Amici

La loro vita non finiva mai di intrecciarsi in ogni circostanza si trovassero. L'uno la guida dell'altro, l'uno la corda a cui l'altro si aggrappava; due scalatori di una montagna insormontabile, ma non infinita. Se uno cadeva, l'altro lo seguiva, che fosse sotto terra all'inferno, o no.
Solo a guardarli dall'esterno potevano sembrare una coppia di amici come le altre, ma si pensi un attimo alle pacche sulla schiena che si sono dati; al dolore che insieme solamente hanno sopportato, in balia delle videocamere pronte a riprendere ogni genere di scoop che li riguardasse come singoli o come squadra, e sotto gli sguardi attenti degli avversari avidi di trovare in loro un briciolo di debolezza, uno spiraglio di indifesa fragilità. Mai avevano ceduto di fronte agli altri, mai avevano barcollato cercando di mantenersi in piedi; si erano trasformati nella montagna che avevano deciso di scalare insieme, ed erano diventati roccia irremovibile.
Perché si vuole avere a fianco qualcuno che rischi con sé la propria vita? Vita da liceale, vita da universitario, lavoratore o pallavolista; perché si sente la necessità di una persona che si leghi sulla vita la corda per arrampicarsi sulla ruvida parete delle difficoltà?
Forse ci si sente consolati dal non essere soli nella propria pazzia; forse la voglia di protezione supera l'egoismo del desiderarla, e passa infine in secondo piano senza mai essere presa davvero in considerazione.
Oikawa poteva essere paragonato allo scalatore egoista. Colui che prima di pensare al rischio che corre l'altra persona, si sofferma sulla sicurezza che quella stessa gli offre; oppure no.
Oppure era proprio lui che senza la minima paura decideva di mettere a rischio la sua vita pur di non lasciare nella solitudine del proprio desiderio il compagno scalatore folle.

«Iwa-chaaan.»

Una cantilena che si ripeteva ogni giorno, come d'abitudine. Una voce che faceva da nenia senza successo per venire ascoltata.

«Insomma, Iwa-chaaaan! Stammi a sentire...»

Oikawa mise le mani sui fianchi, attendendo paziente che lo sguardo di Iwaizumi ricadesse su di lui. Quando ottenne la sua attenzione, sembrò arrestarsi per un secondo, e pur essendo un secondo parve passare un minuto intero. Lo sguardo di Iwaizumi era serio e poco coinvolto, il sudore sul suo viso ricadeva sulla maglietta dopo ore di allenamento intensivo per perfezionare il loro attacco. Oikawa battè le ciglia per riuscire a mettere un piede in una delle aperture sulla parete dell'enorme montagna; fissò bene la sua posizione e poi parlò calmo.

«Non ti è sembrata un'alzata troppo lenta, quella? Pensi di riuscire a schiacciare bene se la spingo un po' di più?»

Il ragazzo dallo sguardo impassibile e affilato spostò lo sguardo sulla rete, poi sulle proprie mani e ancora di nuovo su Oikawa. Rispose quasi subito in maniera istintiva, ma i suoi pensieri stavano vagando altrove.
Sentiva di starsi spingendo troppo in là con quella scalata al limite dell'umano. Continuavano a forzare la mano, a salire con un piede dopo l'altro, le mani piene di graffi, le gambe colme di lividi, e la corda stretta alla vita. Si trascinava dietro un Oikawa che lo avrebbe seguito ovunque, un paradosso che un carattere come il suo potesse sottostare a quello non troppo carismatico di Iwaizumi.

«Sì, proviamo.»

Un pomeriggio a provare e riprovare, quasi fino alla nausea; un pomeriggio fin troppo intenso persino per il Grande Re. All'inizio non erano da soli dentro la palestra; con loro altri si stavano allenando in gruppi o da soli, tutti quanti gestiti da loro stessi in quanto giornata libera. Non erano in molti, ma insieme si scambiavano consigli sulle strategie da migliorare. Quelle giornate di esercizio volontario erano ottime per sviluppare le proprie capacità come singoli individui. Eppure sembrava che Oikawa e Iwaizumi non stessero affinando proprio nessuna incredibile tecnica. L'alzatore seguiva a fatica l'incredibile tenacia del suo compagno, che non si scomponeva nemmeno per quel nomignolo a tratti fastidioso.

«Iwa-chan,» lo chiamò, «fermiamoci un secondo.»

D'un tratto si sentiva stanco e spossato, non riusciva a ragionare e una quantità improponibile di pensieri gli stavano invadendo la testa.
L'asso della Shiratorizawa continuava a tormentarlo. Insormontabile come quella montagna, cercava disperato e ossessionato di scalarla; però più saliva, più si rendeva conto che la montagna non l'aveva scelta lui, ma Iwaizumi. Doveva essere più semplice, eppure il fatto di non conoscerla lo stressava in maniera infinita. Il suo schiacciatore non voleva di certo farlo soffrire in quel modo; anzi, Oikawa era sicuro che la scelta di quella vetta da raggiungere era stata data da una specie di protezione nei suoi confronti. Iwaizumi gli aveva legato la corda alla vita e si era lasciato seguire a suon di rimproveri, e Oikawa non riusciva a resistergli nemmeno un po'.
Sentiva che senza quel suo amico a tenerlo a freno, la sua rabbia e ossessione si sarebbero scatenate in maniera rovinosa. Avrebbe dovuto ringraziarlo, ma non riusciva a trovare il lato positivo di quello insensato modo di fare.
Cosa voleva ottenere per sé, Iwaizumi? Perché si concentrava tanto nell'appoggiare indirettamente i suoi capricci, ma rimaneva a distanza dai propri obiettivi personali?

«Sei sicuro?» Iwaizumi inclinò la testa e aggrottò le sopracciglia sorpreso, osservando i gesti poco sciolti di Oikawa e avvicinandosi a lui.

Pian piano, tutti i ragazzi del club se n'erano andati via dalla palestra, e non rimanevano che loro due da soli, lì, pronti a continuare ad allenarsi fino alla propria distruzione.

«Che ti prende?»

«Nulla!» l'alzatore agitò le braccia davanti a sé, cercando di allontanare la presenza sempre più opprimente e costante di Iwaizumi, e si scompigliò da solo i capelli umidi.

Non diede il minimo spazio al compagno per controbattere, anzi gli porse la schiena e si allontanò stringendo i pugni. La frustrazione che si portava dietro da quella sconfitta lo logorava poco a poco, e non ci poteva fare niente. Era come un parassita che lentamente stava divorando i suoi organi interni; era sfinito, e Iwaizumi non faceva che spronarlo a tirar fuori tutta quell'ira. Eppure, per quanto Oikawa scappasse da quel confronto per paura di farlo preoccupare inutilmente, il suo amico non di meno mollava il voler capire cosa passasse per la testa al Grande Re del campo. Glielo doveva, perché in passato a vicenda l'avevano fatto in egual modo.

Si strinse più forte la corda attorno alla vita, e scalò voracemente la montagna raggiungendo il limite dell'estensione che poteva avere il loro collegamento. Guardò giù, Oikawa era fermo.
Allora Iwaizumi non fece altro che raggiungerlo.
Lo seguì mentre si allontanava; non c'era nessuno in palestra, e poteva permettersi di alzare ancora una volta la voce con lui. Lo fece girare prendendolo dalla spalla, e quando se lo ritrovò di fronte gli afferrò il colletto della maglietta.

«Che diavolo ti prende, eh?» ripeté, questa volta assumendo un tono molto più deciso di quello precedente «Perché... Perché mi sembra che tu ripeta sempre gli stessi errori?»

Oikawa gli sorrise più provocatorio del solito. Non si stava nemmeno ribellando alla sua presa, semplicemente sembrava volersi fare trascinare giù dalla montagna. Era in attesa di una frana incontrollabile, non dipendente da nessuno se non dalla natura.

«Come hai appena detto tu, è solo un'impressione. Non ripeto lo stesso errore due volte, dovresti conoscermi ormai,» di nuovo, mostrò il suo sorriso fastidioso, «Iwa-chan.»

Iwaizumi a quelle parole non riuscì a resistere dallo spingerlo indietro con furia «il tuo modo di alzare la palla oggi era sporco, impreciso e poco audace per te. Questa non è una mia impressione, quindi come lo spieghi? Perché, Oikawa maledetto?» di nuovo avanzò verso di lui e nuovamente prese a stringerlo dal colletto.

«Iwa-chan.»

La voce di Oikawa era controllata, e stranamente dolce; poggiò la propria mano su quella che Iwaizumi stava usando per tenerlo e la strinse.

«Avanti, è tutto ok.»

Solo in quel momento, una piccola indecisione nel compiere il passo finale permise a Iwaizumi di perdere il suo equilibrio. Spalancò gli occhi, scioccato dall'atteggiamento del compagno, e allentò la presa come se non avesse più la forza di tenersi aggrappato alla parete della loro montagna. Erano diventati roccia, ma adesso si stavano sgretolando, scoprendo ogni loro punto debole l'uno di fronte all'altro. E solo così avrebbero potuto fare, da soli in una palestra vuota e satura di echi lontani, di persone vogliose di vincere, di gente pronta a fare tutto per non lasciar cadere la palla a terra.
Con estrema lentezza, Iwaizumi lasciò del tutto il colletto del suo alzatore, rimanendo lì davanti a lui con lo sguardo rivolto al suo petto.

«Oikawa, tu rischi di farmi impazzire.»

Le sue parole, pronunciate in maniera nervosa e tremante, erano il segno di una forbice divina che stava per tagliare la loro corda. Sul punto di cadere e trascinarsi con sé Oikawa, lo schiacciatore non stava facendo altro che recidere almeno un po' il loro legame. Eppure, erano una coppia. Non poteva scegliere solo lui che fine avrebbero dovuto fare.

«Mi dispiace, Iwa-chan.» Oikawa rispose a disagio, osservando però con attenzione i movimenti di Iwaizumi; gli mise una mano sulla sua spalla, stringendola.

«Tu hai fatto abbastanza per me. Non devi più preoccuparti.»

La forbice si allontanò. La corda era ancora legata alla propria vita, letteralmente. Se si fosse staccata, probabilmente non sarebbero sopravvissuti a lungo l'uno senza l'altro. E Iwaizumi se ne rese conto, mentre stringeva i pugni e rialzava lo sguardo.

«Sì,» annuì con decisione, e anche lui prese la spalla di Oikawa, «d'accordo.»

Qual è la cosa migliore da fare, per non lasciare che la frana li travolga? Quale dovrebbe essere la giusta azione per far sì che niente li sfiori; e se li sfiora, niente li butti giù con violenza?
A pensarci, le opzioni non erano tante. Pur non avendo affrontato in pieno l'argomento che preoccupava entrambi, si erano capiti troppo bene per approfondire ancora la cosa. Si erano compresi come quando facevano da bambini, e crescendo non era solo cresciuta la forte fiducia che provavano a vicenda, aveva preso proprio il posto delle loro insicurezze.
Era la loro corda da scalatori folli. Perché lo erano entrambi, egoisti e pazzi, con un desiderio quasi fuori dalla realtà che li spingeva a darsi appoggio e sacrificarsi per l'altro. Perché tutti e due si lasciavano sopraffare volontariamente, e cercavano di non lasciare la presa sulla parete per non far precipitare chi stava giù.
Comunque, la frana era arrivata.

In quel momento, Oikawa soltanto la vide, perché guardava in alto, verso Iwaizumi. E l'unica cosa che pensò di fare per proteggere entrambi, fu avvicinarsi a lui, e stringerlo in un abbraccio fermo e potente. Non li avrebbe smossi nemmeno la pioggia scivolosa, il caldo spompante, le rocce sbriciolate che scendevano dalla montagna.
In quel suo abbraccio era racchiuso il bene che provava per Iwaizumi, il suo ringraziamento per la sua sola esistenza.

«Maledetto Oikawa.»

Quando finalmente la frana si arrestò, l'alzatore poté separarsi dal suo schiacciatore. Lo guardò dritto negli occhi, e gli sorrise come se tutto il male provato fino a quel momento non avesse avuto più importanza.

«Iwa-chan.»

Il nome pronunciato da Oikawa, per Iwaizumi, sembrava ora quasi un miracolo.

«Posso farti un'ultima alzata?»

Parole: 1851.

// Sapete, ho trovato delle somiglianze fra la coppia iwaoi e i soukoku. In un certo senso, hanno dei tratti di carattere molto simili; per altri versi, invece, si differenziano tanto. Ad esempio, gli iwaoi sono prima di tutto amici. Si conoscono benissimo, si vogliono bene, cercando di aiutarsi a vicenda. Invece i soukoku non fanno che scontrarsi senza raggiungere una via di mezzo. O si distruggono, oppure non hanno modo per stare insieme. E questa differenza sostanziale mi ha permesso di separare bene le due coppie, senza mischiare elementi di una nell'altra, ma solo trattando gli iwaoi per come sono. Allo stesso modo, sono riuscita a scrivere di loro come se ne avessi sempre parlato e narrato le avventure. Mi sono sentita così vicina ai loro respiri che avrei voluto smettere di scrivere per immedesimarmi meglio in ciò che stavo immaginando dentro la mia mente. Pur non essendo un testo tanto lungo, credo che la loro profonda amicizia si sia percepita almeno un po', cioè, lo spero.
Ma fatemi sapere voi. \\

Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top