1 - Annapolis
L'applauso generale che si diffuse lungo tutto il corridoio invase il buio protettivo nel quale Alberto si era rifugiato e lo convinse ad aprire (pur non senza una punta di cauto sospetto) le palpebre che aveva serrato tra loro con talmente tanta forza da provare quasi dolore: azzardò un'occhiata fuori dal finestrino e realizzò con sollievo di non trovarsi più sospeso in aria a chilometri e chilometri d'altezza, ma finalmente al sicuro, sulla terra ferma. Il movimento veloce di quel mezzo diabolico chiamato impropriamente "aereo" sull'asfalto della pista d'atterraggio continuava comunque a provocargli una nauseante sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco e l'impressione piuttosto realistica di stare per vomitare da un momento all'altro, ma perlomeno non c'era più il rischio che quell'instabile aggeggio smettesse all'improvviso di funzionare facendo precipitare tutti quanti. Rilassò leggermente i muscoli delle braccia e delle gambe che stava tendendo da parecchie ore senza rendersene nemmeno conto, ma non ebbe comunque il coraggio di staccare le mani dai braccioli del suo sedile per unirsi all'applauso di gioia, pur condividendo internamente il sollievo di essere vivo e ripromettendo a sé stesso che non avrebbe mai più dato per scontato un'assunzione del genere. Quell'improvvisa rivelazione dettata dal sollievo abbandonò però ben presto i suoi pensieri non appena si ritrovò sotto i piedi il terreno solido dell'Aeroporto di Washington e rammentò che il pericolo di spezzarsi la spina dorsale nello schianto dell'aereo rappresentava soltanto la prima e forse anche la più semplice delle tante sfide che avrebbe dovuto affrontare da quel momento in poi. Stati Uniti. Si ritrovava negli Stati Uniti, così lontano da casa come non lo era mai stato; così distante dalla rassicurante campagna silenziosa che circondava il piccolo paesino dell'Emilia Romagna da cui proveniva, da quelle strade che avrebbe potuto percorrere ad occhi chiusi e soprattutto dalle persone che parlavano la sua lingua e con le quali avrebbe potuto facilmente comunicare. Ora il rumore di tutta quella gente che correva freneticamente attorno a lui mentre usciva dall'aeroporto e si ritrovava immerso nel caos più totale appariva alle sue orecchie quasi come il richiamo di una navicella aliena; qualcosa di talmente estraneo e destabilizzante da fare quasi male. Cautamente, iniziò a farsi strada in quel nuovo mondo in cui tutte le proporzioni sembravano sfasate e cercò di leggere i cartelli nella speranza di trovare la stazione degli autobus che da una veloce occhiata a Google Maps effettuata prima di partire (ormai quasi un giorno prima, dopo più di nove ore di volo, cinque ore d'attesa all'aeroporto di New York e altre due ore di volo) sembrava dovesse essere proprio di fronte all'uscita dell'aeroporto; eppure in quel momento anche trovare l'uscita gli sembrava un'impresa.
Dieci minuti dopo sedeva sull'autobus che lo avrebbe presumibilmente portato nel Maryland con la fronte schiacciata contro il finestrino e, per la millesima volta in quell'infinita giornata, si maledisse per essersi lasciato convincere dal suo nonpoicosìtanto amico Riccardo ad abbandonare tutto e trasferirsi ad Annapolis (città che fino a qualche mese prima non aveva mai sentito nemmeno nominare), con niente con sé a parte un misero borsone a tracolla che ora stringeva convulsamente sulle ginocchia per paura di perdere l'unica cosa che lo legava all'Italia e l'indirizzo di una casa scritto su un foglio di carta di cui sentiva appena lo spessore attraverso la tasca dei jeans. Lì lo aspettava il cugino di Riccardo, un perfetto sconosciuto solo per metà italiano che sarebbe diventato il suo coinquilino per chissà quanto tempo. Tutta quella situazione gli sembrava assurda. Scese dall'autobus, due ore dopo, ancora con la sensazione di stare sognando. "Cos'ho da perdere, d'altronde?" Aveva pensato, ormai più di due mesi prima, quando gli era stata fatta quella proposta: non il suo lavoro, o almeno non più, dopo che era stato licenziato per "eccesso di personale"; non certo la sua inesistente fidanzata, dato che nessuna delle sue relazioni era mai riuscita a resistere più di dodici mesi e ormai a quasi trentadue anni di età aveva smesso di credere che esistesse da qualche parte la sua anima gemella; forse qualche amico, ma nessun legame che contasse davvero qualcosa. Era solo, essenzialmente. Senza lavoro, senza una famiglia, senza un futuro. Non gli era sembrato poi tanto ridicola in quel momento l'idea di ricominciare tutto dall'inizio, in una nuova città, in un nuovo paese, addirittura in un nuovo continente. Ora le dimensioni del disastro nel quale aveva deciso di immergersi gli apparvero in tutta la loro terrificante grandezza. Si guardò intorno, cercando di calmarsi e soprattutto di orientarsi. Si ritrovava in una larga strada di mattoni rossi, bagnata dal sole e inondata da un allegro susseguirsi di passi e schiamazzi e risate. Su entrambi i lati del percorso erano allineate graziose casette dalla forma allungata e dai colori sgargianti, e nella parte destra della strada erano disposte numerose bancherelle sormontate da teloni bianchi sulle quali era adagiata ogni tipo di merce. Considerando l'odore salmastro che gli inondava le narici e il lieve e appena percettibile frusciare delle onde Alberto ipotizzò che dovesse trovarsi sul porticciolo, nel bel mezzo del mercato cittadino. Lanciò un'occhiata all'orologio: mancava ancora più di un'ora al suo appuntamento con il cugino di Riccardo, perciò decise di incamminarsi tra le bancherelle e dare un'occhiata in giro.
All'improvviso un suono.
Lancinante, acuto, quasi stridulo, e allo stesso tempo struggente, necessario e bellissimo. Lo colpì come una pugnalata, insinuandosi nel suo petto con una forza inaspettata e costringendolo a fermarsi. Dietro di lui qualcuno inciampò tra le sue gambe e gli urlò qualcosa in inglese, ma lui non lo sentì. Era come se ogni voce, ogni rumore, ogni urlo, ogni risata, persino ogni spostamento dell'aria, fosse stato ovattato, ridotto a non più che un bisbiglio di sottofondo. Le sue orecchie erano piene di quel suono così triste e feroce, che riconobbe dopo qualche istante: era il suono di un violino; ma un violino come non lo aveva mai sentito. Era una melodia che si era accesa dal nulla e aveva iniziato ad accelerare, diventando sempre più acuta, scavando dentro di lui e riempiendogli il petto, i polmoni, la testa; poteva percepire il dolore, in quelle note allungate e vibranti che tagliavano l'aria e mordevano il vento e si allungavano quasi avessero una forma corporea invadendo tutto lo spazio intorno a lui, riempiendolo e facendolo sentire parte di quell'urlo disperato e furioso e così bello da risultare quasi insopportabile. Una nota. Un'altra nota. Poi un'altra. Sempre più in alto, sempre più acuta, sempre più potente; aveva iniziato a respirare in sincronia con il suono, senza rendersene conto; si ritrovò quasi in apnea, mentre la nota si allungava, sottile, fragile e lacerante.
S'interruppe.
Alberto rimase immobile, i polmoni accartocciati e schiacciati contro la gabbia toracica sollevata, incapace di spingere fuori l'aria, incapace di muoversi, incapace di emettere alcun suono.
Un'altra nota.
Ora grave, bassa e penetrante; un suono profondo e oscuro che si ripercuoteva all'interno delle sue ossa facendole vibrare come fossero una cassa di risonanza. Lentamente Alberto iniziò a camminare. Come in una trance, come ipnotizzato; spostava i piedi, uno davanti all'altro, seguendo quel suono come fosse una traccia visibile, un filo dispiegato nell'aria un momento stabile e calmo, l'istante dopo contorto, arrotolato e attorcigliato su sé stesso; iniziò a correre all'aumentare del ritmo, senza neanche rendersene conto. Superò le bancarelle, quasi inciampò contro un bancone, spostò spingendo le persone attorno a lui, mentre in un angolo della sua mente si chiedeva come potessero continuare a parlare tra loro al cospetto di un suono così bello. Superò il mercato, oltrepassò il vecchio edificio dell'US Naval Academy, poi continuò a correre in quella strada rossa per qualche altro secondo e bruscamente si fermò. Era lì, davanti a lui, in una zona poco trafficata, in piedi su un piccolo ponticello di legno che si ergeva sull'acqua. Una ragazza con in mano un violino. Aveva i capelli neri raccolti e stretti in una fascia variopinta. Il viso abbronzato teso per la concentrazione, gli occhi chiusi, le labbra prima rilassate e poi contratte in alternanza, le braccia che si muovevano quasi da sole, con movimenti così veloci e naturali da apparire come se fossero state esclusivamente fabbricate a quello scopo. Indossava una lunga veste svolazzante, verde e blu, ed era scalza. Alberto rimase immobile ad osservarla, affascinato: non era bella, non nell'accezione tradizionale del termine, ma era vera; era lì, ferma, sospesa su una distesa d'acqua, senza parlare, ad occhi chiusi, eppure era la prima volta che ad Alberto sembrava di comprendere qualcuno così profondamente come in quel momento. Coglieva il dolore, che straripava dal violino come un'onda travolgendo ogni cosa; ma non solo: sentiva l'urgenza, sentiva la forza, sentiva una sottile scintilla di speranza e anche il suono grave e terrificante della paura; sentiva la corsa, una corsa a perdifiato verso qualcosa, una meta irraggiungibile, un miraggio; ma la sentiva, sentiva il coraggio, la rivalsa, quel sentimento effimero e potente del rialzarsi, dello stringere i denti, del continuare. Sentì tutto questo.
Poi, silenzio.
Un silenzio denso e appiccicoso; un silenzio vuoto, atono, il più fastidioso che avesse mai sentito. Il che era strano, dato che attorno lui non c'era davvero silenzio; ma era dentro di lui: la sensazione di qualcosa che doveva esserci ma non c'era più, se ne era andata lasciandogli una nostalgia incolmabile. Guardò la ragazza riporre delicatamente il violino nella sua custodia e dovette impiegare tutta la sua forza di volontà per non urlarle di fermarsi, di riprendere in mano lo strumento, di continuare a suonare. Per sempre. Si sentì all'improvviso molto stupido, lì impalato in mezzo ad una strada a fissare una sconosciuta con un'espressione che non doveva sicuramente trasudare molta intelligenza. Si schiarì la gola, cercò di ridarsi un contegno e lentamente avanzò verso di lei, incamminandosi sul ponte. Mentre apriva la bocca per cercare di comunicare si ricordò di dover parlare in inglese.
-Hi...- provò, accennando con la mano un saluto impacciato –I love...I love your music – Subito dopo aver pronunciato quelle poche parole se ne pentì: era impossibile esprimere a parole ciò che aveva provato ascoltandola, figurarsi provare a descriverlo in inglese (soprattutto con una pronuncia come la sua; c'era un motivo, in fondo, se al liceo il suo voto in inglese non aveva mai superato il sette). La sua frase era apparsa semplicemente ridicola. La ragazza però gli sorrise, un sorriso caldo e luminoso che provocò uno scintillio nei suoi occhi castani. Gli fece segno di seguirla, poi percorse gli ultimi metri del ponte e si sedette sul bordo, con le gambe sospese nel vuoto. Alberto la guardò per un attimo, chiedendosi se non fosse il caso di andarsene, di cercare l'indirizzo della sua nuova casa e di iniziare ad avviarsi: anche perché, cos'avrebbe potuto dire a quella ragazza dal talento così eccezionale? Si sentiva inadeguato e anche totalmente fuori posto in quel luogo. Eppure, quasi contro la sua volontà, vide le sue gambe muoversi verso il fondo del ponte e poi piegarsi, per sedersi di fianco a lei. La ragazza stava fissando il mare con espressione assorta.
-You're afraid, aren't you? – sussurrò, sempre senza guardarlo; la sua voce era morbida e piena, quasi melodiosa. Non sembrava una domanda. "Lo sa" pensò Alberto, mentre studiava il suo volto impassibile: certo che era spaventato, non si era mai sentito così terrorizzato come in quel momento, in quel luogo lontano; davanti a lui solo l'ignoto, dietro di lui quasi niente. Sentiva il rimpianto di una vita sprecata e gli sembrava difficile che un trasloco avrebbe potuto fare qualche differenza; però ormai era lì. Annuì.
-Yes, I am – rispose, un po' imbarazzato; ma che senso avrebbe avuto mentire?
-Then, listen – rispose lei, portandosi un dito lungo e affusolato alle labbra e chiudendo gli occhi, come se fosse in ascolto di qualcosa. Eppure Alberto non sentiva niente. Restò un attimo a guardarla, poi si decide a serrare le palpebre a sua volta e a tendere le orecchie.
All'inizio nulla.
Il lieve rumore delle onde che si infrangevano contro le gambe di legno del ponte, si trascinavano lentamente all'indietro e poi si gettavano nuovamente contro la riva, con nuovo impeto. Si concentrò su quel suono ritmico, seppur mai prevedibile: sembrava sempre trascorrere un millisecondo in meno o uno in più, rispetto all'onda precedente; un lasso di tempo infinitesimale, eppure sufficiente per suscitare una sensazione di indefinitezza e di mistero. Di attesa.
L'indistinto frusciare del vento tra le foglie degli alberi.
Il lontano cinguettio di qualche uccello marittimo.
Il battito del suo stesso cuore, talmente sommesso da poter essere quasi frutto della sua immaginazione; eppure concreto, appena palpabile.
Si sentì invadere da una calma quasi surreale, mentre tutti quei suoni normalmente quasi impercettibili, trascurati, ignorati, si amalgamavano tra loro in un'unica, silenziosa, celestiale melodia. Era il suono della vita stessa, e lui lo sentiva.
Lentamente, dopo un tempo indefinito, riaprì gli occhi: la ragazza se ne era andata. Alberto era solo. Su quel ponte, sospeso sopra quel mare, ad Annapolis. Solo. Si alzò, sorridendo, e si incamminò verso quella che sarebbe diventata la sua nuova casa.
Non aveva più paura.
Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top