Deniel - More than a Feeling
Alla radio stavano passando una vecchia canzone, di quelle che non senti da almeno vent'anni ma che appena le riascolti sanno spalancare squarci enormi sul passato, pescando ricordi che non avevi nemmeno la consapevolezza di ricordare.
Svoltai nel sentiero appena visibile sotto il fitto groviglio di rami secchi e oltrepassai il cartello di divieto d'accesso, affisso in bella mostra ai lati della stradina, dove un albero giaceva a terra, squarciato in due da un fulmine.
Quell'albero era sempre stato lì, a ricordarci fin dove potessimo spingerci, come una sorta di confine naturale tra il nostro mondo e quello degli umani. Ed era proprio lì che i cuccioli si avvicinavano timorosi ogni volta che erano convinti di non essere visti, un po' per testare il proprio coraggio, un po' per pavoneggiarsi con i beta.
Le ruote del pick up slittarono sopra la spessa lastra di ghiaccio che precedeva un tratto completamente innevato la cui conformità del terreno nascondeva insidie che potevano benissimo rappresentare la morte per un escursionista poco esperto.
Deviai ancora a destra, dove il sentiero forestale finiva, e ingranai la prima per permettere all'auto di recuperare forza motore e affrontare l'irto tratto che si diramava tra gli aceri rossi, abbastanza fitti da nascondere ad un occhio poco attento i primi stralci di quello che era l'edificio generale del branco attorno al quale si distribuivano le piccole cascine abitate dalle famiglie.
Scorsi Evelyn correre a tutta velocità, simulando una gara tra il pick up e le sue snelle gambe, ma appena mi riconobbe rallentò, tornando in fretta e furia verso il confine. Evidentemente era di pattuglia.
La canzone alla radio terminò, spensi lo stereo e accostai accanto all'auto di mio padre, parcheggiata come al solito di fronte all'edificio generale dove di norma si svolgevano le riunioni e le funzioni.
Dietro di esso il bosco si interrompeva di colpo, lasciando posto alle alte rocce che si innalzavano a strapiombo verso il cielo, dove alcune nubi facevano da cappello alle vette innevate. Era proprio in quel punto, celato alla vista da alcuni spuntoni di roccia, che un piccolo laghetto di origine glaciale si incastrava alla perfezione tra le pietre franate, dando il via ad uno stretto torrente che tranciava di netto il nostro villaggio e ci cullava giorno dopo giorno col suono delle proprie acque che sbattevano contro i massi in una rincorsa destinata a non interrompersi mai.
Spensi il motore e mi avviai verso casa mia. Avevo sempre adorato il modo in cui mio padre aveva fatto costruire il camino, utilizzando solo massi rossi che si distinguevano tra le assi di legno scuro del tetto. Il timido rigagnolo di fumo bianco che fuoriusciva dal camino mi fece intuire che mia madre stesse cucinando, eppure, annusando l'aria, non captai alcun profumo.
Un nugolo di bambini mi corse incontro, attorniandomi, e mostrai loro i canini fingendomi arrabbiato, facendoli scappare via insieme alle loro risate. Si allontanarono di una decina di metri, quindi tornarono all'attacco, spingendosi l'uno con l'altro: i più temerari mi toccarono l'orlo della felpa, gli altri se ne stavano a debita distanza, osservandomi con gli occhietti colmi di ammirazione.
"L'Alpha! E' tornato l'Alpha!", civettarono tra di loro alcune femmine appena mi videro.
Ovviamente le conoscevo tutte per nome, ma ogni volta fingevo di scordarne qualcuno per dispetto, guadagnandomi spinte di rimprovero e frasi avvelenate. Com'era giusto che fosse, ognuna di loro desiderava avere l'imprinting con me, non tanto perché mi reputassero avvenente, quanto per il ruolo che mi portavo addosso. Diventare la compagna dell'Alpha era ciò che più tra tutto poteva elevarle nella scala gerarchica del branco.
Rivolsi loro un cenno di saluto con la testa ed attesi paziente che si alzassero dalla coperta su cui si erano distese a catturare i primi timidi raggi di sole della giornata. La tempesta di neve era ormai finita, sostituita da un ritorno improvviso di primavera.
"Alpha!", cinguettò una di loro, correndomi incontro e gettandosi tra le mie braccia.
"Ciao piccola Senna", la baciai affettuoso sulla testa. "Che hai combinato ai capelli?".
"Non ti piacciono?", si pavoneggiò staccandosi da me per mostrarmi la lunga treccia nera che le ricadeva sulla spalla sinistra.
Allungai la mano sui ciuffi che le si attorcigliavano a lato delle guance paffute e li spogliai dai rami di pino rimasti incastrati.
"Hai corso stanotte, eh?", chiesi, mostrandole un ramoscello.
"Un sacco", sorrise felice, mostrando la linea dritta dei denti. Sembravano innocenti, ma sapevo che, quando stuzzicata, poteva trasformarli in un'arma talmente letale da eguagliare i canini di un beta.
"E dimmi, piccola Senna, hai catturato qualche preda?".
"Sei tu la mia preda", sbatté gli occhioni castani.
Un'altra femmina si avvicinò, marciando con il suo solito passo sicuro e calmo. A differenza di Senna faceva parte delle giovani leve e spesso il carattere scontroso e lunatico l'aveva fatta diventare vittima di qualche baruffa.
"Levati, Senna!", ringhiò piano, afferrandole la treccia per trascinarla di qualche passo lontano da me. Quindi prese il suo posto e mi fissò. Le mani sui fianchi in una posa seccata. "Te ne sei andato senza salutare. Bel comportamento!".
"Non ti ho mai salutata, Sarah", le feci notare, ovvio.
Senna tornò alla carica, piazzandosi accanto a lei, spintonandola con la spalla per crearsi spazio.
"Alpha, quando verrai da me?", piagnucolò, piroettando come una bambina capricciosa. "Ho iniziato il mio primo calore".
"Lo vedo, piccola Senna", risi complice. "Lo vedo".
Senna aveva appena compiuto tredici anni e il corpo stava sbocciando di giorno in giorno, plasmando le spigolose forme in una figura sempre più prosperosa e seducente. L'acne sulla fronte stava scomparendo e ormai si notavano solo delle rossastre cicatrici che col tempo si sarebbero del tutto assorbite. Le labbra piene poi, avevano iniziato a muoversi in maniera più lenta e volutamente provante.
In quanto femmina la sua età avanzava di pari passi con quella umana e questo era un bene perché impediva loro di dover cercare i maschi umani per rigenerare le proprie cellule in attesa di trovare un partner per la vita. E ovviamente impediva a noi di dichiarare guerra agli uomini. La gelosia era una cosa dannatamente seria nel branco e pochi maschi erano disporti a legarsi con qualcuna che non fosse vergine.
Ma c'era anche l'altro lato della medaglia ovviamente. Invecchiando con la stessa rapidità degli umani, vi era solo un sistema per decelerare la loro naturale corsa verso la morte: ogni sei mesi, dopo il loro ventesimo compleanno, dovevano essere marchiate attraverso un morso.
Il nostro veleno fungeva bene o male come il liquido di eccitazione di una femmina umana, solo che causava nelle giovani licantrope quasi settanta ore di agonia e crampi dolorosi a tutte le articolazioni. Spesso le contrazioni muscolari fratturavano le loro ossa che si risaldavano dopo brevi attimi, e se la posizione in cui si trovavano non era perfettamente allineata, bisognava spezzarle nuovamente per permettere che si saldassero in maniera corretta. Per questo, seppur a malincuore, preferivamo legarle talmente strette che per tutta la vita portavano su polsi e caviglie i segni delle catene.
Di tanto in tanto capitava che alcune di loro rifiutassero di essere marchiate, ma di solito erano lupe solitarie o vedove di battaglia; nessuna lupa accoppiata avrebbe rifiutato di rallentare la propria morte, infliggendo di conseguenza al proprio compagno intere decadi di tormento. Non era raro infatti che un lupo rimasto senza compagna, per sfuggire al dolore si lasciasse morire di fame o di freddo.
"Vattene Senna", le ringhiò più forte Sarah, senza togliermi gli occhi di dosso.
"Vattene tu", abbaiò Senna, trasformando la voce da bambina in quella di una femmina adulta.
"Fate le brave", le apostrofai.
Subito si calmarono e un lampo color oro attraversò le loro iridi in un muto segno di sottomissione.
"Non verrò da te, piccola Senna", spiegai dolce.
I suoi grandi occhioni scuri si colmarono di delusione. "Perché?"
"Te l'ho spiegato mille volte", allargai le braccia in un muto invito che lei colse con impeto, gettandosi a capofitto contro il mio torace per essere consolata in un abbraccio. "Tu non farai parte delle leve. Sei destinata alla procreazione e per questo motivo dovrai conservarti vergine per il tuo compagno".
Senna strofinò il naso sul mio collo, inalando il mio odore, quindi si staccò, umettandosi le labbra in un modo che voleva essere provocatorio ma che a me lasciò indifferente. La sua mano andò a cercare la mia in un ultimo tentativo disperato di corteggiarmi, ma non la ritrassi. Sapevo quanto potesse essere frustrante il periodo del calore per una femmina senza partner e sapevo anche quanto Senna fosse capricciosa e inesperta.
"Sono sempre eccitata", piagnucolò, inviandomi un'occhiata che prometteva un appagamento totale. "Ho tanto bisogno, Alpha".
"Attendi il tuo tempo e il tuo compagno. Ora che il tuo ciclo di crescita è terminato, entro la fine della primavera ne avrai uno".
"Mi rimpiangerai", mise il broncio.
"Poco ma sicuro", le sorrisi comprensivo, fingendomi d'accordo con lei. "Però ora datti una calmata. Non puoi andartene in giro durante la stagione del calore a provocare un maschio in questo modo. Gli altri, soprattutto i più giovani, potrebbero non riservarti lo stesso rispetto che ti ho appena mostrato".
"Rispetto?", ripeté sdegnata, strappando via la mano dalla mia. "Rifiutarmi non è rispetto".
"Farti aprire le gambe lo sarebbe?".
Incrociò le braccia, altezzosa. "Eccome!".
"Senna...", cantilenai in un rimprovero, osservandola di sbieco.
"Potresti possedermi senza tante storie. Ti giuro che non andrei mai a spifferarlo al mio futuro compagno".
"Piccola", le accarezzai la guancia. "Noi lo sentiamo se siete vergini. E questo non è un argomento su cui ci piace scherzare. Credimi, rifiutarti mi addolora, ma non sono io il tuo compagno".
"Infatti è il mio", si intromise Sarah, gettando il petto in fuori in un istintivo gesto di seduzione tutto femminile.
L'avevo posseduta decine di volte e sapevo con esattezza cosa e quanto nascondesse sotto gli abiti. Tuttavia erano stati accoppiamenti fugaci, carnali, privi di un qualsiasi sentimento. L'unica ragione per cui stava cercando di marcare il territorio era legata al mio ruolo di Alpha e nessuno poteva biasimarla per questo.
In quanto giovane leva, ogni maschio del branco poteva soddisfarla e a giudicare dai racconti che sentivo in giro, Sarah non era incline a rifiutarne qualcuno. A differenza di Senna, costretta ad astenersi al sesso durante il calore, Sarah non faceva mistero delle sue voglie passionali e usava ogni arma seduttiva per attirare i maschi a sé. E Dio... come ci riusciva bene!
"No Sarah, non sono tuo. Non lo sarò mai", ribadii conciliante, usando comunque un tono più duro rispetto a quello che di solito riservavo a Senna. "Ora comportatevi bene e non litigate appena vi volterò le spalle, intesi?".
Senna e Sarah si guardarono in cagnesco ma annuirono, allontanandosi istintivamente di qualche passo per aprirmi un varco e lasciarmi proseguire verso casa.
"Se ci rifiuterai tutte non troverai mai una compagna", una voce nuova, bassa e cantilenante, simile alla melodia più ancestrale che si potesse ascoltare all'interno dei nostri boschi millenari.
Sapevo a chi apparteneva e mi voltai subito. Ayris era la lupa più bella del branco, di quella bellezza che alcune donne si portano addosso in modo spontaneo, come una giacca indossata casualmente ma che calza a pennello. I capelli sembravano tinti ma ad uno sguardo più attento si notava che erano di un bianco naturale, perfettamente abbinato alle sopracciglia e agli occhi allungati e sormontati da delle ciglia talmente folte e scure che sembrano essere state disegnate da una matita.
Gli occhi di ghiaccio erano incredibilmente belli. Ed incredibilmente ostili.
"Ciao Ayris", salutai.
Il suo labbro superiore si increspò, lasciando intravvedere le punte allungate dei canini ancora sporchi di sangue. "Hai uno strano odore addosso".
Sembrava un'accusa e mi infastidii. "Che cosa vuoi, Ayris?".
"Nulla", mormorò falsamente innocente, osservandosi l'unghia del mignolo. "Ma sai, un uccellino mi ha detto che sei stato nei paraggi la scorsa notte".
Le voltai le spalle. "Non hai nessun altro da tormentare?".
"In compagnia di un'umana", continuò, sputando l'ultima parola come la peggiore delle offese.
In un lampo feci dietrofront e mi piazzai di fronte a lei, afferrandola per le spalle con tanta violenza da sollevarla da terra. La sua bocca si spalancò in una muta "o" a non urlò, né tantomeno tentò di liberarsi.
"Vuoi prendermi così? Davanti a tutti?", mi provocò.
"Non scherzare con il fuoco, Ayris".
"Chi era quella donna?".
"Non sei nella posizione di farmi domande e tu vali troppo poco per me per concederti una risposta".
Di colpo ispirò, corrugando la fronte, e uno strano sorriso le imbruttì le labbra carnose. "Credi che quella umana possa sopportare le cose che mi fai a letto?".
"Dovresti preoccuparti di ciò che potrei farti quando hai tutti i vestiti addosso", minacciai, puntando gli occhi contro i suoi. "Abbassa lo sguardo, Ayris".
Per qualche secondo restò immobile, poi cedette, puntando gli occhi di lato e mostrandosi arrendevole, cosa che era solo con me.
"L'hai trovata quindi?", disse tra i denti, inalando ancora il mio odore. Tra tutte le femmine libere del branco, era l'unica con esperienza sufficiente da riconoscere tutti i tipi di odori legati alle emozioni. Ed era appena riuscita a fiutare che avevo avuto l'imprinting.
"Tienitelo per te", avvertii, abbassando la voce in modo che le altre non ci sentissero. "Ho già abbastanza guai senza che tu vada in giro a spifferare cose che non ti riguardano".
"Che non mi riguardano?", rise aspra. "La tua compagna è l'unica salvezza per il branco, quindi mi riguarda eccome".
"Ed essendo la nostra unica salvezza, mi auguro non avrai alcuna remora a dirmi il nome dell'uccellino che ti ha spifferato di averla vista".
"Nessuna remora. Te lo dirò volentieri, ma ad un patto", sorrise furba. "Fammi tua fino ai tuoi trent'anni e dammi un figlio".
Seccato la spinsi all'indietro e tornai a voltarle le spalle, senza degnarmi di ribattere. Sentii il suo sguardo sulla schiena pulsare avvelenato ma riuscii a resistere all'impulso di tornare indietro e consolarla fino a cancellare la rabbia dai suoi splendidi occhi.
Il fatto che mi odiasse non faceva di lei una brutta persona ma faceva invece di me uno stronzo.
Per un momento feci per cedere ai ricordi ma li confinai in tempo in un angolo della mente, lasciandola libera di occuparsi di un problema che riguardava il presente e tutto il mio futuro: Becky.
"Figlio!". Mio padre era seduto su una sdraio in canne di bambù nel cortiletto esterno di casa nostra, intento a leggere un libro. Appena mi vide lo richiuse, si tolse gli occhiali da sole e si alzò, visibilmente sorpreso di vedermi. "Che ci fai a casa?".
"Te lo dirò quando ti sarai riseduto".
Si accigliò. "Brutte notizie?".
"Pessime". Lo abbracciai e con un ampio gesto del braccio lo invitai a sedersi.
Ma lui restò immobile, le narici lievemente divaricate e un sorriso che pian piano si allargava sul suo volto asciutto e spoglio dalle rughe che ci si aspetterebbe di vedere su un uomo di quegli anni.
"Lo hai avuto!", mormorò felice, abbassando le palpebre in un respiro di sollievo.
"Sì, ho avuto l'imprinting", confermai distratto, guardandomi attorno. "La mamma dov'è?".
"Sta cucinando con Samara... o forse Clarissa", scosse la testa. "Una delle due". Quindi si sedette e restò in attesa.
Mi voltai verso la finestra che dava sulla cucina e controllai che fosse ben chiusa, sperando che il vetro e le chiacchiere della sua amica fossero sufficienti per schermarla da ciò che stavo per dire a mio padre.
"Ho un problema", attaccai, tornando a voltarmi verso di lui. "O meglio... due".
"Ti ascolto".
"Ho avuto l'imprinting con una femmina umana", andai dritto al punto, prima che il coraggio mi venisse a mancare.
La sua mano si irrigidì attorno al bracciolo della sdraio e le spalle si afflosciarono, arrendevoli. Tuttavia restò in silenzio, intuendo che le brutte notizie non erano finite lì.
"E sei lupi del branco l'hanno puntata", riassunsi.
Sgranò gli occhi, puntandoli in un punto davanti a sé e per un attimo sembrò immobilizzarsi. Lo stesso respiro smise di sollevargli lo sterno in un naturale movimento.
"Marchiala!", pronunciò infine, perentorio. Una singola parola che sembrò riecheggiare per l'intera parete rocciosa che delimitava il villaggio.
"Sai bene che...".
"Marchiala", ripeté. Questa volta però, il comando venne pronunciato con un'angoscia tale da impregnare l'aria, rendendola più densa.
Inspirai quell'odore , respirando fino in fondo all'anima il dolore cocente che quella parola aveva scatenato in mio padre. Un istante dopo, mescolato al suo odore, percepii anche il mio. Le nostre emozioni stavano parlando al posto nostro e non esistevano parole dette o scritte per spiegare l'impasse che si era abbattuta su di noi tutti.
Solo la sera prima, parlando con Dimitri, mi ero illuso di poter convincere mio padre che il mio piano di rafforzare i controlli sui confini sarebbe bastato per tenere al sicuro la mia piccola umana. Eppure dentro di me sapevo che in realtà era un piano senza alcun fondamento, campato in aria, utile solo per convincermi di avere una via d'uscita. Per illudermi appunto.
"Sei accecato dall'amore, figlio mio, e non riesci a vedere la situazione con la giusta dose di lucidità. Spero solo tu l'ami abbastanza da capire che marchiarla è l'unica strada".
"E' proprio perché l'amo che non voglio farlo", lo guardai disperato. "Ne morirà. Non sopravvivrà mai".
"Sei uno stolto!", modificò il tono in un rimprovero. "Per quanto tempo pensi di riuscire a tenere lontani quei lupi da lei? E cosa pensi che le faranno quando la troveranno?".
Digrignai i denti, colto da una furia violenta. "So bene cosa vogliono farle".
"Certo che lo sai, perché è la stessa cosa che vorresti farle tu. Perciò prendila, marchiala e falla tua. In ogni caso dovrai farlo prima o poi".
"Preferirei attendere che sia terminato il periodo del calore".
"E cosa credi di risolvere? Stai ragionando come un verginello alle prime esperienze. Hai un ruolo, perdio!", sbottò, sbattendo la mano sul bracciolo. Il corpo irrigidito dal furore. "Sei l'Alpha di questo branco, tienilo bene a mente. E tieni bene a mente quali sono i tuoi doveri verso di noi. Ti abbiamo affidato le nostre vite ed ora ci stai mettendo tutti quanti in pericolo per rimandare un momento che non potrai rimandare per sempre".
"La fine del calore mi renderà...".
"Non cambierà niente! Niente!", sbraitò.
"Che sta succedendo?", udii la voce di mia madre. "Oh! Deniel, che sorpresa. Che ci fai qui?".
"Torna dentro, tesoro", si spazientì mio padre, indicandole la porta col braccio.
La mamma non ribatté, limitandosi ad abbassare lo sguardo e ubbidire. Sapeva di non doversi offendere nonostante il tono duro che le aveva riservato; il ruolo delle femmine era semplicemente diverso da quello dei maschi, e la legge del branco si fondava su leggi maschiliste e tradizioni che difficilmente sarebbero cambiate.
Distrattamente mi chiesi come avrebbe potuto accettare tutto questo la mia piccola umana, abituata a vivere in un mondo dove la parità dei sessi era una regola basilare su cui si costruivano sia rapporti familiari che lavorativi.
"Deniel, sarò diretto", mio padre abbassò il tono, di colpo a disagio. L'aggressività sembrò fluire via come sangue dal suo volto. "Non credo che tu ti sia lasciato sfuggire una sola femmina libera del branco e, a giudicare dagli anni che dimostri, devi aver avuto un'intensa attività sessuale anche con le umane". Mi scrutò meglio, registrando le rughe che mi attraversavano la fronte e che si allargavano a lato degli occhi, quindi si corresse: "Fino a qualche mese fa perlomeno! Perciò non raccontarti frottole. Sai benissimo come ci accoppiamo noi licantropi. Il calore ci rende più irrequieti, più focosi e impazienti, è vero... ma con la nostra compagna saremo sempre al massimo della nostra foga, calore o non calore. Farla tua ora, o farla tua tra quattro mesi non cambierà le cose. Sta a te cambiarle. L'ami abbastanza per riuscirci".
Lo osservai, rigirandomi gli occhiali da sole tra le mani per privarmi della tentazione di arraffare qualcosa e spaccarlo. Mi stava chiedendo troppo, e lo sapeva.
"Ci penserò", concessi infine.
E da come mi guardò capii che non mi aveva creduto.
"Nel frattempo aumenta i controlli al confine e cerca di capire chi siano quei sei lupi. Potrò perdonare loro il fatto che siano interessati all'umana, dato che non possono sapere che è mia, ma hanno disertato il mio ordine di non spingersi a valle, e andranno puniti per questo. Ayris sa qualcosa, puoi cominciare ad indagare con lei".
"Ummm", mormorò pensieroso, accomodandosi meglio contro lo schienale. "Chi ti dice che siano di questo branco?".
Mi insospettii. Di fatto non ero riuscito a vedere bene le fattezze dei lupi, intento com'ero a tenere d'occhio Becky. In seguito poi, mi ero focalizzato solo su di lei, ignorando il desiderio di inseguirli.
"Potrebbero essere del branco di Kennet", rimuginai tra me. Era l'unico branco abbastanza vicino al nostro da poterci dichiarare guerra. Gli altri erano troppo distanti e si sarebbero avvicinati solo mossi dalla certezza che il territorio fosse facilmente espugnabile.
Ripensai all'odio che avevo intravisto negli occhi di Ayris e mi chiesi se fosse così smisurato da indurla a tradirci. Se lei aveva qualche informatore esterno, significava automaticamente che era scesa a patti con Kennet. Tuttavia, se le cose erano così, perché mettermi al corrente di sapere della mia escursione con la piccola umana? Farmelo sapere era come ammettere di aver preso accordi col branco rivale.
"Indaga con Ayris", ribadii, alzandomi e facendo un segno di saluto con la testa.
"Ti invierò informazioni tramite Malloj, ma spero di rivederti presto. Non posso fare troppo a lungo le tue veci. La gente si stancherà".
"Per ora non potrò portare qui la ragazza", gli ricordai.
"Marchiala e potrai farlo".
"Il branco non è pronto ad accettare un'umana. Inoltre non posso strapparla via alla sua famiglia".
"Fai quello che ritieni giusto fare. Ricorda in ogni caso che il branco ha bisogno del suo Alpha".
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