𝚒𝚕 𝚛𝚊𝚐𝚗𝚘 𝚎 𝚕𝚊 𝚏𝚊𝚛𝚏𝚊𝚕𝚕𝚊
C’era una volta un ragno dal manto scuro come l’inchiostro, il cui corpo, ricurvo e percorso da mille spilli urticanti, faceva ribrezzo a chiunque avesse la sfortuna di incontrarlo. Gli occhietti, vispi, cremisi e agghiaccianti riuscivano a terrorizzare perfino il più impavido degli abitanti del minuscolo sottobosco che abitava. La sua fama era quella di uno spietato carnefice, eppure egli era buono. La creatura più pura fra tutte. E avrebbe tanto voluto un amico. Per questo, fin dalla più giovane età, iniziò a tessere incessantemente, con lo scopo di aiutare gli insetti più indifesi.
Come primo tentativo, usò la tela per raccogliere delle gocce di pioggia. Desiderava donarle ai piccoli bruchi che si apprestavano a rinchiudersi nei bozzoli.
«Prendete. Non avrete più sete.» disse amichevolmente, offrendogli qualche goccia fresca, mentre teneva la sacca biancastra con cura.
Ma loro rifiutarono. Quelle enormi zampe erano ossute, pelose e orribili: perché mai avrebbero dovuto sfiorarle?
«Sei un brutto mostro e pure stupido. Cosa ce ne facciamo? Stiamo per addormentarci.» gli fecero notare, prima di chiudersi nei loro rifugi. Tempo dopo, il ragno li vide diventare splendide farfalle e librarsi in quel cielo ormai privo di nubi. Lontano da lui.
Era nuovamente solo, però non si arrese. Diventò più grande e stavolta iniziò a tessere vestiti di foglie per riparare le piccole lumachine dal cocente sole estivo.
«Prendete. Non morirete più di caldo.» disse loro, porgendo, contento, un bellissimo abito verde prato. Si era lacerato le zampette, tenendo ferme le foglie, e aveva perfezionato la tela rendendola collosa per riuscire a creare quella meraviglia.
Ma loro rifiutarono. Quella voce era grave, minacciosa e tremendamente lugubre: perché mai avrebbero dovuto ascoltarlo?
«Sei un brutto mostro e pure stupido. Cosa ce ne facciamo? Abbiamo già una casa.» replicarono ridendo, chiudendosi poi nei loro gusci.
Il ragno, ancora una volta, non si diede per vinto. Voleva dimostrare al mondo intero che fosse più del suo spaventoso aspetto.
Non aveva mai conosciuto l’ebrezza di una carezza, il tepore confortante di un abbraccio o la febbricitante gioia portata dalla compagnia di un amico. Ed era tutto ciò che desiderava. Quindi riprese a tessere incessantemente.
Porse ai grilli un pezzettino di mela, che aveva raggiunto arrampicandosi lungo l’albero che lo ospitava. Nel morderla, si era spaccato una zanna, ma non gli importava. Poteva privarsi di ogni suo dente: voleva che fossero gli altri a sorridergli.
«Prendete. Ho creato un percorso così avrete sempre da mangiare.» aggiunse.
Ma anche loro rifiutarono. Quei canini erano più affilati di mille coltelli: perché mai avrebbero dovuto fidarsi di lui?
«Sei un brutto mostro e pure stupido. Cosa ce ne facciamo? Noi saltiamo in alto e raggiungiamo ogni frutto.» risposero prima di correre via.
Il ragno sospirò. Si ritirò nella sua tana. Si disse che sarebbe andata meglio la prossima volta.
«Prendete. Ho raccolto per voi del nettare squisito.» si rivolse alle api.
«Sei un brutto mostro e pure stupido. Cosa ce ne facciamo? Possiamo volare e prendercelo da sole.» fecero spallucce e tornarono all’alveare.
«Prendete… Ho mangiucchiato delle foglie per costruirvi delle borse, così vi sarà più facile trasportare il vostro cibo.» tentò con le formiche.
«Sei un brutto mostro e pure stupido. Cosa ce ne facciamo? Noi siamo forti.» si presero gioco di lui, mostrando le zampette scolpite dal lavoro.
«Prendete… Ho… Ho costruito un tunnel di tela per-» i vermi lo interruppero subito.
«Sei un brutto mostro e pure stupido. Cosa ce ne facciamo? Siamo in grado di scavarceli da soli.» scossero la testa, prima di sparire sottoterra.
Il ragno diventò presto vecchio e zoppicante. Il suo animo si indurì, il cuore divenne pietra. Costruì per sé una gigantesca fortezza bianca e decise che non avrebbe mai avuto bisogno di nessuno.
La sua ultima opera era però di rara bellezza. Con le sue otto zampette, il ragno aveva preso a tessere quella splendida magione ogni giorno e questa, piano piano, si faceva sempre più bella, grande e pura. Tutti gli insetti cominciarono a fermarsi per ammirarla, senza però avvicinarsi all’entrata.
«Che meraviglia!» esclamavano le cavallette, prima di saltellare oltre il ruscello.
«Che splendore!» tuonavano le mosche, volteggiando sopra i rami che ospitavano il ragnetto.
«Che gioia per gli occhi!» sospiravano ammirate le farfalle.
E tra queste, una delle più giovani azzardò qualche passo verso il castello vellutato. Il ragno sbucò immediatamente con la testolina, fissandola con occhi crudeli. La luce filtrava a malapena attraverso la tela e il ragno si sentiva protetto, vestito dalle ombre. La farfalla aguzzò lo sguardo, eppure non riusciva a scorgerlo in quel mare nero. Le uniche cose che distingueva chiaramente erano due brillanti rubini rossi.
«Vattene.» la ammonì, ma ella scosse il capo.
«Posso chiederti un po’ della tua tela sublime?» domandò, dolce. «Vorrei usarla per raccogliere la rugiada dalle foglie e magari come borsa per il nettare.»
Il ragno si irrigidì. Si chiese perché mai avrebbe dovuto farlo, quando tutti avevano rifiutato il suo affetto.
«Vai via. Sono un brutto mostro e pure stupido.» replicò, nascondersi alla vista di quella meravigliosa creatura, ma la farfalla si avvicinò ancora a lui.
«Non è vero! Perché menti?» si impuntò, testarda. «Un mostro non sarebbe mai in grado di creare qualcosa di tanto ammirevole e pregiato!»
E così, per giorni, la farfalla visitò il ragno. Ancora e ancora. E mentre la prima sbocciava come un fiore, il secondo si fece più grosso e rude. Gli altri cominciarono a chiamarlo “tarantola” a causa della sua mostruosità, però il suo cuore riprese lentamente ad ammorbidirsi e quelle terribili parole cominciarono a scivolargli sul manto nero, come tante gocce di pioggia. Piano piano, riprese a uscire dalla tana, ma sempre coperto da un cappuccio di tela. Offrì alla farfalla le mele del suo albero, gli abiti di foglie e le fece vedere il tunnel che aveva costruito con pazienza. Lei ascoltava le sue storie incantata, rapita dalle parole e catturata dai movimenti eleganti dell’essere. Presto però le altre farfalle cominciarono a schernirla.
«Diventerai brutta come lui.»
«Ti spezzerà le ali.»
«Ti divorerà.»
Eppure lei continuava a fargli visita, nonostante lui non si facesse mai nemmeno sfiorare. Presto i due si innamorarono profondamente l’uno dell’altra.
Un giorno, però, la farfalla non si fece vedere. Il ragno, preoccupato, uscì per la prima volta dopo tanto tempo senza coprirsi. Iniziò a cercarla e, disperato, chiese a tutti gli insetti che incontrava se l’avessero vista passare. Ma questi lo ignoravano o scappavano e lui, poverino, si ritrovò a vagare da solo fino a notte fonda.
Quando la luna cominciò a splendere nel cielo, qualcosa catturò la sua attenzione. Una piccola ala spezzata tinta di blu. L’avrebbe riconosciuta tra mille. Si arrampicò sulla roccia vicina, da cui continuava a sentire dei rumori sinistri. Con il pezzetto ancora in mano, corse a più non posso, pregando di vederla. Pensò che sarebbe stato in grado di aggiustare l’ala rotta dell’amata con la colla della sua tela, ma quando finalmente la vide era già troppo tardi. Una grande falena bianca ne stava divorando le viscere, consumandola.
Il ragno allora, accecato da una furia che non sapeva di possedere, le saltò addosso, mordendone le carni per avvelenarla. E quando l’insetto cadde al suolo, paralizzato, il ragno si avvicinò alla dolce farfalla.
E pianse quando lei, con la morte negli occhi, ridacchiò: «Avevo ragione: sei bellissimo.»
Con estremo coraggio, allungò una zampetta, tentando di toccarlo, ma quando lui fece per afferrarla, lei spirò.
Diventando fredda.
E quel ragno che non aveva mai conosciuto il calore, fece l’unica cosa che gli venne in mente: spalancò le fauci e, nel tentativo di tenerla con sé, lentamente, cominciò a mangiarne il corpo.
Finì il pasto alle prime luci dell’alba.
Si voltò verso la falena, con gli occhi ancora gonfi, scoprendola viva, e lei, stremata, mosse la bocca solo per potergli sussurrare: «Mi dispiace, risparmiami.»
La tarantola però non conosceva il tepore della pietà e, ancora una volta, spalancò le fauci.
All’imbrunire tornò nel castello che si era costruita e prese a smontarlo pezzo per pezzo.
«Prendete.» diceva a chiunque si avvicinasse, porgendo loro un ritaglio di quella meraviglia.
Pareva di essere tornati ai tempi passati e gli abitanti del sottobosco, conoscendo l’amicizia che la legava alla farfalla, iniziarono a diventare incauti. I più temerari allungavano le zampette verso quell’opera sublime, sperando in un premio, ma quando realizzavano che il tessuto, una volta morbido, si era fatto colla, era ormai troppo tardi.
La tarantola aveva già spalancato le fauci.
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