vita parallela
Tic! Tac!
Il silenzio prevale in questa stanza.
Quattro ragazzi un esperimento da realizzare, io e Jenny con profumi, rossetti letali e paralizzanti.
Aron il mio fidanzato e Lollo con microbombe ad ampio raggio.
Lavoriamo per il governo russo migliorando le tecniche e la tecnologia di armi e non.
Io e la mia collega abbiamo già perfezionato il nostro progetto, mettendo al sicuro in una camera sotterranea con muri carrarmati e porta blindata.
Lollo e Aron stanno controllando che tutto sia apposto.
«Ragazzi ci siamo!» si gira Lollo verso di noi.
Ci avviciniamo, mettiamo gli occhiali e le cuffie per proteggerci.
Ci guardiamo, Aron sospira ansante, siamo eccitati all'idea.
«Pronti!» dice Aron.
Tutti facciamo un cenno con la testa.
«Tre» Lollo prende la piccola bomba grande quanto una zigulì, l'appoggia sul ripiano lentamente facendo attenzione.
«Due» con il telefono aziona le gambine esterne che dovrebbero arpionarsi ai vestiti.
La bomba riceve subito il comando, sorridiamo.
Per ora funziona tutto alla perfezione, certo l'attesa è stressante ma sono felice di quello che abbiamo realizzato.
«Uno» la microbomba emmette tre bip percepibili, arpionandosi alle fibre del cuscinetto messo lì apposta.
«Zero» aziona la bomba, in un istante un boato si propaga nella casa del bosco.
Io non vedo più nulla, solo il buio ha preso possesso del mio corpo. Non so quanto tempo sono rimasta svenuta.
Mi alzo frastornata, il personale del governo si aggira in quello che è rimasto dopo l'esplosione.
Quasi nulla, qualcosa è andato storto cerco Aron lo vedo.
È circondato dai medici gli stanno prestando soccorso.
Il dottore gli fa delle domande lui risponde.
Io e Aron chiediamo dei nostri colleghi contemporaneamente «Dove sono Lollo e Jenny ?» il dottore rimane in silenzio per un po', poi risponde, «Se ne stanno occupando.»
Senza troppe spiegazioni, vado fuori, un ambulanza va via e due bare d'acciaio sono appoggiate per terra prive di vita, fredde, aspettano di essere caricate e portate via.
Rientro cercando di farmi coraggio avvicinandomi a Aron che piange disperato, dice cose senza senza senso.
«È finita, sono tutti morti!»
«Aron, non fare così!» lo scrollo ma continua a piangere poi a un certo punto si ferma, mi guarda, come se guardasse il vuoto, come se non mi vedesse, come un'estranea.
«Per me, non ha più senso continuare, è tutto finito.»dice senza distogliere lo sguardo su di me.
«No, non dire così... io - ti amo.»
«Oh Giusy! Basta! Basta... -singhiozzando- non ha più senso tutto questo! E tutto finito non ha più senso.» Piange disperato.
«Addio Giusy»
Non riesco più a guardarlo, ferita del suo atteggiamento mi allontano da lui.
Stremata, stanca, addolorata.
Torno a casa, guardo fuori dalla finestra, piove. Il tempo non è dalla mia parte mi rende più triste.
Rimango così per molto tempo, non riesco a calcolarlo l'orologio è fermo, diventa rabbia, ossessione.
È passato più di un mese, non l'ho più visto.
Non è venuto neanche a ritirare la sua roba a casa mia.
Sono stufa di rimuginare.
Decido di andare in un pub non tanto lontano da casa.
Mi siedo al bancone, ordino una birra, il barista non mi guarda neanche, visto la confusione aspetto.
Nell'attesa vedo lui, Aron. Non è solo, è in compagnia di una ragazza ma non mi vede è lontano, lo spio.
Noto come ride con lei, anche con me lo faceva.
Basta!
Corro via da lì presa dall'invidia e gelosia che mi attanaglia il ventre e mi oscura la mente in pensieri inclini al peggio.
Ritrovandomi davanti la casa sulla collina vicino a un cimitero militare dove corrono i miei pensieri, tra il dolore, i ricordi ancora vivi e un amore perduto.
Scendo nel (cavò), apro la porta blindata, prendo i rossetti e un profumo, tornando al pub velocemente non voglio perderli di vista.
Mi giro nella direzione dove erano seduti prima, sono ancora lì, attendo che si alzano così da poterli seguire.
Mi nascondo tra la gente e una colonna, non li perdo di vista.
Li osservo da lontano per vedere da che parte vanno, per seguirli a distanza.
Svoltano a destra, aspetto poco ed esco per paura di perderli.
Resto a debita distanza riesco a vederlo è spensierato, si è già dimenticato di me...
Digrigno i denti, arriva sotto a casa di lei, la saluta con un bacio, si allontana, lei lo segue con lo sguardo fino a quando non scompare dalla sua visuale.
Mi avvicino a lei, la spingo.
«Chi sei? Dove sei?» si gira di continuo io la spingo nascondendomi nell'ombra.
La trascino fino in casa, la lego nel letto, le metto il rossetto paralizzante non si muove, si sveglia «Chi sei?» non rispondo.
Alzo il coltello e glielo pianto nel ventre, lentamente lo muovo cercando di non andare troppo a fondo non voglio ucciderla subito.
Seguo la linea di venere, lei urla ma non si dimena. Il rossetto funziona.
«Aiuto! Aiuto!» la sua voce è stridula per il dolore inflitto, il coltello affonda sempre più in profondità.
Il sangue sgorga a fiumi, è terrorizzata « Oddio! Ma cosa sei?» Tossisce, il sangue fluisce ancora di più chiude gli occhi, prendo la brocca d'acqua gliela verso in viso, per svegliarla... Bianca grigia è la sua carnagione, sta spirando, annaspa cercando ossigeno mi avvicino al suo orecchio. «Buu!!» la mia risata è malvagia.
La sistemo in posa su una sedia con il rossetto tra le dita, mi sento leggera, felice non mi pento di nulla, tornando a casa.
A casa dell'omicidio:
«Capitano Clark venga subito qui» l'agente aveva notato il rossetto con uno stemma particolare.
«Dimmi George»
«Guardi lo stemma, è della sicurezza nazionale.»
«Fermate tutto, non è affar nostro, chiamate il governo.»
«Ma, signore!»
«George esegua gli ordini senza discutere»
«Sissignore»
Dopo qualche minuto arrivò un équipe delle forze speciali, tutti vestiti da tutoni bianchi.
«Buongiorno, sono il colonnello 543678, avete toccato qualcosa in particolare?»
Si guardano negli occhi e Clark disse:« Ho toccato il rossetto.»
«Dovete andare con lui, per dei controlli.»
«Perché?» chiese Clark.
« Si ricorda i quattro scienziati di qualche mese fa? » Clark annuì.
«Bene, lavoravano a un operazione top secret tra cui anche sul quel rossetto.»
«Come è finito qui?» chiede George.
«L'unica ipotesi è l'unico sopravvissuto. Aron Diadisky» I poliziotti sbarrarono gli occhi.
«Prego mi segua agente Clark.» Uscirono dalla casa e i militari continuarono l'indagine.
Il mattino seguente i telegiornali parlavano di un omicidio di una ferocia mai vista. Solo nei film, le telecamere riprendevano dall'esterno la casa della vittima e la giornalista parlava nel modo in cui si trovava la vittima. Cioè seduta intenta a mettersi il rossetto davanti a uno specchio.
«Il killer del rossetto e il caso in questione è stato preso in visone dai militari, invece che dell'autorità locali chissà cosa si nasconde dietro questo caso? Il sospettato Aron Diadisky è stato prelevato dalla sua abitazione, l'unico scienziato rimasto in vita dopo un esplosione avvenuta per una fuga di gas in laboratorio.
Sarà lui il colpevole?» finì di parlare la giornalista.
Quelle parole per me furono devastati, è vari flashback inondarono il mio cervello che formarono una visione di ciò che era realmente.
Il barista che non mi serve, Aron che guarda il vuoto, la ragazza che si rigira senza vedermi, un ghigno si fa largo tra le guancie.
Vado nella borsa prendo il profumo, cambio il botticino, lo incarto a dovere prendo un biglietto e la mia stilografica imprimendo un, ti amo, ti persiguitero' per sempre finché non sarai mio...
GIUSY.
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