Capitolo 19. Ho partecipato a una rissa e ne sono uscita viva. O forse no.
NON VE LO STATE IMMAGINANDO! HO DAVVERO PUBBLICATO UN NUOVO CAPITOLO TRASHISSIMO!
*lacrime di gioia e applausi dal pubblico*
Piccolo recap perché è da ottobre che non aggiorno: dopo che Ars ha rubato (o preso in prestito) una Ferrari e Irene è uscita di nascosto dalla propria stanza, i nostri 3 baldi amici si recano al Black Lotus, il casinò più in voga del momento e del quale hanno trovato una fiche nella stanza della vittima, per indagare.
Sherlock scompare in un buco di trama e la Adler ha la brillante idea di seguire il tizio losco che lei aveva colpito al bed-and-breakfast, e che al momento sta picchiando l'indiziato numero due.
Le cose si fanno più spicy, dato che dallo spezzone di conversazione che la nostra quattordicenne preferita sente, stanno cercando lei e i suoi amici per menarli o qualcosa del genere.
***
Mi piacerebbe dirvi che quella sera al casinò Black Lotus io riuscii ad avvertire in tempo i miei amici e che tutti insieme riuscimmo a svignarcela senza alcun problema, ma purtroppo le cose deragliarono dai propri binari, diciamo, e anche più del previsto.
Che.strano.
Ma andiamo per ordine.
Subito dopo aver sentito quella sottospecie di mafioso losco annunciare il suo piano felice di ammazzarci, mi staccai dalla porta con il cuore che mi batteva all'impazzata contro la gabbia toracica e cominciai a correre lungo quel corridoio vuoto con i miei dannatissimi tacchi in una mano e la mia pochette nell'altra.
Non credo di aver mai corso così velocemente in tutta la mia breve vita, a dire la verità: rischiavo di essere scoperta da un momento all'altro, il mio telefono non prendeva e non avevo idea di cosa stesse in quel momento succedendo nella sala da gioco. Arsène probabilmente era più al sicuro di tutti, dato che era poco probabile avessero visto in faccia, ma sospettavo che si sarebbe messo nei guai se di mezzo c'era la sicurezza di Sherlock.
Deglutii e svoltai l'angolo nello stesso momento in cui dei passi cominciarono a risuonare alle mie spalle. Mi guardai disperatamente intorno in cerca di Holmes e appoggiai la schiena contro il muro, per appoggiarmi mentre mi rimettevo le scarpe, ma ovviamente l'inglese non si trovava da nessuna parte.
Che odio. Quel demente sociopatico non c'è mai quando serve.
Lanciai un'occhiata nervosa al tavolo delle puntate, dove in teoria doveva trovarsi ancora Lupin. Grazie a Dio era ancora lì, a parlare con Christopher Caufield con un sorrisetto di uno che la sapeva lunga e, a giudicare dall'espressione accigliata dell'uomo, potevo dire il mio amico aveva vinto un bel po' di roba.
Mi passai una mano tra i capelli, pensando per la prima volta che tingerli di viola melanzana fosse stata effettivamente una pessima idea: quei criminali stavano letteralmente cercando una tipa dai capelli colorati in un club di gente straricca che probabilmente pensava fossi una emo degli anni 2000. Era come avere una freccia fluo sopra la testa che mi indicava.
- Hey...uhm ti stavo cercando-, fu la prima cosa che dissi a Lupin non appena lo raggiunsi. Il ragazzo alzò lo sguardo dal gioco e mi guardò per qualche secondo con fare perplesso: le cose non dovevano andare così e Christopher Caufield mi stava fissando in un modo che non mi piaceva affatto.
Il mio amico si affrettò a fare un sorriso da cascamorto e inclinò la testa di lato come per scrutarmi meglio. Aveva capito che che era successo qualcosa. - Agnès...non pensavo di incrociarti stasera-
- Nemmeno io ahahah-, ridacchiai come se fosse la cosa più esilarante del mondo. Stavo avendo un crollo nervoso e la mia risata era qualcosa di molto simile al verso di un'oca che stava morendo soffocata. Gesù.
E poi di punto in bianco Arsène fottuto Lupin mi circondò la vita con una mano e io ascesi nei cieli assieme ai santi. Lo fissai, non ricordandomi nemmeno come respirare, e sbattei le palpebre più volte, completamente paralizzata.
Quasi quasi potevo sentire l'eco di un coro angelico.
- Signor Caufield...le presento la mia amabile amica Agnès De Givencourt-
Gli lanciai un'occhiata allarmata prima di abbozzare un sorriso tirato. Che cazzo stava facendo?!
-Ehm...buonasera-, biascicai evitando lo sguardo dell'uomo.
Lui non sembrò accorgersene perché allungò una mano sopra il tavolo, porgendomela, per poi ridacchiare. - E' un vero piacere fare la vostra conoscenza, Agnès-
Ahahaha.
Salvatemi.
- Già...-, mormorai e poi abbassai lo sguardo sul mio amico, ignorando completamente il tizio di fronte a noi, -Credo che sia ora di andare, si sta ehm...facendo tardi-
Lupin inarcò un sopracciglio. -Di già?-
Dio Santissimo.
-Sì, di già-, dissi a denti stretti. I miei palmi stavano sudando ed ero sicura che da un momento all'altro mi sarei messa a gridare di frustrazione.
E sinceramente non avevo idea che cosa stesse passando per la testa di quel maschio bianco un po' troppo attraente, ma un attimo dopo si stava scusando con il nostro sospettato principale e si stava alzando, prendendomi per mano e trascinandomi via dal tavolo delle puntate.
- Dove cazzo è Sherlock?-, chiesi guardandomi intorno.
Il casinò si stava riempendo di gente, ma rimanevamo comunque al centro del locale, completamente allo scoperto. L'ansia mi stava mandando in iperventilazione.
- Non ne ho idea-, Arsène mi afferrò entrambe le spalle, costringendomi a guardarlo dritto negli occhi. Non che mi dispiacesse. -Che cosa sta succedendo, Irene?-
Deglutii. -Gli uomini dai quali siamo scappati quando siamo andati al B&B sono qui e ci stanno cercando. Mi sono sembrati abbastanza incazzati-
Il francese imprecò, passandosi nervosamente una mano tra i capelli.
- Dobbiamo trovare William e andarcene-
- Buongiorno.-
E fu in quel momento che vidi l'uomo che ci aveva controllato i documenti all'entrata farsi strada tra tavolini e persone più che brille, con gli occhi fissi su di noi. Stava dicendo qualcosa alla trasmittente e qualunque cosa fosse non prometteva nulla di buono.
- Abbiamo un problema-, mormorai, ma lui stava guardando me, borbottando qualche cazzata sul come dovevamo rintracciare l'inglese.
- Hai ragione, qua dentro non c'è campo e potrebbe essere un problema raggiungerlo...-
- No Arsène...-
- ...anche se mi sembrava di averlo visto travestito da cameriere qualche secondo fa...-
- Porca troia Arsène! Ascoltami!-
- Certo che però...-, ma non gli lasciai finire la frase perché gli afferrai il mento e lo feci scattare di lato, costringendolo a voltarsi verso l'uomo che si stava dirigendo a grandi falcate verso di noi, e che ora non era più da solo.
Magnifico, semplicemente magnifico.
- Oh merde...cosa facciamo?-
- Ci leviamo dai coglioni -, dissi prima di girare i tacchi e cominciare a correre come se ne valesse della mia vita. Un po' era così. Un po' tanto.
***
So che sono stata abbastanza chiara sul fatto che fare lo sprint della tua esistenza con un tacco dodici di scarpa e un vestito aderente non è esattamente la cosa più comoda del mondo, ma lasciatemelo ripetere perché quella notte feci cose per me umanamente non immaginabili. Tipo attraversare correndo un casinò strapieno con il ragazzo più figo che avessi mai avuto il piacere di incontrare perché c'erano dei dannatissimi criminali che volevano tagliarmi la gola o qualcosa del genere.
Mi facevo spazio tra la gente a gomitate, il sudore che mi scendeva giù per la schiena e una crisi nervosa in arrivo. Arsène apriva la strada, indicandomi dove girare.
Avevamo già superato la stanza dei fumatori, e sapevamo entambi che non potevamo scappare per sempre, con tutte le uscite bloccate e tre tizi alle calcagna. Era solo questione di tempo, pensai.
Le persone si giravano di tanto in tanto per guardarci incuriosite, quando non erano troppo prese dai loro soldi o dalle loro conversazioni sui soldi, e mi immaginai che doveva essere una visione abbastanza curiosa: due ragazzini in abiti eleganti che fuggivano per qualche motivo.
Forse pensavano che avessimo rubato qualcosa. Il che era assolutamente possibile, dato che qualche minuto prima avevo adocchiato il francese mettersi in tasca un Rolex che prima non gli avevo visto addosso.
Dopo un po' superammo tutte le sale, arrivando alla serie di corridoi nei quali poco prima mi ero avventurata per spiare l'uomo del bed-and-breakfast.
- Prova a forzare una porta!-, esclamai, voltandomi nello stesso istante in cui il tipo della sicurezza girare l'angolo. Girai la maniglia più vicina. Bloccata. Quella che seguì, idem.
La mia voglia di strillare saliva di secondo in secondo.
- Irene!-, chiamò il mio amico. Mi abbassai di colpo, giusto in tempo per evitare un cazzotto dritto in faccia. Rifilai una gomitata alla cieca, seguita da un grugnito di dolore, mentre Arsène diede un calcio a quello che lo stava approcciando.
E poi qualcuno mi afferrò per i capelli.
E io gridai con tutta l'aria che avevo i polmoni, per poi mordere il braccio del mio aggressore, forte, e colpendolo con la mia pochette con tutta la violenza che avevo in corpo.
L'uomo lasciò la presa e io ruzzolai all'indietro. Venni strattonata velocemente da Lupin, indietro, al sicuro, anche se temporaneamente.
Bloccammo la porta dall'interno, chiudendoci all'interno di quello che doveva essere uno sgabuzzino che lui era riuscito ad aprire, sprofondando nella penombra.
- Stai bene?- , il tono del mio amico era urgente, mentre mi scrutava da testa a piedi in cerca di danni.
Gonfiai le guance come una bambina, trattenendo le lacrime. -I miei poveri capelli, la mia testa...-, biascicai e mi portai le mani alla faccia, -Ma chi cazzo me l'ha fatto fare...-
A quel punto cominciarono i colpi alla porta. Stavano cercando di sfondarla.
- Cazzo cazzo cazzo-, imprecò Lupin, scrutando lo spazio minuscolo in cui eravamo bloccati in cerca di qualcosa con cui barricare l'ingresso. Ci circondavano due armadi a muro di metallo, ai rispettivi lati opposti, dall'aspetto fin troppo pesante per anche solo smuoverli di un millimetro e che arrivavano fino al soffitto.
Eravamo in trappola.
- Moriremo-, dissi dopo un attimo di silenzio, intervallato dai colpi incessanti. -Moriremo e io non ho nemmeno mai baciato qualcuno. E' così...imbarazzante-
Il ragazzo si girò verso di me. - Non hai davvero mai dato il tuo primo bacio?-
- E' letteralmente quello che ho appena detto-
I suoi occhi neri si fissarono su di me e per un attimo fu come se nessuno dietro una porta ci volesse piantare un coltello nella testa. Trattenni il respiro, rendendomi conto solo ora di quanto fossimo vicini.
Probabilmente vi starete chiedendo come è possibile che in una situazione del genere la mia mente fosse più vuota di una fottuta zucca e fosse invece popolata dal solo e unico pensiero di voler limonare Arsène Lupin.
E' possibile e basta.
Perché se foste stati voi nella mia stessa situazione, scommetto che avreste dimenticato pure in quale secolo ci troviamo.
Comunque, tornando alle cose importanti. Stavo probabilmente sbavando e la sua faccia era vicina alla mia.
Questo ci mostra che nemmeno lui usasse il cervello, ma qualcos'altro che non nominerò perché voglio bene a mia madre, dato che i cardini della porta sembravano proprio sul punto di cedere.
Ma tanto non è che potessimo scappare da qualche...
Dei colpetti leggeri ci fecero bloccare sul posto, infrangendo il momento. Non provenivano dalla porta, ma dall'alto, e sembravano fatti contro del vetro.
Entrambi guardammo su, scoprendo con grande stupore una finestrella che fino ad allora non avevamo visto, a tre metri da terra. Ma non fu quello a farmi esultare.
- Sbrigatevi!-, urlò quel fenomeno di un William Sherlock Holmes, dall'altra parte del vetro. Aveva la faccia sporca e i capelli sparati in tutte le direzioni, come se fosse ruzzolato dentro un camino. Conoscendolo, era possibile.
E non seppi se volevo piangere di gioia o dargli un cazzotto sul naso.
I colpi si fecero sempre più forti e le grida si intensificarono.
Un cardine cedette, facendo inclinare la porta in una strana angolazione verso di noi.
Porca di quella-
Con un calcio mi liberai velocemente delle scarpe, mollandole a terra. Non era l'opzione migliore dato che erano di mia madre, ma in quel momento me ne fregai, deglutendo alla vista della scalata che stavo per compiere. La pochette invece me la tenevo appesa al contrario sul collo, dato che non avevo intenzione di mollare il mio telefono e i soldi.
Le mie mani sudate e scivolose trovarono appiglio per miracolo sulle mensole di metallo freddo dell'armadio a destra, mentre Arsène faceva la stessa cosa su quello sinistro, e cominciammo ad arrampicarci su di esso, pregando che quei cosi non cadessero all'indietro.
L'armadio faceva rumori strani sotto al mio peso, e io trattenni il respiro quando poggiai il mio piede sulla quinta mensola, a due metri da terra.
Sherlock aprì con una spinta la finestra e il francese fu fuori in un attimo. Il suo armadio oscillò e i ragazzi mi afferrarono per le braccia, giusto prima che esso mi crollasse addosso con un fracasso micidiale e assordante, issandomi in alto.
Santa Madonna, ti accendo un cero non appena vedo una chiesa.
- Sto per piangere-, fu la prima cosa che dissi quando le caddi in ginocchio sull'asfalto, strisciando via dalla finestra. La porta doveva essere stata bloccata completamente, dato che nessuno accorse.
- Lo stai già facendo-, commentò Holmes come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Lo era, ma questo non importa a nessuno.
- Grazie mille, mio dolcissimo Einstein-, sibilai, guardandolo con rabbia mal contenuta. Era seduto a terra insieme all'altro genio, con la schiena contro il muro e il respiro pesante.
-Di niente, ragazzina-
Alzai gli occhi al cielo. Quanta pazienza.
Ignorai il suo nomignolo snervante e invece gli puntai il dito ancora tremante contro. - Si può sapere dove ti eri cacciato?-, e poi gli lanciai un lunga occhiata, a lui e ai suoi vestiti mezzi lerci, -E come ti sei conciato così?-
In tutta risposta fece un sorrisetto che non piacque per nulla.
- Mentre voi due non contribuivate nemmeno per sbaglio al caso scambiandovi sguardi vomitevoli, io mi informavo della frequenza delle visite al casinò della nostra vittima-, disse con la sua irritante voce da so tutto io.
- E informarti presupponeva che facessi lo spazzacamino?-, chiese Lupin in tono canzonatorio.
Sherlock alzò gli occhi al cielo. -Qualcosa del genere. Ho dovuto fare il giro di tutti i condotti di aereazione per non farmi vedere dalle telecamere-, sospirò prima di continuare, -la nostra ipotesi era corretta: era sommerso dai debiti già da un po'-
- Pensi quindi che suo cugino c'entri qualcosa?-, domandai facendo una smorfia disguastata nel nominare Christopher Caufield. Ew.
L'inglese fu sul punto di rispondere, ma si bloccò di colpo, lo sguardo su qualcosa alle mie spalle. Lupin strinse le mani in un pugno.
Aprii bocca per chiedere che cosa stesse succedendo, ma le parole mi morirono in gola quando udii un clic metallico.
- Ehi ehi ehi ehi!-, esordì una voce familiare. Mi voltai lentamente, il cuore che batteva all'impazzata, e il mio occhio registrò prima il luccichio di una lama e poi il volto del tizio enorme davanti a noi.
Era quello che avevo colpito con una sedia alla testa. Non era solo.
- Ma buonasera, bambini. Dove pensavate di andare?-, continuò, facendo ballare il coltello tra le mani. Fece un passo verso di noi, staccandosi dai sui complici che ci stavano fissando in cagnesco, e i miei amici scattarono all'istante in piedi, mettendosi accanto a me.
- Tranquilla-, sussurrò Arsène.
Tranquilla un cazzo, volevo dirgli.
Ho partecipato a una rissa e ne sono uscita viva, salva, e ora dovevo vivere il sequel di quella situazione già abbastanza traumatizzante? Mi stavano prendendo per il culo?!
Tranquilla un cazzo, ripetei nella mia testa.
Davvero...chi me lo ha fatto fare.
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