7 Suor Caterina
Come ogni mattina, Sveva si recò in ospedale. Camminando tra i corridoi, prima di raggiungere la stanza di Francesca, pensò a come sarebbe stato bello se, raggiunta quella camera, l'avesse vista seduta su quel lettino: un sogno. Immaginava che potesse abbracciarla, che chiedesse di Lana e del suo papà.
Già, del suo papà.
Guardava, dalle finestre che correvano lungo tutto il corridoio, quell'edificio così imponente e così freddo. I volti delle persone che incontrava lungo tutto il percorso sembravano talmente grigi, tristi, come immagini scolorite.
Una forza misteriosa teneva quegli individui, loro malgrado, in movimento.
Forse la speranza, pensò la donna.
Pareva fossero automi, privi di riflessi e sentimenti. Si sentì in quel momento quasi mancare. Tutto appariva sempre meno nitido e i movimenti della gente a rallentatore. Vide correre degli infermieri che spingevano un lettino arancione lungo il corridoio. Anche quel colore, quelle persone, furono presto inghiottite da quel vortice fortissimo che non le permetteva più di camminare e poi... poi all'improvviso comparve lei, una luce bellissima. Sembrava scuoterla e assumere piano piano sembianze umane. L'accarezzava, le inumidiva il viso, le parlava. Sveva poteva vederne bene i contorni, ma non le era facile comprendere le parole. Poi di nuovo il buio.
Si trovò in un lettino, in una stanza del pronto soccorso. Sentiva il rumore delle macchine, costante, e l'odore di disinfettante, diventato all'improvviso insopportabile, iniziò a disturbarla. Ricordò di aver sentito quell'odore prima di essere venuta meno.
«Signora, le stiamo facendo qualche analisi», le disse un'infermiera mentre controllava che i vari parametri fossero nella norma. «Probabilmente non sarà nulla di grave, ma preferiamo monitorarla prima di dimetterla definitivamente.»
Le venne chiesto se avesse fatto regolarmente colazione e il motivo della sua presenza in ospedale. Sveva raccontò... non nascondendo una certa impazienza nel voler dar fine a quella spiacevole situazione. «Io... adesso dovrei andare da mia figlia», disse con sincerità.
«Signora, non deve preoccuparsi, la ragazzina è in buone mani. Sicuramente il suo non è un caso che dovrebbe destare preoccupazioni. A volte lo stato emotivo gioca brutti scherzi. Concluderemo gli ultimi esami per essere più tranquilli. Comunque vedrà che un po' di riposo e una sana alimentazione la rimetteranno subito in sesto.»
Sveva appoggiò la testa sul lettino, finalmente più rilassata. Ricordò anche l'immagine vista prima di svenire... ma il ricordo era confuso, sfocato.
«Sa», proseguì ora la dottoressa, «c'è qualcuno lì fuori che vorrebbe vederla. È stata lei che le ha prestato soccorso. È stata qui ad attendere che si riprendesse fino a questo momento, e tutto per sincerarsi che stesse bene. Credo che sia carino farla entrare, se lei non ha nulla in contrario. Soltanto qualche minuto però, mi raccomando.»
Da quella posizione scorse l'ampia veste nera, lunga fino ai piedi, poi il crocifisso che stringeva nervosamente tra le mani. Riconobbe quel viso che aveva visto prima di svenire: rubicondo e paffuto. Ne fu colpita. La pelle chiara e lucida, gli occhi tondi, la figura che sprigionava un'aura di pace e serenità. Non sapeva spiegarselo, Sveva, ma tutta quella figura emanava un effluvio di estremo candore. Poteva vederne una luce che rendeva tutta quella sagoma evanescente. Successivamente quella sensazione svanì. Che stesse per svenire di nuovo? Le toccò la mano quasi ad assicurarsi che non fosse una visione.
La voce schietta e sincera disse: «Cara, eri così pallida. Sono contenta che ti sia rimessa!»
Guardò in cielo e si fece il segno della croce. Le accarezzò la guancia con il palmo della mano. Poi continuò: «Ho sentito tutto, della tua bambina, tutto. Il Signore ci mette alla prova, ogni giorno. A volte i motivi ci sembrano oscuri e inspiegabili, ma credimi, c'è sempre un perché. Vedrai che tutto andrà bene. Ma posso fare qualcosa per te, cara?»
Sveva era stupita da tanta generosità e affetto, in fondo non conosceva quella persona ed era la prima volta che la vedeva. Ci pensò, dopo disse: «Sì, in realtà c'è qualcosa che può fare per me, andare dalla mia bambina.»
«Bene!» rispose la suora. Le strinse le mani per rincuorarla. «Se mi lasciano entrare, passerò volentieri da lei. Ho già concluso il giro delle mie visite e non ho altri impegni , quindi per me non sarà un problema trattenermi ancora. Tuttavia voglio che una promessa tu me la faccia. Quando tutto sarà passato - perché vedrai, ogni cosa andrà al suo posto - mi piacerebbe che voi veniste da me. Potremmo fare insieme la crostata con la tua bimba, cara. La crostata di suor Caterina non si dimentica facilmente.»
La guardò, facendole l'occhiolino.
«Vienimi a trovare! Il mio convento, il San Francesco, si trova a Gavassa. Ci conto. Faremo vedere a Francesca le cicogne. Sono bellissime... e quella zona ne è piena.»
«Le cicogne», sorrise Sveva, «le conosco bene. Ho seguito personalmente il progetto di ripopolamento in Toscana. Verrò volentieri!» Poi riformulò: «Verremo volentieri!»
Ma proferì quelle stesse parole senza troppa convinzione, quasi per far contenta la suora. Si stava arrendendo? Forse non aveva più voglia di lottare, forse aveva semplicemente voglia di vivere. Le capitava spesso di essere così indecisa. Euforica in alcuni giorni, depressa in altri. La suora uscì dalla stanza. Intanto Sveva ebbe modo di leggere gli ultimi messaggi giunti sul cellulare. Un colpo al cuore. Marco era lì, in ospedale, con Francesca. Doveva vederlo.
«Con permesso. Disturbo?» annunciò così il suo arrivo Suor Caterina. Di fronte al lettino, in piedi, c'era Marco. Impacciato, era intento a sistemare in un quadretto la foto della sua famiglia, aiutato dall'infermiera Germana. Erano ritratti lui, la moglie con la bimba e Lana ancora cucciola.
«Che bella famiglia!» aggiunse la suora sopraffatta dai pensieri.
«Immagino che lei sia il papà? Dunque la bimba è in buone mani. A questo punto posso anche andare, non vorrei essere di troppo. Ma...» poi ci pensò, «la signora, non conosco il nome, si era tanto raccomandata perché io passassi. Non è, forse, al corrente che lei è al pronto soccorso?»
Marco socchiuse gli occhi per cercare di capire cosa stesse succedendo e di cosa si stesse parlando, soprattutto sorpreso dallo strano comportamento della suora. Così, curioso, domandò: «Quale signora? Non capisco di chi stia parlando?» disse cercando di mantenere un tono indifferente, essendoci altre persone nella stanza.
«Mi riferisco alla mamma della bimba», disse la suora facendogli un cenno d'intesa. Marco appariva spaventato. Ebbe un sussulto e strabuzzò gli occhi.
«Ma adesso la signora si è ripresa», disse Sveva sopraggiungendo. Le sue parole facevano a pugni con il suo aspetto. Era pallida e gli occhi presentavano delle occhiaie profonde. Marco quasi non la riconobbe. Non l'aveva mai vista con i capelli così corti.
«È stata molto cara a passare», recitò Sveva, sempre rivolgendosi alla suora che già si apprestava a togliere il disturbo. Fu tuttavia Marco, profondamente a disagio, a insistere perché quella donna rimanesse lì, dal momento che lui sarebbe dovuto andar via immediatamente. Fu un duro colpo per Sveva. Avrebbe potuto restare da sola con il marito e, chissà, avrebbero potuto parlare, magari chiarirsi, e invece non successe nulla. Un'altra occasione persa. Lui andava via senza quasi neanche guardarla. Lo osservò camminare mentre era girato di spalle. Una tristezza infinita la colse. «Dimenticavo», si girò lui all'ultimo momento e, sostenendo il suo sguardo, disse, «Se non ti dispiace verrei a prendere Lana per farle fare un giro. Ho le chiavi. Dimmi tu quando non ci sei così passo a prelevarla.»
Sveva soppesò a lungo il significato di quelle parole. Marco ormai non voleva più incontrarla, anzi la evitava. Cercò di mostrarsi più distaccata possibile. Poi rispose: «Anche ora. Mi tratterò qui per un po'.»
Fu davvero il giorno più infelice della sua vita. Marco era andato via e la distanza tra loro sembrava ormai insormontabile. Nulla poteva far ritornare le cose come prima e forse Marco non l'amava più, forse aveva un'altra donna. Dei suoi buoni propositi non era rimasto niente. Ancora una volta si era illusa. Suor Caterina la guardò a lungo. Vide nei suoi occhi la stanchezza e la sofferenza di una mamma, di una moglie affranta. «Tesoro, io non voglio entrare nelle vostre cose. La vita è vostra e in fondo chi sarei io per darvi dei consigli? A malapena ti conosco e a dire il vero non so neanche il tuo nome.»
«Sveva», si affrettò a rispondere lei.
«Bene, Sveva, io non so cosa sia successo tra te e quell'uomo - tuo marito o il tuo compagno - ma una cosa è certa: non vedo nulla di buono. Una bimba è ricoverata, immobile in un letto di ospedale, e voi siete qui a litigare, a farvi il muso come due bambini? Ricordatevi: nella buona e nella cattiva sorte! Ma io non vi ho neanche chiesto se vi siete sposati in chiesa...» rifletté a voce alta la suora.
E ancora: «Comunque non importa... A ogni modo, quando si mette al mondo una figlia si ha il dovere di restare uniti, specie in una situazione come la vostra, perché quando si sveglierà questa creatura, dovrà vedervi ancora insieme e voi, quel giorno, non dovrete farvi trovare impreparati.»
C'era tanta verità in quelle semplici parole e quanta saggezza!
«Ma forse tu potrai farti meglio consigliaredai tuoi cari, da tua madre...»
Già, sua madre avrebbe senz'altro saputo consigliarla, con la delicatezza di sempre, senza intromettersi.
Quanto avrebbe voluto averla lì! Ma la mamma non c'era. L'incidente di Francesca, a cui era legatissima, l'aveva portata a una profonda depressione. Ormai non era più in grado di ricordare e la sua mente vacillava in un profondo oblio. Non le rispose. La giovane madre guardava nel vuoto.
«Ascolta cara, sarei più tranquilla se ti accompagnassi a casa. Vuoi?» Sveva non fece cenno di opposizione. Salutò meccanicamente la bimba toccandole i piedi, rimboccandole le lenzuola. Poi quando l'infermiera entrò nuovamente dentro quella stanza asettica, la salutò e si lasciò trascinare dalla suora per i corridoi. Tutto il suo passato le scorreva davanti. Camminò senza parlare: un nodo in gola le impediva di farlo. Calde lacrime le rigavano il viso.
Così ritornò indietro nel tempo... con lui, il suo Marco.
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