13. Ombre e inganni
La mattina seguente mi svegliai di soprassalto con il cuore che batteva come un tamburo.
La luce tenue del mattino penetrava attraverso le tende, gettando ombre delicate nella stanza e illuminando appena l'ambiente intorno a me.
La mia mente era una rete aggrovigliata di pensieri: Gabriele, la villa, la chiave legata al libro, Mariè. Ogni frammento di quel recente passato si era ormai radicato dentro di me, divenendo una costante di ogni risveglio.
Cercavo di allontanare quei pensieri, di liberarmi del peso che mi portavo dentro, quando il rumore di un bussare improvviso alla porta interruppe la mia quiete.
Un'ondata di stanchezza mi trattenne dal sollevarmi. Ogni muscolo del mio corpo sembrava opporsi, come se il sonno disturbato della notte fosse stato un'altra battaglia vinta a metà.
Dal letto vicino, Isabelle emise un gemito contrariato, un rifiuto mormorato nel torpore del risveglio
<<Mad, vai tu!>> borbottò Isabelle, con la voce ancora impastata di sonno.
Feci finta di nulla, il corpo pesante e ancora immerso nell'assopimento, quando una voce grave dall'altra parte della porta tuonò.
<<Polizia!>>
Isabelle ed io sobbalzammo, scambiandoci uno sguardo di puro sgomento. Isabelle gesticolò freneticamente.
<<Che cosa ci fa la polizia qui?>> mormorò Isabelle, agitando le mani come se cercasse di afferrare risposte nell'aria, prima di scendere dal letto con movimenti cauti e avvicinarsi alla porta. La fissai con occhi spalancati, un'espressione che rivelava tutta la mia completa estraneità alla situazione, accompagnata da un lieve movimento delle spalle.
<<Buongiorno!>> esordì, cercando di mantenere un'apparenza di serenità di fronte ai due poliziotti in divisa, i volti tesi e impenetrabili.
<<Buongiorno>> replicò uno dei due con tono autoritario
<<Chi di voi è Maddalena Di Martino?>>
<<Sono io>> dal letto, risposi, la voce ferma ma ancora intrisa di sonno.
<<Si alzi e venga con noi>> ordinò l'ufficiale, la sua espressione rigida e inflessibile.
<<Mi vesto e arrivo>> disse, con poca voce. Mi infilai le scarpe in fretta.
<<Venga ora>> insistette, il suo tono una lama d'acciaio. Non c'era spazio per ulteriori obiezioni, perciò mi alzai, il cuore che tamburellava nel petto, e mi accodai a loro.
Mentre camminavamo lungo i corridoi dell'accademia, le parole di Lefèvre mi rimbombavano in testa: "La chiave della verità... questo è solo l'inizio". Ogni passo era una lama, un'agonia che mi attraversava e i corridoi si trasformavano in un lungo tunnel di dubbi e oscuri presagi.
Alla fine, ci fermammo in una stanza isolata. Dentro, su una sedia, sedeva Lefèvre, il viso una maschera impassibile. Mi guardò per un istante e poi distolse lo sguardo, un'ombra negli occhi. Mi chinai verso di lui.
<<La chiave>> gli dissi con un sussurro carico di tensione.
Lui mi scrutò con un'espressione confusa, le sopracciglia lievemente aggrottate.
<<Quale chiave?>> chiese anch'egli sussurrando, autenticamente perplesso e confuso.
In quell'istante, un senso di incredulità mi travolse. Sentii il terreno vacillare sotto i piedi, come se tutto ciò che avevo creduto, il sogno, la chiave, fosse destinato a scomparire in una nebbia d'incertezza e disorientamento.
I poliziotti ci fecero cenno di accomodarci, e iniziarono con domande incalzanti.
<<Signorina, vorremmo che ci parlasse delle morti di Mariè Blur e dell'altra ragazza>> iniziò uno di loro con tono fermo, seguito dall'altro che aggiunse subito <<Kate Bridgell>>
Dalle loro cartelle emersero delle fotografie, crude e spietate che mi fecero sussultare. Ogni immagine sembrava ferire la mia mente, trascinandomi in un incubo dal quale non riuscivo a svegliarmi.
Poi, tirarono fuori un video. Mi riconobbi mentre mi avvicinavo al corpo di Mariè. Quella scena era fin troppo familiare.
<<Ho già visto queste immagini... e questo video>> dissi, incredula e confusa.
Uno dei poliziotti mi guardò, perplesso.
<<È impossibile, signorina. Questo filmato è stato recuperato solo questa mattina>>
Le parole mi colpirono come un pugno.
Com'era possibile che avessi già visto tutto questo?
Mi sembrava di essere imprigionata in un incubo che si ripeteva, un confine sfumato tra sogno e realtà in cui ogni cosa si mescolava in un caotico alternarsi di visioni e premonizioni. Una vita vissuta su due binari: da un lato quella di una normale studentessa, dall'altro un mondo oscuro che non cessava di tormentarmi. La sicurezza di ciò che era reale si sgretolava sempre di più, lasciandomi in balia di una perenne incertezza.
<<Ci dev'essere un errore>> balbettai, tentando di restare lucida <<Queste immagini... questo video... me li avete già mostrati>>
I poliziotti continuarono a tempestarmi di domande ma la mia mente sembrava incapace di afferrare appieno il significato delle loro parole. Ogni frase che pronunciavano, ogni immagine che mi mostravano, pareva un frammento di un enigma impossibile da risolvere. Eppure, una voce insistente dentro di me continuava a ripetere: "È solo un altro sogno." Ma la concretezza di quella stanza, la freddezza degli sguardi dei poliziotti, era impossibile da ignorare.
La realtà di quel momento era innegabile, o almeno doveva esserlo.
Le mie mani erano umide, sentivo il cuore pulsare a un ritmo irregolare, come se cercasse disperatamente di liberarsi da una gabbia invisibile.
Ogni domanda che mi ponevano sembrava una trappola accuratamente congegnata e ogni mia risposta appariva come un potenziale passo verso una condanna inesorabile.
La linea sottile tra ciò che era reale e ciò che era il prodotto della mia mente affaticata si stava dissolvendo. Era come se fossi stata scaraventata in un abisso, un pozzo oscuro di dubbi e paure, dove tutto appariva incerto e ogni tentativo di trovare stabilità risultava vano. Mi sentivo perduta, intrappolata in un labirinto senza uscita, in cui ogni direzione sembrava condurmi più lontano dalla verità.
Le lacrime mi bruciavano gli occhi ma mi forzai a ricacciarle indietro.
Dovevo essere forte, dovevo trovare una via di fuga da questo incubo, ma come? Ogni passo sembrava spingermi più vicino al bordo di un precipizio, mentre l'oscurità attorno a me si infittiva, avvolgendomi sempre di più.
La linea tra sogno e realtà si faceva ormai indistinguibile.
Le domande della polizia si susseguivano in un flusso implacabile ma le mie parole sembravano essersi dissolte, intrappolate nella morsa dei miei stessi pensieri. Ero prigioniera delle mie paure, dei frammenti di eventi che si accavallavano in un intricato mosaico di cui non riuscivo a decifrare il disegno.
Mentre cercavo di mettere ordine in quell'assalto di immagini e sensazioni, un pensiero si fece strada nella mia mente, rapido e tagliente come una lama: dovevo trovare la chiave.
La risposta non sarebbe arrivata dalle parole che i poliziotti volevano estorcermi, né dalle loro prove. Tutto conduceva a un punto di origine, a quell'oggetto che sembrava legare ogni dettaglio come una rete invisibile. La chiave non era solo un simbolo. Era la via, l'unico mezzo per liberarmi da quell'inquietante limbo tra il visibile e l'occulto.
Finito l'interrogatorio, il maestro Lefèvre si avvicinò a me.
La sua espressione era seria, ma nei suoi occhi c'era una preoccupazione sincera.
<<Maddalena, va tutto bene?>> mi chiese con aria ferma e preoccupata.
Cercai di rispondere, ma le parole mi uscivano a fatica.
<<Non saprei...>> mormorai, ancora confusa <<Non dovevamo andare al monastero?>>
Lefèvre rimase stupito. I suoi occhi si aggrottarono, e il suo viso mostrava un'incredulità palpabile.
<<Di cosa stai parlando?>> La sua reazione mi colpì come un pugno nello stomaco. <<Il monastero... la chiave della verità...>> sussurrai, cercando di mettere ordine nei miei pensieri confusi <<Saremo dovuti partire questa mattina all'alba...>>
Lefèvre mi guardò come se fossi impazzita.
<<Maddalena, non abbiamo mai parlato di nessun monastero. Sicura che è tutto okay?>>
Sentii un gelo attraversarmi. La realtà si sgretolava sotto i miei piedi.
Cosa stava succedendo?
Stavo perdendo la ragione?
E se tutto ciò fosse solo un'altra illusione, un'altra trappola della mia mente?
Il maestro Lefèvre mi prese delicatamente per le spalle, il suo sguardo intenso cercava di penetrare la nebbia di confusione che mi avvolgeva. Infine, cercò di farmi tornare alla realtà.
<<Maddalena, ascoltami. Hai bisogno di riposare. Questi ultimi giorni sono stati terribili per te. Prenditi del tempo per te stessa. Riposati!>> mi disse.
Le sue parole erano come un'ancora in un mare tempestoso ma proprio non riuscivano a dissipare il dubbio che cresceva dentro di me.
"Ma se tutto questo non fosse reale?" pensai. "Se tutto ciò che ho visto e vissuto fosse solo un'illusione?"
L'ombra dell'incertezza si allungava su ogni parola, su ogni gesto.
Guardai Lefèvre, sperando di trovare una risposta nei suoi occhi ma la sua espressione, sebbene piena di compassione, non riusciva a scacciare il sospetto che qualcosa non andasse. Forse era vero, forse non avevamo mai parlato del monastero o della chiave della verità. Forse era tutto frutto di un sogno distorto dalla mia mente tormentata.
Presi una profonda boccata d'aria, cercando di riordinare i pensieri ma la confusione rimaneva, come un velo che offuscava la mia percezione della realtà. Avevo bisogno di risposte, di capire cosa stesse succedendo davvero.
Anche se non era così sentivo di essere sola in questa lotta, intrappolata tra ciò che sembrava reale e ciò che forse non lo era mai stato.
Il maestro Lefèvre mi guardò ancora, i suoi occhi profondi sembravano implorare comprensione ma io ero troppo confusa, troppo avvolta dal vortice di dubbi per potergliela dare. Mi sentivo come se fossi stata trascinata in un labirinto oscuro, dove ogni passo avanti sembrava condurmi solo più in profondità, lontano dalla luce della verità. Forse, pensai amaramente, la verità non era qualcosa a cui ero destinata a conoscere. Forse ero condannata a vagare per sempre in questa nebbia tra ciò che sembrava reale e ciò che la mia mente distorta creava.
E mentre la confusione mi divorava, una domanda sorgeva inesorabile nella mia mente: di chi potevo davvero fidarmi in questo labirinto di misteri e inganni? Lefèvre sembrava sincero ma quanto potevo realmente conoscere di lui? Le sue parole, per quanto rassicuranti, erano solo un eco lontano nel turbine di dubbi che mi circondava.
Dentro di me, le domande si rincorrevano in un vortice incessante, ogni pensiero sollevava nuove incertezze, come onde che s'infrangono senza sosta contro la riva. Qual era il confine tra la realtà e i frammenti della mia mente, distorti e sfuggenti? Ogni tentativo di trovare una risposta sembrava dissiparsi nell'ombra.
La stanza si restringeva, o almeno così mi pareva: le pareti parevano avvicinarsi, minacciose, stringendosi attorno a me come per soffocare la mia capacità di ragionare.
Il battito del cuore risuonava come il rintocco inesorabile di un orologio, un ticchettio ossessivo che mi ricordava quanto tempo stesse scivolando via, irrimediabile, come sabbia tra le dita.
Nella mia mente rimbombavano quelle ultime parole che mi aveva detto il maestro Lefèvre "riposati, prenditi del tempo per te stessa." Solo che riposare era impossibile quando la mia realtà appariva così instabile, quando ogni certezza si dissolveva sotto i miei occhi, come neve al sole.
La lotta interiore si intensificava ed io sentivo di essere sola, bloccata in un labirinto oscuro di dubbi e paure, sempre più incerta se potevo fidarmi anche solo di me stessa, figurarsi degli altri.
Il maestro Lefèvre si mosse appena, accennando un gesto verso il mio braccio, come se volesse confortarmi, ma si trattenne all'ultimo.
Sul suo volto, di solito imperturbabile, aleggiava un'ombra di preoccupazione che mai avevo notato prima. Era in pensiero per me, oppure per qualcosa di più grande.
Nella penombra della stanza, la luce fioca danzava sulle pareti, creando ombre tremule che accentuavano l'atmosfera densa di mistero. Mi sentivo sopraffatta, come se un velo invisibile ma impenetrabile mi separasse dalla verità che cercavo con tanta disperazione. Il silenzio divenne quasi assordante, rotto solo dal ritmo monotono dell'orologio e dal mio respiro, che mi sembrava sempre più corto e affannato.
Ogni fibra del mio corpo reclamava una risposta, eppure quella risposta sembrava celarsi in una piega della realtà che non riuscivo a raggiungere, come un sussurro che sfugge proprio nel momento in cui credi di afferrarlo.
Ogni passo che tentavo di compiere verso quella verità misteriosa sembrava portarmi solo più lontano, come in un intricato labirinto la cui uscita restava irrimediabilmente nascosta.
Rimasi lì, confusa e intrappolata in quel labirinto intessuto dalla mia stessa mente, e una domanda ossessiva persisteva: come avrei mai potuto scoprire la verità senza perdermi ancora di più in questo mondo di ombre e inganni?
Sapere che tu sia arrivato fino a qui, fa riempire il mio cuore di una gratitudine immensa 💖
Non è solo una storia che sto raccontando, è un pezzo di me che condivido con te. Sapere che ci sei, che ti sei fermato a leggere, mi emoziona davvero tanto.
Cosa ti ha colpito di più?
Cosa ti trasmette Maddalena?
Ciascun tuo gesto, che sia un commento 💭✍️ o una stellina ⭐, è per me come un piccolo dono che scalda il cuore. Sapere che hai scelto di fermarti qui e condividere le tue impressioni rende tutto questo ancora più speciale.
Se ti va, lascia un segno del tuo passaggio: sarà come ricevere un abbraccio da te, anche a distanza. Grazie davvero per essere parte di questa storia che cresce e vive anche grazie a te 🌸
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