28- Of course! ("Sure" is AE. There's no international certificate accepting AE)

Gli sorrisi, imbarazzata di stare là.

"Entra" mi sorrise lui, e mi fece scivolare una mano sulla giacca prima di togliermela con maestria.

Lo guardai stupefatta. "Ma cosa...!?!?"

"L'ho visto fare in un film" si scansò lui, appendendo con delicatezza la mia giacca ad un soprabiti fatto di palline (perché erano palline quelle a cui si appendevano i vestiti). Io non dissi nulla, e lui mi fissò insistentemente: "Embe'?" mi fece, e esplosi a ridere.

"Tu che dici?" rimandai io, pensando a chissà come mi fosse venuto in mente di rispondere così.

Lui alzò le spalle, e sospettai che stesse pensando lo stesso prima che dicesse: "Fai come se fossi a casa mia."

Risi di nuovo, e mi sedetti sulla sedia che quel galantuomo aveva allontanato dal tavolo per farmi sedere.

"Da cosa si comincia?" gli domandai, curiosa di ascoltare la sua bellissima voce spiegarmi qualsiasi cosa. (A parte latino, s'intende.)

"Da un'introduzione generale, direi" sorrise lui, e scrocchiò le dita, quasi fosse un suonatore di pianoforte deciso a mettersi all'opera, sedendosi sulla sedia di fronte a me.

"Allora, ahehemm" si schiarì la gola. "Le lingue non sono mai state una cosa facile.

"Ci fu un grande genio che un giorno si sedette sul suo sasso, in mezzo ai suoi amici, per dire: 'Ricordatevi che akkullà vuol dire fuoco'. O forse non andò proprio così, ma insomma ciò che è importante è che le lingue sono soltanto delle convenzioni, o almeno lo sono alla base perché sono tutte imitazioni di altre lingue. Possono essere complicate o complicatissime (vedesi il latino), con le loro regole, le declinazioni dei verbi, le loro pronunce inventate, eccetera. Poi, ci sono persone che le capiscono, e persone che non se ne fanno nulla, e io capisco anche quelle (modestamente), infatti a volte mi chiedo: 'Perché non potrebbe esistere una lingua soltanto?'

"Ma ci godo troppo a parlare spagnolo e vedere mia madre che fa una faccia tutta strana perché non capisce nulla di quello che sto dicendo. E penso che anche tu potresti apprezzare il parlare una lingua che qualcun altro non capisce. Per cui, oggi, ti darò ripetizioni di inglese, anche se è una lingua che si sta diffondendo sempre più rapidamente in tutto il mondo; qui soltanto, nella nostra 'amatissima' Italia, abbiamo adottato moltissimi termini inglesi, e non solo nel campo informatico o nel campo turistico, addetto al far capire quel che diamine diciamo ai turisti, che altrimenti probabilmente non verrebbero più... insomma, ad esempio puoi trovare molti menu con i piatti dal nome doppio (se non peggio, ma comunque in genere l'altra lingua è l'inglese se non è il dialetto locale).

"Naturalmente, gli Inglesi in genere non si prendono il disturbo di imparare l'italiano. Primo perché tanto ci siamo già noi, qui, che impariamo la loro lingua. Secondo, perché l'italiano è una lingua molto più complessa, distinta da sesso, plurali strani, espressioni inusuali, pronunce difficili, preposizioni sghembe, e anche peggio. Anche se loro, devo dire, hanno i phrasal verbs e molte più parole di noi... Naturalmente non gli passa nemmeno per la mente che noi potremmo avere gli stessi problemi. Comunque, devo concederglielo, loro si studiano il tedesco, che poi molto più facile dell'italiano non è... ma, anche se ha circa dieci plurali diversi, è molto più vicina a loro di quanto non lo sia l'italiano.

"Tutto questo per dire...? Non lo so, in effetti, sei stata tu a chiedermi di impartirti ripetizioni d'inglese, e anche se non mi sento molto adatto per questo ho accettato, ed eccoci qui, no?"

Battei le palpebre dopo un poco, dopo aver capito che la sua introduzione era finita. Era stata carina e anche molto interessante.

"Dunque?" gli diedi un input.

"Dunque partiamo dalle basi, o quelle le sai?" mi domandò, quasi stesse dicendo una cosa scontata.

"Le so... ma è meglio ripassare, no?" fece il mio cervello, ignaro di quello che pensavo, o forse più consapevole di me in proposito.

"Oh, eccome" fece Michele tutto contento, quasi volesse aggiungere un "yuk!" alla fine, alla Pippo.

"Allora partiamo. What's your name?" andò subito al punto, con la sua pronuncia perfetta che mi fece vergognare.

"Oh, ecco, ehm" cominciai, imbarazzata dalla sua familiarità con la lingua, ma m'interruppe: "Ehi, niente 'ehm'. Prova a pensare in inglese."

La faceva facile lui. Mica ero inglese, io. "Don't know."

"Pardon?" mi domandò, e quella parola francese letta all'inglese mi fece impazzire.

"Don't... I can't" m'imbarazzai, sperando già che quella lezione finisse, nonostante l'avessi desiderata così tanto.

"Let's pronounce 'Ai kant'. 'Ai kent' is American English. There's no international certificate accepting American English."

Be', quello che diceva più o meno lo capivo... era la sua struttura rigida che mi sembrava strana, estranea, insomma, innaturale.

"What?" feci, e mi ripeté la frase, solo che la modificò: "Let's say 'Pà:don'. 'Uòt!?!?' is American English. There's no international certificate accepting American English."

Dio quant'ero felice di conoscerlo. Gli sorrisi, un po' addolcita, un po' divertita.

"Okay - oh, pardon, of course sir."

Michele rise. Poi mi sorrise: "Everyone says 'Okay' all over the world, but you're too nice. So, please, would you mind telling me what's your problem in English?"

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