4. Sakamoto Ichiko
Passare il Natale insieme a Ichiko per me è come una boccata d'aria, presa all'improvviso dopo giorni di apnea. Il solo averla accanto mi rende felice e spensierata.
Ho sempre pensato che Icchan fosse molto più matura di me, o dei miei amici. Ha uno spiccato spirito di osservazione che raggiunge i livelli di Seiji e la sua ironia non ha rivali. Riesce a scherzare rimanendo di una serietà assoluta e coglie subito, viceversa, l'espressione di qualcuno che non sta facendo sul serio. Forse è la sua estrema intelligenza a farmelo pensare, oppure il suo essere sempre raffinata e controllata anche quando la situazione sembra tesa e le persone nervose. Se io penso di essere il filo che tiene tutti legati e uniti negli anni che passano, lei allora rappresenta tutti gli elementi che lo compongono. Io avvolgo i membri del gruppo e li intreccio facendo divertire me stessa a scoprirne punti in comune o nascosti; Ichiko invece, lei... si occupa di non lasciarmi sfaldare in tanti altri fili infiniti, di non farmi perdere tra i mille ghirigori che io vado creando senza curarmi della pericolosità dei miei gesti. Ichiko ci permette di non incartarci in noi stessi, e ci slega nei momenti più cupi. Quando appare con le sue particolari acconciature rasserena inconsapevole l'animo di tutti noi. Se non l'avessi conosciuta otto anni fa o non si fosse subito ambientata nel nostro gruppo, probabilmente ci saremmo separati già da tempo, in modo naturale e perfino indolore. Invece siamo ancora insieme, tutti, e siamo l'uno la spalla dell'altro.
Un giorno ho parlato di Icchan al signor Ogawa; avevo appena finito delle attività con il mio club, e mi sentivo particolarmente motivata a continuare il lavoro non concluso a scuola. Ma quando ero arrivata al negozio, lui era impegnato in una sistemazione generale e avevo deciso di aiutarlo. Nel frattempo... parlavamo.
«Ci siamo incontrate per la prima volta a una scampagnata con amici di famiglia. Suo padre era stato invitato perché rischiava di isolare troppo Ichiko-chan dopo la morte della mamma.»
Stava sistemando i soprammobili delle mensole vicino l'ingresso del negozio, e io gli passavo gli oggetti, posti dentro delle scatole, che voleva aggiungere alla vetrina.
«Deve essere stata dura per la signorina Sakamoto,» per un momento girò la testa e mi guardò, e poi mi domandò, «come avete fatto a diventare amiche? È curioso che, in una situazione talmente delicata, lei sia riuscita ad aprirsi con te.» si voltò di nuovo riprendendo la sua attività.
«Mi sono avvicinata io a lei. Era una bimba abbastanza tranquilla, e sembrava pure socievole, ma se ne stava sempre sola con il padre.»
«Cara,» Ogawa mise a posto l'ultimo oggetto che io gli porsi, uno scrigno dall'aria medievale ma poco costosa, e mi guardò con i suoi occhi grigi che alla luce fioca del negozio risultano scuri e molto intensi, «il tuo nome significa "bellissima cura". Io penso proprio che la tua amica sia riuscita a capirlo, e in qualche modo...» sembrò esitare prima di concludere «... si sia lasciata curare da te.»
Mi si avvicinò, mi appoggiò la mano sulla spalla, e io mi sentii scrutare fino all'ultima briciola della mia anima perduta.
«Il tuo nome calza proprio a pennello.» ma la sua frase sembrava completamente scollegata rispetto a quello che aveva detto prima, come se si fosse riferito a qualcos'altro. Rimasi senza alcuna risposta a quella sua affermazione, ma ricordo di essermi sentita all'improvviso di una pesantezza immane, come se mi avesse lasciato sulle spalle un carico che da sola non sarei riuscita a sopportare.
Rimasi lì da lui quel tardo pomeriggio, l'indomani avrebbero dato i risultati degli esami prima dell'inizio delle vacanze invernali e non avevo di meglio da fare. Io me ne stavo chinata sul tavolino della cucina, mentre disegnavo alcune stampe per il club che avevo già cominciato; il signor Ogawa, invece, gironzolava per il negozio fermandosi a fissare qualche volta l'orologio più vecchio e malandato del negozio, piccolo e ormai non più funzionante. Ci passava sopra la mano, sorrideva, poi veniva a fare capolino da me e mi faceva i complimenti per il disegno.
«Questo è un talento, non è semplice bravura!»
Il signor Ogawa, però, non aveva dimenticato il discorso che stavamo avendo prima su Ichiko. Continuò a volerne parlare, come se non fosse stato soddisfatto.
«La signorina Sakamoto è innamorata di qualcuno?»
Alzai il viso verso di lui, e cominciai a mettere a posto tutti i miei strumenti, mentre rispondevo.
«Penso di sì, ma la situazione sembra difficile.»
«Si dice che siano gli esseri umani a rendere le situazioni della vita complicate o impossibili da risolvere. Spesso la colpa, però, è solo data dal silenzio. Se fossimo tutti più sinceri e rispettosi nei confronti dei nostri sentimenti, quante cose potrebbero semplificarsi?» si sedette sulla sedia di fronte a me, per guardarmi meglio; ma come in altri momenti, pensai che non stesse davvero guardando me.
«Non è questo il punto...» provai a spiegare «... è che non posso di certo costringere Icchan a dichiararsi, se non è prima convinta lei stessa che sia una buona cosa.»
«Non è per forza una buona cosa,» il signor Kenta ridacchiò, come se per la prima volta si stesse prendendo gioco di me, piccola e inesperta, «ma è pur sempre qualcosa, no?»
Io non ribattei.
Adesso che sono con Ichiko, mi torna alla mente quel discorso e mi sembra quasi naturale raccontarglielo. Anche se ancora non sa nemmeno di Ogawa.
«Ho conosciuto una persona.» esordisco, mentre camminiamo tra i vicoli più trafficati in cerca di un locale libero per cenare. Lei si volta di scatto verso di me, come esaltata dalla cosa. «Chi?» sorride maliziosa, ma io scuoto la testa.
«Un semplice amico. È il proprietario di un negozio vicino casa mia. Non ti fare strane idee, ha più di ottant'anni!» rido, osservando la sua espressione delusa. «Ma è speciale. Riesce a parlare in maniera comprensibile anche per una cocciuta come me. E mi racconta tante cose sui suoi viaggi per l'Europa, su sua moglie Sakura e sull'amore che prova per lei anche se sono cinque anni che non c'è più.»
«Oh,» esclama, «è meraviglioso, Miho-chan.»
«Sai, mi ha detto... che spesso siamo noi a complicarci le cose con il silenzio, soffocando le nostre emozioni più intense.» inizio il discorso decisa, dopo un attimo di esitazione. Ichiko sta ad ascoltarmi in silenzio, aspettando di sentire dove voglio arrivare.
«Ho pensato che fosse una cosa da te, soffocare i sentimenti che provi per Yoichi senza nemmeno provare a fare qualcosa.» le indirizzo il mio sguardo più dolce, e lei ricambia con un sorriso rassegnato.
«Lo sai pure tu che io e Ishikawa non possiamo funzionare. Con il tempo mi passerà, e sarà come se non avessi mai provato nulla.»
«Ti dimenticherai anche dei suoi abbracci?» incalzo, senza mollare un secondo l'argomento. Percepisco la sua voglia di scappare e sminuire la cosa.
Sì, forse sono un po' ipocrita io. Sono la prima a non voler parlare di cosa provo, soprattutto di questi tempi. Eppure non nasconderei mai i miei sentimenti verso una persona. Se il malessere riguarda me non ho nulla da obiettare; ma parlo sempre molto sinceramente agli altri di cosa sento, anche se fa male, so che può aiutare qualcuno.
Ichiko si ferma tutto a un tratto, le vedo stringere il sacchetto, e abbassa lo sguardo.
«Mi dispiace, Miho-chan, ma la mia è una causa persa.»
«Nemmeno ci hai provato!»
«No, Miho-chan!» alza la voce e alcune persone si girano verso di noi; borbottano qualcosa e poi tornano ai loro affari. «No, e non voglio provarci. Sono incapace perfino ad ammettere di provare qualcosa, figurati se mi potrei esporre tanto con una persona come lui! Ha quell'atteggiamento così solare, ma allo stesso tempo presuntuoso e provocatorio, che non penso riuscirei a spiccicare una singola parola con lui. Cioè, riesco a farlo tranquillamente e mi diverto anche a stuzzicarlo, ma lo sai che se dovessi davvero provarci non ci riuscirei. Romperei l'equilibrio del nostro gruppo, rovinerei la vita di altre persone!» prende fiato, avvicinandosi di più a me per non urlare.
«Yoichi Ishikawa è Yoichi Ishikawa. E io sfortunatamente non sono parte del suo mondo perfetto.»
Decido di non ribattere più. È evidente che l'argomento la disturba più del dovuto, e non voglio rovinare la nostra serata di Natale. Mi scuso per aver insistito, e lei liquida tutto con una scrollata di spalle e un sorriso bellissimo in viso. Mi viene quasi da arrossire, per quanto splendido sia. Nonostante ciò, la conclusione di questo argomento non mi soddisfa proprio; continuo a rimuginarci mentre camminiamo, sorprese entrambe, ma non troppo, dalla bellezza delle decorazioni natalizie dei tanti negozi che vediamo.
Ichiko è una ragazza molto consapevole di se stessa e degli altri. La sua consapevolezza è forse imparagonabile alla mia e a quella dei miei amici. Per questo spesso non so perché stia con noi; cosa ci veda in me, o in Yoichi, se molte volte nemmeno noi la comprendiamo, me lo chiedo sempre. Non mi rendo conto di tante cose; Ichiko mi sta accanto, cammina tranquilla e sembra allegra, e intanto io mi preoccupo di non riuscire ad aiutarla. Eppure il signor Ogawa ha detto che il mio nome calza a pennello. Calza a pennello per cosa, però? Perché, quando mi dice cose del genere, non mi sembra mai parlare davvero per me, ma per qualcos'altro? Bellissima cura... Sarò pure una cura, ma più che bellissima direi inconsapevole. Come le feste che arrivano, anche se non decidono loro quando; inconsapevoli di cambiare la routine della gente, prorompenti nelle loro tradizioni, infermabili. Anche se adesso che sto a pensarci, il confronto non mi convince pienamente. Le feste non sono una cura, sono una pausa. O per riposarsi, o per pensare a ciò che si è fatto prima di esse. Io non faccio riposare nessuno, anzi aumento soltanto la preoccupazione della gente per me.
Ho capito che devo smetterla di comportarmi così. Il mio atteggiamento non cura proprio nessuno, e me ne rendo conto soprattutto dopo le parole di Kenta Ogawa. Probabilmente l'ha detto solo perché gli ricordo qualcuno che conosce, e non perché io sono davvero una cura bellissima.
Finalmente io e Ichiko troviamo un locale con qualche tavolo ancora libero, e prendiamo posto, spogliandoci dei cappotti e lasciando le buste delle nostre compere a terra, vicino a noi. Siamo in uno di questi ristoranti abbordabili, con la tivù a portata di tutti per seguire i programmi festivi, il bancone per l'aperitivo, i bagni con le porte di legno. Ha un che di rustico, e l'aria che si respira è così buona che non vedo l'ora di ordinare la nostra carne.
«A capodanno saremo tutti insieme, dopo tanto tempo.»
«Già, Icchan. Sarà bello, come ogni anno.»
«Però questo sarà l'ultimo in cui saremo tutti qui a Kyoto.» la sua voce si abbassa di colpo, e il suo sguardo che prima vagava fra i piatti del menu davanti a lei lo vedo arrestarsi in un punto e fissarlo.
La guardo. Dopo un pomeriggio con lei, non le avevo ancora visto come si è acconciata i capelli. E noto che sono più normali del solito: da una parte tenuti con una molletta azzurra, dall'altra lasciati liberi sulle spalle. Il loro castano chiaro sembra come tinto apposta, e si mischia perfettamente alle sfumature rosate residue del vecchio colore che aveva prima. Vorrei poter fermare il tempo a questo momento, così tranquillo, lontano dal futuro, eppure così furiosamente in corsa verso esso.
«Chi te lo dice? Magari alla fine rimarremo tutti qui, non puoi saperlo.» cerco di sdrammatizzare, ma non penso ce ne sia reale bisogno. Ichiko non sembra triste, sta solo constatando il fatto che alla fine del liceo ognuno prenderà strane differenti, e nessuno può sapere dove ci porteranno. Lei ha ancora un anno di tempo per pensarci, ma stando con noi è naturale che si preoccupi.
«Sì, lo so. A proposito, comunque, hai scelto cosa fare?» mi guarda con gli occhi scuri e un accenno a un sorriso tranquillo.
Trovo la domanda quasi peggiore di quella posta qualche ora fa. Mi sento stringere in petto, e cerco di prendere un grosso respiro e non distogliere lo sguardo; dopo pochi secondi però non ci riesco e mi metto ad ammirare l'inutile tovagliolo che avvolge le mie bacchette. Non posso perdere il controllo di nuovo. Devo crescere, così scappo e basta. Ma ammettere di non avere idea della scelta da fare è così umiliante, per me. Stringo le mani sotto il tavolo in due pugni, continuo a prendere tempo sperando che in qualche modo Icchan dimentichi la domanda.
Invece esclama solo: «Ti prego, non mi morire in questo posto delizioso. Voglio mangiare la carne insieme a te, non portarti all'ospedale!» il suo tono è leggero, di una frivolezza raffinata come i suoi modi.
Non posso fare a meno di spostare il mio sguardo su di lei. Rimango un attimo interdetta. Poi scoppio a ridere. E rido tanto, ride anche lei. Mi sembra assurdo, ma è la prima vera risata che facciamo in tutta la giornata. All'improvviso mi sento libera, i dubbi che mi tormentavano svaniscono, e anzi inizio a parlarne con Ichiko senza troppi problemi. Lei mi rassicura, e mi propone di cercare insieme una soluzione. Dopodiché chiudiamo il discorso e iniziamo a ordinare la nostra cena.
Ichiko è una persona necessaria alla mia sopravvivenza. E in qualche modo penso che sia una cosa reciproca. Lei mi rende più forte, anche se io non faccio che innervosirla con la mia insistenza su certe cose. Ichiko è il mio angelo custode, e io darei la mia vita per curarla dai suoi mali. Mi offre sempre una possibilità di redenzione, non mi abbandona, e alleggerisce ogni tipo di tensione. Penso di provare un amore speciale nei suoi confronti. Non si tratta dell'amore che mi narra il signor Ogawa, però. È qualcosa di più viscerale, indistruttibile come quello romantico ma molto più tollerante e per questo facilmente duraturo. Anche io la voglio proteggere avvolgendola con le mie braccia quando si sente triste. Anche io voglio farla ridere come lei fa con me nei momenti in cui non so come procedere nella vita quotidiana, alle domande quotidiane. Ichiko si merita l'amore di cui mi parla il signor Ogawa, lei sì che ne sarebbe degna, di vivere come lui. Riesco a vederla, da grande, mentre si prende a cuore una ragazza o un ragazzo come me, e li guida nel loro cammino. Riesco a vederla, e mi sembra perfetta.
«Sakamoto Ichiko.» dico solenne, cercando di trattenere le risate.
«Hideyoshi Miho!» lei non smette, invece.
Solo per un istante ci fermiamo, e io ne approfitto per insinuare, tra le nostre risa sospese, il mio bene per lei. Dopo le mie parole, arriva la nostra ordinazione, e iniziamo la nostra cena di Natale, affamate senza nemmeno accorgercene. La notte è serena. Le stelle non si vedono molto per via delle luci della città, ma la notte è comunque serena.
Proprio come noi in questo momento.
«Ti ringrazio.»
~~~
Buonasera.
Spero non troviate troppi errori, non ho potuto controllare benissimo il capitolo. Sono un po' curiosa di sapere che ne pensate di Ichiko, e della sua relazione con Miho... E poi ci risentiremo il prossimo sabato, quando, finalmente, vedremo tutti gli amici di Miho nello stesso capitolo.
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