Ospiti inattesi

Il grande Glup si portò sul fondo, ma nell'assestarsi fece perdere l'equilibrio a Imohar e alla ragazzina che si ritrovarono sedute sul suo ventre molliccio. Alla regina salì un senso di nausea, e non dovuta soltanto al contatto con il viscidume olezzante, ma al pensiero di Aisha; la piccola poteva farsi molto male. Così,, dopo averla presa per mano, senza dirle nulla se la tirò dietro per incamminarsi sul ventre instabile e traballante del verme custode.

Una puzza nauseabonda si spandeva a macchia d'olio su tutto, tuttavia riuscivano a respirare senza fatica e il fetore passò in secondo piano. A creare più disagio una leggera nebbia, la quale aleggiava a mezz'aria e impediva loro di vedere dove mettere i piedi. Inoltre, a ogni passo gli stivali rimanevano avviluppati nelle mille pieghe della pelle ed era una fatica immane proseguire. Per fortuna Aisha indossava gli scarponi, altrimenti sarebbe stata peggio, alla lunga gli acidi presenti gli avrebbero ustionato i piedi. Nondimeno i problemi erano finiti, la piccola non possedeva una veste idonea e, una volta entrata nello stomaco del verme, sarebbe stato un altro problema da risolvere. Così Imohar pensava come evitare un triste epilogo, quando le sovvenne un modo e forse poteva funzionare. Ma prima di cantare vittoria, doveva esporre la sua idea a uno dei fratelli e sperava tanto lui accettasse la proposta: se l'uomo si fosse rifiutato, allora si sarebbe trovata davvero in difficoltà. E con quel pensiero nella testa martellante, proseguiva il cammino con il tenere per mano Aisha.

La ragazzina dal canto suo non aveva detto una sola parola, e così doveva essere. Sapeva di essere in torto ed era giusto non fiatasse. Tuttavia Imohar la guardò con tenerezza e poi le sorrise per infondere in lei la calma per proseguire. La fatica cominciava a farsi sentire e se non trovavano gli uomini al più presto si sarebbero dovute fermare a bivaccare da sole con tutti i rischi connessi. Pertanto rimuginava tra sé preoccupata, e senza darlo a vedere per non intimorire ancor più Aisha. Poi alla vista di un leggero chiarore rossiccio, proveniente dal fondo, si sentì sollevata: Ras-dal e i suoi fratelli dovevano essersi accampati laggiù, pensò. Aisha però non riusciva più a proseguire e fu costretta a caricarsela dietro le spalle.

Man mano che proseguiva, il chiarore rossiccio aumentava di intensità e dovevano essere molto vicini allo stomaco del Glup. Questa consapevolezza diede la forza a Imohar di proseguire, anche le sue gambe non reggevano più la fatica, tenuto conto dello sforzo che doveva fare ogni volta per liberare i piedi invischiati nelle pieghe untuose e viscide della pelle del verme.

«Imohar, sei tu?»

Al sentire fare il suo nome, la regina ebbe la certezza non fosse giunta la sua fine e sorrise, un accenno appena velato.

«Siamo tutti quaggiù, Imohar. Ancora qualche piccolo sforzo.»

La voce era quella di Ras-dal e lui, invece di andarle incontro se ne stava fermo con i pugni serrati sui fianchi come un dittatore.

Prima di far scendere Aisha dalle spalle, si fermò per guardarsi intorno. Gli uomini si erano fermati in un grande spazio aperto, non angusto e stretto come quello in cui erano state finora. Poi, allo spostare lo sguardo, arrivò la sorpresa e non riuscì a credere ai propri occhi: l'ambiente circostante si muoveva in un ondeggiare sinuoso e continuo e a lei, nel seguire il suo andare lento, tornò la nausea. Il chiarore più intenso proveniva dal fondo ed era una specie di trituratore da dove passava il cibo per lo stomaco del grande Glup.

Imohar a quel punto allentò la tensione e sorrise soddisfatta: si trovavano tutti nel posto giusto. Poi si chiese come facesse il Glup a digerire le prede. Se arrivavano vive fin lì, non poteva di certo sperare che queste entrassero di propria volontà nel suo stomaco. Nessuno sano di mente lo avrebbe fatto, in nessuna circostanza, nemmeno loro lo avrebbero fatto. Così, mentre lei si chiedeva come, i fratelli continuavano a guardarla con stupore. Al che lei si rese conto di avere ancora sulle spalle la piccola Aisha.

Arthur come vide la piccola esclamò sorpreso: «Per tutte le lance spezzate, non può essere lei.» L'uomo sperava di aver preso un abbaglio, ma quando si avvicinò alle sue gli venne quasi un colpo. «Aisha? E cosa ci fai tu qui, ragazzina?» E rivolto a Imohar, cupo in volto: «Come hai potuto portarla qui con te?» E tornato a guardare Aisha, scuro in volto: «Spero che tu abbia una buona scusa per aver disubbidito a me e alla mamma.»

Aisha non era la figlia di Arthur, ma il compagno della madre e faceva solo le veci del padre naturale, morto durante la predisposizione delle esche per attirare un Glup. Quindi aveva imparato ad amare quella ragazzina indisponente più di se stesso ed era diventata una sua responsabilità farla crescere attorniata dall'amore. Insieme vivevano come una famiglia e condividevano gioie e dolori, anche se da un po' erano più i dolori a presentarsi.

La ragazzina era cosciente di trovarsi nei guai e che l'avrebbe pagata molto cara una volta tornata a casa, ma sapeva come evitare il peggio e per prima cosa sorrise ad Arthur. Lui però non ricambiò e lei lo aveva previsto. Infatti tornò a riprenderla: «Ma ti rendi conto in che guaio ti sei cacciata? E il pasticcio in cui hai messo noi tutti? Questo non è un gioco dove quando ci si stufa si passa ad altro. Qui dentro è tutto reale e il pericolo è dietro ogni piega di questa maledetta carne puzzolente.» Finito con Aisha, attaccò Imohar: «Come la mettiamo adesso? La piccola non è vestita in modo adeguato e se dovesse continuare a seguirci rischierebbe di morire. E io non lo posso permettere... per tutte le lance spezzate! Maledizione! Perché! Tutto mi sarei aspettato da te, ma non questa, Imohar!»

«È accaduto e non ho potuto niente per impedirlo. La piccola mi ha seguito per consegnarmi delle cose che avevamo dimenticato e credimi, stavo per mandarla indietro, dopo averla sgridata, quando il verme-custode si è calato su di noi e ci ha inghiottite con un tale guizzo che non sono riuscita a spingerla lontana da me per tempo.»

«Non devi preoccuparti per me, padre, sono grande abbastanza da poter badare a me stessa. E poi dovresti ringraziarmi, invece di essere arrabbiato, vi ho portato gli arpioni.» Aisha passò in rassegna tutti loro con lo sguardo fermo per poi abbassarlo pentita.»

«Ma di quali arpioni vai cianciando? Non è vero! Quelli sono una scusa. Tu volevi seguirmi. Tua madre mi aveva accennato del tuo desiderio di farne parte ed ecco perché mi sono tanto raccomandato, con il pregarti in ginocchio, di rimanere all'accampamento fino al mio ritorno. Invece hai deciso di non ascoltare e di fare di testa tua. Mi dici ora come la risolviamo?»

Doveva calmare Arthur e strigliare un pochino Aisha, si era detta Imohar e guardò la ragazzina con cipiglio serio. Così il sorrisino dal suo bel faccino sparì. A quel punto si rivolse ad Arthur al fine di tranquillizzarlo. «Se devi dare una colpa, dalla pure a me. Se non avessi dimenticato gli arpioni, ora lei non sarebbe qui... anche se non credo e dopo mi sentirà. Quindi se c'è stata una mancanza è solo mia, avrei dovuto essere più accorta. Per quanto riguarda Aisha, indietro non si torna e diventa a tutti gli effetti parte del gruppo. Pertanto sarà nostra responsabilità proteggerla affinché non si faccia male. E non guardarmi corrucciato, Arthur... so a cosa pensi, a come farà la tua piccola a entrare nello stomaco del Glup senza una veste adatta e vorresti uccidermi. Tranquillo, ho una soluzione e per attuarla ho bisogno dell'aiuto di uno di voi.»

«Io! Io, io. Posso essere d'aiuto io? Per favore! In fondo gli amici non servono a questo? O mi sbaglio?» Berthold si era fatto avanti euforico e Imohar non poteva sperare in meglio.

«Sono felice ti sia fatto avanti tu, perché avevo proprio pensato a te e mi hai tolto un grosso peso dal cuore. Bene, allora veniamo a ciò che voglio tu faccia per Aisha. Ti devi fare carico di lei, Berthold. Ascolta, fino a quando non sarà finita, la porterai in spalla. Dovrete diventare una persona sola. Sei grande e grosso e per te sarà un leggero fardello da portare. Il tuo compito è semplice, una volta entrati nello stomaco del grande Glup, dovrai far sì che gli acidi presenti non arrivino a toccare le sue carni. La piccola non ha una veste come la nostra e basterebbe una goccia per provocarle ustioni terribili. Te la senti?»

Un grosso sorriso apparve sul volto dell'omone e ad accompagnarlo giunse il sì più convinto di sempre. Proveniva dal cuore, da quello di un uomo grande e grosso che desiderava solo aiutare il prossimo.

«Allora siamo d'accordo, fino a quando non usciremo, Aisha sarà una tua responsabilità, Berthold. Tuttavia, nel malaugurato caso l'acido dovesse colpirla, versaci sopra dell'acqua fresca. Però usala con parsimonia, non ne abbiamo molta a disposizione. Bene, ora passiamo al piano d'attacco...» Imohar si ammutolì per poi sbarrare gli occhi, come se avesse visto un fantasma. Nove vermi, usciti da altrettante bocche venutasi a creare ai lati del ventre del grande Glup, la lasciarono a bocca aperta. I vermi rappresentavano la versione in miniatura del verme-custode ed erano alti quanto un cammello e lunghi come un grosso serpente.

Alla loro vista indietreggiarono tutti di qualche passo. Nessuno si aspettava di incontrarli. Nemmeno Imohar e lei aveva avuto modo di vedere con i propri occhi cosa ci fosse nella pancia di un Glup e quelli non li aveva mai visti. Poi uno di quei vermi si fece avanti e, arrivato a una decina di passi da lei, uno stridio acutissimo l'assordò. Lo aveva rilasciato il verme dopo essere stato centrato a morte dalla lancia di Arthur.

Il sangue violaceo fuoriusciva dalle carni trafitte del verme a fiotti e illuminava tutt'intorno.

«Scusate. Si era avvicinato troppo ad Aisha e non ci ho pensato su due volte.» E rivolto a Imohar: «Non temere, quello del grande Glup lo lascio a te.»

Arthur aveva slegato la lancia per poi infilarla dritta nella fronte del verme e Ras-dal, per non essere da meno, lo imitò con l'uccidere un altro verme e questo, prima di morire, emise lo stesso stridio acuto, però questa volta fecero in tempo a coprire le orecchi: la prima volta era stato doloroso.

Le grida di dolore però richiamano altri vermi, si aprirono altre due bocche e da esse uscirono altrettanti vermi e Imohar, al vederli scivolare giù, ebbe l'illuminazione sul perché lo facessero: quei vermi servivano a indurli a entrare nello stomaco e quindi ucciderli sarebbe stato vano, ne sarebbero arrivati altri a sostituirli.

«Siete pronti ragazzi?» Urlò Imohar con il guardare uno dopo l'altro i fratelli per poi soffermarsi su Berthold. Voleva assicurarsi tenesse Aisha ben stretta a lui e, al vedere lui che la rassicurava, accarezzandola con le sue grandi mani e la piccola sorridere, iniziò a muoversi.

«Cosa aspettate, se non l'avete ancora capito, i vermi sono venuti a stimolarci a entrare nello stomaco. Pertanto se noi li assecondiamo, ma solo per la prima parte del tragitto, non ci faranno alcun male. Poi, arrivati davanti alla bocca dello stomaco, invece di entrare passeremo di lato... ho notato una rientranza abbastanza larga da permetterci di passare senza essere stritolati da quella specie di sfintere gigantesco. E tu, Aisha, assicurati che le lenti restino incollate agli occhi e non toglierle finché non ne saremo usciti.»

«Non posso accettare, mia regina. Servono più a te. Io terrò gli occhi chiusi e il volto schiacciato sul petto di Berthold... lui mi proteggerà da ogni schizzo.» Tolta la fascia con le lenti, la porse a Imohar per poi regalarle un dolce sorriso.

Rimasero tutti incantati dal gesto. Arthur invece si sentì fiero di lei.

Dopo aver ricambiato il sorriso, Imohar indossò le lenti e, seria, guardò Berthold a cercare la conferma che lui l'avrebbe protetta. Arrivò con un cenno del capo e a lei tanto bastò per capire di non doversi più preoccupare di quell'aspetto e puntò Arthur per vedere se si fosse tranquillizzato. L'uomo chinò il capo in segno di accondiscendenza e non le restava che ringraziare la ragazzina, ma venne costretta a rimandare, i vermi avevano preso a muoversi e dovevano andare.

Tenuto conto che era impensabile passare dall'apertura principale, Imohar li aveva guidati verso un'altra apertura, una ferita non ancora rimarginata e lei l'attraversò senza timore con lo sparire alla loro vista.

Gli uomini si guardarono l'un l'altro e poi, al vedere Berthold entrare con Aisha, lo seguirono, ma solo Pretorio dall'altra parte urlò a squarciagola.

«Perché l'hai fatto? Cos'hai visto, Pretorio?»

«Niente, Ras-dal, ho sentito una specie di vuoto dentro mentre venivo giù ed è stato più forte di me.... come quando scendi da una collina seduto su di una grossa foglia e vieni giù veloce.»

Dentro non trovarono quanto si aspettavano, solo qualche pezzo di carne marcescente, delle pietre e alcuni grossi rami con foglie comprese: il verme nel risucchiare le vittime sorbiva tutto quello che si trovava nelle adiacenze. Lo stomaco all'interno era attraversato da centinaia di vene e queste emettevano, grazie al sangue che fluiva in esse, abbastanza luce violacea da dare loro modo di scrutare in ogni piccolo anfratto senza problemi. Anche lì dentro si muoveva tutto e stare in piedi era difficile. Come se una mano gigantesca stringesse lo stomaco per miscelare al meglio il contenuto. E meno male che i succhi acidi non fossero presenti in abbondanza. Però con la loro presenza a breve sarebbero aumentati, pensò Imohar preoccupata, soprattutto per Aisha e doveva agire in fretta.

«Iniziamo da te Berthold. Tu e Aisha andate su quella specie di isolotto laggiù, su quel bubbone starete al sicuro, almeno spero.» Poi, rivolta ai fratelli: «Voialtri con me, andremo dalla parte opposta, verso quella parete che sembra essere la più sottile... avrete notato anche voi che vi passano poche vene e faremo meno fatica a incidere la pelle in quel punto. Forza, muoviamoci! Non abbiamo molto tempo, l'aria respirabile non durerà per sempre.»

Ras-dal non se lo fece ripetere, presa la grande lama dal fianco, si fece avanti petto in fuori e pancia in dentro. Beone lo seguì con in mano una scure affilatissima e insieme avevano iniziato a intaccare con colpi precisi e ben assestati la parete. Però si resero presto conto che non sarebbe stata un'impresa facile aprire un varco abbastanza grade da farli passare tutti. La pelle era più coriacea di quanto avevano preventivato e facevano una fatica immane.

Imohar, al vederli allo stremo, diede il cambio a Ras-dal. Presa in prestito la sua lama, lei aveva portato solo la lancia e non sarebbe servita a molto, dopo aver urlato tutta la sua rabbia, assestò un colpo così potente, che uno schizzo di sangue fuoriuscì improvviso e le sporcò di viola il volto. Pretorio, per non sentirsi inferiore, tolse dalle mani di Beone la scure e con quella prese a dare colpi a più non posso. Il loro sforzo iniziò a dare i suoi frutti, la pelle sembrava cedere e, se avessero continuato di quella lena, il passaggio molto presto sarebbe stato abbastanza ampio da permettere a Berthold di passare senza problemi.

Sangue e i lembi di pelle alla fine caddero nello stomaco e un liquido verdognolo, gli acidi, iniziarono ad aumentare, fino ad arrivare all'altezza dei loro stinchi. Però gli stivali e la veste li proteggevano e non se ne preoccupavano. Tuttavia, se l'acido avesse continuato ad aumentare di livello, non sarebbero serviti a molto e dovevano mettercela tutta a ultimare il varco prima di rimanere sommersi. Motivo che indusse Arthur a unirsi a loro e poi, al guardare Berthold, lo indicò con un dito: «Fratelli, se ci fosse stato lui al nostro posto, saremmo già passati da un pezzo.»

Ma il più ormai era fatto e il grido che seguì, a coprire la sua voce, diede la conferma: «Ragazzi, ce l'abbiamo fatta anche senza il suo aiuto. Credo questo basti. Fermati, Beone, e anche tu, Ras-dal, il varco è abbastanza grande.» Annunciò Imohar con il tirare su un sospiro di sollievo.

Avevano finito ed erano esausti, ma non potevano fermarsi a riposare. Lo stomaco continuava a richiamare acidi nel vano tentativo di digerirli e se fosse fuoriuscito dalla ferita aperta sarebbe stato un bel pasticcio. Pertanto Imohar aveva portato con sé delle lunghe strisce di stoffa per evitare quella spiacevole evenienza. Servivano a rattoppare la ferita, non sapeva con esattezza cosa sarebbe accaduto, però c'era la probabilità, neanche tanto remota, che l'acido intaccasse la pelle del bestione e non sarebbe stato bello venire sballottati qua e là. Per non parlare che potevano entrare in gioco altri mostri come i vermi di poco prima e non avrebbero avuto la forza per combatterli. Dunque uscirono con ogni cautela e si ritrovarono in un ambiente immenso dove la solita luce violacea la faceva da padrona. Ma non c'era nulla da vedere fin dove arrivava la loro vista e inoltre la solita nebbia lattiginosa a mezz'aria celava ciò che c'era sotto i loro piedi.

«Dove siamo?»

«E come faccio a saperlo, è la prima volta pure per me, Ras-dal. Comunque molto vicini alla meta.» Addusse stizzita e poi, con tono pacato: «Voi uomini andate in perlustrazione, io resto ancora un po', devo chiudere la ferita. Non ci metterò molto, una volta finito, vi verrò incontro e decideremo il da farsi.» Però non aveva concluso e chiamò Berthold: «Metti giù Aisha, non si sa mai. La piccola resterà con me, non vedo pericoli imminenti qui e starà molto più al sicuro.»

Berthold non si era convinto del tutto, ma la regina lo guardò male e lasciò scendere Aisha per poi seguire i fratelli.

Aisha stava per seguirlo, ma Imohar la chiamò all'ordine: «Fermati all'istante, ragazzina! Dove credi di andare, non hai provocato già abbastanza guai a tutti noi? Tu te ne stai buona qui con me... devi darmi una mano, da sola non ce la faccio.

Non era affatto contenta di restare con la regina a ricucire la ferita. Voleva seguire suo padre, però non poteva spuntarla con Imohar e, come sempre faceva quando veniva sgridata, sorrise maliziosa per poi darle una mano con ago, filo e fettuccia.

Finito di chiudere la ferita, Aisha non vedeva l'ora di riabbracciare il padre e s'incamminò spedita lungo la strada presa dagli uomini, seguita da Imohar.

Camminavano già da un po', ma dei cinque fratelli nemmeno l'ombra e Imohar iniziò a preoccuparsi fosse accaduto loro qualcosa: c'era una sola via e non potevano sparire di punto in bianco. Qualcosa non tornava e temeva il peggio.

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