Make time to live a little

Ci mise qualche istante a capire cosa esattamente Laura gli avesse inviato, complice il fatto che negli ultimi giorni la linea internet avesse fatto un po' di moine e che l'immagine non fosse stata compressa a dovere. Un invito digitale con i colori che sfumavano dal celeste al rosa e un paio di piedini glitterati d'argento nell'angolo in basso a destra. Lo guardò con le labbra schiuse e la forchetta all'altezza della bocca gli ricadde nel piatto con un tonfo.

«Laura è incinta...! - lo disse allo schermo, ma poi alzò il capo per cercare Vittorio con lo sguardo. - Ti sembrava incinta un mese fa?» L'uomo sedutogli di fianco parve pensarci per alcuni secondi, poi piegò le labbra all'ingiù e scosse il capo in segno di diniego.

«Magari non lo era. - suggerì, gli occhi ancora fissi sul telegiornale della sera, mentre infilava tra le labbra una forchettata di trofie al pesto di tofu. Non pareva che la notizia l'avesse sconvolto più di tanto. - Forse l'ha appena saputo.» Ma Manuel stava già negando, lo schermo voltato nella sua direzione per spingerlo a prestargli maggiore attenzione. E lui, con un sospiro, ne seguì le indicazioni dando un'occhiata veloce al file incriminato.

«Vedi, già lo sapevano! - non riusciva a crederci, non aveva colto nemmeno un segnale che potesse rivelargli una cosa del genere. Cercò di pensare a cosa avesse mangiato la ragazza, cosa avesse bevuto durante le loro uscite e... chi voleva prendere in giro? Non c'aveva nemmeno prestato attenzione. - Ci ha invitati al - piegò la testa di lato, abbozzando una smorfia a metà fra lo stupore e il divertimento. - gender reveal, pare.»

«Quando?»

«Venerdì prossimo. - allungò una mano nella sua direzione affinché le loro dita s'intrecciassero sulla tovaglia e gli indirizzò uno di quegli sguardi persuasivi che in genere col compagno funzionavano alla grande. - Magari puoi uscire un'oretta prima dallo studio e se famo er viaggio co' calma. Avviso mamma così ci prepara la stanza.»

«Mi piacerebbe, - ma c'era un ma, ormai lo capiva tanto dal tono cantilenante quanto dalla fossetta un po' infame che gli si formava sul mento quando gli rivolgeva un sorriso antecedente a delle scuse. - ma giovedì sera m'imbarco a Civitavecchia, devo tornare a Cagliari e starci per tutto il week-end. Forse mi trattengo anche per tutta la settimana seguente, dipende dal lavoro.»

«Pensavo avessi finito con la Sardegna.»

«Teoricamente è così, ma ci sono stati dei problemi con una parte del restauro e l'ingegnera che m'ha affiancato pretende la mia presenza. - alzò gli occhi al cielo, come se la situazione gli pesasse davvero, ma lui non riuscì a credergli. - Lo sai come sono gli ingegneri. Rompicoglioni maniaci del controllo convinti d'essersi laureati solo loro. - e allora Manuel si ritrasse dalla presa, restandosene in silenzio a guardarlo con le sopracciglia aggrottate. - Possiamo andare a trovarli il week-end successivo, se ci tieni. Mica è la fine del mondo se per una volta dici di no. - era irritato per così tanti fattori che non sapeva nemmeno da dove cominciare a lamentarsi: non l'aveva avvisato dell'imminente partenza, stava sottintendendo che vista la sua assenza nemmeno Manuel avrebbe preso parte alla festa organizzata da Laura e Sergio e per di più aveva aggiunto quella battutina del cazzo sugli ingegneri. - Dai Manuel, non fare quella faccia.»

«Nun sto a fa' nessuna faccia. - sbottò, afferrando il proprio cellulare per mandare un messaggio di conferma a Laura. Ci sono solo io. Scrisse, poi si rese conto di essere stato eccessivamente freddo e aggiunse un sono felicissimo per voi seguito da un cuoricino bianco. - Hai detto che parti da Civitavecchia, giusto? Vengo con te. C'avviamo prima e me lasci da mia madre. Poi quando te degni de tornà a casa, me passi a prendere.»

«Non ho capito, è un dispetto?» E non seppe se ad alterarlo ulteriormente fu la domanda in sé o la maniera pacata con cui aveva deciso di rivolgergliela.

«Un dispetto? - chiese sarcastico e si tirò contro lo schienale, facendo strusciare i piedi di legno contro il pavimento. Quello era un dispetto. - Una mia amica m'invita alla festa di nascita de su' figlio e se decido di andarci è un dispetto a te? - si lasciò andare ad un sorrisetto incattivito. - Nun solo te ne vai pe' non si sa quanto tempo, senza manco avvisarmi, decidi pure di rompere il cazzo se nun me ne sto buono a casa? Mica so er governante tuo, oh.»

«Non ho detto questo! - ma era implicito e a Manuel era stato così dannatamente chiaro da non riuscire più a tollerare il confronto. Per lui quella conversazione poteva anche finire.  Abbandonò la chat con Laura, quando questa gli mandò due cuoricini (uno rosa e uno celeste), per aprire quella con Simone e inviargli un messaggio. Dimmi che è arrivato anche a te. Digitò in fretta. - Manuel mi guardi? Stiamo parlando. - Alzò lo sguardo solo per pochi istanti, ché il suo cellulare vibrò e l'attirò nuovamente. Naturalmente, te ci sei? Vittorio sbuffò, estorcendogli un lamento sottile in risposta. - Pure se ti lascio da tua madre come pensi di arrivare da Laura e Sergio?»

«Sei troppo abituato al paese, te. A Roma ce stanno i mezzi pubblici, 'o sai? Se chiama civiltà. - gli domandò, la voce inviperita del tutto in contrasto con il tono che diede al messaggio che s'apprestò a scrivere. Sì, arrivo giovedì e mi fermo per qualche giorno da mia madre. Tanto sto in ferie. - Mal che vada me faccio prestà l'auto da mamma o chiedo un passaggio a qualcuno. T'assicuro che 'n modo lo trovo facile.» Porta il costume che sabato andiamo ad Ostia, allora! E tutta la rabbia venne soppressa quasi all'istante da quella singola riga, che gli fece nascere un mezzo sorrisetto in mezzo ad un volto in tempesta. Scosse appena la testa. Io con te non vengo da nessuna parte.

«Immagino che Simone sarà ben contento di adempiere a quest'onere. - sentire il suo nome lo spinse a sollevare la testa di scatto, ritrovandoselo ora con le braccia conserte contro il petto e le labbra strette. - È a lui che stai scrivendo, no?» Un cenno con il mento alle sue mani ancora avvolte attorno al cellulare.

«Sì. - ammise, scrollando pure le spalle. - Qual è il problema?» Gliela pose con supponenza, quella domanda, a sottintendere che, qualunque fosse la piega che quella conversazione stava per prendere, non sarebbe finita bene.

«Certo che è lui, ormai sa pure quante volte al giorno vai al bagno. - la fece passare come una battuta sarcastica, ma non rise. - Il mio compagno frequenta di nuovo il suo ex e mi chiedi realmente dove sia il problema, Manuel?»

«Io non frequento...! - prese un sospiro e si morse l'interno guancia, cercando di calmarsi. Posò il cellulare sulla tavola. Era così raro che litigasse con Vittorio che non sapeva nemmeno come prenderlo. Avevano avuto discussioni, ma generalmente i problemi s'incentravano su soldi, casa e automobili, quindi li affrontavano pacatamente e arrivavano sempre assieme ad una soluzione d'accordo comune. La gelosia per loro che non l'avevano mai nemmeno contemplata, era un campo inesplorato. - Simone non è il mio ex. Era il mio migliore amico e mia madre è stata con suo padre per un periodo. La conosci la storia.»

«Proprio perché la conosco, mi spieghi perché adesso stai omettendo il fatto che siete stati a letto insieme? - e quasi gli scappò da ridere, ché il primo pensiero che gli venne in mente fu magari! Perché proprio un letto non l'avevano mai condiviso, se non per dormire. - O il fatto che eri innamorato di lui. - Il cellulare s'accese di nuovo, per sicurezza portane due... lesse dall'anteprima, e scorse Vittorio fare altrettanto. - Me le hai dette tu queste cose, non me le sto inventando. All'improvviso era solo il tuo migliore amico?»

«Non lo so, vuoi controllare da te? - gli chiese, spingendo il dispositivo nella sua direzione. Ma lui ebbe la decenza e l'amor proprio di non toccarlo. - De che me stai accusando, Vittò? - E sapeva perfettamente che ridicolizzare un timore o un sospetto minava alla fiducia reciproca. Lo spiegava sempre anche ai suoi ragazzi. Ed era conscio pure che un atteggiamento così tanto sulla difensiva non avrebbe fatto altro che alimentare il sospetto del compagno. - So' passati undici anni, vedi de piantarla.»

«E lui lo sa che sono passati undici anni? Perché da come ti guardava quella sera direi proprio che la situazione non gli è chiara.»

«Ma che cazzo dici che a stento se semo rivolti la parola!»

«Dimmi la verità, c'era veramente pure Matteo? - scosse il capo, fingendo di non capire a cosa si stesse riferendo. - Il mese scorso, Manuel. Quando mi hai lasciato con tua madre per andare a pranzo fuori con Simone e Matteo. Matteo c'era veramente o no? - Gli aveva mentito proprio per evitare che si fasciasse inutilmente la testa, una bugia che s'era detto essere bianca e che decise, per la seconda volta, di non ritrattare. Nemmeno rispose però, limitandosi ad afferrare il proprio piatto ancora mezzo pieno per andare a riporlo nel frigorifero - Manuel, - lo richiamò quando passò per il tavolo a recuperare il cellulare. Sei a casa? Ti chiamo un attimo. Digitò velocemente. - Manuel, dove vai? Stiamo parlando.»

«Io ho finito, mi vado a fumare una sigaretta. - sbottò mentre si dirigeva verso il terrazzino del salone, fermandosi appena prima di aprire la portafinestra per voltarsi a guardarlo. - Ah, e a chiamare il mio amante. Così per... - scosse il capo. - diritto di cronaca.» Non attese una risposta, né cercò di capire se l'altro gli avesse creduto o meno. C'aveva messo talmente tanto sarcasmo a pronunciare quella parola, amante, che probabilmente nessuno avrebbe potuto prenderlo sul serio.

Vittorio, prevedibilmente, non lo seguì.

La calura estiva gli si appiccicò sul volto non appena mise piede fuori, una sigaretta che lasciò spenta tra le labbra fin quando Simone non gli diede l'okay per inoltrare la chiamata. Rispose dopo tre squilli. «Se l'idea di Ostia non ti piace, ripieghiamo su altro. Sempre lo troviamo un modo per passare il week-end.» Mai che una loro conversazione iniziasse in maniera convenzionale e come facesse Simone Balestra ad avere tutta quella inventiva proprio non riusciva a spiegarselo.

Non si vedevano da più di un mese, ma il loro pranzo all'InnFusion in qualche modo aveva ristabilito un certo equilibrio. E pure la loro corrispondenza, complice il fatto che ormai Manuel fosse in ferie e avesse più tempo libero a disposizione, tornò ad essere stabile.

«Accanna, Simò. - accennò un breve sorriso e fu certo che il minore, dall'altro capo, avesse un'espressione gemella alla sua. - Piuttosto dimme se pe' 'ste occasioni se porta 'n regalo.»

«Che ne so, sei tu quello mezzo etero, mica io. Ero certo di potermi affidare alla tua sconfinata conoscenza in materia.» Quell'affermazione fu inaspettata e lo costrinse al silenzio per una manciata di secondi, le labbra schiuse mentre si ripeteva mentalmente le parole che gli aveva rivolto con una naturalezza così tanto spiazzante.

«Stai a fa' er bifobico co' me, Simò?» In realtà era paradossalmente divertito. Avrebbe mandato a quel paese chiunque altro, dopo un'uscita tanto infelice, e invece eccolo lì a ridere di gusto col cellulare premuto al viso.

«Ti giuro sentirti dire bifobico ti rende più queer che stare con un uomo. - anche lui rideva, ed era incredibile quanto gli lenisse l'animo sentire quel suono. Ancor di più se c'aveva la voce un po' arrochita dal sonno come in quel momento. Strano, lui usciva quasi tutte le sere e andava a dormire sempre tardissimo. - Comunque sì, me la stavo preparando da un po', sono stato bravo?»

«Insomma, sei poco credibile. - gli fece presente, addentandosi le labbra per trattenere la solita espressione inebetita che metteva su quando l'altro riusciva ad abbindolarlo con le parole. - Da quanto?» Volle sapere poi.

«Una vendetta vecchia circa tredici anni.» Gli ammise con una spensieratezza ammirabile. O forse invidiabile, perché Simone c'aveva un modo di fare e una capacità d'approcciarsi alla vita che lui si sognava. Era come se si fossero invertiti i ruoli, con Manuel che aveva messo troppi freni e Simone che altrettanti li aveva lasciati andare.

«Te poteva uscì 'n po' meglio, considerando tutto er tempo che hai avuto per acchitarla.»

«Hai ragione.»

«Ho sempre ragione. - lo corresse, per poi decidersi ad accendere lo stick di tabacco. - Scusami, so' stato 'na merda co' te, in quel periodo. - gli mormorò poi, rendendosi conto di non essersi mai scusato in maniera veramente sincera. O meglio l'aveva pure fatto, ma poi c'era caduto di nuovo perché prendersela con lui, all'epoca, era stato più facile che guardarsi allo specchio. - Mi dispiace.»

«Tranquillo Manu, t'eri già fatto perdonare scarrozzandomi in giro tra i medici e i terapisti dopo l'incidente. - abbassò la voce al suo livello e il maggiore si lasciò cadere su una delle sedie pieghevoli che in estate lasciavano fuori, gli occhi chiusi ad immaginare che l'altro fosse lì di fianco e che i piedi fossero penzoloni in una piscina vuota. - Stai bene? Hai la voce un po' strana.» Davvero? A lui sembrava d'essere stato piuttosto bravo a mascherare il proprio stato d'animo. Possibile che fosse un attore così pessimo?

«Sto bene. - confermò, dopo essersene stato zitto per qualche secondo. - Se ce fossero meno zanzare starei meglio. - Simone non rispose, e lui prese un tiro, prima di ricominciare a parlare. - Senti, prendiamo qualcosa insieme?» In fondo era per quello che l'aveva chiamato, ma loro finivano sempre per divagare, ché Simone c'aveva qualcosa da dirgli ogni volta. Proprio per quello era stato così facile ritrovare una connessione con lui, che l'imbarazzo non sapeva nemmeno dove fosse di casa ormai. Gli piaceva quella dinamica ritrovata: parlare a ruota libera senza curarsi dello scorrere del tempo. E dei problemi, anche.

«Al bar tra mezz'ora?» Magari. Se la situazione fosse stata differente, un viaggio di due ore per vederlo e parlargli di persona, l'avrebbe pure affrontato. Quell'idea gli carezzò i pensieri con garbo, d'una follia talmente alta che si ritrovò silenziosamente a prendersi gioco di se stesso, mentre la scacciava via. A vent'anni non c'avrebbe nemmeno pensato su.

«Fai il serio. - lo riprese bonariamente. - Dico al bambino.»

«O alla bambina.» Puntiglioso come sempre, perché certe abitudini erano veramente dure a morire, eppure in qualche modo era diventato più spigliato. Quel suo fare da perfettone adesso era davvero un punto aggiunto al fascino che si portava dietro.

«Seh, cerco qualche idea online e magari lo faccio arrivare qui, che tanto sto quasi sempre dentro.»

«Ma scusa, non prendi qualcosa con Vittorio?» A quella domanda si voltò, dando uno sguardo dentro casa. La tv era ancora accesa, e Vittorio stava sparecchiando. Incrociò il suo sguardo e quando questi gli mimò con le labbra di rientrare, lui sollevò la sigaretta e il cellulare in risposta. Ecco, non gli stava mentendo.

«Vittorio nun ce viene, sta impicciato con il lavoro.»

«Quindi sono la riserva?»

«Sei er coglione de riserva, sì. - confermò, per poi impostare il vivavoce e aprire il motore di ricerca. - Famo così, te mando qualche idea e vado a dare 'na sistemata alla cucina. Quando torno voglio una risposta perché se se mettemo a temporeggiare poi non concludiamo niente.»

«Agli ordini, capitano! Tanto mica avevo da fare.»

«Te la stiri dopo la camicia p'annà a rimorchià.»

Quando rientrò in casa Vittorio era già sparito in bagno e Manuel ci mise più tempo del dovuto a ripulire. Attese che il suo respiro si facesse regolare, per andare a coricarglisi di fianco.

Avevano scelto un corredino da bagno per neonati, sui toni tortora. Il regalo da parte loro sarebbe arrivato nel giro di un paio di giorni lavorativi.

...

Avevano proprio una bella casa, Laura e Sergio, ma s'erano così tanto impegnati ad agghindarla per l'evento che il risultato finale, agli occhi di Manuel, parve unicamente ed esageratamente stucchevole: un arco di palloncini rosa e celesti all'ingresso e i festoni dei medesimi colori a percorrerei lati del corridoio fino al soggiorno.

E lì ad attenderlo, oltre una ventina di persone con dei cappellini di carta a tema, v'era pure una tavolata allestita con muffin bicolore e rustici impiattati nelle medesime tonalità.

Era stato Sergio ad aprire, con indosso una camicia fucsia e un sorriso instupidito sulle labbra. E Laura, col suo abitino blu e la pancia ora palesemente rotonda su cui svettava una campanella, gli andò incontro quando lo farsi largo tra gli ospiti. Lo abbracciò, lo ringraziò per la presenza poi gli piazzò sulla testa lo stesso copricapo che portavano tutti gli altri, di colore rosa. «Sei sempre il più bello.» Ebbe la malizia di intimargli, ed era così radiosa da far invidia. «Me sa che nun te sei guardata bene.» Fu la risposta complice che un po' la fece gongolare mentre trotterellava nuovamente verso suo marito ora impegnato in una conversazione con un paio di ragazzi più giovani. Probabilmente suoi ex studenti, magari che avevano frequentato proprio i corsi con Laura, vista la confidenza con cui pure lei vi si rivolse.

«Oh, - si sentì tirare da dietro per un gomito e si ritrovò specchio delle iridi scure di Simone, che lo scrutavano con finto rimprovero. - Meno male che sono io il ritardatario incallito! Ho dovuto dire a Laura che il regalo ce l'avevi tu perché a una certa hanno comincia ad accatastare tutti i pacchetti. - piegò la testa. - Che fine avevi fatto?»

«Lo so, mi dispiace. Prima il pullman che non passava, poi il traffico. - tirò un respiro e sollevò il pacchetto per rassicurarlo. Era fiero d'aver scelto quantomeno una carta a tema visto che in quella stanza era tutto disgustosamente abbinato. - Dove lo metto?» Simone lo guidò attraverso la sala, e Manuel si permise di spiarlo di nascosto: il cappellino rosa, gemello del suo, a schiacciargli i ricci corvini che s'intonava divinamente alla camicia in carta da zucchero che aveva indossato per l'occasione; un cerchietto con perlina a ingioiellargli l'orecchio. Era odioso. Ripose il loro regalo con la manciata già raggruppata sul tavolino rotondo che gli indicò, sottostando poi all'occhiata inquisitoria che gli rifilò.

«Se eri a piedi perché non mi hai chiamato? Sarei passato a prenderti.» Oh, lo sapeva, solo che in cuor suo non voleva avvalorare quanto detto da Vittorio la settimana precedente. Chiederglielo avrebbe significato dargli ragione.

«Mah, me mancava la vita cittadina, che ti devo dire?»

«Mh, e hai pensato che la Linea 7 fosse un buon modo per... riassaporarla?» Poteva essere così seducente pure senza fare niente? Aveva detto mezza parola e lui subito s'era accaldato, manco avesse quindici anni.

«Accanna, Simò. - rise, per poi guardarsi intorno a scorgere tutti i particolari curati nei minimi dettagli dai due coniugi. - 'Sti cazzo di etero...»

«Che piaga sociale, eh?» Concluse al posto suo, affiancandolo con le mani infilate nelle tasche.

«Immaginati se un giorno dovesse mettere in discussione la propria identità di genere.»

«Il Manuel Ferro che parla di identità di genere mi fa ancora più impressione di quello che m'accusa di bifobia.» Gli diede un breve ceffone al centro del petto e con l'altra mano mimò il gesto d'un pugno che però restò solo una minaccia.

«Te sei scordato che so' un insegnante? Devo limitare i danni. Potenzialmente basterebbe una parola sbagliata da parte mia per rovinare la vita de 'n ragazzino per sempre. - Simone sorrise quasi... ammirato? Gli piaceva che lo guardasse in quel modo. - Poi cento giuste nun servono a 'n cazzo, eh.» E quel sorriso divenne una risata piena, che un po' riempì pure il suo petto di fierezza. Ancora.

«Mi sei mancato.» Gli rispose il minore, con una naturalezza tanto disarmante da lasciarlo a corto d'una risposta altrettanto incalzante. Si limitò ad abbassare il capo, per celargli l'imbarazzo e ragionare su cosa dirgli. Ma per fortuna non ebbe modo di ribattere, che subito fu agguantato per il collo dal braccio massiccio di Matteo.

«E finalmente, Simone a momenti se tagliava che te nun arrivavi più. - Prese in giro entrambi, e Manuel sentì la gola e le orecchie andare a fuoco di conseguenza. - Che poi siete proprio du' infami. Me potevate pure di' che facevate il regalo assieme, almeno m'accollavo. Invece so' dovuto andare in un negozio ad elemosinare la pietà de 'na commessa. - Manuel osò cercare l'altro, con cui si scambiò una mezza occhiata d'intesa. - La mia ex è incinta de n'altro e devo prende 'n pensiero alla creatura. - scimmiottò se stesso e Simone di tutta risposta strinse le labbra e portò le dita a coprirle. Non poteva fare così, lui non era altrettanto bravo a trattenersi. - 'Na scena pietosa. - Commentò, per poi tornare presente ai propri interlocutori che guardò con tanto d'occhi. - Oh nun pensate male, m'è passata da 'n pezzo ormai!»

«Sì certo!» disse Simone, proprio mentre Manuel gli assicurava che «Nun stamo a dì niente, Mattè!» Gli occhi cerulei del più giovane dei tre saettarono velocemente e ripetutamente sui loro volti contorti dallo sforzo di non sbeffeggiarlo.

«Vaffanculo, vado dall'altra mia ex che quantomeno ha migliorato i suoi gusti e se me deve prendere per il culo lo fa senza girarci troppo attorno.» 'Sti coglioni, masticò tra i denti mentre s'allontanava per nascondere un evidente imbarazzo.

«Con Chicca hai risolto, poi?» Gli domandò Simone, quando Matteo raggiunse quest'ultima e Cecilia, tutte intente a parlare con un ragazzo che Manuel non aveva mai visto prima.

«Sì, c'ho parlato. Avevi ragione te. - vide Matteo lamentarsi e gli occhi d'ossidiana della ragazza vagarono di riflesso per la sala fin quando non incontrarono i suoi. Le sue labbra s'aprirono in un sorriso e la sua mano si sollevò in un cenno di saluto che Manuel ricambiò all'istante. - Abbiamo risolto.»

«Ne sono contento, Manu. - e poi passeggiarono insieme, fino al tavolo delle bevande. Tutto analcolico, nel rispetto della futura mamma, ovviamente. Simone si premurò di versargli un bicchiere di punch fruttato, prima di prenderne uno per sé. - Allora, fino a quando resti?»

«Non lo so, Vittorio m'ha portato ieri da mamma e poi è partito partito per la Sardegna. - sollevò le spalle, prendendo una sorsata. - Quando rientra mi passa a prendere e ce ne torniamo ad Agnone. - poi lo guardò. - Te riparti domenica?»

«Riparto quando vai via tu. - e Manuel s'accigliò. - Mi sono messo in smart per tutta la settimana, non m'hanno fatto storie perché teoricamente da contratto sono un ibrido ma in pratica vado sempre in ufficio.» Quindi restava lì perché c'era anche lui e glielo diceva come se fosse un'informazione di servizio quasi scontata. E dovette sforzarsi con tutto se stesso per celare dalla propria espressione la gioia che sentì nascere al centro petto al cospetto di quelle parole. E di quella previsione. Gli era mancato pure lui, parecchio.

«E Michela?» Domandò, più che altro per cambiare argomento e tentare al tempo stesso di contenere l'eccitazione.

«E a Michela ci pensa Luca, tanto è abituata a lui.»

«Ah, certo... - abbozzò un sorriso, al ricordo del tizio che dai social pareva giocare un ruolo fondamentale nella vita di Simone ma di cui in definitiva non sapeva nulla. - Luca.» E se la gatta era abituata poteva significare solo che fosse una presenza costante in casa sua. Magari ci scopava. Scopava un sacco, Simone. Secondo Manuel addirittura più volte di quelle a cui accennava di tanto in tanto durante le loro conversazioni.

«Il mio vicino.» Aggiunse immediatamente e lui scosse le spalle con sufficienza.

«Non te l'ho chiesto.»

«Così mi pareva.»

Laura richiamo l'attenzione dei propri ospiti, facendo tintinnare una forchetta contro un flûte da spumante e Sergio subito l'affiancò, accompagnato da quella che Manuel aveva capito fosse la sorella, nonché organizzatrice del party e unica detentrice della verità circa il sesso del nascituro. Stringeva un enorme pallone nero tra le mani, con una ridicola stampa sul fronte che recitava Girl or Boy, e uno spillo esageratamente grande. Qualcuno faccia un video! Disse rivolta agli ospiti, una richiesta abbastanza futile, visto che almeno la metà dei presenti stava puntando una telecamera sui futuri genitori. La madre di Laura era preventivamente scoppiata in lacrime e suo marito, tra una risata e l'altra, cercava teneramente di consolarla con qualche carezza alla schiena. Erano carini... molto innamorati, lo doveva ammettere.

Addirittura fu meno tragica di quanto Manuel avesse pronosticato. I coniugi si strinsero l'uno all'altro, le mani intrecciate sullo spillone che indirizzarono all'unisono verso il lattice teso. E questi, al contatto, esplose in una pioggia di coriandoli e glitter rosa che venne accolta da un applauso e qualche fischio. Laura si commosse e Sergio la coinvolse in un bacio elettrizzato prima di stringersela tra le braccia.

«Quindi è la conferma che almeno stavolta è vero.» Manuel gli si avvicinò all'orecchio, per prenderlo in giro in maniera discreta. D'altronde voleva ridicolizzare solo Simone, non pure la festeggiata. E questi per poco non s'affogò col punch.

«M'ha fatto passare le peggio quarantotto ore della mia vita, lasciamo perdere. - scosse il capo, avvicinandosi nuovamente al tavolo per versare ad entrambi un altro bicchiere. - Ma sarei stato un bravo papà.»

«Seh, de giorno all'asilo e de notte al night club, te ce vedo.»

«Un bravo papà con delle esigenze. - si corresse subito. Poi se ne stettero in silenzio ad osservare la sorella di Sergio che uno ad uno passava i regali fino a quel momento messi da parte. Ricevettero una serie di cianfrusaglie di dubbia utilità, tutte sui toni smorti, ma Laura complici gli ormoni, apprezzò praticamente ogni cosa. Ogni carta scartata equivaleva a una dose extra di lacrime. E più lei piangeva, più sua madre faceva altrettanto. - Tu c'hai mai pensato?» gli domandò ad un tratto, e Manuel lo guardò con la coda dell'occhio.

«A cosa?» Chiese di rimando, portando il bicchiere di punch alle labbra per prenderne una sorsata. Lo vide sollevare il mento e fare un cenno a Laura e Sergio con il capo, ora tutti intenti a scartare il regalo di Chicca e Cecilia.

«A fare un figlio.» Evitò di incrociare il suo sguardo una seconda volta, limitandosi a stringersi nelle spalle. Era uno scalda biberon, il regalo delle ragazze, accompagnato da una tutina con cappuccio dotato di orecchie da orsetto.

«Forse prima sì, adesso invece...» Lasciò la frase in sospeso, la voglia di chiudere lì la conversazione. Come se Simone Balestra non avesse ereditato dal padre l'indole da detective. Certo, un po' l'aveva stemperata, ma comunque era ancora lì.

«Adesso? - gli stava sorridendo. Era sempre difficile quando si comportava in maniera così delicata e lui era una vittima perfetta per tutta quella condiscendenza. - Ci sono tantissimi modi per avere un bambino, il medioevo è passato da un pezzo.» Ricambiò il sorriso, forzandolo un pochino.

«Lo so, Simò, mica l'ho scoperto ieri d'essere bisessuale. - e percepì i suoi occhi sul proprio viso, un silenzio che valeva più di mille domande. Allora qual è il problema? Non glielo chiese, non a parole. - È solo che Vitto non vuole figli, quindi non è che io ci pensi o mi informi chissà quanto.»

Simone non rispose, non subito. Attese per essere certo che l'altro non avesse niente d'aggiungere e... che altro avrebbe dovuto dirgli? In realtà s'era abituato a quell'idea ed era stato sincero nel riferirgli che avesse smesso di pensarci. «E a te sta bene?» Parlò piano, come se avesse paura d'urtarlo. Di romperlo.

«L'ho sempre saputo. - spiegò brevemente. - Me l'ha detto all'inizio e mi è andata bene.» Vittorio era stato tanto categorico nell'esprimere le proprie volontà circa il proprio futuro, quanto immensamente sincero. Non aveva atteso oltre il terzo appuntamento, per comunicarglielo. E quella sera stessa avevano fatto sesso per la prima volta. All'epoca se l'era fatta andare più che bene, in realtà.

«Avresti comunque il diritto di cambiare idea.» E la faceva sembrare così facile, Simone, talmente tanto da farlo arrabbiare perché in realtà per lui era l'esatto opposto.

«A che pro, Simò? - svuotò il bicchiere, per poi raccogliere il coraggio necessario a sostenere quantomeno i suoi occhi. Ed erano così apprensivi da farlo fremere di collera. Non voleva fargli pena. Era stata una sua decisione, Vittorio non gli aveva imposto nulla. - Se pure domani mi svegliassi e decidessi che, ok, voglio un figlio, cosa cambierebbe? Ti ho già detto che lui non ne vuole.»

«Questa è proprio la frase che direbbe uno che ha già cambiato idea ma che non vuole ammetterlo.» Fu come un ceffone dritto in faccia e proprio come un animale ferito lo guardò in cagnesco con le pupille che un po' avevano preso a pizzicargli.

«Oh, grandioso! E famme sentì, come la risolveresti te che tieni la verità in tasca? - Simone si espresse, allora Manuel si voltò completamente nella sua direzione e fece un passo in avanti per incalzarlo di nuovo. - Le relazioni sono fatte di compromessi, ma te che ne vuoi sapere? Fai er cazzo che te pare e te permetti pure de giudicà gli altri.»

«Non vi sto giudicando, t'ho fatto una solo una domanda.»

«Seh, 'na domanda del cazzo, Simò.»

«Perché te la stai prendendo con me? Non sono io che ti impedisco d'avere un figlio.» Manuel rimase a labbra e palpebre spalancate, mentre scuoteva animatamente il capo. Non riusciva a credere alle proprie orecchie. Non poteva avergli detto veramente un cosa del genere.

«Ma vaffanculo.» sibilò tra i denti, ma nemmeno quello parve scuoterlo. Continuava a fissarlo con la medesima preoccupazione, inducendolo a stringere i pugni per sfogare la rabbia.

«Questo è da parte di... Manuel e Simone! - urlò Laura, interrompendo quello scambio. Manuel buttò giù il groppo all'altezza della gola, poi si costrinse a voltarsi e a mettere su un sorriso di circostanza.

«'Na coppia de fatto.» Commentò a voce alta Matteo, nel becero tentativo d'attuare una vendetta ai loro danni. Solo che nessuno dei due osò rispondergli e il silenzio che seguitò... quello sì che fu imbarazzante.

...

S'era allontanato da lui subito dopo l'apertura di tutti i regali, costringendo Matteo ad accompagnarlo fuori per una sigaretta. Al rientro l'aveva trovato in poltrona, sorridente come se non fosse accaduto nulla, a conversare animatamente con Laura e Sergio ora tutti intenti a mostrare le ecografie agli ospiti. Approfittò meschinamente del fatto che Matteo si sentisse a disagio a stare per troppo tempo in compagnia dei festeggiati e passò il resto della serata ad alternarsi tra lui e Chicca. Vittorio gli aveva mandato un paio di messaggi a cui s'era premurato di non rispondere. Tanto non era realmente interessato al sesso del bebè e lui non aveva alcuna intenzione d'avviare una conversazione che sicuramente sarebbe sfociata in un litigio.

Attese che il tempo passasse, andando a fumare fin troppe volte per gli standard ormai soft a cui era abituato. E quando finalmente scoccarono le undici, si decise ad accingersi ai padroni di casa per salutarli.

«Ragazzi io vado, altrimenti perdo la corsa.» Si congedò, con un sorrisetto di scuse.

«Puoi dormire anche qui, abbiamo un divano letto!» Gli propose subito Laura, che forse già si stava immedesimando nei panni di una mamma apprensiva. E Sergio le diede ragione, annuendo di rimando alla sua proposta.

«Macché te pare, mi' madre vive a venti minuti de autobus!»

«T'accompagno io a casa.» Intervenne subito Simone e solo in quel momento Manuel si rese conto che avesse bazzicato attorno ai due coniugi proprio perché sapeva che ad un certo punto pure lui sarebbe stato costretto ad avvicinarsi.

E veramente sosteneva di non essere un manipolatore e un calcolatore?

«Non è necessario, grazie. - rifiutò senza guardarlo, per poi abbassarsi a baciare Laura sulle guance. - Ci vediamo presto, mh? Ancora tanti auguri!» Fece per stringere la mano a Sergio, poi si districò in una serie di saluti veloci passando in rassegna tutte le persone che conosceva e concluse con un cenno generale agli altri.

Si riversò in strada nel giro di pochi minuti, prendendo un enorme respiro e accendendosi l'ennesima sigaretta. E, quando sentì il portone d'ingresso aprirsi nuovamente alle sue spalle, prese a camminare lungo il marciapiede per dirigersi verso la fermata degli autobus.

«Manuel! - La sua voce gli fece alzare gli occhi al cielo ma non gli impedì di continuare a camminare. Non si voltò nemmeno. Finse proprio di non averlo sentito. - Manuel, e dai! - Imperterrito, s'accinse ad aumentare il passo ma Simone fu più veloce e lo superò per pararglisi davanti. - Ti fermi?» Gli domandò, posando una mano al centro del suo petto quando fece per scartarlo.

«Simò, che vuoi? Tornatene dentro.»

«Veramente non mi parli più?» Gli domandò, la voce dolcissima mentre con gli occhi pareva supplicarlo. E allora, semplicemente, si fermò e abbassò il capo a fissarsi i piedi.

«Ti pare che non ti parlo più?» Fu la replica che gli rivolse in un mormorio e gli uscì meno ironica di quanto l'avesse pensata.

«Sei arrabbiato con me.» Constatò a voce alta, facendogli contorcere lo stomaco. Come se potesse realmente avercela con lui per un qualsiasi motivo. Sapevano entrambi che il giorno dopo gli sarebbe passata e che sarebbe tornato sui propri passi come se quella conversazione non fosse mai avvenuta. Eppure Simone pareva realmente preoccupato, come se avesse osato troppo a... sbattergli la verità in faccia. Lo sapeva ma di dargli ragione a voce, nemmeno ne contemplava il pensiero.

«No, sto 'ncazzato co' Vittorio e me la prendo con te perché è più facile. - ammise a mezza voce, parlando più a se stesso che al proprio interlocutore. - È più de 'na settimana che a stento se rivolgemo la parola, te non c'entri. - Anche se in realtà c'entrava più di quanto potesse immaginare. - M'hai fatto l'interrogatorio proprio la sera sbagliata, me sa.»

«Mi dispiace. - mormorò allora, e Manuel sollevò gli occhi nei suoi. E vi lèsse una sincerità che fece ancor più male. Si sentì inerme, con le cosce tremanti e il primo istinto fu di spingersi in avanti per adagiare la fronte contro la sua spalla. Lo assecondo, solo per un... secondo, si disse. E si lasciò avvolgere dal quel profumo, la sua personalissima Madeleine de Proust, che da ragazzo associava a casa. Non lo toccò con le mani e Simone pure non s'azzardò ad alzarle. - Per l'interrogatorio. E per Vittorio, anche.» Disse invece, con la voce così bassa che pareva volesse cullarlo. Si ritrovò ad annuire, pronto a chiudere lì la conversazione e la serata. Sentiva solo il bisogno di sbollire. L'indomani se ne sarebbe dimenticato e basta. Doveva prendere quel pullman, tornarsene a casa e dormirci su. Quel pullman che... gli sfilò di fianco, superando entrambi.

«No! - si discostò di colpo, la rabbia ad animarlo di nuovo. - Vaffanculo! - sbottò, gli occhi a seguire l'autobus che spariva lungo la strada. - Era l'ultimo... che cazzo. - sfilò il cellulare dalla tasca, componendo velocemente il numero del servizio dei tassisti. - Questi mo me spannano.» sbottò, superando Simone per prendere a camminare e cercare un riferimento da fornire per farsi venire a prendere. Non aveva più i numeri degli abusivi che chiamava dieci anni prima. Non sapeva nemmeno se fossero ancora vivi.

«Ma che fai?» Lo stava seguendo di nuovo.

«Chiamo un taxi. - E a quell'informazione Simone gli si avventò contro, sfilandogli inavvertitamente lo smartphone per chiudere la chiamata. - Ma che cazzo fai, Simò?»

«Ma quante volte devo ripeterti che ti ci accompagno io a casa? - domandò, adesso stizzito alla medesima maniera, la mano alta per impedirgli di riprenderselo. Ma Manuel non s'arrese e gli si aggrappò al braccio, strattonandolo per la camicia con tutte le forze. - Oh, statti fermo n'attimo! Tanto nun c'arrivi.» Si guardarono di nuovo negli occhi e Manuel scoppiò improvvisamente a ridere d'una risata che gli fece male al petto. Si passò una mano tra i capelli a tirarli via dalla fronte, la cute umida dal caldo afoso di luglio.

Simone strabuzzò gli occhi, visibilmente incerto sulla reazione d'avere e poi, quando gli sghignazzi si tramutarono in singhiozzi, calò le palpebre. Gli bastò una singola e lievissima carezza sul braccio per indurlo ad un pianto quasi ridicolo per quanto disperato. E subito quel tocco divenne meno incerto. Lo agguantò per il collo con un palmo e se lo strinse contro, le labbra a premere sulla sua tempia e un leggero shh a tentare di lenire ogni singulto.

Voleva spingerlo via, invece si ritrovò a premere la faccia nell'incavo della sua gola, le unghie artigliate con forza al cotone leggero che pareva in procinto di strapparsi. «Domani c'andiamo veramente al mare, Simò? - tirò su col naso, lasciandosi avvolgere dalle sue braccia. - Mi ci porti?» Gli stava bagnando una camicia che, vista la resistenza allo strappo, probabilmente valeva la metà del suo mensile.

«Certo che ti ci porto.»

Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top