Capitolo 21

Ci misero ancora diversi giorni ad arrivare a Kribirsk, dove tutto era cominciato mesi prima e dove tutto a quanto pare era destinato a concludersi.

«Ho mandato un paio dei miei uomini a palazzo prima di entrare nella Tsibeya. Tutti i Grisha del Piccolo Palazzo dovrebbero essere qui ad attenderci. Saranno felici di vederci arrivare vittoriosi.» disse Alina decisamente di buonumore. Quando la vedeva sorridere e guardare fuori dal finestrino, ad Aleksander veniva difficile credere avesse più di cinquecento anni.

«Anche Baghra?» si ritrovò a chiedere aggrottando la fronte.

Nessuno tra lui, David, Alina e Ivan parve molto felice di sentire quel nome.

«Ho chiesto per formalità di invitare anche lei. Non so se ha accettato.» rispose l’Evocaluce cauta.

«Speriamo di no.» disse Ivan, più schietto. Aleksander si trovò almeno un po’ d’accordo con lui, e dall’espressione di David dedusse che nemmeno il Fabrikator era particolarmente voglioso di vederla.

La carrozza si fermò nel centro del campo. Aleksander non era più abituato a vedere così tanta luce tutta insieme e quando la porta della carrozza si aprì, fu costretto a coprirsi gli occhi.

La Faglia di Luce era davanti a loro, in tutto il suo maestoso orrore. Non riusciva a vederla, almeno finché qualcuno non gli piazzò degli occhiali scuri sul naso appena scese dalla carrozza, limitando l’accecamento.

Si girò e vide Genya. Il sorriso che gli uscì sul volto fu estremamente spontaneo.

«Genya!» esclamò felice.

«Sono qua in veste ufficiale, contieniti.» rispose lei con un sorriso sul volto. Un sorriso non aperto quanto il suo, ma comparve anche quello quando dalla carrozza scese David.

Lui la vide. La guardò come aveva guardato le corna del cervo di Morozova che avevano preso in più. Poi distolse lo sguardo, decisamente imbarazzato, e fece un rapido cenno di saluto prima di filarsela verso le tende dei Materialki.

«Molto caloroso.» fece Genya, sempre splendida nel suo abito bianco, anche se da serva.

«Vuoi scherzare? Ti ha guardato come ha guardato le corna del cervo di Morozova. Gli interessi.»

Forse Genya non sapeva di cosa Aleksander stesse parlando, ma la vide arrossire leggermente. «Gli interesso? Davvero?»

«Ne sono più che certo.»

Alina scese dalla carrozza, preceduta da Ivan. Sorrise agli altri Grisha e invitò Aleksander a raggiungerla.

«La Faglia ha le ore contate!» declamò serena. «Ma ritengo opportuno occuparle riposandoci tutti. È stato un lungo viaggio e abbiamo bisogno di riposo vero.»

Guardò Aleksander mentre i Grisha e i soldati esultavano e disse: «Posso?»

Lui annuì e lei gli toccò la spalla. L’oscurità scaturì da Aleksander e si alzò in cielo, come una colonna, accompagnata da urla di gioia e incredulità. La sensazione continuava ad essergli sgradevole, ma non gli dispiaceva così tanto prestarsi. Non ora che poteva anche fermare la sua brama se necessario.

A quel punto Ivan e Fedyor li scortarono via di lì verso la tenda bianca dell’Evocaluce. Ricordava di averla vista la prima volta e gli salì una fitta di nostalgia: era persino quasi stato investito dalla stessa carrozza su cui era arrivato stavolta.

All’interno della tenda c’era un letto vero e un materassino per terra, evidentemente per lui. C’erano molti servi per la tenda, e si poteva vedere dietro una tenda una vasca di acqua calda.

«Io devo fare alcuni preparativi. Lavate e curate Aleksander, io mi renderò disponibile più tardi. Quando poi sarai asciutto, ti consiglio di mettere la Kefka blu per uscire mentre l’altra viene almeno un po’ ripulita.» ordinò Alina alle serve e disse poi al ragazzo con lui.

«Credo abbia ancora su sangue di fjerdiano.» convenne Aleksander.

«Gli altri Grisha avranno domande sul collare, su di te… Se deciderai di uscire, dì quel che vuoi, ma non accennare ai veri poteri del collare.» disse, poi abbassò la voce e aggiunse: «Non dire nemmeno che io posso controllare il tuo potere. Deve essere una sorpresa tutto ciò che abbiamo scoperto questi giorni.»

Lui annuì e lei gli diede un bacio sulle labbra, veloce ma non abbastanza da non far sussultare tutti i servi presenti. Dopodiché lei uscì e Aleksander si levò la Kefka, procedendo verso di loro con più sicurezza di quella che possedeva.

Venne lavato con cura. Fecero tutti finta di non vedere le cicatrici sul suo avambraccio, così come la bruciatura a forma di mano sul suo petto. Fu complicato destreggiarsi con il collare, ma quello si offrì di lavarselo da solo per creare meno problemi.

Alla fine si rivestì con abiti piacevolmente puliti. Godette un momento dell’assenza di puzza di cavallo e altri spiacevoli odori, poi decise di indossare la sua vecchia kefka blu e nera e uscì dalla tenda.

Fuori ad aspettarlo c’erano Marie e Nadia e persino Zoya. Guardavano il collare come fosse una versione in miniatura della Faglia che avevano davanti, lo vedeva persino attraverso le lenti scure che indossavano tutti.

«Per tutti i Sankti, quello è un amplificatore!» esclamò Marie. «Posso toccarlo?»

«Marie! È il suo amplificatore!» esclamò Nadia schiaffandole una mano che aveva già alzato.

«Anche a me non dispiacerebbe sentire com’è.» disse Zoya. Si avvicinò e accarezzò le corna attorno al collo di Aleksander, che rimase fermo senza quasi respirare.

«Affascinante.» disse infine. «Anche se credo sia più affascinante ciò per cui questo amplificatore fa da arredo.»

«Io in te starei attenta, Nazyalensky. All’Evocaluce non piace venga toccata la sua roba, sa essere molto gelosa.» disse una voce alla destra di Aleksander.

Le preghiere di tutti quelli sulla carrozza non erano state esaudite e Baghra uscì da una tenda vicino a quella da cui era uscito Aleksander stesso. Aveva come sempre il bastone con sé, ma non ci si appoggiava sopra: sembrava lo avesse lì per bacchettare qualcuno che, se lo sentiva, avrebbe potuto essere anche lui.

I suoi occhi puntarono Aleksander e disse: «Mi piacerebbe scambiare due chiacchiere con te, Evocatenebre. Puoi chiacchierare sul tuo amplificatore con gli altri tra un momento.»

Nessuno avrebbe osato mettersi contro Baghra e Aleksander sapeva da Alina che quella donna aveva suppergiù mille anni, quindi le andò incontro senza farle aspettare un secondo di troppo. Probabilmente aveva ancora tempo a disposizione, ma non voleva mettere a prova la sua pazienza.

Si ritirarono nella sua tenda, che pur con la Faglia davanti era stranamente buia al suo interno. E calda, il che era assurdo perché se avesse acceso del fuoco lì avrebbe dato fuoco a tutto.

«Anche se evoco la luce, posso deviare quella esistente e creare del buio.» disse Baghra rispondendo alla domanda non posta. «Ci ho messo qualche secolo a perfezionare la tecnica.»

«Quindi è vero quello che mi ha detto… Che mi ha detto Alina. Hai davvero, tipo, mille anni?»

Baghra rise, e fu una risata che gli mise i brividi. «Usi anche il suo nome? Siete diventati davvero intimi. Sì, ha detto il vero: ho davvero più di mille anni.»

«Non li dimostri.»

«Grazie tante. Non sono però qua per parlare della mia vecchiaia, né di Alina,» e qui fece una pausa, come se anche lei non avesse usato quel nome per tempo e se lo stesse pregustando, «né della relazione che ti lega a lei. La vedo con chiarezza, non voglio dettagli. Voglio sentire il tuo amplificatore.»

Aleksander le si avvicinò e lei posò le mani sul suo amplificatore. Non disse nulla per un momento, poi chiese: «L’avete ucciso insieme?»

«Sì.»

«E?»

Aleksander si chiese cosa poteva dire effettivamente a Baghra. Alla fine disse, a piano: «Toccandomi, lei riesce a farmi evocare tenebre al suo comando.»

«E tu puoi fare lo stesso con lei?»

«Sì, e anche fermarla se… se sta esagerando.»

«Il cervo di Morozova non è un amplificatore comune. Neanche immagini quante cose potrei dirti, persino su Morozova stesso. Un racconto per un’altra giornata, comunque. Una cosa del genere non sarebbe possibile, ma voi non siete evocatori comuni. In effetti, credo veramente che quella cosa là fuori possa essere smantellata da voi due. Siete sufficientemente potenti.»

«Immagino che detto da te sia una garanzia di vittoria.»

Baghra lasciò andare il collare e lo fissò, poi disse: «Questo dipenderà dal re e dai suoi uomini. Anche se hanno sostenuto Alina finora, non vuol dire che la sosterranno quando vedranno cosa potete fare insieme. Sospetto che possiate fare anche più di quel che hai detto, quindi è probabilmente una paura giustificata.»

Aleksander per un momento non disse niente, poi annuì. «C’è dell’altro, ma le ho promesso di non farne parola con nessuno.»

«Posso immaginare cosa sia, e se così fosse avreste un potere da far paura a Morozova stesso.»

Vista l’espressione che aveva Baghra, come se sapesse perfettamente di cosa stesse parlando, Aleksander preferì non indagare.

«Bene, interrogatorio finito. Ti serve un ripasso prima di entrare là dentro?» chiese mettendo in mostra abbastanza evidentemente il bastone.

«No, credo di no.» disse Aleksander facendo un passo indietro.

«Allora vai a spettegolare, moccioso. E tieniti Zoya lontano, o lei potrebbe non essere clemente.»

Aleksander annuì e fuggì di lì. Corse verso dove sentiva movimento e raggiunse gli altri Grisha, pronto a una chiacchierata con tutti loro.

Fu solo verso tarda sera che riuscì a tornare nella tenda, stremato e con un bel mal di testa. Alina era nella vasca, gli occhi chiusi che si aprirono quando sentì i suoi passi.

«Stanco?» chiese tirandosi su.

«Non sono più abituato ad avere così tanti rapporti sociali. Beh, in effetti non sono mai stato abituato.»

«Io ho dovuto avere a che fare con i reali. Li odio. Genya mi ha detto prima di vederli che il re stavolta si è approfittato di lei. No, non stavolta… va avanti da anni. Non ha detto niente perché sapeva che avrei linciato il re se lo avessi saputo.»

Genya non era felice quel giorno e ora sapeva il motivo. Sentì il sangue ribollirgli nelle vene, cosa che non gli era mai accaduta prima di quel momento.

«Aleksander.»

Il Grisha guardò l’Evocaluce, che lo fissò con un’aria spaventosa.

«Io li voglio morti. Li avrò morti. Non meritano di stare sul trono degli esseri come loro. Inetti, che credono la guerra sia un gioco, che prima di oggi non avevano neanche idea di cosa fosse la Faglia.»

Uscì dalla vasca e avanzò verso di lui.

«Domani io li ucciderò. Prenderò un trono che solo io so come governare.»

Gli arrivò davanti e lo prese per il collare, facendolo chinare su di lei.

«Sei con me?»

Suonava come una minaccia quella domanda, ma lui non aveva comunque dubbi su cosa rispondere.

«Lo sono. Lo sarò sempre.»

Lei sorrise e lo baciò, accarezzandogli la nuca. Le parole successive gliele sussurrò all’orecchio, appena prima di togliergli la Kefka e spingerlo fino al suo letto.

«Domani scriveremo un nuovo capitolo della storia di Ravka, e lo faremo insieme.»

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