17.「열일곱」

Ofelia spalancò talmente gli occhi da vedere le stelle per il dolore; se non fosse stata seduta, considerò tra sé, sarebbe svenuta su due piedi. 

Il ricordo del loro ultimo incontro provocò un tremito al suo cuore, ma si impose di mantenersi calma mentre lui la fissò.

Tapei era in piedi, immobile, in riva al lago. I piedi del fantasma erano immersi nell'acqua scura, era più pallido e con gli abiti più logori dall'ultima volta che lo aveva visto. Era imprigionato da un paio di catene che non si riusciva a intravederne l'origine, poiché svanivano in direzione del fondo, e gli avvolgevano le gambe come le spire di un dragone dormiente.

«T-Tapei?», balbettò lei, senza smettere di tenerlo d'occhio. «Sei davvero tu?».

Una luce soprannaturale e sinistra luccicò in quello sguardo lucido di pianto. «Sei la Persona del mirabile Kei».

Lentamente lo choc iniziale abbandonò il suo corpo e il suo spirito, anche se non osò alzarsi dalla panchina.

«M-ma... cosa ci fai qui?», chiese ancora.

In ansia, poi lanciò occhiatine tutt'attorno. C'era forse il suo Guardiano nei paraggi? E perché diamine quel fantasma era lì?

«Se te lo chiedi, il re ha deciso che debbo stare in questo lago, finché i sacerdoti non si accorgono di me».

Il bambino fantasma incurvò le sopracciglia, stropicciandosi le palpebre arrossate con le mani. «E comunque, perché te lo sto dicendo? Non sono affari tuoi», sbottò dandole le spalle. «Sono sicuro che ora andrai a dirgli della mia presenza... e io sarò prigioniero per sempre del limbo».

Per un tempo quasi immemore, Ofelia rimase ferma, il cervello impegnato a registrare tutto ciò che aveva appena affermato. Strinse le mani a pugno. Senza pensarci due volte, rizzò la schiena e si incamminò verso la sponda del lago.

«Limbo?». Di cosa parlava?

Come le aveva annunciato Kei, Tapei era stato punito per aver tentato di affogarla, a dimostrazione delle catene attorno alle sue caviglie. E non provava sollievo né altro...

Udendola avvicinarsi, il bambino si voltò e le lanciò un'occhiata terrorizzata. «No, non avvicinarti».

Lei sollevò le mani di scatto. «Non ho intenzione di avvertire nessuno», giurò sincera. «Voglio solo aiutarti. Cosa intendevi con limbo, prima?».

Il fantasma acquatico scosse il capo. «Non puoi capire».

«Perché?».

«Perché sei un'umana e...».

«... l'amica di una sacerdotessa?», gli suggerì interrompendolo.

«Già». Tapei la guardò con aria di accusa. «Quelli ci intrappolano per l'eternità nel limbo, un luogo da cui solo il nostro re può liberarci». Una lacrima solcò il visetto tondo del piccolo. «È orrendo, io ci sono stato, e sembra... l'inferno».

A quella notizia, lei ebbe un sussulto. «È questo che fanno con voi spiriti, allora?».

«Ye ye». Lo spirito annuì, sul suo viso disegnata l'espressione di un adulto. «Non auguro quella cosa a nessuno: è peggio del morire».

Le parole accorte del fantasma rimbombarono secche al suo udito. In un attimo Ofelia rammentò l'odio nello sguardo di Kei nel vedere Alice, le sue parole cariche d'asprezza, le espressioni di entrambi mentre litigavano alla luce della luna...

Un senso di tradimento la sommerse, tramutandole il cuore in una casa senza focolare. Non era uguali, quella notte si era sbagliata di grosso su quei due, si era sbagliata di grosso.

Le sue guance si colorarono, sino a raggiungere un bel viola vivo. Se lei fosse stata al posto di Tapei, quella notte, nel vedersi apparire Alice al proprio cospetto, avrebbe compiuto azioni ben peggiori di lui...

Ofelia scosse il capo, costringendosi a pensare con lucidità. Tuttavia, nel momento in cui si mosse verso il bambino, una fitta di dolore le attraversò la nuca. Batté le palpebre, chinandosi in avanti, il dolore che esplose come un fuoco deflagrante dentro la testa.

«Ofelia!», udì urlare il fantasma.

Il buio le piombò addosso di colpo e si sentì crollare a terra, l'erba umida sotto gli abiti e contro il viso. Tentò di alzare almeno il capo, ma la fatica era tanta.

Poi un forte odore di terra mista a sangue le stuzzicò le narici.

Una sé stessa più infuriata, più cupa, le si parò di fronte. Fu raggiunta da un'altra figura, sfocata, e la udì parlarle, e fu colta dalla nausea per l'ansia. Ofelia si rifiutò di ascoltarla, comunque finendo per farlo: lui, stava dicendo l'altra, doveva affrontarle...

Formatosi quel pensiero confuso, il respiro si fermò. Lui? A chi si stava riferendo? Forse a Kei?

Lacrime. Si sentì piangere, ansimare, pregare Dio di lasciarla morire. Gridò ancora. No, lei non poteva morire! Perché era...

Il dolore la lasciò di colpo e il buio si ritrasse. Inalò aria notturna, odori dolciastri di lago. Piano, tornò a udire i suoni della notte e i singhiozzi di un bambino. Sollevò le palpebre.

Il piccolo fantasma era in preda a una crisi di pianto, spaventato, tremante, in ginocchio davanti a lei.

Ofelia deglutì, la mente lucida e di nuovo operativa.

«Tapei...», lo chiamò, portandosi una mano alla fronte madida di sudore.

«Non farlo più!», esclamò il bambino singhiozzante. «Mi hai fatto tanta paura!».

Sentendosi il mostro di turno, quasi da beffa, ritrasse le gambe verso di sé. Si sentiva uno schifo.

«S-scusami, non volevo», farfugliò intanto al fantasma. «N-non volevo spaventarti».

Lui continuò a piangere, inconsolabile. Senza nemmeno pensarci, Ofelia piegò un ginocchio, per essere alla stessa altezza di lui, e lo sfiorò, prima battendogli la schiena con delicatezza e poi passando le dita tra i suoi capelli zuppi d'acqua. Una gelida paura le trafisse il corpo come un fulmine a ciel sereno, nel momento in cui sfiorò la pelle spessa di Tapei, ma si sforzò di soffocarlo con tutta sé stessa.

«Va tutto bene, ora sto bene», cercò di rassicurarlo, la voce resa roca dal dispiacere. «Non volevo...».

Rimasero così per un lungo momento. Lui fu il primo a scostarsi.

«Meglio che tu vada via», mormorò con tono basso e spaventato. «Non voglio che passi guai per colpa mia.»

«Non posso lasciarti al tuo destino», protestò contrariata. «E non c'è davvero nulla che possa fare per te?»

L'espressione di Tapei diventò disperata. «No», negò. «Il re ha stabilito una cosa impossibile per tornare a essere libero».

Davanti a quell'ennesimo rifiuto, Ofelia pensò di arrendersi. Cosa aveva stabilito quel sovrano? Più vedeva il fantasma disperarsi, più lo odiava. Sembrava che non esistesse una soluzione al problema...

«Quando parli di una cosa impossibile, cosa intendi?», domandò.

Lui la fissò sottecchi. Parve esitare. «Una banconota di cartapesta...», sussurrò «ma nessuno si avvicinerà a me per aiutarmi».

Il cuore perse un battito. «Sul serio?».

«Ne ne».

«Aspetta!». Ofelia aveva una voglia matta di scoppiare a ridere. In un balzo si rimise in piedi e frugò nella tasca del cappotto. Afferrò l'oggetto in cartapesta e lo porse al fantasma. «Puoi prendere la mia, Tapei!», esultò. «Me l'hanno data in un chioschetto come premio».

Il bambino spalancò occhi e bocca e lacrime di natura diversa presero a scorrere sulle sue guance pallide. Protese le mani tremanti d'emozione e afferrò la banconota. «G-grazie...», mormorò, stringendosela al petto come un tesoro. «Grazie, signorina Ofelia».

Con un tintinnio le catene alle sue caviglie si spezzarono, lasciandolo libero di andare.

«Ofelia!».

Lei si volse di scatto.

Alice e il padre di lei stavano correndo nella sua direzione, salendo la collina con piglio battagliero e alquanto minaccioso. Le loro vesti bianche si agitavano nel vento; sembravano più loro dei malvagi fantasmi vendicatori che il piccolo Tapei dinanzi a lei.

«Vai, sbrigati!», esclamò.

Ma lui non si mosse. Nel notare la sua esitazione, rincarò: «Fuggi! Ora!».

Con un gesto secco del capo il bambino annuì, anche se la paura e la riluttanza gli brillava in fondo agli occhi. Poi le rivolse la schiena, prese la rincorsa e si tuffò nel lago.

Dopo che fu scomparso nel fondale, l'acqua si sollevò in quel punto, anelli concentrici si formarono attorno, e provocò un'onda, che finì per bagnarle gli stivaletti. Infine la superficie scura si acquietò, riprendendo a riflettere la luce placida della luna e delle luci lontane della festa.

Quando padre e figlia la raggiunsero, il signor Cheang la afferrò per un braccio.

«Cosa ti salta in mente di fare, ragazza?!», inveì, come impazzito.

«Papà!», esclamò Alice. «Non fate così, vi prego!»

Lui non la ascoltò, stringendo di più la presa.

Ofelia si dimenò. «Mi lasci andare!».

«No!», eruppe il sacerdote. «Hai aiutato un fantasma! Non posso credere ai miei occhi!». Alzò la mano, ma qualcuno lo bloccò. «Si faccia da parte!», gridò Kim.

«Cosa?». L'uomo rapato si volse e si scrollò di dosso il ragazzo senza difficoltà. Poi si volse verso di lui. «Tu... come osi...».

«No!», gridò ancora Alice. Ma prima che il signor Cheang potesse spingerlo, Ofelia si abbassò e gli si gettò addosso. Caddero in un groviglio di braccia, gambe e erba incolta. Kim afferrò l'uomo per un braccio e cercò di allontanarlo.

«Fermi!».

Il suono penetrante di un fischietto li raggiunse. Un uomo in divisa, seguito dal signor Ceva, e il militare Enrico, si precipitarono su quel punto del giardino.

In lontananza, la folla di persone sul ponte smise di passeggiare e si girò per osservare cosa stesse accadendo sulla remota riva a ovest del lago.

Il poliziotto prese Kim per un braccio e lo trascinò via mentre il signor Ceva sollevò il sacerdote con un gesto brusco e si chinò su di lei. 

«Tesoro, va tutto bene?», domandò teso.  

«Sì, papà», asserì Ofelia affannata. «Sto bene». 

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