porta. Poi, il silenzio tombale della casa viene spezzato da un singulto leggero, poi un altro e un altro ancora, prima che mi renda conto che Logan ha iniziato a piangere silenziosamente oltre la soglia del bagno.
Ti chiedo scusa per tutto questo dolore che sei costretto a subire per colpa mia, ma non ti ringrazierò mai abbastanza per offrirti sempre volontario nel sorreggere parte del mio dolore per non lasciare che questo possa distruggermi completamente.
<<Dyl, vedrai che tutto si risolverà, che tutto andrà per il meglio. Non lasciare che le onde ti travolgono, combatti per restare a galla, ti prego>> quasi grida la sua voce spezzata dal pianto. Riprende fiato e poi continua: <<Apri la porta, Dyl, ci sono io qui per aiutarti>>
Quelle parole supplichevoli e intrise della mia stessa paura, la paura di perdere qualcuno a te caro per via del male che è capace di procurarsi da solo, mi convincono che è arrivato il momento di lasciarmi aiutare da qualcuno che è sempre stato capace di farlo.
Il mio faro in mezza alla tempesta.
Lentamente mi metto in piedi, seppur con qualche difficoltà e una volta dritto lascio la presa sulla lametta che stringevo tra le dita d'una mano. Il suono metallico prodotto dallo scontro contro la ceramica interrompe ancora una volta la sequenza infinita del silenzio.
Trascino i piedi fino alla porta del bagno e faccio scattare la serratura. Logan attende qualche secondo prima di aprire la porta cigolante, come se stentasse a credere che l'ho fatto davvero, e incastrare i suoi occhi cristallini e adesso acquosi nei miei. Mi osserva per qualche secondo, le ciglia ancora imperlate di lacrime, le guance leggermente arrossate e contornate dalle lunghe ciocche dei capelli chiari.
Mi si getta al collo e mi stringe forte, fino a togliermi il respiro mentre singhiozza tra sé e sé: <<Grazie, Dyl. Grazie>>
Dopo qualche parola e secondi infiniti a stringere tra le sue braccia il mio debole corpo, Logan mi prende per mano e mi conduce verso la mia camera da letto, costringendomi poi a rivestirmi degli abiti che indossavo prima. Eseguo ogni suo ordine senza protestare, anche perché non ho le forze necessarie per farlo.
La sua voce giunge alle mie orecchie come un flebile sussurro: <<Devi mangiare qualcosa, Dyl>> si siede sui talloni e poggia entrambe le mani sulle cosce <<Quando è stata l'ultima volta che l'hai fatto? E dimmi la verità perché se no mi costringi a chiamare il tuo coach>>
Aspetto qualche secondo prima di rispondere, anche perché non so nemmeno io quando è stata l'ultima volta. Due giorni fa, quando sono svenuto tra le braccia del coach ed è stato costretto a portarmi a casa? Oppure avevo ingerito qualcosa dopo quell'evento in cui, sia Logan che il coach, mi hanno costretto a mandare giù una quantità di cibo esagerata?
<<Non me lo ricordo Lo, sono sincero>> biascico.
<<Da due giorni, non è così? Da quando non ti controllo>> la sua espressione si indurisce, poi si alza in piedi <<Come dovresti affrontare quell'incontro oggi se non hai neanche le forze per parlare?>>
<<Non ti preoccupare Lo, riuscirò a vincerlo>> dico mentre mi trascino su per il materasso, sdraiandomi sul fianco che si rivolge verso la porta finestra della mia stanza. Mi rannicchio e chiudo gli occhi.
<<No, Dylan, non ci riuscirai perché è un uomo più grande di te, che si allena da più tempo di te, che ha una massa muscolare più possente della tua. Inoltre, sai benissimo quello che potrebbe farti Markus se sapesse come sei ridotto. Non metterti nei guai più di quanto già ti trovi Dyl>> il materasso si modifica sotto al suo peso, come se le sue gambe non riuscissero a sorreggere ancora il suo copro per molto.
Fa una pausa, poi le sue labbra rosse modellano altre parole volte a convincermi ad ingerire qualcosa: <<Mangia qualcosa così che possa rimetterti almeno un minimo in forze, lo sai che quei tipi fanno sul serio. Se non vuoi farlo per te, fallo almeno per me Dylan, ti prego, fammi stare tranquillo>>
In fondo, dentro di me, so che ha ragione. Riesco anche a rendermene conto di non essere nelle condizioni di affrontare un incontro con uno sfidante del genere, ma il mio stato così arrendevole è dovuto alla mia volontà di volermi arrendere, di smettere di combattere. Vorrei che tutto il dolore finisse, vorrei che i miei pensieri finissero, vorrei che la mia vita cessasse così che l'unico suono udibile sia il silenzio eterno e assordante di un'anima che ha deciso di scrivere la parola fine in fondo alla pagina.
Ma poi mi viene in mente lei, la mia Bianca, la mia àncora in questo mondo e tutto il dolore, seppur per pochi istanti, svanisce del tutto e l'unica sensazione a riempirmi il cuore è la felicità di vederla, sfiorarla, ascoltarla. E allora mi dico che forse, la vita, vale davvero qualcosa per essere vissuta.
Mi alzo e mi metto a sedere con estrema delicatezza per evitare che qualsiasi movimento brusco possa farmi girare la testa: <<Va bene Lo, ma lo faccio solo se lo fai anche tu>>
Anche se non posso vederlo perché gli do le spalle, sono sicuro che un gran sorriso adesso gli illumina il volto ancora segnato dalle lacrime di prima: <<Certo Dyl, mangerò con te>>
E una volta sulla soglia della grande cucina, il telefono vibra nella tasca dei pantaloni. Lo estraggo per leggere un messaggio mandato da mia sorella Ashley: "Come stai fratellino? Volevo avvisarti di preparare la camera degli ospiti perché un giorno di questi dovrai accogliere i tuoi fratelli a casa tua" e una faccina che copre con la mano il sorriso furbo.
E mi basta pensare a quel messaggio, alle immagini di me di nuovo insieme ai miei fratelli seduti sul grande divano a guardare uno dei nostri programmi preferiti in tv e nel frattempo mangiare schifezze di cui ci pentiremo di aver ingurgitato solo il giorno dopo, le possibili frasi che ci potremmo scambiare e le possibili battute che potrebbe fare mio fratello Liam e a cui rideremo tutti con una grassa risata, per farmi allargare un debole sorriso. Gli occhi chiusi, le mani lungo i fianchi e stretti a pugno mi permettono di mantenere la concentrazione necessaria.
Le urla della folla strepitante fuori si fanno sempre più forti, le parole del mio coach sussurrate all'orecchio con tono aggressivo: <<Vedi di fargli il culo Collins, hanno scommesso tanto su di te>>
Il suono di una campana annuncia l'inizio dell'incontro. Riapro gli occhi, le luci calde dei lampioni che illuminano il solito vicolo in cui avvengono i combattimenti sono la prima cosa che le mie pupille sono in grado di percepire. Butto fuori l'aria che avevo accumulato dentro ai polmoni e alzo i pugni fino a coprire la parte inferiore del volto, mentre prego che riesca ad uscirne vivo da questa lotta anche questa volta.
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Bianca
<<Non ha risposto a nessun altro messaggio? Nemmeno da quando è tornato?>> dice Matt con gli occhi sbarrati e con ancora la cannuccia tra le labbra, immersa per metà nel thè al limone ghiacciato che ha ordinato.
Scuoto la testa mentre il mio sguardo rimane fisso sul bicchiere contenente la stessa ordinazione di Matt, ma alla pesca.
Sofy, seduta accanto a Matt e di fronte a me, punta i gomiti sul tavolo di plastica mentre si porta gli occhiali da sole sopra la testa. Le aste fanno sì che le ciocche più corte dei capelli biondi non le finiscano davanti al viso mentre i raggi del sole che le colpiscono la schiena e filtrano oltre le sue spalle, le rendono lo sguardo verde smeraldo di una tonalità più scura: <<Quale pensi sia il motivo?>> mi chiede dopo aver bevuto un sorso della sua coca cola ghiacciata.
Sono contenta che sia interessata alle mie vicende, soprattutto quelle che riguardano Dylan. Questo significa, che forse, le cose stanno tornando alla normalità e che tu stai tornando da me. Forse inizio a credere che per davvero il tempo cura le ferite e lui lo sta facendo con te.
Alzo le spalle in risposta mentre inizio a tamburellare con le dita sul tavolo. Poi alzo lo sguardo verso di loro e domando: <<Cosa sto sbagliando? C'è qualcosa che non riesco a vedere?>>
Matt, il cui sguardo si rabbuia all'istante, e Sofy si scambiano un'occhiata eloquente. I miei sensi si attivano all'istante e il cuore prende a battere più veloce.
Drizzo la schiena: <<Cosa? Voi sapete qualcosa che io non so?>> entrambi si scambiano un'altra occhiata mentre portano alle labbra le cannucce e bevono un lungo sorso del liquido. Insisto: <<Vi prego, ditemelo, qualsiasi cosa sia>>
A quel punto entrambi sospirano e a prendere parola è proprio Sofy, forse perché Matt non ne ha il coraggio, tenendo lo sguardo basso. Adesso sì che sono spaventata, l'ansia si è impossessata del mio corpo e non so se riuscirò ad espellerla dopo aver ricevuto la notizia.
Sofy punta il suo sguardo nel mio e le sue labbra coperte da un lucidalabbra color rosa chiaro danno forma ai suoi pensieri: <<Visto quello che ci hai detto, penso che sia arrivato il momento di dirti una cosa, Bianca>> si ferma. Prende un respiro profondo e riprende: <<Non ne siamo sicuri al cento per cento, ma né io né Matt abbiamo visto Dylan al campeggio. Pensiamo che non sia mai salito su quell'autobus, ma non abbiamo voluto dirtelo per non farti preoccupare>> si morde il labbro inferiore in attesa di una mia risposta.
Matt ha finalmente alzato lo sguardo per fare lo stesso della sua ragazza. Mi fissa imperterrito, come se stesse cercando di leggere qualsiasi pensiero mi passi per la testa. L'unico cosa che riesco a vedere adesso altro non è che il ricordo di noi due nella veranda di casa sua, sotto al fascio di luce bianca della lampadina incastrata nel tetto e i nostri occhi che si fissano la sera stessa del mio compleanno, dopo aver passato una tranquilla cena in spiaggia a parlare in flebili sussurri.
Poi, le sue parole: "Lo farò sicuramente, ragazzina. Ti farò stare tranquilla per tutto il periodo della mia permanenza in mezzo al bosco". La mia ingenuità nel credere ancora una volta alle sue parole e fare finta di non riuscire a vedere che lui, in mezzo alla tempesta che si trova al centro del suo petto, stava annegando. Ed io non ho fatto altro che stare lì, ferma immobile, a guardarlo morire davanti ai miei occhi perché troppo codarda da chiedergli cosa non va e spaventata di non riuscire a trovare un modo per aiutarlo ugualmente, nel momento in cui mi avrebbe risposto con "non ho nulla".
Mi odio per averti promesso che, nonostante sapessi a cosa andavo incontro quando ho scelto te, sarei stata sempre lì accanto a te, ad aiutarti nei momenti in cui avevi più bisogno.
Mi sono convinta che l'amore bastasse per guarire le ferite di entrambi, ma se nemmeno quello riuscisse a farlo? Come dovrei fare per aggiustarti l'anima?
<<Se non era lì -rispondo con voce un po' tremante- allora dov'era?>> all'improvviso vengo colta di sorpresa da una forte paura che si aggrappa alle caviglie per risalire fino al centro del petto e fare male.
Se non eri lì, allora dov'eri? Dove sei adesso? E perché non hai ancora risposto ai miei messaggi?
Non è possibile, mi ripeto, come sono stata così cieca da non rendermene conto prima? Come ho fatto a lasciare che tutto questo accadesse e, per di più, sotto al mio sguardo impassibile?
Il cuore prende a battere veloce come un treno in corsa, pronto ad andare in lungo e in largo per cercarlo e poi trovarlo.
<<Non lo sappiamo, Bianca. Potrebbe essere rimasto in città>> dice Matt all'improvviso come a volermi rassicurare, invano.
Mi alzo di scatto dalla sedia, facendola strisciare contro il legno della pedana sopra alla quale ci troviamo di un bar nelle vicinanze di casa mia. A passo spedito mi dirigo verso l'interno del bar per pagare, mentre dietro di me le voci di Matt e Sofy mi richiamano. Poi sento i loro passi scanditi dal rumore delle suole contro il marciapiede venirmi dietro.
<<Aspetta Bianca>> le dita sottili della mano di Sofy si chiudono attorno al mio polso, bloccando la mia corsa. Mi volto verso di lei, e se fino a quel momento ero riuscita a trattenere le lacrime, adesso proprio una di quelle gocce salate riga il mio viso. Sofy, il cui sguardo si rabbuia all'istante nel vedermi in quello stato, si getta tra le mie braccia e mi stringe forte a sé: <<Lo troveremo Bianca, sta tranquilla>>
<<Non ho ascoltato il mio istinto, Sofy. Io avevo capito tutto, sapevo che mi stava mentendo, sapevo che stava male, ma non ho avuto il coraggio di affrontare il dolore che custodisce dentro di sé>> parlo a raffica e con qualche difficoltà per via del nodo alla gola che mi impedisce di respirare correttamente.
<<Gli avevo promesso che ci sarei stata per lui anche in quei momenti. Sapevo che scegliendo lui avrei dovuto accettare anche i suoi demoni, ma quando è arrivato il momento di affrontarli non ci sono stata, non ci sono riuscita, ho avuto paura>>
Le braccia di Sofy mi stringono maggiormente ed io faccio lo stesso, sentendomi tremare le gambe tanto da sospettare di non riuscire più a reggermi in piedi. Mi sostengo a lei, alla mia migliore amica, a colei che è ancora qui nonostante quello che lo ho fatto, nonostante il dolore che le ho causato e lei, d'altro canto, mi sorregge senza alcuna protesta, come a suggerirmi l'idea che lei non se n'era mai andata, non mi ha mai lasciato da sola, ma è sempre stata al mio fianco per sorreggermi quando mi sarei sentita cadere.
Mi accarezza i capelli con una delicatezza disarmante: <<Non hai nulla di cui vergognarti, Bianca, ha semplicemente avuto paura. E' normale averne per qualcosa che non si conosce perfettamente, ma non per questo devi battere in ritirata. Hai ancora la possibilità di sconfiggere la paura e di affrontare i demoni di Dylan. Tu sei al suo fianco, non te ne sei mai andata e sarai lì ad aiutarlo>>
Mi stacco da quell'abbraccio il necessario per posare il mio sguardo nel suo, il quale mi accoglie con amorevolezza: <<I-io devo trovarlo, Sofy, devo sapere come sta>> balbetto.
Lei annuisce mentre sento un'altra mano posarsi sulla mia spalla, quella di Matt. Lui risponde: <<Adesso lo andremo a cercare, Bianca, dovessimo metterci tutta la sera o persino la notte, ma ce la faremo>> mi dice con tono rassicurante. Sposto il mio sguardo nel suo e all'unisono annuiamo, convinti di riuscire a farlo.
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