Prologo
MONTE OLIMPO - 431 a.c.
La dea scagliò la lancia così velocemente che per Ares fu solo questione di fortuna riuscire a spostarsi in tempo. La lancia si conficcò nel muro candido alle spalle del dio e, in un sibilare feroce, ritornò tra le dita della sua proprietaria.
La punta affilata graffiò l'orecchio del dio della guerra. Una scia di icore macchiò il pavimento lucidissimo mentre il suo ruggito furioso riecheggiava per le ampie mura della Sala del Consiglio.
- Basta! - tuonò Zeus e le mura attorno agli dei tremarono furiosamente.
Due fulmini si liberarono nella direzione dei suoi figli ma, entrambi, furono abili abbastanza da poterli deviare con le loro armi.
- Non permetterò che la vita di mia figlia venga messa in pericolo per la tua sete di sangue! - urlò Atena. Fletté le dita attorno alla sua lancia, sollevandola dal pavimento di qualche centimetro.
Sarebbe bastato un attimo. Un'altra sola parola ed avrebbe fatto in modo di centrare Ares dritto in testa.
La risata del dio della guerra riecheggiò per la Sala del Consiglio, vibrò nelle ossa della dea della saggezza in gelido fastidio. - Hai fatto sì che venisse tenuta nascosta per sedici anni, Atena. Quanto credi ci metteranno gli spartani a venire a conoscenza della profezia? Hai imbambolato mio fratello per decenni perché tua figlia venisse protetta - allargò le braccia e l'armatura rosso sangue, sotto i raggi del sole, scintillò infuocata mentre faceva un passo verso il centro della sala. Fece un giro su sé stesso perché tutti gli dei, fermi nei loro troni, potessero dedicargli la loro più completa attenzione. - Quanto ancora deve durare l'egoismo della dea della saggezza? - sibilò in un perfido sorriso. - Facciamo stipulare trattati di pace ai mortali ed impediamo che la loro vita si evolva. Ristagnano nell'ozio più totale e tutto si ferma. Tutto è immobile perché - continuò, puntando un dito contro Atena - perché la dea della saggezza tenta di proteggere la sua stupida mortale!
In un grido, Atena esplose in un turbine di luce, scagliandosi contro Ares. Lo scaraventò a terra, conficcandogli la lancia dritta nel petto, tenendogli un ginocchio puntato sullo sterno per evitare che potesse muoversi in alcun modo. Ma Ares, in un ruggito, esplose di luce, liberandosi di lei ed afferrando la spada che portava chiusa nel fodero.
Atena atterrò contro il muro dall'altra parte della sala ma non si permise di toccare il pavimento. Si diede lo slancio sul trono di Afrodite, scagliando il suo scudo contro il volto di Ares, tenendo la lancia puntata verso il dio mentre volava verso di lui.
Una forte scossa di terremoto crepò il marmo sotto ai loro piedi ed Ares cadde di lato mentre lei, preoccupandosi comunque che la sua lancia potesse conficcarglisi nel braccio, rotolava in avanti.
Si rialzò fulminea ritornando alla sua forma originale, socchiudendo le palpebre in direzione di Poseidone. Con i capelli a sfiorargli le spalle e gli occhi verde acqua accanto a Zeus, teneva le mani giunte, rilassato sul suo trono.
Il terremoto era opera sua.
- E tu saresti la dea della saggezza? Tu che ti scagli contro la tua famiglia per proteggere la tua insulsa mezzosangue? - tuonò Ares, adesso in piedi davanti a lei. L'armatura, squarciata dalla sua lancia e macchiata di Icore che, lentamente, andava ricucendosi.
- Siete degli infanti - li punzecchiò Afrodite ed Atena fu costretta a voltarsi per poter guardare la dea. - Litigate ma nessuno ottiene realmente ciò che vuole. A parte Ares, che lotta contro qualcuno.
Una scintilla attirò l'attenzione di Atena alla sua sinistra mentre Ares ghignava per l'affermazione della sua amante. Apollo, brillante e dorato, li guardò serio dal suo trono. Poi, si aprì nel suo solito sorriso furbo. Assumeva sempre l'aspetto di un giovane ventenne bellissimo ed al massimo delle sue forze. Gli occhi azzurri scintillarono sotto i crini biondi. - Quello che faccio io in favore di una città non è affar tuo, fratello. E se solo prestassi attenzione, invece di preoccuparti solo di spade e guerre, ti renderesti conto di quanto l'arte, la musica e la poesia abbiano prosperato sotto Pericle.
I serpenti di Ermes, al suo fianco, si avvilupparono attorno al caduceo del dio. - Si, lo so - sussurrò, chinato nella loro direzione. Quando si accorse di avere l'attenzione del resto degli dei su di lui, raddrizzò velocemente la schiena. - Atene accoglie gli stranieri. È casa per i viaggiatori. Io no ho interessi nel permettere che un'altra città-stato gli muova guerra.
- Nessuno di noi ti appoggerà nella tua folle idea - grugnì Efesto, curvo nel suo trono. La barba lunga ed un po' bruciacchiata seguì la direzione della palla di fuoco che prese forma dal suo palmo.
Apollo corrugò la fronte, spostando poi l'attenzione verso Ade e la sua veste fluttuante ed evanescente. - Giusto, Ade? Ho ragione, zietto? - ammiccò verso di lui, sollevando un pollice nella sua direzione.
- Devi imitare gli italiani per sembrare divertente, Apollo? - brontolò Dionisio, sorseggiando dal suo calice dorato quello che doveva sicuramente essere del vino. I ricci d'ebano scintillarono sotto i raggi del sole che filtrano dal soffitto di nuvole. - Stupido Cesare e le sue carneficine. Quando Bruto l'ha ammazzato ho dato fondo al mio vino migliore. - Poi sembrò rifletterci seriamente per un attimo. - Chi è che ha spinto Bruto ad ucciderlo? Perché, se è stato Ares, io potrei appoggiarlo.
Ade, con un gesto annoiato della mano, attirò l'attenzione degli dei e, solo a quel punto, Atena decise di tornare a sedersi sul suo trono. Si liberò dell'armatura, rimanendo avvolta nel suo chitone bianco ma tenendo la lancia stretta tra le dita al suo fianco. - Ho avuto un sacco di rogne, giù negli Inferi, durante la guerra di Troia. Ci sono sempre centinaia di persone che muoiono - sbuffò, stravaccato sul trono. Sembrava non vedesse l'ora di andare via. - Tenevi le vostre stupide guerre - poi corrugò la fronte diafana e, per un secondo soltanto, Atena vi vide attraverso la parete alle sue spalle. - Oppure fatele, a me non importa -. Si voltò verso Zeus. - Il consiglio è aggiornato adesso, fratellino?
Ma non aspettò mai una risposta, limitandosi a sparire in una nuvola scura. Stava per arrivare la primavera. Probabilmente aveva soltanto voglia di passare del tempo con Persefone.
- Dovremmo lasciare che siano gli umani a decidere -. La voce di Atena riecheggiò fra le mura marmoree dell'Olimpo. Per la prima volta quel giorno da quando si era seduta sul trono, parlò con la calma e la razionalità che l'avevano sempre contraddistinta. Parlò con saggezza e freddezza. Parlò da dea e smise, per un solo istante, di mostrare al resto degli dei quanto, in realtà, fosse il suo essere madre a dominarla. - Smettiamo di far cominciare le guerre - puntò le iridi di tempesta contro Ares, nuovamente seduto sul suo trono come se l'Olimpo gli appartenesse, con un sorriso impertinente a stendergli il volto costellato da cicatrici. - Hanno già dimostrato di avere una particolare tendenza alle battaglie ed alla morte. Lasciamo che compiano loro il destino che gli spetta senza guidarli.
Per lunghi, lunghissimi istanti, l'attenzione degli dei nella Sala del Consiglio le fu interamente rivolta.
Era la dea della saggezza e della strategia militare. Le avrebbero sempre dato ascolto. Anche Ares e la sua naturale indole bellicosa.
Fu Zeus a decidere in un tuono che fece tremare le pareti ed il pavimento.
- Così sia, allora - proclamò, alzandosi perché tutti potessero vederlo meglio. Con i lunghi capelli bianchi sulle spalle e gli occhi che brillavano di fulmini, era comunque impossibile che, tra tutti loro, passasse inosservato. - Nessuno di noi interferirà nelle faccende degli umani. Nessuno - tuonò, voltandosi di scatto verso Ares. Un fulmine venne scagliato dal cielo, raggiungendo la testa castana del dio della guerra che, sotto l'impatto elettrico, sussultò e tremò per il dolore. - Il consiglio è tolto e la prossima volta cercate di farci riunire per qualcosa che conti davvero - aggiunse, voltandosi verso Atena.
La dea rilassò la presa delle dita contro la sua lancia ma non l'espressione tesa che continuava ad avere sul volto.
Le parole di Zeus non erano mai legge ed Ares era troppo istintivo ed orgoglioso per potergli dare realmente ascolto. Non avrebbe mai accettato l'approvazione di un'idea che non fosse la sua e lo osservò uscire dalla Sala del Consiglio dietro Apollo prima che potesse alzarsi anche lei.
Raggiunse il centro perfetto della Sala e vi mosse poi sopra la mano in un arco. Il marmo candido del pavimento scomparve lentamente, regalandole la vista dell'Acropoli della sua città dall'alto. Il Partenone scintillò sotto ai raggi del sole e lei mosse la mano verso di lui, avvicinandovisi in un batter d'occhio. Ne oltrepassò le mura, raggiungendo la sua statua dorata e quando vide Sofia raggomitolata ai suoi piedi, con un blocco di fogli tra le mani, si concesse un sorriso. Aveva un'espressione rilassata mentre scriveva, con i capelli biondi che le accarezzavano interamente la schiena ed il chitone bianco ad avvolgerle il corpo.
Si inginocchiò. Il busto sporto verso la figura rilassata della sua prima ed unica figlia. Delicatamente, posò una mano sopra di lei, sopra il capo di boccoli biondi. In un leggero sussulto, Sofia sollevò lo sguardo verso la statua dorata.
- Ti proteggerò, figlia mia. Ti proteggerò al costo della mia stessa vita - promise e Sofia, a migliaia di chilometri di distanza da lei, avvolta da un tiepido soffio di vento, sorrise verso il volto dorato della madre.
E mentre Atena osservava la figlia riprendere a scrivere, non si accorse delle due frecce rubate dalla faretra di Apollo. Né si accorse di quella che, fulminea, liberò l'Oracolo di Delfi del suo scudo.
ASTY DI ATENE - stesso anno
Sofia parò facilmente, col gladio di legno da allenamento, l'attacco di Kyros. Le braccia sollevate in alto tremarono per l'impatto del colpo.
Sorrise, spostando il capo abbastanza per poter vedere gli occhi furbi del suo migliore amico dietro quell'intreccio di arti un attimo prima che, velocemente, potesse spostare la spada di lato. Roteò velocemente, spostandosi dal raggio d'azione di Kyros. I capelli sciolti, per un solo secondo, le oscurarono la vista, costringendola a parare il secondo attacco prima di colpire Kyros con un calcio al ginocchio. Fu forte abbastanza da fargli perdere la concentrazione ma quando tentò un affondo, Kyros lo parò velocemente. Fece sibilare la lama del suo gladio sopra quella di Sofia, dando un colpo col polso forte abbastanza da farglielo cadere a terra.
Sofia non si arrischiò a guardare la sua arma cadere, inerme, sulla sabbia. Si abbassò velocemente quando Kyros tentò di falciarla in due, scartando di lato. I calzari scivolarono sul terreno ma riuscì ugualmente ad inarcare la schiena all'indietro, evitando la spada del suo migliore amico che, con forza, calò su di lei. Fu in quel momento che prese il suo coltello di bronzo celeste che teneva sotto la cintura del chitone. Il peso familiare della lama ricurva le strappò un piccolo sorriso mentre fletteva le dita attorno all'elsa.
Kyros le bloccò il polso con la mano libera, incredibilmente rapido. Le dita ruvide si strinsero attorno alla sua pelle ma non fu abbastanza per fermare Sofia che lanciò il coltello. La lama ricurva roteò in aria e, quando l'acchiappò per l'elsa, puntandola alla gola di Kyros, la sua spada da allenamento le premeva contro lo stomaco.
Per un attimo, gli occhi azzurri del suo migliore amico rimasero assottigliati, attenti prima che il volto potesse rilassarsi, aprendosi in un sorriso.
- Tu e quel maledetto coltello - imprecò il ragazzo, passandosi le mani tra i capelli biondi, portandoseli all'indietro. Il sole batteva placido dentro il ginnasio illuminando le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte.
Sofia sorrise, scostandosi i capelli indietro mentre infilava nuovamente la lama sotto al velo avvolto attorno alla vita. - Mi alleno da anni con un figlio di Ermes. Ho imparato tutto da te - rispose.
Kyros prese una brocca d'acqua da un tavolino di legno posto sotto all'enorme finestra, allungandolo poi verso di lei. Quando Sofia scosse la testa, il ragazzo le lanciò la sua migliore occhiata di rimprovero. - Dovresti bere. Sopratutto con questo caldo e dopo un allenamento così intenso.
La ragazza, in tutta risposta, stirò i muscoli stanchi delle braccia, spostando poi gli occhi grigi su Atene che, fuori dalla finestra, era più animata e soleggiata che mai. Persino le driadi, che non si allontanavano mai dai loro alberi, passeggiavano tra i viali con la pelle che, sotto al sole, splendeva più verde che mai. I bambini saettavano tra le gambe delle mamme, inseguendosi tra la folla, affiancando i centauri che, con indosso un'armatura da battaglia, camminavano rilassati, affiancati da soldati a cavallo. Le armi di bronzo celeste rilucevano sotto al sole mentre si dirigevano, pareva, tutti verso la stessa direzione. I soldati si muovevano rilassati e seppur semidee e driadi si muovessero con la calma di chi vuole semplicemente godersi i raggi del sole, i satiri sgusciavano tra le spalle degli ateniesi, galoppando verso l'Agorà.
Sofia corrugò la fronte, sporgendosi col busto oltre la finestra prima di sbarrare gli occhi. - Sono in ritardo! - esclamò, lanciandosi velocemente verso la porta. - L'assemblea! - continuò, voltandosi poi di scatto verso Kyros una volta raggiunte le pesanti porte di legno. - Tu sei un ginnasiarca, Kyros! - lo richiamò, ancora fermo accanto al tavolo di legno con la brocca stretta tra le dita. - Sei in ritardo anche tu!
Ma non aspettò mai la raggiungesse. Sofia si precipitò fuori dalla stanza che avevano usato per allenarsi fino a quel momento, piombando sotto al peristilio adombrato che però non riusciva a proteggerla dall'afa estiva di Atene.
Il centro del gimnasio era completamente vuoto, segno tutti gli uomini avessero adempiuto ai loro doveri, dirigendosi verso l'Agorà a tempo debito. Fu costretta a fermarsi improvvisamente quando, una volta uscita sulle strade della città, non rischiò di sbattersi ad un satiro che passava in quel momento. Quello saltò per lo spavento, inveendole contro col pugno grassoccio sollevato.
- Mi dispiace! - esclamò Sofia, estraendo i fogli da sotto la cintura del chitone, stringendoli tra le dita mentre riprendeva a correre.
- Scusatemi! Permesso! - esclamò, ignorando il sudore che le faceva scivolare i piedi sulle suole dei calzari. Non avrebbe mai, mai più perso così tanto tempo ad allenarsi con Kyros.
Lui la fregava sempre. Lui ed i suoi stupidi capelli color sabbia ed il suo stupido sorriso malandrino col quale riusciva ad ottenere qualsiasi cosa quando lo sfoderava alle persone giuste. Non a caso, era un figlio di Ermes. E, non a caso, anche se Sofia lo accettava sempre e, un po' e sotto sotto gli piaceva anche farsi abbindolare da lui, era il ragazzo più scaltro di tutta Atene.
Ma non avrebbe più permesso la intrattenesse proprio la mattina dell'assemblea cittadina. Le strade erano troppo affollate e l'affluenza del popolo le impediva di correre tanto veloce quanto avrebbe potuto. Doveva arrivare prima che l'impazienza degli ateniesi costringesse il padre ad iniziare.
Strinse i fogli tra le dita, scartando velocemente tra un paio di ninfe che camminavano tranquille, chiacchierando sorridenti. - Mi dispiace! - esclamò quando quelle, spaventate, lanciarono un urlo, voltando poi nuovamente il capo davanti a sé, aggirando il didietro di un centauro bianco un attimo prima di finirgli completamente addosso.
Quando riuscì finalmente ad infilarsi sotto gli archi dell'Agorà, svoltò velocemente a sinistra, raggiungendo la stanza dove il padre finiva sempre di prepararsi.
Anche il colonnato dell'Agorà era trafficato. Prima dell'assemblea cittadina era consuetudine per gli ateniesi gironzolare per il mercato e, ovviamente, lei si ritrovava ad essere in terribile ritardo proprio negli attimi di maggiore affluenza.
Scartò tra i banchi di ceramica, tra le etere decorate con gioielli orientali che guardavano incuriosite la merce esposta e poi, finalmente, riuscì ad infilarsi nella camera privata del padre.
Con le mani puntate sul tavolo a discutere, Paralo e Santippo affiancavano l'uomo. Aspasia, seduta vicino alla finestra che si affacciava sull'Agorà, si sventolava il volto con una mano.
- Sofia starà per arrivare. Dai a quella bambina un po' di tregua, Pericle - borbottò la donna nel momento stesso in cui Sofia piombava all'interno della stanza.
Due soldati, vestiti di tutto punto accanto alle enormi porte di pesante legno si voltarono di scatto verso di lei, puntandole istintivamente le lance contro. Sofia vi passò sotto con un sorriso che, quando incontrò gli occhi scuri e preoccupati del padre, si allargò ulteriormente.
- Scusate il ritardo - esclamò, avvicinandosi all'enorme tavolo, ignorando lo sguardo d'odio che le rivolse Santippo mentre porgeva i fogli a Pericle. - Non ho fatto caso al tempo che passava.
Pericle le sorrise con il corpo avvolto da un chitone bianco che scintillava sotto al sole che entrava dalla finestra. Nell'aria c'era uno splendido profumo di fiori e la leggera brezza primaverile le mosse dolcemente il tessuto degli abiti, scuotendole i capelli.
- Ero preoccupato per te, figlia mia. Non per questi stupidi fogli - affermò l'uomo, regalandole un sorriso gentile. Prese le parole che Sofia gli porgeva, allontanandosi dal tavolo mentre si avvicinava alla finestra per poterli leggere più facilmente.
Sofia, a quel punto, si avvicinò ad un tavolo in un angolo della stanza, riempendo un skyphos in terracotta di un po' d'acqua, alleviando finalmente la gola arsa per l'allenamento e la corsa.
Quando però Santippo batté un pugno al tavolo, facendovi tremare gli utensili che vi erano sopra ed attirando l'attenzione dell'intera stanza, Sofia sussultò, voltandosi verso il fratello in uno scatto fulmineo.
Aspasia, accanto alla finestra, lo fissò con un sopracciglio scuro inarcato, il volto dipinto della sua migliore espressione di sufficienza e superiorità. - Ti turba qualcosa, per caso? - gli domandò, accavallando le lunghe gambe dorate sotto al chitone chiaro.
Pericle, al suo fianco, serrò la presa sui fogli, contraendo con forza i muscoli delle braccia.
Gli occhi ghiacciati di Santippo scintillarono di collera mentre, per l'ennesima volta, rivolgeva a Sofia il suo più totale disgusto. - Perché dobbiamo sempre aspettare lei? - urlò, indicandola con un braccio, voltandosi verso al padre. - Perché è lei che ti aiuta nei discorsi? Perché è lei che aspettiamo per ottimizzare le strategie di battaglia? Perché è sempre Sofia? - tuonò.
La ragazza, lentamente, poggiò lo skyphos sul tavolo dal quale l'aveva preso, rivolgendo gli occhi grigi verso Aspasia. Pericle era coperto dalla magra figura di suo fratello.
- Io sono il primo figlio! - esclamò, puntandosi un dito contro al petto scarno. - Io ho studiato tutta la vita e poi devo vedere il mio posto preso da una stupida donna?
Aspasia, dietro di lui, si lasciò andare ad un sospiro talmente tanto melodrammatico, portandosi il dorso della mano alla fronte che Paralo, accanto al fratello, trattenne a stento un sorriso. - Tesoro - cinguettò, attirando l'attenzione di Santippo. - Rilassati - sussurrò lentamente, con infinita dolcezza. La voce calda, che fu una carezza anche per il corpo di Sofia, fece lentamente calmare il petto ansante di Santippo.
Non abbastanza a lungo perché potesse calmarsi del tutto.
Il ragazzo scosse la testa. La zazzera di capelli neri scintillò sotto ai raggi del sole e, quando puntò un dito furibondo verso Aspasia, la donna si limitò semplicemente a ridere. - Non usare i tuoi poteri su di me, mezzosangue - sibilò con disprezzo mentre i muscoli della schiena si contraevano infastiditi.
Sofia vide il sorriso di Aspasia allargarsi, illuminandole il bel volto. Fu questione di un attimo prima che una maschera di rabbia potesse posarlesi sul viso, adombrandolo ferocemente. - E tu, piccola formica mortale, dovresti portare rispetto a chi ha dei poteri. Potrei farti esplodere il cuore in uno schiocco di dita ma tu osi comunque rivolgerti a me in questo modo.
Solo quando Aspasia spostò gli occhi scuri su Sofia, assottigliandoli, la ragazza si rese conto di aver nuovamente preso tra le mani lo skyphos. Le dita, rigide contro la ceramica al punto da essere sbiancate completamente, erano pronte a scagliarlo contro la testa di Santippo.
- Che rispetto devo a Sofia, però? - soffiò, voltandosi di scatto verso la bionda che però, quella volta non sussultò. - Lei è figlia di un'etera. È illegittima - sibilò ancora, guardando Sofia dritta negli occhi grigi, con i suoi assottigliati in due fessure furiose.
- Oh miei dei. Madre, perdonalo - fece Aspasia alle sue spalle, il volto puntato verso il cielo azzurro fuori dalla finestra e, mentre Santippo si voltava nuovamente verso di lei, Sofia si ritrovò ad abbandonare l'impropria arma sul tavolo alle sue spalle.
Si costrinse a rilassare le dita doloranti mentre guardava la schiena del fratello.
- Anche io sono un'etera, razza di stupido. E l'essere figlia della dea Afrodite non fa di me una persona migliore rispetto a tua sorella - lo rimproverò duramente.
Santippo era un ragazzo di venticinque anni parecchio alto. Se anche Aspasia fosse stata in piedi, Santippo le avrebbe comunque rubato più di due spanne ma, in qualche momento, seduta accanto alla finestra, con un'abissale differenza d'altezza a dividerli, era la donna la più forte. Autorevole abbastanza da averlo messo in angolo senza alcuna necessità di supremazia fisica.
- Sei il primo erede legittimo del promotore della democrazia. Dei pari diritti. Delle persone che vengono scelte non in base al ceto di appartenenza ma in base ailoro valori -. Aspasia gli sorrise algida e, davanti a quelle parole, Santippo indietreggiò impercettibilmente di un passo colpendo il lato del tavolo di legno. - Che guida speri di essere per Atene se non riesci neanche ad accettare le vittorie di tua sorella?
***
Dalla finestra della stanza del padre, Sofia ed Aspasia avevano ampia visione dell'Agorà piena di ateniesi, con Pericle che, al centro, in qualche modo riusciva comunque a troneggiare su tutti.
Le regole della società ateniese impedivano alle donne di poter partecipare alle assemblee pubbliche ma, seppur agendo nell'ombra, Sofia ed Aspasia erano i remi che continuavano a spingere la flotta ateniese.
Che poi gli uomini non lo sapessero, non interessava a nessuna delle due.
Pericle recitava a gran voce il discorso scritto da Sofia sulla democrazia e lei, ascoltando le sue parole attraverso la voce del padre, non riuscì a fare a meno di sorridere. A Sofia piaceva aiutarlo e piaceva sapere di star contribuendo così fortemente al cambiamento di Atene.
Le piaceva essere in grado di capire le scelte politiche e militari del padre. Essere in grado, già da quando era una bambina, di prenderle al posto suo, fornendogli le soluzioni migliori per i conflitti peggiori.
Sofia, in generale, sapeva e capiva. Sapeva e capiva tutto, tranne quella profezia che, ogni notte e recitata dalla stessa voce di donna, le invadeva i sogni ed i pensieri per tutta la giornata da tutta la vita.
Si accorse di aver lasciato andare un respiro solo quando Aspasia si voltò verso di lei, sorridendole. Gli occhi gentili la scaldarono teneramente mentre la guardava e Sofia, davanti a quello sguardo, si permise di rilassare i muscoli tesi della schiena.
- Magari non sono io, giusto? - domandò. La voce fastidiosamente macchiata da un velo di supplica. - Magari non sono io la prima figlia di Atena. Magari è un'altra ragazza da qualche parte nel Peloponneso - improvvisò, spostando gli occhi grigi fuori dalla finestra, evitando con forza quelli di Aspasia. Sapeva che, davanti a quelle iridi, non sarebbe mai riuscita a fingere. - è solo frustrante non riuscire a venirne a capo. Arriva una donna, mi recita una profezia tutte le notti e, dopo sedici anni, ancora non abbiamo capito cosa dovrei farci di queste parole - borbottò, gettando le braccia in aria, lasciando che le potessero pesantemente ricadere sul grembo.
Aspasia però annuì e quando la guardò, sbattendo le ciglia un paio di volte, il cuore di Sofia smise di martellarle contro al petto mentre il respiro agitato si regolarizzava lentamente. - Dobbiamo prendere tutto in considerazione, piccola dea. Qualsiasi idea ci venga in mente, potrebbe essere la possibile soluzione -. Quando allungò un braccio verso di lei, prendendole la mano nelle sue, a Sofia sembrò di riuscire a respirare un po' più facilmente. - Ma non sei sola in tutto questo. Ci siamo io e tuo padre. Ci saremo per sempre per te, va bene? - poi corrugò la fronte, piegando leggermente la schiena verso di lei. - Non c'è bisogno che ti dica di ignorare quel maiale di tuo fratello, vero?
Sofia scoppiò a ridere, annuendo un paio di volte. - Lui non sa nulla in fin dei conti. È ovvio che si senta messo da parte. Se magari sapesse che sono una mezzosangue anche io, le cose potrebbero cambiare.. - mormorò ma si decise a cambiare tono dopo aver guardato gli occhi scuri di rimprovero di Aspasia davanti a lei.
- Quella profezia ti viene ripetuta da sedici anni per un motivo, Sofia - disse, senza nascondere il leggero rimprovero nella voce. - Ed è stata recitata a me, il giorno prima che tu nascessi, per una ragione. Non possiamo trascurare una scelta della dea Atena in questo modo.
Sofia annuì. Lo sapeva bene. Ma crescere nell'ombra e nelle bugie non era mai stato qualcosa che aveva poi apprezzato granché nonostante ci avesse fatto l'abitudine a quel punto. - E comunque - sorrise poi Aspasia, allungando le mani verso i suoi fianchi, slegandole il velo grigio attorno alla vita, - puoi sempre decidere di sparire quando vuoi -. Quando glielo mise sul capo, Sofia scomparve in una risata.
Incrociò le mani sul grembo invisibile con gli occhi che, per un attimo, si fermarono su Aspasia che guardava nella sua direzione senza poi vedere un bel nulla.
Quel velo dell'invisibilità era l'unica cosa che aveva di sua madre, a parte l'intelligenza ed il peso di una profezia che le veniva ripetuta da tutta la vita senza che riuscisse a venirne a capo. Era arrivata in un cesto di vimini, avvolta in quel velo davanti alla porta di Pericle. Non aveva idea delle proprietà di quel velo fino a che, ad otto anni, Aspasia non glielo aveva sistemato sul capo per poter passeggiare per le vie della città, strillando quando lei era scomparsa all'improvviso.
- Basta. Voglio tornare a vederti -. Aspasia allungò le mani verso dove si ricordava fosse il suo capo, privandola del velo e lasciando così che Sofia potesse tornare visibile. Le sorrise e, per un solo istante mentre le accarezzava delicatamente una guancia, sembrò anche andare tutto bene. - Non ti preoccupare - le disse, allacciandole con delicatezza il velo attorno alla vita.
Sofia sorrise nella sua direzione, allargando il petto mentre prendeva un respiro più profondo degli altri. Pur lontana, voltò poi il capo verso l'Agorà, ascoltando la voce del padre. - Perché, ad Atene, noi professiamo.. - ma uno scalpiccio di affrettati passi ed agitate urla, lo interruppero bruscamente.
Aspasia si alzò di scatto dalla sua sedia e Sofia si sporse oltre la finestra mentre una figura con i capelli scuri, urlando il nome del padre, correva al centro dell'Agorà.
Sofia strizzò le palpebre nel tentativo di poter vedere più chiaramente chiunque fosse e quando riconobbe il figlio di Ermes, le ginocchia le cedettero per un secondo. - Petro.. - mormorò.
In missione verso Delfi, il messaggero prediletto di Atene non tornava ormai da giorni. Che fosse arrivato così trafelato, interrompendo l'assemblea, non andava bene affatto. Se avesse portato brutte notizie in quel momento, si sarebbe scatenato il più terribile ed incontrollabile caos.
- No - mormorò. - Stai zitto - ruggì. - Padre, fatelo stare zitto - pregò.
Vide distintamente Pericle che metteva una mano sulla spalla del ragazzo, iniziando ad indirizzarlo verso l'uscita. Scoprì però poi che poteva controllarne i passi, ma non la voce.
- Delfi! - urlò. - Delfi ha parlato! - la sua voce riecheggiò per l'intera Agorà, sibilando lungo la schiena di Sofia. Una lingua di gelo che la fece rabbrividire.
Ma pregò ancora. Pregò che stesse zitto. Pregò che il padre riuscisse a portarlo via prima che potesse dire qualsiasi cosa ma Petro aveva troppa paura per ragionare lucidamente e, quando recitò la profezia, Sofia iniziò ad indietreggiare.
Vide Aspasia voltarsi verso di lei, la bocca muoversi mentre, probabilmente, la chiamava ma Sofia non riusciva a sentire. Non riusciva a sentire nulla mentre, impossessata da una forza più potente di lei, lei e Petro iniziavano a recitare:
Temono i guerrieri la saggezza e la sua prima erede nascosta
perché alla monarchia, ella stabilirà la sua opposta.
Dopo diciotto anni verrà stanata
e tra dolore e sangue sarà deportata.
Dalle tenebre verrà seguita,
mentre tesse le trame per la rivolta ardita.
L'amore e la paura determineranno la sua sorte,
che sia vita oppure morte.
Quando Sofia finì di recitarla, scontrandosi contro al tavolo alle sue spalle, le urla di Petro le trapassarono il cuore, distruggendoglielo in mille pezzi. - Gli Spartani! - gridò. - Gli Spartani stanno arrivando!
Le gambe non riuscirono più a reggerla e Sofia cadde a terra.
Si chiese se, prima o poi, sarebbe riuscita ad alzarsi.
ANGOLO AUTRICE:
Ciao a tutti, fanciulli miei!
Non avrei mai voluto pubblicare adesso. La storia nel mio computer non è neanche arrivata a metà ed infatti, sia il titolo che la descrizione sono provvisori. Sapete quanto odi pubblicare senza prima aver finito di scrivere tutto e considerato che i primi capitoli devono essere modificati visto che ho deciso, di punto in bianco mentre scrivevo, di dare un assetto un po' diverso alla storia rispetto a come l'avevo immaginata, gli aggiornamenti non saranno sicuramente puntuali.
Ma perché allora sto pubblicando adesso pur senza avere non solo la storia finita ma neanche uno straccio di titolo? Perché ho pensato che in un periodo storico come quello che stiamo vivendo adesso, abbiamo tutti necessità di avere un po' di compagnia e qualcosa che ci unisca. Perché ho sempre sperato, forse con un po' di presunzione, che con qualche mia parola incasinata potessi riuscire a salvare qualcuno. Forse non salverò mai qualcuno ma, magari, potrò riuscire a portare anche un pochino, un pochino minuscolo di distrazione.
Quindi, eccomi qui, con una long incompleta ma pur sempre la prima che ambiento nel passato e dove Percy ed Annabeth non solo sono i protagonisti (il che non è una novità, ovvio) ma sono anche semidei! Adesso vi starete chiedendo chi cazzo sia Sofia. Sofia è Annabeth, logicamente ma visto che la storia è ambientata nell'Avanti Cristo ed il nome Annabeth non poteva ancora esistere, ho deciso di chiamarla Sofia anche se, non preoccupatevi, il nome Annabeth comparirà eccome!
La storia è ambientata durante la Seconda Guerra del Peloponneso. Atene e Sparta stavano davvero combattendo. Pericle, Aspasia, Santippo e Paralo sono davvero esistiti e Santippo e Paralo erano davvero i figli di Pericle che, affiancato dalla sua etera (il grado più alto delle prostitute ad Atene), Aspasia, davvero, lo aiutava a guidare Atene. Credo sia proprio questo ciò che mi ha colpito. Che, pur essendo secoli fa, era comunque una donna a tenere tra le mani le redini di una delle più potenti città-stato di quel periodo.
Spero tanto mi seguirete anche se non posso promettervi frequenza negli aggiornamenti.
Vi voglio tanto bene, ragazzi. Adesso più che mai. Evitate i luoghi affollati e rimanete dentro casa il più possibile.
Supereremo anche questa.
Un abbraccio ed un bacio fortissimo da me. Sperando che questo prologo possa esservi, anche di poco, di qualche conforto.
Eli:)
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