10 - Act my Age

Act my age - Hoodie Allen

Febbraio

Giovedì, ora di chimica. Resta sveglia... resta sveglia.

«Signorina Cooper!» mi urla la Miller.

«Sì! Sono qui!» rispondo, sollevando la testa dal banco. Gli occhiali sono storti sul naso e cerco di sistemarli, anche se vedo sfocato a causa della sonnolenza.

«Quindi? Chi sceglie come compagno?»

Mi guardo intorno e mi ricordo tutto. Lavoro di coppia, una classe dell'ultimo anno... PETER!

«Parker! Peter Parker!» esclamo, ancora insonnolita. Una mia compagna sembra sbuffare e voltarsi rassegnata mentre la prof. scrive il mio nome accanto a quello di Parker. La sento sussurrare alla sua compagna di banco: «Dovevo averlo io Parker. E' quello che faceva i compiti a mio fratello. Una dannato genio... poi ho sentito che-» Non ascolto più: so per esperienza che quando qualche frase inizia con "Ho sentito che" al novantanove per cento sono baggianate.

«Bene. Il compito è semplice: un cartellone inerente ad un argomento a vostra scelta tra quelli che vanno da pagina duecentosedici a pagina duecentoquarantadue. Dovrete consegnarlo lunedì. Bene, ora torniamo a noi...» chiude la Miller, tornando a spiegare, mentre io mi sistemo nella posizione precedente per riappisolarmi.

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Driiiin. La campanella suona nell'esatto momento in cui io schizzo in piedi e corro fuori, rischiando più volte di finire spiattellata al suolo. Tra le persone, riconosco quella risata, quella che non sentivo da così tanto... che mi era mancata. Mi fermo e la seguo.

Eccolo, lo vedo!

Ci sono, ci sono!

«Ehy, Pete-» E via, inciampo nelle stringhe delle scarpe. In un secondo sono a terra e mi sento qualcosa di caldo sulla guancia. Un taglio. Perfetto, ora ci si mette pure il sangue.

Mi rimetto in piedi tra le risate generali che solo ora noto e cerco un fazzoletto tra le mie tasche. Sento qualcuno avvicinarsi per aiutarmi ma lo congedo con un gesto distratto della mano, mentre cerco quel dannato fazzoletto che fino a due minuti prima era nella mia tasca. Senti gli occhi che mi pizzicano e le risate farsi più forti.

«Penso ti serva.» insiste. Eccola, quella voce. Alzo il volto verso di lui, mentre mi sento il sangue che cola dallo zigomo. È serio, severo, come se fosse stato obbligato a fare ciò che sta facendo. Prendo lentamente il fazzoletto dalla sua mano, pulendomi il viso, senza staccare gli occhi dai suoi.

«Io... grazie.» dico, un po' imbarazzata. Ora che sono qui e muoio dalla voglia di riaverlo con me, non so come iniziare. Vedo già il suo accenno ad allontanarsi, così lo blocco sul nascere trattenendolo per un braccio.

«Ehy, Peter, aspetta.» Mi guarda stranito, sempre con quell'espressione tirata che non sopporto. Abbassa lo sguardo ma mi lascia parlare, così mi arrischio ad avvicinarmi un po' e stringere la presa.

«Io e te... siamo in coppia per la ricerca di chimica della Miller.» bofonchio, insicura. Sta macinando la sua risposta, lo sento.

«Sul serio, Cooper? Davvero hai scelto me come compagno?» esclama, passandosi una mano fra i capelli e sospirando profondamente. «Senti... okay, passa da me fra... un'ora.» esclama, per poi voltarsi e ritornare da dove era venuto. Una sola vittoria, Iris. Non hai vinto ancora la guerra.

Decido di fare il giro lungo per tornare a casa, magari evitando quei maledetti vicoli ciechi che ancora mi fanno rabbrividire. Prima di iniziare il mio viaggetto scuola - casa, avviso mio padre via Whatsapp e poi prendo le cuffie dallo zaino. Non so come riuscirei a distrarmi senza la musica, i libri, i film... posso concentrarmi su qualcosa di diverso dai problemi. La mia scappatoia, distrazione assicurata.

Act my age parte per i fatti suoi non appena collego il cellulare agli auricolari. Mi fa tornare indietro alla festa di compleanno di mia madre di due anni fa, quando dopo una miriade di canzoni italiane scelte dai parenti - di cui io conoscevo solo la metà -, mi aveva lasciato carta bianca per la musica e io avevo collegato direttamente il mio mp3. Per un attimo mi sono sentita... compresa. Ho sempre sentito mia madre distante da me, come due mondi paralleli; in quel momento, invece, l'ho sentita davvero come avrei dovuto.

Mi guardo un po' in torno gustandomi il mio primo inverno newyorkese. Ho sempre amato questa stagione, con le sue basse temperature e quella voglia di rintanarsi in casa, Netflix, cioccolata calda, coccole e ancora coccole.

Mi rendo conto di essere arrivata vicino alla stazione della metropolitana che devo prendere così scendo e decido di sedermi su uno degli scalini, per quanto possano essere sporchi. Mi guardo un po' intorno, mentre Bosco dei Placebo mi mette addosso un po' di tristezza.

Dai, risolverai tutto. Mi lascio cullare dal suono dolce del pianoforte e prendo dei bei respiri profondi. Vengo investita poco dopo da un lampo d'ispirazione e apro Tumblr:

Di errori ne ho fatti e continuerò a farli. Tu promettimi solo che rimarrai.

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Davanti alla porta di casa di Peter sento qualcosa di simile alla voglia di fuggire, ma cerco di trattenermi e busso. Mi apre la signora Parker che mi accoglie con un sorriso raggiante e un semplice abbraccio.

«Peter è di là. Fai attenzione... in questi giorni è un po' scontroso, ma penso tu lo sappia già.» Sorrido mestamente e la ringrazio. Lentamente busso alla camera di Peter ed entro. Lo trovo seduto alla scrivania con le cuffie al massimo volume - riesco a sentirlo fino qui -. Forse anche lui ha questo metodo per distrarsi, per allontanarsi da tutto. Così simili e così lontani.

«Peter.» faccio, toccandogli una spalla. Lui sobbalza e in un gesto fulmineo mi blocca il polso in una stretta morsa. Porco Palpatine, che riflessi.

«Scusami. Mi hai colto di sorpresa.» sentenzia, lasciando il mio polso. Io arrossisco un po' per il suo sguardo sul mio taglio quando mi rendo conto che è più preoccupato che altro. Prendo uno sgabello dall'angolo della camera e mi sistemo accanto a lui, aprendo lo zaino e tirando fuori il libro di chimica.

Rimaniamo immobili e in silenzio fino a quando il bisogno di parlare si fa insostenibile, così sputo il rospo: «Mi dispiace. Non so cosa mi sia preso.»

Lui si volta e mi guarda lapidario. Continuo imperterrita: «Tu eri lì, così vicino a me. La mia testa mi diceva di fermarmi, ma il mio cuore aveva già fatto le valigie. Mi pento di aver approfittato di quel tuo momento di debolezza... ma non mi pento del bacio.» Me ne sono accorta solo ora? «Ho fatto quello che volevo fare.» Trattengo il respiro aspettando una sua risposta che tarda ad arrivare.

«Ti perdono, Iris.»

Il mio cuore manca un battito, ma cerco di non darlo a vedere mentre mi nascondo il volto con una mano, fingendo di sistemarmi i capelli dietro l'orecchio. Vorrei avvicinarmi ed abbracciarlo anche se so che non posso. Provo a dire la mia in ogni caso.

«Senti, o mi abbracci tu o mi dovrai sopportare con il muso lungo per tutto il pomeriggio. A te la scelta.»

La sua espressione dura cede, rivelandomi il vero Peter, quello sensibile e dolce, quando mi stringe dolcemente tra le sue braccia.

«Piccola... sei proprio una scema. Ti voglio bene comunque.»

Il mio cuore sobbalza quando sento la parola "piccola" uscire fuori dalla sua bocca. Ogni particella del mio corpo urla a quel contatto che mi sta tirando fuori dall'atmosfera malinconica di quegli ultimi giorni che mi ostinavo a voler nascondere agli occhi di tutti. Solo in questo momento mi rendo conto quanto mi fosse mancato realmente, dagli allegri saluti in corridoio alle chiacchierate in mensa. Ancora stretta a lui lascio che due lacrime mi appannino la vista. Tristezza o gioia? Non saprei dirlo.

Mi allontano dalle sue braccia un po' troppo lentamente, così Peter scopre le mie lacrime e mi guarda ancora più preoccupato.

«Ehy, non piangere! Abbiamo sistemato tutto.» mi consola. Mi scappa una risatina innocente e rispondo semplicemente: «Ho avuto paura di perderti.»

Lui mi guarda di traverso e prova a rassicurarmi con un sorriso dolce. Mi volto dalla parte del libro e nascondo ancora quel sorriso ormai impossibile da nascondere.

«Che dici? Iniziamo?» mi chiede. Io annuisco e apro il libro, mentre penso che ora non devo più fingere.

Prima di lasciarmi da sola con i miei pensieri, mi fa una breve domanda: «Senti, se ti da fastidio che io ti parli di Liz, basta dirlo.»

No, non posso smettere di fingere. «Ma no, tranquillo. Il bacio è stato solo un momento... non pretendo nulla.» Non posso dirti che ti amo.

«Quindi io non ti piaccio... in quel senso?» bofonchia, confuso. Mi coglie impreparta, così vado sul vago: «Io... non lo so. Facciamo che tutto questo non sia mai successo, okay? Sarà più facile per entrambi.» Sospiro alla fine della frase, ma è un sospiro positivo.

«Beh, se tutto questo non è mai successo, posso dirti che ho intenzione di chiedere a Liz di uscire ancora?»




SPAZIO MEH:

Gentah, Iris mi confonde.

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