Capitolo 13.2 - Cuore, anima e vita incasinata

Niente è più difficile da vedere
con i propri occhi di quello
che si ha sotto il naso.
-Johann Wolfgang von Goethe

Era uscita dal campus e non aveva la più pallida idea di dove andare, di cosa fare. L'unica cosa di cui era certa era che aveva bisogno di correre via da lì.

Si sentiva così confusa, arrabbiata e delusa.

Le immagini di come era arrivata fino a quel momento le scorrevano in mente, come schegge impazzite che si scontravano contro le pareti fragili del suo cervello.

Nello stesso lasso di tempo in cui Damian e Carter stavano parlando, la ragazza si trovava in uno dei corridoi dell'edificio, intenta a conversare con Hailey, con la quale aveva ormai chiarito. Stavano discutendo dell'ultima serie tv vista e del perché la professoressa di politica estera si ostinasse a indossare le ballerine.

«Lo so! Non capisco come qualcuno possa comprare e poi avere anche il coraggio di metterle quelle scarpe» commentò Hailey, poggiandosi al muro.

Ember rise di gusto, scuotendo la testa. «Come siamo finite a parlare di lei? Stavamo discutendo di Tenebre e Ossa e di quanto sia figo Ben Barnes nel ruolo dell'Oscuro» osservò poi, aggrottando la fronte.

«Non ne ho idea» rispose l'amica. «Ma ora mi sto immaginando Ben con le ballerine e non è una bella visione» aggiunse, arricciando le labbra.

«Sarebbe comunque sexy, ne sono sicura» Ember si perse qualche secondo a osservare la ragazza che aveva davanti. Era sempre così perfettamente impeccabile, con i lunghi capelli lucenti, leggermente mossi e tenuti indietro da uno spesso cerchietto griffato.

Indossava un completo composto da pantalone elegante e camicetta chiara. E aveva sempre quello sguardo dolce, quell'espressione gentile. Sembrava che ovunque andasse fosse in grado di portare felicità. Un po' la invidiava.

Invidiava quella spensieratezza e quell'ingenuità che la caratterizzavano. Era una ragazza che aveva avuto tutto. L'amore dei genitori, gli amici, le cose materiali. E la sua infanzia felice si rifletteva perfettamente nel suo carattere.

A lei invece toccava raccogliere i frutti di quello che aveva passato durante la crescita. C'erano dei momenti in cui odiava se stessa, in cui avrebbe voluto essere come Hailey. Ma poi si diceva che le piaceva il suo carattere forte e determinato e che se per mantenerlo doveva sopportare qualche difetto, allora poteva anche andare bene.

«Sono felice di aver chiarito le cose con te» ammise Hailey, poggiandole una mano sulla spalla.

Ember non si aspettava quella confessione, ne rimase piacevolmente sorpresa. «Anche io» rispose, sgranando gli occhi quando lei l'abbracciò di scatto. Per quanto amasse stare da sola, il poco contatto fisico e risolvere per conto suo i problemi, doveva ammettere che avere un'amica premurosa era bello.

Una terza voce si intromise tra loro, sciogliendo quella presa. Una donna, che lavorava nella segreteria, l'aveva richiamata e poi aveva pronunciato una frase che le aveva fatto stoppare il respiro per qualche secondo.
«Ci sono i suoi genitori che la stanno aspettando all'entrata dell'università.»

Alla ragazza sembrò come se per qualche secondo il mondo si fosse fermato e con esso anche il suo cuore. Per un attimo pensò che si fosse solo immaginata tutto, che la sua mente le avesse giocato un brutto scherzo.

Credeva che, gettato via il cellulare, quel problema si sarebbe risolto. Insomma, i suoi genitori non erano mai andati a nessun evento che la riguardasse, mai ad una recita scolastica, mai ad una partita per vederla mentre si esibiva con la squadra di cheerleader, mai ad un torneo, nemmeno quando erano a casa e non in giro per lavoro. Perché si sarebbero dovuti recare fino a lì solo per parlarle?

Eppure lo avevano fatto.

Avevano preso un aereo e attraversato gli Stati Uniti per arrivare sulla Costa Est e incontrarla.

Credette che, forse, si potesse trattare di qualcosa di davvero importante. Ma lei comunque non si sentiva per niente pronta a incontrarli dopo tre anni di distanza e distacco totale.
Si era creata la sua vita, la sua bolla dentro la quale fingeva che tutto fosse perfetto, e ora loro arrivavano, invadendo la sua strada e distruggendo ogni certezza.

La mente sembrava come impazzita, in preda ad un tornado di pensieri e domande senza risposta.
«Che bella cosa!» esclamò Hailey, scuotendole le spalle. «Sono stati carini a farti una sorpresa» le stava sorridendo, perché lei non aveva idea della verità. La ragazza non sapeva nulla del suo passato. «Forza, vai!» la incitò, dandole una leggera spinta.

In balia degli eventi, Ember si ritrovò ad annuire e i suoi piedi iniziarono a muoversi, come comandati da una forza esterna. Presto stava camminando velocemente verso l'entrata e superata la mensa, iniziò a correre.

Non aveva alcuna voglia di vederli. Pensava che sarebbe dovuta scappare dalla parte opposta, il più lontano possibile. Ma poi, un barlume di speranza le fece credere che potessero essere arrivati fino a lì semplicemente perché si erano accorti del tempo perso, degli errori commessi e volevano rimediare.
Il tutto completamente in contrasto con la sua coscienza. Essa la spingeva a credere che fossero lì solo perché, in realtà, avevano bisogno di qualcosa.

Nonostante si stesse ripetendo di non illudersi, una piccola parte di lei, che faceva di tutto per ignorare, ci sperava ancora nella possibilità che l'avessero voluta vedere per chiedere scusa e ricominciare tutto da capo.

Quando bloccò i suoi passi, ormai fuori da quell'edificio, sua madre e suo padre si trovavano proprio davanti a lei. Impeccabili come sempre. Maxwell, con il suo completo sui toni del blu, da perfetto uomo d'affari. E Isidore, con quel vestito lungo fino a mezzo polpaccio, dal color panna e i dettagli eleganti.

La guardavano con un sorriso forzato dipinto in volto. Non avevano la più pallida idea di come si facesse ad esprimere le proprie emozioni, al di fuori della loro affiatata relazione sentimentale. Ember pensò a quanto fosse ironico il fatto che, nonostante li disprezzasse, non era stata capace di essere diversa da loro.

«Ciao» le disse suo padre, avvicinandosi a lei e accennando un gesto del braccio. Ember capì cosa stava per fare e fu grata che si fosse fermato prima di completare quell'azione. Le stava allungando la mano, per stringergliela, come se fosse una delle tante persone con cui si relazionava durante il lavoro e non sua figlia.

Il fluire di pensieri e ricordi venne bloccato da una voce. Una voce dal forte accento inglese.

«Ember, va tutto bene?» le domandò, mentre lei arrestava i suoi passi.

«Sì, certo» rispose, tirando su con il naso e passandosi velocemente una mano sotto gli occhi, prima di voltarsi verso di lui. Stava cercando di mascherare il fatto che fino a pochissimi secondi prima stesse per scoppiare a piangere. Ma Damian non era stupido, oltre ad aver ascoltato quella conversazione, era anche in grado di capire quale fosse il suo reale stato d'animo.

«No, a me non sembra» ribatté, aggrottando le sopracciglia e fissandola dall'alto, mentre lei faceva il possibile per evitare il suo sguardo.

«Ha sentito tutto, immagino» constatò la ragazza. Sospirò pesantemente, scrollando le spalle e lasciando ricadere leggermente la testa all'indietro. Damian annuì, un po' imbarazzato per essersene rimasto lì ad ascoltare quella conversazione, ma ormai quello che era fatto, era fatto.

Lui aveva sentito, le era corso dietro e ora era lì che si sincerava del fatto che quella ragazza, con la quale aveva tradito sua moglie e che si era ripromesso di non vedere più al di fuori delle lezioni, stesse bene.

«Ha appena avuto l'onore di conoscere Maxwell e Isidore Cooper, i più grandi affaristi degli Stati Uniti, nonché i peggiori genitori del mondo intero» disse, ricominciando a camminare e costringendolo a seguirla ancora.

«Dove stai andando?» le chiese, aumentando il passo per starle dietro. Nonostante fosse più alto di lei, doveva ammettere che aveva una camminata davvero veloce per qualsiasi standard.

«Non lo so!» esclamò esasperata. «E non mi segua» aggiunse poi, voltandosi appena e puntandogli un dito contro.

«Sei alquanto sconvolta, non credo sia una buona idea lasciarti gironzolare per la città da sola» le disse, riuscendo finalmente ad affiancarla. Ember si fermò di nuovo, fissandolo con un'espressione divertita e trattenendo una risata.

«Gironzolare?» ripetè quella parola. «Chi usa più quest'espressione?» domandò, scoppiando poi a ridere. Damian schiuse la bocca, pronto per ribattere, ma alla fine si lasciò andare anche lui ad una risata genuina.

«È tipico di voi inglesi? O è solo lei che parla come un nonno?» gli chiese e, finalmente, il solito sguardo furbo che dominava la sua espressione, tornò a farsi vivo. La tristezza stava scemando piano piano, grazie alle distrazioni che quell'uomo le stava donando.

«Pensavo che ti piacessero i miei modi da gentiluomo inglese» commentò lui, mordendosi poi l'interno guancia. Quella frase aveva semplicemente abbandonato le sue labbra, senza nemmeno pensarci. Lei lo punzecchiava sempre, non perdeva mai occasione per farlo, per una volta voleva provare anche lui.

«Okay, Mr. English. Uno a uno, palla al centro» ammise, alzando le mani. «Ora, venga con me» gli disse, facendogli un cenno con la mano.

«Dove andiamo?» chiese lui, ma le sue gambe avevano già iniziato a muoversi.

«Ha detto che sono sconvolta e che non dovrei stare da sola» ripetè, ricordandogli le sue stesse parole. «Ho tutta l'intenzione di andare in un bar a bere e credo proprio di aver bisogno della supervisione di un adulto» aggiunse, lasciandolo con un'espressione sorpresa dipinta in volto.

Qualche minuto dopo, all'interno dello Shay, lo stesso pub in cui Carter lo aveva portato la prima sera e che ormai aveva capito essere il luogo abituale dove i ragazzi si ritrovavano, Damian ed Ember erano seduti ad uno dei tavoli.

Il locale era pressoché vuoto, fatta eccezione per tre clienti che sorseggiavano una birra al bancone.
Gli schermi dei televisori trasmettevano alcune partite di tennis, un qualcosa a cui la ragazza sembrava parecchio interessata.

In realtà, il suo sguardo era puntato su quel match, ma la sua testa era da tutt'altra parte. Persa tra i suoi pensieri, non si era nemmeno accorta di aver già terminato il suo bicchiere di Jack Daniel's. Continuava a muoverlo, pensando di far rigirare il liquido al suo interno. E poi lo portò alla bocca, convinta di bere ancora qualche sorso.

Aggrottò le sopracciglia, alzando gli occhi al cielo, quando si rese conto che nulla stava raggiungendo le sue labbra. Poggiò pesantemente il bicchiere sulla superficie di quel tavolo. «L'hai finito più o meno dieci minuti fa» le fece notare Damian, staccando per un attimo lo sguardo da quella partita di tennis.

«Oh» commentò lei annuendo. «Mark, me ne fai un altro?» esclamò poi, rivolgendosi all'uomo che stava dietro al bancone. Il professore le prese il braccio, abbassandoglielo e poi scosse la testa, mimando un "no" rivolto a quel barman.

«Basta» le disse, fissandola dritta negli occhi, con uno sguardo serio.

«Ma se ho bevuto solo un bicchiere?» si lamentò lei, mettendo un finto broncio.

«Sono le quattro di pomeriggio» le fece notare. «E ciò che è successo prima non ti dà il via libera per ubriacarti. Anzi, dovresti parlarne, invece di bere alcolici» aggiunse.

«Parlarne? E con chi? Con lei?» gli chiese, sorridendo divertita.

Damian fece spallucce. «Sono un ottimo ascoltatore e qualcuno dice che dò anche buoni consigli» le rispose, osservandola curioso.

La ragazza annuì, lasciando la presa sul bicchiere. «Non lo metto in dubbio» commentò. «Ma io risolvo i problemi in modo un po' diverso. Un po' meno... sentimentale» si alzò in piedi, invitandolo a fare lo stesso. Damian la fissò interrogativo, mentre lei gli afferrava la mano e lo trascinava dietro di sé, fino a uno dei tavoli da biliardo.

«Facciamo una partita» se ne uscì con quella frase. «Se vinco io, ci ubriachiamo. Se vince lei, torniamo a sederci a quel tavolo e io le parlo di quanto i problemi con i miei genitori abbiano influito sul mio carattere» propose, con tono di scherno.

Damian ci mise qualche secondo prima di rispondere, riflettendo su quanto potesse essere una scelta saggia quella di accettare la sfida che gli aveva lanciato. Insomma, ubriacarsi, di pomeriggio, con una sua studentessa -con la quale aveva anche fatto sesso- era decisamente una pessima decisione.

"No. Adesso usciamo da qui, tu torni nella tua stanza e io me ne vado a casa."
Così avrebbe dovuto rispondere.

«Che c'è? Ha paura professore? Non sa giocare a biliardo per caso?»

Ma dopo quelle domande provocatorie, prese in mano una stecca di legno e la fissò dritta negli occhi. «Giochiamo» proclamò.

Ember non perse tempo, afferrando il triangolo e posizionandoci dentro tutte le palle colorate. La ragazza, durante quei tre anni di università, ne aveva passate di serate in quel pub giocando a biliardo, perciò era certa di poter vincere. Quello che non sapeva era che, però, anche il professore se la cavava piuttosto bene.

«Inizi pure» gli disse, indicandolo con il mento. Damian passò il gesso azzurro sulla punta e poi indirizzò quella stecca verso la pallina bianca, posta a qualche centimetro di distanza dal resto delle altre, ancora perfettamente allineate a triangolo.

Con un'unica e decisa mossa la colpì. Essa ruppe le righe, provocando un rumore acuto. Tre palle, due a strisce e una dal colore pieno, andarono in buca, facendogli assumere un'espressione soddisfatta.

«Ma bravo» si complimentò Ember, sporcando di gesso anche la punta della sua stecca lucida. «Che tipo sceglie?» gli domandò poi, riferendosi alle fattezze delle palle.

«Le piene» rispose lui, volendo giocare senza avvantaggiarsi e regalandole già due punti.

«Uhm, un gesto di galanteria o spavalderia?» chiese retoricamente, mentre con lo sguardo studiava la posizione di quelle sfere. Si piegò sul tavolo, dalla parte opposta alla sua, lanciandogli un'occhiata furba, prima di far scontrare la palla bianca contro quella che sopra riportava il numero nove e due righe gialle, mandandola direttamente in buca. Ripetè le stesse mosse, colpendone un'altra e spostandola di qualche centimetro.

«Tocca a lei» gli disse. Non prestò attenzione a ciò che stava facendo il professore, perché portò lo sguardo verso l'uomo che era dietro il bancone di quel bar, facendogli il segno del due con le dita. Nel frattempo, Damian aveva imbucato un altra palla, provando con una seconda, che però andò a sfiorare una di quelle appartenenti ad Ember, il che decretò nuovamente il suo turno.

Giocarono ancora qualche mossa, prima che il barman si avvicinasse al loro tavolo e poggiasse sui bordi due bottiglie di birra.

«La scommessa non prevedeva che ci saremmo ubriacati solo nel caso in cui tu avessi vinto» le rammentò, interrompendola mentre prendeva un primo sorso dal collo di quella bottiglia di vetro.

«Vero, ma questa è birra e quindi non vale» puntualizzò lei. «Non si rifiuta mai qualcosa di offerto qui da noi, ci offendiamo sennò» rivelò poi, riferendosi a quella seconda bottiglia che se ne stava ancora abbandonata sul bordo del tavolo in legno. Damian scosse la testa, ormai rassegnato alla spigliatezza di quella ragazza.

Sorseggiò anche lui un po' di quel liquido dalla poca gradazione alcolica e poi ripresero la partita. Qualche minuto dopo, erano ancora intenti a giocare, le birre erano terminate ormai da tempo e le palle sul tavolo scarseggiavano. Ad Ember ne erano rimaste due, mentre a Damian zero. Ma la numero otto, quella che avrebbe potuto decretare il vincitore, giaceva ancora indisturbata sulla copertura verde brillante.

Era il turno della ragazza e un po' di tensione iniziava a farsi sentire. Era abituata a vincere, sempre e comunque. Quella non sarebbe stata un'eccezione. La sua competitività non le permetteva di comportarsi diversamente, di non prendere ogni cosa come una sfida da cui uscirne a tutti i costi vincitrice.

Durante la sua infanzia, si era sentita dire dai genitori che non esisteva altra strada, se non quella della vittoria. Che non avrebbe potuto accontentarsi di altri posti che non fossero il primo. E piano piano, quelli erano diventati dei veri e propri mantra di vita per lei.

Si avvicinò a Damian, affiancandolo e sfiorandogli la gamba con la sua. Il professore evitò di dare importanza a quel gesto, fingendo di non essersene nemmeno accorto, ma il calore che si era sprigionato nel suo corpo era in completo contrasto con le sue apparenze.

«Scusi» gli disse, facendolo spostare di poco indietro e frapponendosi fra lui e il tavolo. Ember imbracciò la stecca, piegandosi successivamente su quella superficie piana e regalandogli una perfetta visuale del suo corpo dall'alto.

A Damian fu impossibile trattenersi dal far ricadere gli occhi sulle sue curve, esattamente come la prima sera in cui l'aveva vista. Li fece scorrere lungo le gambe, coperte da quel pantalone della tuta, soffermandosi sul suo sedere così esposto in quella posizione e continuando poi lungo la schiena, in quel momento coperta da una maglietta corta e aderente.

E quando lei iniziò a far scivolare quella stecca tra il pollice e l'indice, sporgendosi ancora di più su quel tavolo, i loro bacini si trovarono davvero a pochi centimetri di distanza. Una minima mossa da parte di uno di loro li avrebbe fatti scontrare.

Il professore fece appello a tutto il suo autocontrollo, perché l'unica cosa che avrebbe voluto fare in quel momento era poggiare le mani su quei fianchi e sprofondare dentro di lei da quella posizione indecente. La ragazza era in grado di far riemergere i suoi istinti animali, di infuocarlo di un desiderio peccaminoso che nemmeno credeva si potesse provare.

Ember colpì la pallina bianca, imbucandone una delle sue. Si alzò da quel tavolo, mettendo la stecca in posizione eretta accanto a lei e voltandosi verso di lui. «Tocca ancora a me» sussurrò, a pochi centimetri dal suo corpo.

Lo stava fissando con quell'espressione innocente dipinta in volto, gli occhi marroni posati nei suoi azzurri, che lo scrutavano da dietro quelle lunghe ciglia. Damian avrebbe solo voluto dirle di smetterla con quella farsa, che ormai aveva capito che lei, di innocente e ingenuo, non aveva nulla. Ma in quel gioco di seduzione ci era dentro anche lui, fino al collo. E non poteva negare a se stesso il fatto che quella situazione stuzzicasse la sua curiosità.

Perciò rimase in silenzio, immobile davanti a lei, lanciandole una sguardo di sfida. «Gioca, allora» il tono era serio e quella frase risuonò come un ordine. Damian aveva iniziato a capire la strategia della ragazza e aveva deciso di rispondere.

Un lampo d'eccitazione illuminò le sue iridi scure, facendole mordicchiare il labbro inferiore. «Sì, professore» gli rispose per tanto. E mentre si incamminava per fare il giro del tavolo, lasciò che la sua mano si allungasse, posandosi sulla coscia di quell'uomo, accarezzandola da sopra il tessuto di quei pantaloni eleganti, facendolo respirare bruscamente.

La ragazza sorrise soddisfatta, consapevole di essere, sempre e comunque in vantaggio. E in pochi secondi, lo sarebbe stata anche in quella partita.

La stecca colpì nuovamente la bianca, imbucando l'ultima palla che le era rimasta su quella superficie. La numero otto era l'unica mancante e il turno era ancora di Ember.

Damian se ne stava con il fianco poggiato a quel tavolo in legno, studiando la posizione delle palle su di essa. Sapeva che non sarebbe stata in grado di imbucarla con una sola mossa e leggeva nella sua espressione il fastidio per quella situazione.

Ember decise di giocare a suo vantaggio in ogni caso, facendo arrivare la sfera dalla parte opposta del tavolo, in una posizione scomoda per poterla mandare in buca.
Anche se quella era una partita fatta per gioco, iniziata per una stupida scommessa, la ragazza non avrebbe comunque accettato una sconfitta.

«Astuta» commentò Damian.
Ember gli si affiancò, fingendo di studiare la sua prossima mossa. E quando lui stava per piegarsi su quel tavolo, lei gli passò dietro, toccandogli nuovamente le cosce con la mano e soffermandosi qualche secondo in più all'altezza del suo inguine.

Damian si voltò verso di lei, afferrandole il polso e guardandola severamente. «Ti piace giocare sporco, a quanto vedo» appurò, continuando a mantenere la stretta su di lei.

«Molto sporco» rispose Ember, avvicinandosi pericolosamente a lui e allungando l'altra mano verso il suo petto. Ma anche quella volta venne fermata, Damian aveva poggiato la stecca al tavolo e le aveva bloccato il polso sinistro.

I loro visi erano vicini, fin troppo. E l'autocontrollo del professore, la sua razionalità, stavano scemando pian piano. Cercava con tutto se stesso di ignorare la vocina nella sua testa che gli sussurrava di trascinarla fuori di lì, riportarla a casa sua e passare tutta la notte a fare sesso.
Ma era così difficile.

Le labbra di Ember si schiusero, lasciando fuoriuscire un sospiro e quell'espressione innocente tornò a fare padrona del suo volto. Era come se con lo sguardo lo stesse pregando di farla sua e al contempo gli stesse dicendo che non avrebbe mai potuto averla per davvero.
Lo mandava fuori di testa.

Con la coda dell'occhio, vide uno dei camerieri ripulire i tavoli e improvvisamente si ricordò di essere in un luogo pubblico, con una sua studentessa, in una posizione e in una situazione altamente equivocabile.

Si staccò da lei, lasciando la presa sui suoi polsi sottili e passandosi una mano nei capelli, cercando di calmare ogni suo istinto irrazionale. «Concentriamoci sulla partita» disse Damian, afferrando nuovamente la stecca.

Era pronto per fare la sua mossa, per colpire quella pallina bianca e farla scontrare con la numero otto. Era pronto per vincere quella scommessa, ma il problema era che la sua mente non sembrava essere affatto della stessa idea.

I pensieri che gli aleggiavano in testa erano confusi, si rimescolavano tra loro come le carte di un mazzo tra le mani di un croupier al tavolo da poker. Rendendogli impossibile concentrarsi su qualsiasi altra cosa che non fosse quella ragazza.

Mentre fece scontrare la punta della stecca con la superficie sferica della palla bianca, i suoi occhi ricaddero sulla figura di Ember, che si era spostata dalla parte opposta di quel tavolo e sembrava essere molto attenta a tutto ciò che lui stava facendo.

Lo odiava, odiava ammettere che una ragazzina fosse stata in grado di incasinargli il cervello in quel modo. Ma era la realtà dei fatti. E ormai non ci poteva fare niente, perché lei aveva un modo di comportarsi che riusciva ad attrarre chiunque e una mente così intrigante da farti desiderare di scoprire sempre di più.

Ember aveva tessuto abilmente un'intricata ragnatela e Damian ci era caduto dentro appieno.

Alla fine, quella pallina contrassegnata con il numero otto, non andò in buca, ma si fermò a pochi millimetri da essa. «Grazie, Professore Turner» parlò la ragazza, toccando appena quella sfera con la bianca e vincendo la partita.

Damian si passò una mano sul volto, scuotendo la testa e maledicendosi per essersi lasciato distrarre così facilmente. «Suppongo che quindi ora vorrai bere per festeggiare» constatò lui, riponendo la stecca.

«Sì, ho vinto e lei deve rispettare la scommessa» gli ricordò, prima di voltarsi e incamminarsi verso il bancone.

"Sei venuto qui per insegnare e sei finito a fare da baby-sitter a una tua studentessa."

Parlò la sua coscienza, facendolo sospirare per la situazione e per la piega totalmente inaspettata che la sua vita aveva preso.

Le ore erano passate, accompagnate da qualche risata, alcuni shots e delle patatine fritte. Il sole era tramontato, lasciando spazio alla sera, tranquilla, silenziosa, quasi confortevole. E quando quel locale aveva iniziato a riempirsi dei primi clienti, i due erano usciti.

Il professore non si stava minimamente preoccupando dell'orario e nemmeno del fatto che tutto il suo programma per quella giornata, che avrebbe dovuto passare in assoluto relax, fosse andato in fumo. Non gli importava, perché, per la prima volta da quando si era ritrovato sposato con sua moglie, si stava sentendo nuovamente vivo.

Passare del tempo assieme a quella ragazza, in modo così genuino, ridendo e parlando delle cose più frivole, l'aveva fatto sentire come se fosse ancora un ragazzino. Gli aveva fatto pensare che, forse, non tutto era perduto. Il tempo poteva, in parte, essere recuperato.

Prima ancora che lui se ne rendesse conto, si ritrovò su Memorial Drive. Una lunga passeggiata che porta verso Boston e che, affiancando il corso d'acqua, ti permette di ammirare tutto lo skyline della città vicina.

Le stelle illuminavano, sporadicamente, il cielo e uno spicchio di luna era visibile in lontananza. I palazzi di Boston svettavano sulla via opposta di quel fiume e le loro luci riflettevano nell'acqua scura.
Ember si lasciò ricadere su una panchina, poggiò il suo zaino a terra e si sfregò le mani assieme, per scaldarle leggermente. Era ottobre inoltrato e l'aria più fredda, quella che anticipava un lungo e rigido inverno, stava iniziando a farsi sentire.

Damian si sedette accanto a lei, perdendosi per qualche secondo ad ammirare il panorama. Non era ancora mai andato a vedere il fiume, era stato così preso dalle lezioni e dal cercare di sistemare al meglio casa, che non si era lasciato nemmeno un attimo di tempo per scoprire i luoghi più belli di quella piccola cittadina, o per godersi Boston.

Ember decise di proferire parola, attirando nuovamente tutta l'attenzione del professore e strappandolo alla contemplazione di quello skyline. «Grazie per oggi... sì, insomma, per la compagnia» disse lei, risultando alquanto impacciata. E per la prima volta da quando aveva iniziato a giocare con lui, quello non era un trucco. Si sentiva davvero impacciata e in imbarazzo nel pronunciare quelle parole, nonostante fosse ancora un tantino brilla per via dell'alcol bevuto prima. Perché non era abituata a ringraziare qualcuno per essersi preoccupato per lei.

Damian sorrise. «Non c'è bisogno che mi ringrazi, ho solo fatto quello che era giusto» le rispose sinceramente. Quando aveva deciso di correrle dietro, dopo aver assistito alla conversazione con i suoi genitori, non aveva pensato minimamente al fatto che lei fosse proprio la ragazza con cui aveva tradito sua moglie. Al fatto che, se ne avesse mai avuto l'occasione, l'avrebbe rifatto, ancora e ancora. A quanto la trovasse bella e dannatamente sensuale. Perché tutte quelle cose erano passate in secondo piano, dal momento in cui aveva capito che lei, in quella situazione delicata, avesse solo bisogno di qualcuno, quasi sconosciuto, che le stesse accanto.

Ember avrebbe voluto rispondergli, raccontargli tutto, sfogarsi, perché sapeva che lui l'avrebbe ascoltata. Magari anche consolata. Ma non lo fece. Trattenne quell'impulso, bloccando le sue stesse parole in gola e costringendosi, per l'ennesima volta, a tenere tutto dentro.
Era difficile per lei aprirsi con qualcuno. Rivivere tutti quei momenti infelici non le piaceva affatto, perché la facevano sentire debole, vulnerabile. E lei odiava sentirsi così.

Si allungò verso lo zaino, frugando nella tasca anteriore ed estraendo un pacchetto di sigarette un po' malandato. Ne portò una alla bocca e poi alzò lo sguardo verso il professore.
«Ne vuole una? O anche stasera fingerà di non voler fumare per non infrangere qualche regola immaginaria?» lo schernì, indossando nuovamente una delle sue tante maschere e nascondendo la tristezza che si celava dietro i suoi grandi occhi scuri.

Damian la fissò con sguardo serio, mentre allungava una mano e afferrava una di quelle sigarette. Si meritava di fumare dopo quella giornata e nulla avrebbe potuto fargli cambiare idea. «Che cattivo ragazzo» commentò divertita, facendolo ridere e passandogli poi l'accendino rosa.

Il professore aspirò il fumo, lo fece discendere fino in gola. Era paradossale come quel tabacco fosse in grado di portargli a galla tanti brutti ricordi e al contempo essere una delle poche cose al mondo capace di farlo rilassare.

Fumarono in religioso silenzio, fissando Boston.

E poi, quelle sigarette terminarono e loro si ritrovarono con gli sguardi incatenati. Gli occhi di Damian erano fissi in quelli di Ember, mentre pensava a quanto fosse bella quella ragazza, a quanto lo intrigasse.

La tensione sessuale tornò a fare da padrona tra loro due, facendo riaffiorare una spropositata voglia di percepirsi a vicenda. La ragazza schiuse di poco le labbra carnose, avvicinandosi a lui, perché quello sguardo intenso le aveva fatto riaffiorare in testa il pensiero di ritornare a letto con lui.

Era stata bene durante tutta quella giornata passata insieme, ma la medicina migliore, per lei, rimaneva sempre e comunque il sesso. L'unica cosa in grado di curarle, temporaneamente, tutte le ferite.

«Professore?» lo richiamò in un sussurro.

«Si?» rispose lui, con una voce improvvisamente più roca. Se anche avesse voluto fingere che, in quel momento, la vicinanza a quella ragazza non gli provocasse alcuna sensazione, il suo corpo non glielo avrebbe permesso.

«Si sente abbastanza un cattivo ragazzo da lasciare anche che la baci?» gli domandò, con il viso pericolosamente vicino al suo.

Damian sospirò, osservando quelle labbra carnose, ricordandosi le sensazioni paradisiache che aveva provato la prima volta che le aveva assaporate. E si sentiva uno stronzo, ma, per la prima volta da quando era successo, si rese conto che non si pentiva affatto di essere finito a letto con lei.

Perché l'aveva fatto sentire di nuovo vivo.
E la stessa sensazione, gliel'aveva provocata anche durante tutta quella giornata.

Guardò, fugacemente, la fede che portava al dito. E poi tornò a concentrarsi sulla ragazza, che ormai si trovava a pochi millimetri dal suo viso.

"Fanculo!"

Pensò, prima di far scontrare le loro labbra.

🌟🌟🌟

Non dimenticatevi di lasciare una stellina 🙏🏻

Ember e Damian diventano sempre più intimi. Questa giornata passata insieme non ha fatto altro che avvicinarli, sia dal punto di vista fisico che emotivo.

La tensione sessuale durante la partita di biliardo ha scombussolato persino me🥵

Il professore sembra essersi reso conto che la ragazza protrerebbe diventare la sua via di fuga per una vita che non lo soddisfa. Ma sarà davvero la volta buona o la razionalità tornerà a disturbarci?

Intanto Ember sembra ancora determinata a continuare a giocare con lui.
A che cosa credete che porterà questo bacio?

Per scoprirlo non dovrete fare altro che continuare a leggere😈

Commentate facendomi sapere cosa ne pensate e per qualsiasi cosa non esitate a scrivermi.

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XOXO, Allison💕

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