Capitolo Speciale: Cadendo
Soffiava un vento freddo, quel giorno; Charlie fissò giù, verso il basso, verso il mare che spumeggiava e si infrangeva sul promontorio. Fece un respiro profondo con i suoi polmoni meccanici; lo avrebbe fatto. Aveva tutte le intenzioni di farlo, e nulla l'avrebbe potuta fermare, niente e nessuno sarebbe mai riuscito a persuaderla dal compiere quel gesto. Espirò, e fece un mezzo passo in avanti; era vicinissima al bordo...
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Fuori pioveva; le gocce d'acqua continuavano ad abbattersi inclementi sui vetri della finestra. La ragazza rimase a fissarle per un po'; erano belle, in qualche modo, e riuscivano a calmarla. Era assorta nei suoi pensieri, quando un clack alle sue spalle la fece girare; nella camera da letto era entrato un Espurr. Il Pokémon grigio si stiracchiò, poi posò la sua borsa su uno dei letti di paglia e vi si gettò. Era palese che volesse riposare, ma la Purrloin doveva parlargli al più presto; c'era un dubbio atroce che la tormentava, e al quale non sapeva trovare risposta. E più ci pensava, più entrava in conflitto con sé stessa. Alla fine, aveva dunque deciso di chiedere una seconda opinione, un parere esterno. Si avvicinò lentamente e sfiorò la spalla dell'Espurr; questi inizialmente rispose con un mugugno, ma alla fine, dopo un lungo sbadiglio, si mise a sedere e fissò la Purrloin dritta negli occhi.
«Cosa c'è?», domandò. Non era arrabbiato, si capiva dal tono di voce che voleva solo aiutare.
«Io... cosa sono?».
«Come "cosa sei"? Sei tu, sei Charlie Moon... no, intendevi un'altra cosa, vero?».
La Purrloin annuì mestamente. «Io... sono una macchina, vero?».
«Non vedo come io possa negarlo», rispose Simon, tranquillissimo.
«Dimmi», e la pompa che aveva al posto del cuore perse un battito, quando pose la domanda che le girava per la testa da tanto, troppo tempo, «anch'io, un giorno... smetterò di esistere, vero? E allora... cosa mi succederà? Dove... dove a-a-andrò? S-scomparirò p-p-per s-s-s-sem-sempre?».
Simon sospirò. Ora aveva capito il dilemma che affliggeva la sua compagna. E tuttavia, non aveva idea di come risponderle. Bisognava trovare le parole giuste, e cercare di confortarla. «Charlie, la fine arriva per tutto e per tutti, prima o poi. Non c'è nessuno che sappia cosa c'è dopo... o meglio, non c'è anima viva che lo sappia». Aveva fatto quella battuta per sdrammatizzare, ma non sortì alcun effetto sulla Purrloin che, anzi, iniziò a piangere. «Ok, posto sbagliato, momento sbagliato...».
«Tu», esordì Charlie, «cosa credi che accada... dopo la morte?».
«Niente», rispose Simon, con la massima sincerità. «C'è chi crede in una vita ultraterrena, chi è convinto di una specie di rinascita... ma secondo me, non succede niente. Scompariamo; fine». Fece un lungo sospiro, poi poggiò una zampa sulla spalla dell'amica. «Charlie, è inutile cercare di evitarlo. È un qualcosa che viene insegnato a tutti gli esploratori; io, personalmente, mi limito a fare del mio meglio per lasciare un'impronta su questo mondo. Perché morire può essere spaventoso... ma come sarebbe morire in un mondo dove nessuno si ricorda di te?».
«Non mi riferivo soltanto a me». Charlie smise per un attimo di singhiozzare. «Io mi riferivo a te, Simon, e a Manhattan, Red, e tutti gli altri membri della Blue Ocean Floor; tutti, prima o poi, ve ne andrete. Ma io no; io sono stata progettata per funzionare in eterno... non potrò mai lasciare questo mondo».
Fu solamente allora che l'Espurr comprese ciò che Charlie aveva cercato di dirgli. Era vero; a causa della sua natura di Artefatto, la Purrloin sarebbe probabilmente vissuta molto più a lungo di tutti i suoi cari messi assieme. Simon abbassò lo sguardo; non sapeva davvero cosa dire.
«Dove... dove sono, Manhattan e Red?». La Purrloin alzò lo sguardo. «Non sono ancora rientrati in camera...».
«Sono ancora nell'infermeria», rispose il caposquadra. «Quella missione che abbiamo affrontato oggi era molto dura, e hanno subito danni ingenti da una coppia di Pumpkaboo. Dovrebbero riprendersi entro domattina».
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...ora stava cadendo, e una brezza di velocità le appiattiva il pelo finto contro il corpo...
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Più tardi, quella stessa sera, Manhattan e Red tornarono nella stanza del loro team.
«Siete già qui?!». Charlie era sorpresa. «Be', d'altronde, conoscendo Hira... come state? Tutto bene?».
«Tutto a posto», rispose il Lucario. «Nulla, in confronto alla lotta contro Franz; se tu non mi avessi guarito... eh, non sarei qui a raccontarlo». Manhattan percepì solo allora un leggero disturbo nell'aura dell'amica. «C'è qualcosa che non va?».
«Sì», rispose la Purrloin. «Sì, c'è qualcosa che non va... non mi sento affatto bene. Per favore, lasciatemi... lasciatemi sola per un po'».
Dato l'evidente stato d'animo della ragazza, l'intera squadra preferì uscire senza fare domande.
"Ecco, lo sapevo", si disse la Purrloin. "Le strade sono solo due; o continuerò ad esistere per sempre, oppure scomparirò. Io non posso davvero morire, perché non sono mai stata davvero viva". Una lagrima le rigò la guancia. "Non c'è speranza... non c'è mai stata. Questa vita che ho ricevuto, nascendo come macchina... è una vita maledetta. Non ce la faccio... non ce la faccio...".
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"NON CE LA FACCIO PIÙ!", si disse, mentre continuava a cadere, un'espressione a metà fra il rabbioso, il determinato ed il rassegnato dipinta sul muso. Gli scogli acuminati erano sempre più vicini.
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Poi, però, udì quello che i suoi compagni stavano dicendo da dietro la porta.
«Probabilmente ha solo bisogno di tempo», spiegò Simon, «ma noi dovremmo comunque fornirle tutto il nostro supporto... poverina, non ha tutti i torti».
«Noi ci saremo sempre», esordì Red, «per lei. È questo che fanno gli esploratori; aiutare gli altri, certo, ma anche aiutarsi tra di loro. Dopotutto... gli amici servono a questo, no?».
«Su, torniamo dentro». Era stato Manhattan a parlare. «Cerchiamo di farla stare meglio».
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«...ah». Quando il ricordo di quelle parole le tornò alla mente, le parve come di uscire da un sogno, uno stato di trance causato da emozioni represse che non era riuscita a gestire. Guardò a sinistra. «C-cosa?». E a destra. «Come?». Poi in basso. «A cosa stavo pensando?». E, infine, in alto. Svelta, allungò una zampa verso il bordo del dirupo che si allontanava velocemente, come provando ad afferrarlo. Ma ormai, era troppo tardi. Sussultò violentemente, gridando; «CHE COSA HO FAT-?!».
CRAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAASH!
E in un attimo, fu tutto finito.
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