9. Problema con me e ora d'aria

Pov Sara

Mi rinchiusi nell'altra camera buttandomi sotto le coperte gelide.

Andasse a fanculo.

Io non facevo la madre? Erano cinque mesi che la prendevo in braccio costantemente, non dormivo, allattavo e basta e cambiavo pannolini su pannolini.

Sentii la frustrazione uscire dal mio corpo sottoforma di lacrime.

Ci eravamo rinfacciati cose che non ci eravamo mai detti, ma aveva iniziato lui, attaccando i miei comportamenti.

Io ero frustrata e stanchissima, ma lui sembrava avere un problema con me, anche piuttosto evidente. Era sempre nervoso e mi rispondeva stizzito.
Non che io fossi tranquilla, ma la mia era solo una stanchezza sovrumana e il bisogno di essere qualcos'altro oltre che una madre in funzione di Emilia.

Avrei semplicemente voluto una carezza, un bacio, un abbraccio da dietro, una parola carina.
E ogni volta che io provavo a farlo con lui, si irrigidiva, si alzava e andava da un'altra parte o mi diceva che fosse stanco.

Diamine, ero stanca anche io... ma a volte un gesto d'affetto ricaricava più di una mezz'ora di sonno.

Sentivo Emilia di là che continuava a piangere imperterrita e mi chiesi che diavolo di problemi avesse.

Perché piangeva così fottutamente tanto?
Era normale?

Le paranoie che avevo avuto in gravidanza si erano rivelate veritiere: non eravamo pronti per fare i genitori... o almeno, non per fare i genitori di una bambina così.
Il nostro equilibrio precario, costruito in pochi mesi di convivenza durante la gravidanza, era stato spazzato via da un tornado di dimensioni esorbitanti.

Per fare un figlio ci volevano basi ben più solide della nostra.
Noi avevamo avuto l'ardire di costruire un tetto di cemento sopra una capanna di paglia, era ovvio che sarebbe crollato tutto e quel crollo ci stava schiacciando.

Avevamo fatto della libertà il nostro mantra di vita, eravamo due menti brillanti e due persone con la voglia irrefrenabile di spaccare il mondo... e ora eravamo come due bombe a orologeria incastrate in una villa con una bambina che faceva scorrere veloce il timer per farci scoppiare, e più piangeva, più il tempo si accorciava.

Quelle erano solo le prime scintille ed erano decisamente pericolose, lo scoppio che si prospettava ci avrebbe distrutto.

Avremmo dovuto fare qualcosa per fermare quel disastro imminente, ma eravamo troppo stanchi per trovare una soluzione.

Ci stavamo semplicemente facendo trasportare alla deriva da un'onda più grande di noi.

A malapena trovavamo il tempo di mangiare, dormire o farci una doccia... come avremmo fatto a metterci a tavolino e ideare qualcosa?

Inoltre lui non voleva saperne.

Avevo proposto innumerevoli volte di portarla all'asilo nido il mese prossimo o di chiamare una baby sitter la mattina o di portarla anche semplicemente due giorni dai suoi genitori... solo per riprendere un po' di respiro e organizzarci in maniera decente.
Era irremovibile.
Aveva detto che non avrebbe parcheggiato sua figlia da nessuna parte perché non era un pacchetto ingombrante.

Mi resi conto che, a differenza mia, lui non era realmente stizzito dai pianti di Emilia... lui ce l'aveva con me.

Se la stanchezza fosse stata insostenibile come lo era per me, mi avrebbe dato ragione e avrebbe cercato soluzioni. Lui, invece, continuava a tenerla in braccio e, nonostante tutto, a guardarla come se fosse la cosa migliore dell'universo.

Era a me che riservava occhiate di disprezzo, era a me che rivolgeva le sue battutine acide e mi criticava costantemente per come stessi facendo la mamma.

Lui non sopportava la mia stanchezza e non sopportava il fatto che io volessi continuare a essere una donna oltre che una madre.

Quella consapevolezza mi fece più male della litigata che avevamo appena avuto.

★······★······★

Il giorno dopo ci ignorammo.
Io ero troppo orgogliosa per chiedere scusa e lui non era più disposto a fare il primo passo come aveva fatto tante volte.

Di norma, a fine giornata, avrei ceduto io ma la verità era che mi ero offesa più delle altre volte.
In primo luogo si era permesso di screditare il mio comportamento con gli uomini prima di lui e questo non mi andava giù.
Aveva osato mettere becco su quella che era stata la mia libertà.
E poi non riuscivo a farmi andare bene il fatto che ce l'avesse con me per un motivo non precisato e che si ostinava a tenere per sé.

La sera mi presentai in camera, allattai Emilia che mi si addormentò in braccio. La depositai sulla culla e andai di là.

"Dove cazzo stai andando?" furono le prime parole che sentii quel giorno.

"A dormire. Portamela stanotte quando deve mangiare" mi limitai a rispondere, chiudendo la pesante porta dietro di me.

Mi rifiutavo di condividere il letto con una persona che ce l'aveva a morte con me e che mi riservava quel trattamento. Non ero un oggetto, avevo tutto il diritto di provare determinati sentimenti, e un marito attento avrebbe dovuto capirli.

Il giorno dopo, se possibile, la situazione era ancora più gelida.

Approfittando di un momento di tranquillità di Emilia, mi chiusi in bagno, chiamando le mie amiche.

Avevo bisogno del conforto di qualcuno che per me ci era stato sempre, e loro c'erano state.

Mi sfogai al telefono e alla fine accettai il loro invito a uscire quella sera.

Avevo tentennato, sentendomi in colpa come se stessi abbondando mia figlia in un campo da sola.
Invece l'avrei lasciata con il padre, che a quanto pare aveva la presunzione di essere più intensivo di me con la sua pargoletta.

Almeno gli avrei dato un motivo in più per pensare che non stavo facendo la madre secondo le sue aspettative.

Mi vestii con cura dopo mesi. Quasi mi venne da piangere quando infilai ai piedi un paio di tacchi alti e mi misi il rossetto.

Non mi riconoscevo più.
Quella che vedevo allo specchio era la Sara che mi ero vantata di essere per tanti anni: libera e indipendente... e che ora non c'era più, atterrita dalla mancanza di sonno.

Ma come le occhiaie erano scomparse sotto il correttore, decisi che anche la stanchezza quella sera sarebbe scomparsa sotto un paio di tacchi e una serata tra amiche.

"Dove cazzo stai andando?" mi apostrofò sulle scale.

"Sei un disco rotto? Sai rivolgermi la parola solo per provare a controllarmi?" gli risposi a tono.

Sbuffò vistosamente. "Posso sapere dove diamine hai intenzione di andare vestita così?" riformulò la domanda.

"È comunque una domanda di merda e non sarebbero cazzi tuoi, ma ti rispondo per cortesia. Sia mai che chiami gli assistenti sociali per abbandono di minore. Esco con le mie amiche, ci vediamo stasera" sibilai.

Appena sentii l'inconfondibile rombo del motore della mia macchina, scoppiai in un pianto liberatorio.

Mi sembrava di essere un carcerato che assaporava la libertà vigilata dopo mesi di gattabuia. Quell'uscita era la mia ora d'aria.

Di fronte a un cocktail fottutamente alcolico, in un bar con le luci soffuse e con le mie amiche vicine, mi sembrò di tornare a respirare.

Avevo confidato loro delle mie paranoie, del mio bisogno di evadere, della situazione critica che stavo vivendo con lui ma poi avevamo accantonato il discorso "figli" parlando di argomenti ben più leggeri.

Quella leggerezza era stata un toccasana per me, come una mano aperta che mi aveva soccorso dopo mesi di buio.

Tornai a casa finalmente sorridente e ricaricata, mi erano mancate come l'aria.

Aprii la porta di casa con un peso in meno sulle spalle e li trovai sul salone, sul tappetino.

Improvvisamente Emilia mi sembrava diversa, più carina e decisamente più apprezzabile.

Mi avvicinai e lei si fiondò, gattonando, sulle mie gambe.

"Ciao, pulcina" sorrisi, tirandola su e stringendola a me.

Per apprezzarla avevo bisogno di staccare e quella consapevolezza mi fece bene.

Vivere h24 con una neonata urlante, seppure fosse tua figlia, ti mandava in fumo il cervello e finivi per non amarla nemmeno così tanto.

Mi era bastato un pomeriggio di solitudine e spensieratezza per provare la stessa gioia che avevo provato nel prenderla in braccio appena nata.

Anche lei, forse, captò il mio buon umore perché mi sorrise e mi scrutò con quegli occhioni verdi che erano bellissimi quando non erano pieni di lacrime.

"Ti sei divertita con papà?" la accarezzai, strizzando le guanciotte con le mani e annusando l'odore inconfondibile dei bambini piccoli.

"E la mamma si è divertita?" mi rispose lui, borbottando.

"Sì, molto. E dovresti uscire ogni tanto anche tu, perché ricarica più di una nottata di sonno. Ne hai bisogno" decisi di rispondere con un tono più amichevole del suo.

Non volevo litigare.
Ero di buon umore.

"Non ho bisogno di niente" rispose con un grugnito.

"Ne sei sicuro, Mik?" decisi di prenderlo in contropiede chiamandolo con quel nomignolo.

"Dai, vieni qua a giocare con noi" gli feci cenno di sedersi sul tappeto.

Pov Michele

Con quale coraggio stava facendo la parte della mogliettina premurosa quando, nemmeno quattro ore prima, se ne era andata di casa con paio di tacchi vertiginosi e una maglioncino talmente scollato da essere letteralmente indecente?

Non si rendeva conto di come si era vestita?

Quando l'avevo vista sulle scale mi era crollato il mondo addosso.

Per quale cazzo di motivo continuava a essere così fottutamente sexy?

Appena se ne era andata, io mi ero guardato allo specchio e mi ero reso conto di sembrare una sorta di scappato di casa, sentendomi inferiore.

I miei capelli non avevano una forma e quella tuta grigia era sgualcita in maniera vergognosa, per non parlare delle occhiaie bluastre sotto gli occhi.

Avevo provato una sensazione che assomigliava alla gelosia bruciante. Era ancora più bella dopo la gravidanza e quella gonnelina sottolineava i fianchi ancora più sinuosi che, per ironia della sorte, finivano solo per esasperare il suo punto vita che era tornato a essere stretto dopo qualche mese.

Per non parlare del seno, che stava letteralmente esplodendo strizzato in quella scollatura a cuore.

Aveva ragione quando mi aveva rinfacciato che le sarebbe bastato mettere un piede fuori casa per trovare uno stuolo di uomini.

Subito dopo mi ero innervosito, pensando che la sua voglia di essere sensuale cozzava fin troppo con il ruolo che ora ricopriva.

Si andava a divertire con le sue amiche come se non avesse la responsabilità di una bambina addosso.

Si vestiva come se quel corpo non fosse lo stesso corpo su cui si addormentava sua figlia.

Il desiderio sessuale che avevo provato a vederla in quel modo, mi aveva solo fatto incazzare di più.

"Non mi sembra l'abbigliamento più adatto per giocare con tua figlia" la pungolai.

"Perché no? Guarda, si sta divertendo!" mi rispose lei, pacata, come se non la stessi provocando.

Come a farsi beffe di me, Emilia si aggrappò al suo maglioncino con un gridolino eccitato, contribuendo a rendere più profonda quella scollatura.

"Lo vedi? Dai, vieni qua, che ti torna il buon umore" continuò lei, con un sorrisetto.

Deglutii, distogliendo lo sguardo dal pizzo nero che faceva capolino dalla maglietta.

"Vedo solo che sei mezza nuda" bofonchiai.

"Esagerato" mi rispose lei, agguantando Emilia che nel mentre si stava arrampicando sul tavolinetto basso.

"Non credo tu possa badare a una bambina con quei tacchi" borbottai.

"Beh, vieni a togliermeli" ammiccò.

La guardai di traverso. "Che cazzo di problemi hai? Ti sembrano battute da fare davanti a lei?" quasi urlai.

"Come sei suscettibile! Che ho detto? E poi mica capisce quello che diciamo... mi sembra che qualche problemino con me ce l'abbia tu, non lei" mi stuzzicò.

Sbuffai, girandomi di spalle.

"Non ho nessun problema" sibilai, indispettito.

"A me sembra che tu sia ritornato a essere sessuofobico, come le prime volte che ti rapportavi con me" mi rinfacciò da dietro.

Ma avevo già salito le scale e mi ero fiondato in terrazzo a fumare.

Sessuofobico?
Che cazzo di termine era?
Era così sbagliato non voler infilare il cazzo nella madre di mia figlia?
Con che coraggio avrei guardato negli occhi Emilia se due minuti prima stavo fottendo la madre sulle scale, come facevamo prima che nascesse?
Non ci riuscivo proprio e il fatto che lei mi facesse notare in ogni singolo momento quanto fosse attraente mi mandava in bestia.
Era ovvio che mi venisse duro a guardarla se continuava a mettere quei leggins strettissimi o quei completini intimi da capogiro.
E ogni singola volta che provavo attrazione per quel corpo statuario, mi innervosivo oltremodo perché ero assalito dai sensi di colpa nei confronti di Emilia e non riuscivo nemmeno a comprendere il perché per lei non fosse la stessa cosa.

Non riuscivo a capacitarmi che lei avesse altri desideri all'infuori della felicità di sua figlia.
Come poteva desiderare altro e richiederlo senza troppi giri di parole?
Come solo riusciva a uscire vestita di tutto punto senza provare rimorso nei miei confronti e nei confronti di Emilia?

Non era quello il mio ideale di madre e non riuscivo a perdonarle quell'atteggiamento che per me era incomprensibile.

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