Capitolo 19: GPS E CORPICINI
- Annie's Pov
Interrompo bruscamente il dialogo rendendomi consapevolmente colpevole di un atto tanto "criminoso" proprio nei confronti niente meno del più abile consulente investigatore inglese di tutti i tempi.
Metto giù la chiamata accompagnando questa mia dimostrazione d'incommensurabile coraggio con un'infantile oltre che piuttosto plateale smorfia dispettosa dedicata a Sherlock e a quel suo solito lato da perfetto maniaco del controllo.
L'eccitazione che mi è presa nel momento in cui ho realizzato quanto fosse in realtà ridotta la distanza che incombeva tra me e il tanto agognato furgoncino azzurro, non ha accennato ad abbandonarmi né durante il breve appostamento che ne è seguito al fine di spiare i due misteriosi operai in tuta coordinata, quelli alle prese con una piccola pausa all'interno di uno dei vari pub in zona, né tanto meno nell'attimo subito dopo che ha visto la consecutiva ripartenza del mezzo di trasporto. Una Aston Martin, anno 1954, contornata da quel suo fascino che sapeva di un antiquariato intramontabile, pensava a stargli dietro con costanza, sebbene pure in massima discrezione, per quello che un'auto d'epoca come quella poteva permettersi di fare.
Ed è ancora questo sempre più crescente senso adrenalinico a circolarmi nelle vene, che mi fa apparire come una bomba a orologeria davanti allo sguardo penetrante e ricco di aspettativa proprio della giovane Amelia Cage.
Ella, totalmente accondiscendente a seguire me e Toby in una folle quanto bizzarra impresa di tale portata, mi fissa ora immobile e praticamente accollata al mio braccio sinistro, in un più che evidente atteggiamento colmo di tensione e di ogni sorta di timori non ancora rivelati. Il telefono, unico mezzo responsabile dell'avermi resa partecipe di tale presa di potere dinanzi all'egocentrismo supremo di Sherlock, come a levare le sue scomode tracce (del mio aver peccato di disubbidienza) della mia colpevolezza sparisce una volta per tutte da qualche parte in mezzo alle pieghe della morbida copertina color giallo canarino, a sua volta arrotolata a mo' di fagotto a nascondere tutti gli altri oggetti ammucchiativi al di sotto.
L'azzurra e lucida superficie coprente il pannello metallico del vano di carico dietro cui io e Amelia ce ne restiamo imbambolate, ci offre adesso una non del tutto chiara visuale dell'esatta combinazione di numeri e lettere relative alla targa del camioncino. L'oscurità di certo non aiuta.
La stessa che a breve sarebbe potuta capitare nelle mani del mio vicino di casa riccioluto, senza dovermi preoccupare oltre di restarmene in un posto sperduto come questo a occuparmi di faccende a me ancora non del tutto chiare.
Il pedinamento attuato tutto il tempo a debita distanza dal mezzo, e durato all'incirca venti minuti, ha condotto me, Amelia e il segugio Toby appena fuori dallo spazio cittadino, dopo aver inoltre intrapreso una pressoché lunga stradina periferica, e averla perseguita niente più che per una manciata di metri. Allorché, giunti davanti ad uno stretto sentiero che si snodava alla nostra sinistra, è stato ritenuto opportuno da parte della mia nuova compagna di mistero, attendere che il losco furgone imboccasse la via, per poi, pochi secondi dopo, azionarsi nuovamente a seguirne la scia con andamento lento e a fari spenti.
Luci in lontananza hanno costretto Amelia a un'improvvisa frenata della sua auto, obbligandola irrimediabilmente a sospendere la lenta marcia. Il motore ha cessato di brontolare, così come i nostri due respiri i quali hanno deciso tutt'a un tratto di arrestarsi quasi come avessero temuto per davvero rivelare la nostra presenza. Il solo e unico ansimare percepito dalle nostre orecchie mostrava al contrario un Toby temerario e palpitante di euforia.
«Che si fa adesso?», ha sussurrato Amelia Cage guardando dritto verso quei deboli scorci di luce provenienti da un punto ben più lontano.
Gli alberi ne impedivano la visuale.
«Tu cosa dici? Non possiamo tirarci indietro. Non ora», ho quindi attestato spavalda alla mia vicina, celando al contempo nel petto una ben altra emozione.
«Va bene, ma... Toby? Portiamolo con noi».
«Credo invece sia meglio lasciarlo in macchina. Per quanto utile potrebbe ancora risultare c'è il rischio che finisca per esserci d'intralcio nel caso in cui decidesse di mettersi ad abbaiare o a correre dietro una nuova traccia di Chloe. L'ho già provato, e credimi... È irremovibile quando si mette in testa una traccia».
Così, con un cenno affermativo da parte di Amelia, insieme a un'occhiata di ben totale indifferenza di Toby, ci siamo entrambe apprestate a scendere dalla mitica Aston Martin, mute ma con le orecchie spalancate e pronte a ricevere ogni qualsivoglia segnale d'allarme – che fossero scricchiolii, passi o voci di qualche genere. Le suole delle scarpe parevano arrancare mentre si alternavano sul terreno erboso di questa sorta di vasta radura, totalmente immersa nell'oscurità.
In base alla direzione intrapresa dal mezzo di trasporto braccato, la soluzione più ovvia ci è parsa subito quella di inoltrarci più a fondo, scansando alberi, arbusti e qualche sassolino incappato nel nostro cammino. La luce artificiale proiettata dallo schermo telefonico di Amelia mi ha permesso più di una volta di non finire a faccia in giù.
Alle nostre spalle, Toby se ne restava al sicuro sui sedili posteriori della macchina, con la certezza che sarebbe rimasto celato alla vista di un possibile altro essere umano.
Col cuore di piombo, ho affiancato Amelia fino a raggiungere un largo spiazzale scarsamente illuminato, benché i soli conduttori di luce fossero giusto un paio di piccole finestrelle dai cui vetri veniva irradiato un barlume fioco e giallognolo. Per quanto riguarda il resto, una sorta di baracca fatiscente, circondata tutt'intorno da rampicanti ed erbaccia, si ergeva piccola e frugale davanti ai miei occhi e a quelli titubanti della ragazza. Un silenzio surreale avvolgeva il tutto, finché il tonfo di un qualcosa che veniva sbattuto contro una qualche superficie all'interno della casa, ci ha costretto a rimetterci in moto in una corsa forsennata.
Unico nascondiglio a nostra più immediata disposizione, il retro di quella specie di deposito abbandonato, dietro il quale abbiamo tirato sospiri di sollievo per averlo raggiunto senza farci scoprire.
Ed è adesso, in questo esatto punto, dopo aver raggirato il piccolo e ancora ignoto edificio, che me ne resto letteralmente inerme insieme a questo sempre più crescente senso adrenalinico a circolarmi nelle vene, che mi fa apparire come una bomba a orologeria davanti allo sguardo penetrante e ricco di aspettativa proprio della giovane Amelia Cage. Ella, totalmente accondiscendente a seguire me e Toby in una folle quanto bizzarra impresa di tale portata, mi fissa ora, immobile e praticamente accollata al mio braccio sinistro, in un più che evidente atteggiamento colmo di tensione e di ogni sorta di timori non ancora rivelati. Il telefono, unico mezzo responsabile dell'avermi resa partecipe di tale presa di potere dinanzi all'egocentrismo supremo di Sherlock, come a levare le sue scomode tracce di colpevolezza per avermi indotto a peccare di disubbidienza, sparisce una volta per tutte da qualche parte in mezzo alle pieghe della morbida copertina color giallo canarino, a sua volta arrotolata a mo' di fagotto a nascondere tutti gli altri oggetti ammucchiativi al di sotto.
L'azzurra e lucida superficie coprente il pannello metallico del vano di carico dietro cui io e Amelia ce ne restiamo imbambolate, ci offre adesso, una non del tutto chiara visuale dell'esatta combinazione di numeri e lettere relative alla targa del camioncino.
La stessa che a breve sarebbe potuta capitare nelle mani del mio vicino di casa riccioluto, senza dovermi preoccupare oltre di restarmene in un posto sperduto come questo a occuparmi di faccende a me ancora non del tutto chiare.
Stranamente, una fastidiosa morsa mi opprime il petto smorzando per un attimo questa mia impresa di gloria appena portata a termine. Pure stavolta, la voce impicciona della mia coscienza non si fa attendere.
Uno stupido inizio di ripensamento nei riguardi del caso si fa strada dentro di me. Mi dico di non pensarci, tanto più all'ultima parte della conversazione avvenuta col consulente, il cui tentativo mal riuscito di riportarmi indietro sui miei passi tanto pareva un modo tutto suo di mettermi in guardia contro qualcosa.
«Allora? Il detective cosa ne pensa?». Vengo riscossa da questa domanda bisbigliatami all'orecchio; ne percepisco un evidente tremolio, sia esso dovuto al freddo legato all'umidità ormai calata di una serata tipicamente inglese o, più probabilmente, a un sentimento di inquietudine dovuto a questa nostra missione.
«Credo che non ci aiuterà...», mi limito a dirle, incapace di nasconderle appieno la delusione del mancato aiuto di Sherlock, «... Ma in compenso, siamo a un passo dal ritrovare Chloe, e questo...», lancio un'occhiata bassa verso il furgone dietro cui ci troviamo, «... è la prova che ci dirà se la tua cagnolina è stata in qualche modo rapita e portata qui. Troveremo tracce. Magari, non saprei... segni che ci dicano che un cane è stato trasportato lì dentro».
«Molto bene, allora» attesta, dunque, nell'immediato seguito. «Cerchiamo di aprire questo coso».
Amelia, animata ora da un cipiglio scoppiettante di rinnovata determinazione, si porta più avanti verso i due sportelli ovviamente chiusi.
«Ci sarà un modo...», comincia ben presto a rimuginare su prendendo ad aggirare in maniera analitica il mezzo a quattro ruote. Si fa strada lungo le due fiancate, aiutata dallo schermo illuminato del suo telefonino. La osservo tentare la sorte e controllare che entrambi gli sportelli anteriori siano effettivamente chiusi per poi incollare il suo nasino contro i vetri dei finestrini nell'atto di poter scorgere attraverso quelli qualcosa nell'abitacolo che magari le dia informazioni o dettagli riguardo i due uomini in veste da operai che ci stavano dentro.
«Allora?», domando a voce bassissima, guardandomi bene dal non essere intravista da occhi estranei. Dopo un brevissimo attimo di esitazione, Amelia risponde.
«Un paio di lattine di birra, fazzoletti usati e qualche avanzo di cibo da asporto. Niente di interessante. Oh, aspetta...».
Mi porto vicinissima alla donna posando le mani davanti a entrambi i lati del mio viso per meglio vedere cosa alla debole luce del dispositivo appare all'interno del cruscotto. Ciò che cattura la mia attenzione sembra essere un barattolo trasparente, il quale se ne sta diritto e poco visibile posizionato ai piedi del sedile del passeggero.
Ancora, quelli che paiono dei pezzettini di legnetti, sono racchiusi all'interno del contenitore.
«Di cosa potrebbe trattarsi, Annie?»
«Non ne ho idea, ma un legnetto o un biscotto o una caramella non hanno la forma di un osso, dico bene?», faccio subito presente ad Amelia, esponendo la mia prima teoria in seguito alla particolare caratteristica individuata nell'aspetto un tantino curioso di quei cosiddetti "cosi".
«A meno che non siano biscotti per cani...».
Guardo incerta la ragazza la quale a sua volta pensa semplicemente a fare spallucce, indecisa sulla sua stessa stramba scelta di vedere la situazione.
Chiuse in questo – chissà quanto utile alla nostra indagine – dilemma che tanto sa di nuovo mistero, trasaliamo ambedue perché consce di nuovi e sconcertanti dettagli: voci distinte e chiaramente maschili fanno capolino in maniera molto ravvicinata a questo nostro nascondiglio improvvisato.
L'istinto mi porta a trovare appiglio nello sguardo scuro e terrorizzato di Amelia, ma per quanto impallidita e resa succube da questa orribile e inaspettata sensazione di freddo, riesco a trovare la forza di afferrare l'altra giovane per una manica della sua giacca e tirarmela dietro verso un punto molto vicino ma che, spero, riuscirà a renderci invisibili agli occhi dei nuovi arrivati i quali passi si fanno sempre più pressanti; il fianco destro della bella Chevrolet nera ci assicura infatti un sicuro rifugio nel momento in cui le sagome scure degli operai già incontrati si adoperano per raggiungere il furgone e spalancare con irruenza gli sportelli del vano carico. Tengo stretta nella mia la mano gelida ed esangue di Amelia, piegate intanto malamente sulle nostre ginocchia a osservare i due loschi figuri.
«Fa attenzione con quelli! ... sono tutti molto... delicati!». Una risata sghignazzante fuoriesce da uno dei due uomini non appena il secondo, un tipo più basso, si affretta ad afferrare senza il minimo sforzo una delle due casse, la stessa, coperta da una sorta di lenzuolo bianco, già adocchiata durante il nostro primissimo incontro.
«Sta attento tu con gli altri! Vedi che non si sveglino. Quei bastardi non scherzano! Non ho dimenticato i miei trenta punti di sutura».
«Ancora pensi a quella storia? Dormono come degli angioletti.... Ce ne vorrà per svegliarli», ribatte l'altro.
«Già.... Bè, comincia a mettere in moto. Vado e torno».
Sbircio così l'uomo dirigersi ancora una volta in direzione del capanno mentre il suo complice torna a occuparsi del furgone e in particolare dando quella che da qui pare come un'ispezione rapida all'interno del vano, con la testa che gli viene celata interamente da un'anta.
La scomodissima posizione nella quale mi trovo non riesce a darmi possibilità di vedere alcunché. Le orecchie al contrario hanno captato alla grande informazioni sufficientemente interessanti e utili a poter dedurre quanto il grado di mistero e arcano inerente a tutta questa situazione sia rimasto immutato.
Due casse contenenti il dubbio oggetto di quella accesa conversazione.
Punti di sutura.
Dormire come angioletti... Ciò potrebbe indicare il chiaro riferimento verso qualcuno di vivo... Qualcuno.
Un violento strattone da parte di Amelia Cage mi fa avviso di un secondo ritorno da parte del tipo dei "punti di sutura" di un attimo fa, quello che subito si adopera per rimontare dal lato sinistro del mezzo.
Mi mordicchio convulsamente il labbro inferiore riavvertendo in me un vago sentimento di calma e di sollievo.
Il mio corpo si fa via via meno teso alla vista della marmitta che si allontana dall'edificio con una lentezza tale da far rispecchiare in quell'andare via di soppiatto tutto il generale contesto intriso di turpe e sospetto.
Rilasso i miei muscoli facciali tenuti per tutto il tempo in un'involontaria e dolorosa contrazione, mentre le dita aperte ad artigli di Amelia mi avvinghiano l'avambraccio in una pressante tortura.
«Annie, questa storia comincia a non piacermi», piagnucola la mia cliente guardandomi con fare implorante.
«Lo so», ammetto. «Sono scioccata quanto te riguardo all'ipotetico contenuto di quelle casse, ma se riuscissimo a scoprire altre informazioni, sapremo con certezza cosa sarà più sensato fare».
«Intendi chiamare la polizia?»
«Bè... Non ancora, forse.... Voglio solo dire che qualsiasi cosa saremo intenzionate a fare, la faremo una volta rese conto di ciò che realmente sta accadendo. Se pure Chloe fosse qui, ciò sarebbe solo un motivo in più per agire, dico bene? Muoviamoci in silenzio e cerchiamo un modo per sbirciare all'interno di quel magazzino».
Con ciò, non aspetto Amelia prendere una decisione, che già mi muovo acquattata lungo la facciata posteriore della costruzione, constatando solo adesso la presenza di ben tre finestre ad altezza d'uomo, sfortunatamente sbarrate per mezzo di grosse e lunghe assi di legno inchiodate ad entrambe le estremità. Inutile dire, a impedire una panoramica dell'ambiente al di là di quelle.
Dai passi che sento affrettarsi alle mie spalle capisco come sia stato semplice per Amelia capire da quale parte stare, anziché decidere di fare armi e bagagli insieme alla sua auto d'epoca e al pazientissimo Toby.
Mi chiedo cosa stia facendo di bello il segugio. Magari, l'idea di chiuderlo in macchina non è stata poi così geniale. Ho timore persino solo a pensare cosa potrebbe malauguratamente combinare contro quei sedili.
Il vento fattosi per un momento agitato, scuote le foglie tra le chiome degli alberi neri come la pece, creando un fruscio generale che si va espandendo tutt'intorno alla zona. Il mio naso reprime uno starnuto nascente inducendo la mia faccia ad esprimersi in una smorfia tutta grottesca, poi mi porto la mano alla sciarpa per meglio farla aderire al collo infreddolito, mentre metto qualche passo in avanti osservando ai miei piedi tracce o meno nel rado praticello che ricopre il terreno.
Un insolito mugolio mi arriva inaspettatamente alle orecchie là dove dovrebbe trovarsi la giovane Amelia Cage. Non sto a farci caso né tanto meno a prodigarmi di girarmi a guardarla, finché non manca poco che un medesimo versetto mugugnato, ma con più insistenza, mi obbliga a bloccarmi. Un nuovo campanello d'allarme mi mette in allerta circa un medesimo pericolo imminente.
«Se siete in cerca di divertimento, saremo felici di accontentarvi, puttanelle».
Mi volto con lentezza verso la direzione di provenienza di quell'accento cadenzato da un non so che di straniero per trovarmi davanti una terza presenza, la quale pensa a premere una grossa mano sulla bocca di Amelia, aiutato dal braccio sinistro che le stringe il busto in una morsa ferrea.
«Amelia...», sussurro a fior di labbra, pietrificata dal terrore. Adesso ho paura, una paura tremenda.
«Senti, ragazzina, ti consiglio di seguirmi dentro se non vuoi che alla tua dolce amichetta capiti qualcosa».
Nonostante il suo brutale avvertimento, le parole dell'uomo non riescono a frenare neppure per poco le mille voci dettate dalla mia fedele coscienza, le quali una sull'altra vanno a riempirmi la testa riguardo a cosa sia più giusto o invece insensato fare in un momento come questo.
Ed è a seguito di una di quelle tante voci portatrici di consigli e opzioni, che mi trovo ad accettare, tanto passivamente e in un modo che per molti rasenterebbe un gesto di assoluta codardia, la fuga.
Alterno prima la gamba destra poi quella sinistra indietreggiando di pochi centimetri, e non m'importa di mantenere appieno il contatto visivo con il bruto fra le cui braccia ancora la povera Amelia tenta una per nulla efficace via d'uscita. Mi guardo semplicemente intorno portando a correre lo sguardo al di là dei due che mi fronteggiano, lungo il buio che avvolge le fronde, il terreno e tutto ciò che può essere parte integrante di quest'area periferica.
«Non azzardarti a fare un altro passo».
Un cupo ringhio di ulteriore minaccia fa mancare un battito o anche di più al mio cuore che minaccia di uscirmi dal petto. Ciò nonostante, vengo incredibilmente spronata a proseguire all'indietro alla cieca dopo essermi assicurata dell'assenza di una qualche arma che l'uomo avrebbe potuto usare ai danni di Amelia. Mi blocco per un attimo ma solo per ingerire una boccata di aria fresca che va a invigorirmi i polmoni. Solo un brevissimo attimo per ordinare a me stessa: ora! Quindi mi volto interamente a trecentosessanta gradi cominciando a correre scattante, per quanto i miei piedi fattisi di piombo, possano permettermi di fare.
Il telefono già bell'e pronto nella mia mano mi mostra una panoramica poco visibile di quelle lettere e cifre che cerco tanto disperatamente di digitare su uno schermo scosso dai convulsi movimenti delle mie gambe. Solamente una, semplice e breve, richiesta d'aiuto rivolta al mio sociopatico vicino di casa, un'invocazione che non riesco a portare a compimento a causa del massiccio ostacolo con cui mi trovo ad aver a che fare una volta raggirato l'angolo adiacente alla facciata posteriore. Un paio di braccia forzute e poco gentili mi ingabbiano a loro in un intreccio indissolubile, mentre le poche e ultime parole che riesco a pronunciare si perdono nell'aria fredda di questa campagna oscura.
Il buio insieme a un senso immediato di spossatezza arriva a invadermi i sensi.
- Sherlock's Pov
«Sherlock, non farmelo ripetere, mi dici cosa sta succedendo?»
«È Annie, John. Maledizione!», sbraito a denti stretti impugnando con più vigore il cellulare che porto a brandire sotto gli occhi confusi di John.
«Aspetta... Quello è... ?»
«Ci porterà da Annie», taglio corto, aumentando di velocità nello scendere le ultime due rampe di scale.
Abbandono l'interno dell'edificio ospedaliero dirigendomi in fretta a fermare il primo taxi libero che vedo arrivare. John, alle mie spalle, mi raggiunge trafelato.
«Quartiere di Belgravia, faccia presto per cortesia», sprono immediatamente l'autista a partire.
Al mio lato destro John freme di una certa impazienza.
«Sherlock, potresti spiegarmi dove ci porterà quel GPS?».
Sospiro controllando a mal la pena questa mia intolleranza nei confronti di chi, sempre, necessita di una spiegazione.
«Te l'ho detto, da Annie. Riguarda il caso di una mia cliente».
«Accidenti a te! Perché non vengo mai messo al corrente dei fatti! Cosa centra la nostra vicina di casa con il caso di una tua cliente?»
«Calmati John»
«No! Non mi calmo, Sherlock, non posso se ciò comporta un pericolo di qualche genere per Annie. Sputa il rospo».
«Guarda qui», gli riporto sotto il naso lo schermo telefonico sopra il quale un piccolo pallino lampeggiante si va spostando a passo di marcia lungo una delle tante striscioline di strade di quella virtuale mappa in miniatura.
John osserva il tutto in un cipiglio concentrato e con mille domande che gli passano per la testa.
«Perciò... questa sarebbe Annie?»
«Esatto», asserisco con calma.
«E per quale motivo va così veloce?»
«Ottima domanda, ma non è questo che deve preoccuparci di più, John. Annie potrebbe essersi cacciata in qualcosa di più grande di lei, un qualcosa che va al di là di un semplice caso affidatole da me. Oh, per tua informazione, un cagnolino da ritrovare», confesso il tutto. L'uomo visibilmente poco convinto dirige l'attenzione al di fuori del finestrino come guardando un punto morto davanti a sé, finché non torna a rivolgermi l'attenzione.
«Come fai a esserne sicuro?». Mi domanda dunque.
«Un suo indizio trapelato dalla telefonata me lo ha confermato. Solo... non riesco a capire come abbia fatto a condurla fin lì... ? »
«Cosa? Chi ha condotto Annie dove?».
Il quesito di John blocca le mie congetture. «Oh, giusto. Vedi, non ho manomesso il suo cellulare, tanto per chiarire, né tanto meno ho messo le mani nella sua borsa. John, ti ricordi... di Toby?».
In tutta risposta il medico pensa a rifletterci su, risollevando il capo biondo cenere come colto da un lampo. «Il Bloodhound?»
«Chi altri sennò? Toby era l'aiuto che le serviva nella sua ricerca».
«E sentiamo, in che modo il GPS si va ricollegando a Toby?»
«Oh, è molto semplice, John. La risposta a questa spia luminosa sullo schermo si trova nella parte interna, affisso sul collare del mastino. Dunque, se troviamo il nostro caro Toby troveremo pure la nostra imprudente vicina di casa».
Espongo questo rimanendo a fissare però interdetto il tragitto percorso dai due sulla mappa, insieme a un tarlo che persiste a bucarmi il cervello, oltre che a un prurito insistente che avverto su entrambi i miei pollici. Mai ignorare le intuizioni, rappresentano dati processati velocemente ancor prima della mente.
E la strada intrapresa dalla donna e dal suo amico a quattro zampe mi induce quanto mai a cercare premature risposte.
«Perciò avevi in qualche modo predetto la chiamata di Annie e il fatto che si sarebbe messa nei guai? Anzi, no! ... Volevi controllarla! Beccato, Sherlock! Intendevi tenerla d'occhio nel caso in cui, cosa? ... non fosse tornata a casa sana e salva?».
Irritato, faccio roteare gli occhi al tettuccio di questo black cab. «Piantala», comando laconico. «Semplicemente non ho ma avuto fiducia in lei. Volevo solo essere certo che non smarrisse Toby».
Un sorrisetto poco convinto attraversa John Watson, tuttavia poco m'importa se ben presto nuovi risvolti giungono a me, alla vista del piccolo punto sulla mappa, che decide di correre per una diversa direzione.
Così facendo, è ovvio come pure questo nostro percorso mantenuto dal taxi dovrà mutare. Per questo motivo, mi sporgo verso il sedile anteriore rivolgendomi al conducente: «Mi ascolti, ho cambiato idea! Segua le mie indicazioni, siamo della polizia».
In seguito, un finto colpetto di tosse da parte di John che non ho alcun problema a stanare con un'occhiata in tralice impedendogli d'intromettersi. Intanto l'uomo al volante rallenta di velocità rivolgendomi uno sguardo attento, che ricambio subito attraverso lo specchietto retrovisore.
«Lei è il famoso Sherlock Holmes, dico bene? Mia figlia è una sua grande ammiratrice, sa?», accenna il quarantenne inoltrato con un guizzo di eccitazione negli occhi.
Da mio canto, torno a centrare John sorridendogli furbo. A volte la notorietà può riserbarsi molto utile.
«Oh, ne sono onorato, vorrà dire che le dedicherò un autografo».
«Sarebbe magnifico! Allora, dove si va?», domanda ancora l'autista entusiasta.
Ricaccio allora indietro il mio sorriso per decretare ora serio: «Al prossimo incrocio, svolti a sinistra, poi si attenga alle mie istruzioni».
- Annie's Pov
Il suono di una voce, che molto vicina chiama ripetutamente il mio nome, meglio aiuta la mia coscienza non più interamente assopita a riemergere dal nulla di questo sonno senza sogni.
Un sapore strano e mai provato prima m'invade la bocca, pungente con un vago sensore di medicinale. La schiena dolorante cede sotto la spossatezza che subito avverto, e che mi obbliga a richiudere gli occhi per ben permettermi di attutire la sgradevole vertigine venuta a colpirmi.
«Annie! Annie! Dio mio, stai bene?».
Spalanco nuovamente gli occhi trovandomi un alone di luce puntato dritto in faccia, motivo per cui strizzo le palpebre, riconoscendo però lo stesso la donna che mi fissa in evidente apprensione.
Metto a fuoco il viso contratto della giovane, sollevandomi appena sui gomiti che poggiano su di una superficie dura e dissestata.
«Annie, stai bene?», mi chiede ancora Amelia in preda a un'ansia sempre più crescente.
«Credo di sì», rispondo con voce impastata e secca, e questo sapore amaro che non accenna ad abbandonarmi le labbra.
«Dove siamo?».
Quella che pare essere a tutti gli effetti una stanza, immersa nell'oscurità, trattiene me e la donna all'interno di essa. Il nulla mi sembra di scorgere tutt'intorno a causa dell'assenza di qualsivoglia arredi; il pavimento piastrellato, risulta lercio e rovinato in più punti.
«Siamo chiuse a chiave, Annie. Quegli... uomini ci hanno portate qui dopo averci drogate. Tu ricordi qualcosa?»
«Frammenti», ammetto viaggiando a ritroso con la memoria. «Qualcuno mi ha premuto qualcosa sulla bocca... Sì, comincio a ricordare».
Dettagli sempre meno sfocati arrivano a sfrecciarmi nella mente, così come l'immagine di un uomo in particolare, fasciato in un costoso cappotto scuro. «Aspetta! Il telefono!», esclamo, dandomi pacche su tutto il corpo alla ricerca del dispositivo.
«Niente da fare, Annie, a quanto pare ci hanno perquisite, ma non così bene visto che non sono stati in grado di trovare questa». Riferimento al piccolo accendino funzionante nella sua mano e grazie al quale ci è consentito di vedere anche se appena oltre i nostri reciproci nasi.
«Devo avvertire Sherlock! È stata tutta colpa mia!». Il panico si impossessa di me.
«Non potevi saperlo questo. Adesso calmati. Dobbiamo essere lucide per quando torneranno. Magari potremmo attendergli un'imboscata».
«E come? Conosci l'autodifesa?»
«Ecco... no», ammette con ritrovato rammarico.
«Innanzitutto, vediamo se qualcosa può aiutarci a capire dove siamo», riprendo in mano il controllo di me stessa rimettendomi in piedi.
La fiammella tremolante nella mano di Amelia manda deboli bagliori sulle pareti più vicine, ma lasciando pur sempre in ombra quelle più lontane. Qualcosa tuttavia mi porta per un momento a farmi raggelare le ossa, proprio quando ombre dai contorni poco nitidi si stagliano appena in contrasto con le mura nel nero della stanza. Forme che si fanno man mano più evidenti e che meglio si vanno a delineare grazie alla luce dell'accendino, il quale barlume si sposta dietro di me mentre avanzo con passo insicuro verso di esse.
«Non dirmi che... »
«Invece penso proprio di sì», sussurro alla mia compagna d'indagine, ma in tono che per nulla ammette una rassicurazione di qualche tipo. «La cassa misteriosa», attesto indicando l'oggetto quadrangolare che mi sta davanti, con la parte superiore ricoperta da un bianco telo. Ad affiancare quello, altre tre o quattro casse, molto simili fra loro, le une ammassate vicino alle altre e, ancora, riportanti il medesimo tessuto coprente.
Le dita di Amelia vanno ad avvinghiarsi a un lembo del mio cappotto con tutta l'intenzione di bloccare i miei ulteriori passi che continuo a muovere con cautela.
Tendo la mano toccando aria, e portandola sempre più vicina all'ignota ombra che si staglia ora a pochi centimetri da me.
«Annie, sta attenta». Il tremolio nella voce della seconda ragazza certamente non mi aiuta in questo mio intento.
Il lenzuolo candido spicca contro le superfici inghiottite dal buio. La consapevolezza di poter essere in grado di far luce sulla losca faccenda mi riempie la pancia di contrastanti emozioni, ma se solo mi fermo a pensare all'oscuro contenuto che a breve potrò finalmente smascherare, un fremito di paura mi scorre lungo la schiena.
La mano oramai portata a stringersi attorno ad uno di quei lembi cascanti in verticale, si interrompe per un momento, quel tanto che basta per concedermi di riprendere fiato e infondere coraggio a me stessa.
Coraggio, mi ricorda la mia vocina interiore. Con uno scatto secco sollevo una volta per tutte il lenzuolo coprente, creando una lieve corrente d'aria che mi fa rabbrividire.
La scena alla quale mi trovo ad assistere mi fa subito ricacciare indietro tremori e affanni perché ora una tenera sorpresa ricca di dolce meraviglia si rivela ai miei occhi sgranati. Tuttavia, accanto alla tenerezza che mi trovo a provare, un sentimento ben diverso mi arriva a inchiodare il cuore alla vista di quei corpicini ammassati gli uni sugli altri.
Una nuova domanda carica d'apprensione mi investe: saranno vivi?
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