2- La Heart Attak Academy
Riassunto:
Brandon sta per sposarsi in comune con la sua Kristal, quando viene alla luce un documento che certifica la sua unione in matrimonio con Lauren Belli. Il matrimonio è stato celebrato in Italia e l'unico modo per spezzare ogni legame è accordarsi con Lauren. Non resta quindi che partire per Rockport, il paese in cui viveva ai tempi del suo fidanzamento con Brandon!
In questo secondo capitolo vedremo una "giornata tipo" di Madison (sorella minore di Lauren) che si svolge nello stesso giorno in cui è successo il casino a Boston (Il matrimonio mancato). Buona lettura!!!!😛😎
Per chi non lo sapesse Heart Attak significa "infarto"🙊
♥️ ♥️ ♥️
Nel frattempo a Rockport...
«Tutti insieme, forza! Destra e sinistra, avanti e indietro, in questo modo». Passeggiai a ritmo di musica, mostrando il risultato finale della coreografia ai miei alunni.
«Giro e ricomincio tutto daccapo. Ci siamo?»
Spensi lo stereo e mi voltai per controllare che tutti mi dessero un segno di vita. Non si poteva mai sapere, con un gruppo mediamente composto da ottantenni.
La mia prima ballerina, una donna sui settant'anni, portò l'indice sulle labbra dubbiosa.
«Mi scusi, signorina Belli, ma questo ha detto che è un ballo italiano, vero?» mi chiese scrupolosa e attenta come un'impeccabile studentessa.
Sorrisi e, con una mano sul cuore, rimpiansi di non vivere nella mia patria, ma bensì in America.
Ero, infatti, per metà italiana (pugliese a essere precisi) e per metà americana. I miei genitori si erano conosciuti a Rockport, durante la permanenza di mio padre Giovanni nel piccolo paese costiero. Mi avevano raccontato milioni di volte la loro storia d'amore e di come avevano deciso, dopo svariati ragionamenti, di andare a vivere in Italia.
Forse per malinconia, forse a causa del richiamo della sua terra che si faceva sentire, una decina di anni dopo mia madre aveva convinto tutti noi a trasferirci in America. Proprio a Rockport, il borgo in cui era nata, pasciuta e cresciuta.
«Margaret, mi lasci dire con grande orgoglio che questo non è un ballo semplicemente italiano, è del sud».
Mi emozionai al sentir pronunciare quella parola che sapeva di casa, che sapeva di me. Il mio cuore apparteneva alla Puglia, nonostante Rockport fosse un vero spettacolo della natura.
La mia prediletta mostrò una ruga d'espressione, anzi, sfoggiò tutto il suo repertorio di rughe dovute al passare del tempo, distendendo le labbra in un ampio sorriso.
«Oh, capisco. E come ha detto che si intitola? La Zoccola?»
Mi morsi un labbro, trattenendomi dallo scoppiare a ridere per il modo in cui aveva pronunciato ingenuamente quel termine tanto, troppo significativo nella società odierna.
«No, Margaret, quella è la parola che vi ho insegnato la scorsa settimana per indicare una ragazza che se la spassa con tanti uomini. Il titolo di questa coreografia è "La Zitella"» la informai, fiera di divulgare un brano del grande Gigione.
«E che cos'è, una "zitella"?»
Rose, un'altra discreta danzatrice del mio corso settimanale, si interessò all'argomento.
Posai le mani sui fianchi e mi indicai con il capo dall'alto verso il basso.
«È una come me, una che non si caga mai nessuno».
Boati di disappunto si espansero nella piccola sala da ballo.
«Signorina Madison, mi permetta di dire che lei è una fanciulla splendida» mi disse il signor Malcom, aggiustandosi i grossi occhiali da vista sul setto nasale e riattaccandosi lo scotch che manteneva ferma la garza sul suo occhio sinistro.
Fatto da un anziano che si era appena operato alle cataratte e a cui mancavano dieci gradi, non ero troppo convinta di prendere in considerazione il suo complimento.
«La ringrazio, Malcom, ma il problema non sono io, sono gli uomini idioti» risposi piccata, con malcelato astio nei confronti del genere maschile.
«Ha ragione!»
«È vero!»
«Che schifo!»
«I ragazzi di oggi!»
Tutti i miei amati discepoli si levarono in un coro clamoroso, pronti a spalleggiarmi come di consueto. Quella stramba e arzilla comitiva riusciva a colmare i miei vuoti. Erano affettuosi tanto quanto i loro coetanei italiani lo erano nei confronti della loro paladina, Barbara Carmelita D'Urso.
«Ragazzi!» Li richiamai all'attenzione con un battito di mani rumoroso. Quando ottenni un momento di silenzio, mi accorciai le maniche corte fin sopra le spalle e feci per parlare: «So di avere ragione, ma adesso non distogliamo l'attenzione dal nostro vero obiettivo, che è quello di preparare le migliori coreografie mai viste a Rockport».
Camminai con le mani dietro la schiena come un generale davanti ai suoi soldati.
«Realizzeremo un saggio di fine anno che sarà una bomba, spaccheremo tutto! Quelli della Armony Academy tremeranno per la vergogna. Schiacceremo la concorrenza quest'anno, ne sono sicura. La Heart Attack Academy si distinguerà».
Dopo il mio discorso di incoraggiamento, squadrai uno a uno i miei pargoli, vedevo nei loro occhi la luce dei vincitori. Si ergevano, chi più chi meno, con il loro metro e sessanta, puntavano le loro scarpette da ballo sul parquet con eleganza e, per di più, si preparavano alla battaglia finale da mesi.
«Qualcuno vuole dire qualcosa prima di mettere la musica?» Chiesi incrociando le braccia sotto il seno.
In molti alzarono la mano, ma ne scelsi uno solo.
«Tu, Jake, cosa vuoi dire ai tuoi compagni?» Posi la domanda piena di energie e di carica positiva.
Tutti ci predisponemmo all'ascolto e il simpatico vecchietto si strinse per bene il nodo alla cravatta.
«Voglio solo dire che ho seguito il suo consiglio e ora ho finalmente trovato il paradiso dell'asciutto con i pannoloni Serenity. Quest'anno non mi farò di nuovo la pipì addosso sul palco. Forza Heart Attack Academy!» pronunciò queste parole determinato come un leone.
Partì un applauso generale, degnamente meritato da Jake.
«Bravo!»
«Adesso sì, che saremo invincibili!» «Viva i pannoloni Serenity!»
Gli rivolsi un'occhiata altera e soddisfatta.
«Sono contenta che ti trovi bene con questa marca, mia nonna ne andava pazza prima di iniziare a indossare perizomi. Detto questo... pronti per ballare?»
Alzai il braccio al cielo come Russell Crowe ne "Il Gladiatore" per scatenare l'inferno.
«Sì!»
Sulle note de La Zitella iniziammo a muovere i primi passi, per poi ripetere il ballo un altro paio di volte. Guardai l'orologio fissato alla parete che segnava le sette spaccate.
«Per questa sera abbiamo finito, ci vediamo tutti il prossimo venerdì alle cinque in punto. Continuate a esercitarvi anche a casa, soprattutto tu, Steven, visto che sei nuovo» annunciai da vera Leader, padrona del controllo.
Tutti racimolarono le proprie cose e poi abbandonarono la sala, dopo avermi salutata calorosamente. Attesi di vederli uscire vivi uno a uno, ringraziando Dio di non avermi fatto, neanche quel giorno, uno scherzetto di cattivo gusto richiamandone qualcuno al suo cospetto. Sarebbe stato un vero problema perdere anche solo uno dei miei ballerini.
«Signorina Madison?»
Saltai sul posto per lo spavento quando una voce roca e bassa si propagò alle mie spalle. Da dove usciva il signor Jake?
«Mio Dio, Jake, mi hai fatto prendere un colpo! Ma non eri ancora andato via?» chiesi portandomi una mano al petto e facendo profondi respiri.
Mi sorrise teneramente, per poi allungarmi una busta, che afferrai subito dopo aver ritrovato la calma.
«Sono dei dolci che preparo personalmente. Ovviamente senza troppi zuccheri o altre cose che possano incrementare il diabete» mi informò a due passi da me.
«Ti ringrazio molto, ma cosa ti fa pensare che io soffra di diabete?» Affondai i denti nell'interno della guancia tentennante e imbarazzata.
«Non lei, sua nonna. Glieli dia da parte mia».
Dopo avermi strizzato un'occhiolino da vecchio marpione, sgattaiolò fuori dalla sala da ballo come una lepre zoppicante.
Restai senza parole. Persino mia nonna aveva degli spasimanti, adesso? I perizomi che comprava dovevano aver fatto scalpore!
Spensi tutte le luci e chiusi a chiave il mio spazio lavorativo. Pagavo un affitto mensile che mi costava la metà dei guadagni, ma ormai non c'era più solo la necessità di denaro a spronarmi, poiché era la passione a darmi la grinta per continuare.
Un clacson strombettante mi fece balzare per la seconda volta negli ultimi dieci minuti. Mi voltai riconoscendone il suono e, al volante, scorsi il mio migliore amico, Andrew.
«Salta su, Mad».
Mi invitò a entrare in macchina con un cenno del capo. Appena dentro, mi accertai dell'incolumità della busta piena di dolci.
Andrew diede gas e iniziò a percorrere la strada verso casa mia.
«Quelli cosa sono?» chiese riferendosi alle prelibatezze cucinate dal signor Jake.
«Un regalo di un alunno» recitai con aria svagata.
«Per te?»
Si apprestò a svoltare a destra, prima di lanciarmi una rapida occhiata.
«No, per mia nonna» sentenziai seria e il mio amico iniziò a ridere sguaiatamente.
«Che c'è? Guarda che nonna Giusy è ancora sul mercato» lo canzonai, mentre con un braccio mi sostenevo il capo vicino al finestrino.
«Non ne ho dubbi, io ridevo per la tua friendzone! Il vecchietto ha preferito fare colpo su tua nonna! Come ci si sente?»
Fece finta di avvicinarmi alle labbra un microfono immaginario, continuando a burlarsi di me.
Lo incenerii con lo sguardo.
«Una merda. Come dovrei sentirmi! Tutti sono colpiti dalla freccia di Cupido, mentre io, l'unica freccia dalla quale sono colpita è quella della sfiga. E indovina dove me la becco sempre? Nel cu-»
«Hai promesso a Courtney di non dire parolacce!» mi redarguì, anche se ridendo sotto ai baffi.
«Ma smettila, Drew! Sai anche tu che questa storia della brava cristiana che si è messa in testa non ha vita lunga. E poi... dire "culo" non mi sembra una bestemmia».
Mi giustificai, noncurante del fatto che avessi comunque pronunciato quella parolaccia, che fosse considerata tale o meno.
«Non lo so, sembra una questione seria per lei» ribatté, tornando posato e riflessivo.
Un ciuffo di capelli ricci e scuri gli cadde proprio davanti al viso e subito lo rimise al suo posto.
Stavo cercando qualcosa nel suo atteggiamento che potesse smascherarlo. Un sorrisino non trattenuto, un occhiolino, uno schiocco di lingua, ma niente... Era proprio serio!
«Dio, tu ci credi veramente?»
Lo additai incredula, quasi sul punto di strozzarmi per il fiato trattenuto a lungo.
Il suo profilo spigoloso non si mosse di una virgola. Restò ammutolito.
«Cioè, tu pensi che Courtney voglia iniziare proprio adesso a fare la brava cristiana? Se pretende che non vengano dette parolacce, è consapevole del fatto che la chiesa richiede anche di non commettere atti impuri? Ne è consapevole la stessa Courtney che fino a una settimana fa andava a letto con la cameriera sexy del bar, con la sua psicologa e con ogni essere vivente che avesse una vagina?»
Fissai a occhi spalancati la figura del mio migliore amico, tentando di fargli tornare alla memoria una cosa così banale, come la fame di sesso di Courtney.
Andrew si voltò finalmente nella mia direzione e ammiccò.
«Forse è una tattica per scoparsi una suora» sostenne, mantenendo un'espressione enigmatica.
Per un attimo mi sentii spaesata e, in un primo momento, non premiai il suo umorismo come meritava, ancora troppo scioccata. Ma, dopo un momento di silenzio e uno scambio di sguardi complici e colpevoli, scoppiammo entrambi a ridere di gusto. Ecco svelati gli altarini!
«Avevi anche uno sguardo coscienzioso, me la sono proprio bevuta! Questa volta mi hai fregata, Drew. Stai migliorando con le bugie!» Gli tirai uno buffetto amichevole sulla spalla, stupendomi del suo miglioramento nelle arti recitative.
«Ma è ovvio che non credo a una sola parola! "Courtney" e "Chiesa" sono due nomi che stonano miseramente uno accanto all'altro» ribadì.
Rallentò accostando davanti alla mia casa, spense il motore ed estrasse le chiavi.
Aprii la portiera e, con un piede fuori e uno ancora dentro, posato sul tappetino, dissi: «Non siamo cattivi a parlare così alle sue spalle, vero?»
Mi raggiunse con poche mosse, facendo il giro dell'auto, e si poggiò con un braccio sulla cappotta.
«Certo che no, perché glielo diciamo anche in faccia, i veri amici fanno questo. Saremmo dei falsi ad ammettere il contrario» palesò con un'alzata di spalle.
«Hai proprio ragione» sostenni, scompigliandogli i capelli arruffati. Non si scostò, ma sapevo quanto gli desse fastidio.
«Resti a cena da noi?» gli chiesi, attendendo una risposta affermativa. Di solito passava la maggior parte del suo tempo a casa mia, pur di non tornare nella sua, dove lo attendeva una mamma rompiscatole (parole sue) che non perdeva occasione per fargli fare qualche servizio domestico extra.
Fece finta di pensarci su.
«Non lo so, non vorrei disturbare, inoltre dovrei avvisare... ma sì, dai!» Mi sorrise a trentadue denti e attese che chiudessi la portiera.
Scossi il capo divertita.
Io, lui e Courtney eravamo uno strano trio, compatto e ben assortito. Drew lo avevo conosciuto all'età di tre anni, tra una litigata e l'altra eravamo diventati ottimi colleghi di malefatte. Lo incontravo ogni volta che dalla Puglia venivamo in vacanza a Rockport, visto che era il figlio di una cara amica di mia madre, e, dopo il trasferimento fisso in America, era stato il più felice della Terra. Al liceo avevamo incontrato Courtney e il nostro branco si era inevitabilmente allargato per accogliere un terzo elemento. Da allora non c'era stato niente e nessuno in grado di separarci. Un po' come i tre moschettieri, o i tre porcellini!
Bussai alla porta con il battente, attesi che qualcuno ci venisse ad aprire e, nel frattempo, un gattino nero ci passò davanti, miagolando elegantemente.
«Cristo, ma perché questo gatto deve sempre gironzolare da queste parti! Non posso avere una giornata tranquilla senza sfortuna!» proferì Andrew provato.
La sua superstizione era incomprensibilmente esagerata, viveva secondo il suo oroscopo giornaliero e, alla vista di uno specchio rotto, un ferro di cavallo al contrario o un gatto nero, aveva sempre la solita reazione da sconfortato. Credeva davvero che un felino indifeso potesse stralunare il suo destino?
«Drew, è solo un gatto, non ti accadrà nulla».
Lo presi in giro e feci una carezza al suo incubo nelle vesti di un affascinante cucciolo peloso.
Strabuzzò gli occhi e si mise le mani nei capelli, quasi sul punto di impazzire.
«Stai accarezzando colui che ci sta portando iella! Ma cosa ti salta in testa?!»
Mi afferrò il braccio e lo allontanò dal gattino che, spaventato, corse via come una saetta.
La porta si spalancò e mia nonna ci accolse in casa.
«Trasīt, trasīt» disse, in dialetto pugliese, che letteralmente voleva dire "Entrate, entrate".
«Ci mancava solo la lingua di tua nonna che sembra una maledizione! Succederà qualcosa di brutto, me lo sento» affermò il mio amico, sussurrando nel mio orecchio.
Roteai gli occhi disperata. Non c'era niente da fare, era proprio stupido!
Prima che nonna potesse sparire dietro ai fornelli, mi ricordai della famosa busta.
«Nonna!» la richiamai.
Lei si girò e si pulì le mani infarinate sul grembiule azzurro che indossava.
«Dimmi, "Mèdisón"» pronunciò il mio nome con il suo adorabile accento.
Le porsi i dolci spiegandole chi fosse il mittente del regalo gastronomico. Fece una smorfia compiaciuta.
«Quir lu canosc buon, ma nn' a capit c n'lu voglj'» spiattellò stufata.
Vidi Andrew aggrottare le sopracciglia, sforzandosi di capirci qualcosa, così, mi avvicinai e gli tradussi la frase: «Lei lo conosce bene, ma lui non ha capito che lei non lo vuole».
Drew mi rivolse un cenno d'assenso più rilassato.
«Credevo ci stesse lanciando il malocchio» mi confessò, facendomi ridere a crepapelle.
Nonna Giusy mi fissò immobile, ancora non aveva imparato nulla della lingua inglese. Erano ormai tre anni che si era trasferita da noi, dopo la morte del mio nonno paterno, e l'unica cosa che sapeva dire da buona intenditrice era "Fuck". Non poteva di certo permettersi di non saper mandare a quel paese chi la infastidisse!
«Meh, rngrazij u signor da parte mia. Mo' vec a la cucin'».
Nonna Giusy afferrò la busta e si ritirò in cucina, non prima di avermi incaricata di ringraziare Jake da parte sua.
A volte, provava a parlare almeno l'italiano, ma con scarsi risultati. A suoi tempi, l'unico strumento di comunicazione era il dialetto, poiché non tutti potevano permettersi il lusso di andare a scuola. Molti, come lei, dovevano aiutare la propria famiglia a sopravvivere zappando nei campi. Così, l'italiano, era solo un lontano ricordo fra le sue parole.
Quando fu sparita nel suo regno, tra pentole e fornelli, feci segno al mio amico di seguirmi in salotto, dove trovammo i miei genitori intenti a guardare la tivù. Erano stremati, il lavoro che facevano non era di certo leggero. E io lo sapevo bene, visto che molto spesso gli davo una mano.
Possedevamo una fattoria, con mucche, galline, maiali e pecore, che ci permetteva di tirare avanti. Coltivavamo prodotti nostrani e poi li vendevamo insieme alla lana, alla pancetta, alle uova e il latte. Inoltre, avevamo da poco aperto un B&B.
In una località come Rockport -una meta turistica popolata solo nei mesi caldi- il lavoro scarseggiava. Bisognava arrangiarsi e sfruttare le opportunità che offriva la nostra terra.
Mia madre stava facendo zapping tra i canali con il telecomando, mentre papà teneva una canna fra le dita.
«Papà, sono solo le sette e mezza di sera!»
Fu il mio saluto.
Nonostante il disappunto per il suo vizio, mi avvicinai e gli posai un bacio sulla guancia, arricciando il naso per la puzza nauseante dell'erba.
«Maddy, come è andata la lezione?» mi chiese, ignorando la mia accusa.
Mi sedetti sul divano fra lui e la mamma, e Andrew prese posto sull'unica poltrona che avevamo. Salutò i miei e loro ricambiarono, prima di rivolgere nuovamente l'attenzione su di me.
«Stiamo andando forte con le nuove coreografie, oggi ho insegnato loro La Zitella, erano tutti molto entusiasti!» cinguettai allegra e soddisfatta della mia Heart Attack Academy.
«Farete anche la pizzica?» mi interrogò mio padre, amante delle tradizioni folcloristiche, mentre sputava il fumo fuori dalla bocca.
Mia madre Amanda mi ravviò una ciocca di capelli castani dietro l'orecchio e mi mimò un "Brava" con le labbra.
«Ovviamente! La pizzica sarà la ciliegina sulla torta che ci darà il punto della vittoria sulla Armony Academy, sarà il nostro asso nella manica» assentii.
Non era una gara vera e propria, ma piuttosto una competizione tra le due scuole di ballo. Ogni anno facevamo salti mortali per accaparrarci la data del saggio prima degli altri, in modo tale da evitare critiche come "Ci avete copiati!".
Mia nonna fece capolino nella stanza con un vassoio pieno di biscotti e li offrì ad Andrew che, con piacere, ne prese uno. Ma nonna Giusy non demorse e lo obbligò a mangiarne sempre di più. Risi di sottecchi, perché Drew non sapeva come farsi capire e dirle che era apposto così.
Lo guardai mentre masticava a forza il decimo. Si diede un colpo al petto per farlo scendere e poi espirò sfinito. Si voltò nella mia direzione e mi fece il dito medio, accorgendosi del mio sadico divertimento nel guardare la scena.
Il vassoio passò a mia madre, poi a me, a mio padre (che si leccò anche le dita dopo aver ripulito persino le briciole) e, infine, tornò nelle mani della cuoca.
«Fermi tutti! C'è il meteo» esordì mia madre.
Calò il silenzio assoluto, mentre sullo schermo il signore che conduceva il telegiornale passò la linea al meteorologo.
«Ben ritrovati a un nuovo aggiornamento meteo. Un'intensa perturbazione, proveniente dall'Oceano Atlantico, si sta dirigendo verso est, pronta a scagliarsi sulll'intera Contea di Essex. Le autorità consigliano di restare a riparo, poichè la tempesta potrebbe avere effetti catastrofici» enunciò.
«Saremo noi i primi a essere colpiti dalla tempesta, siamo i paesi costieri! Porca vacca!» Si agitò il mio amico, muovendosi turbato sulla poltrona.
Si portò le mani davanti alla bocca e puntò i piedi a terra, allungandosi con i gomiti sulle ginocchia.
«A proposito di vacche, dobbiamo metterle a riparo!»
Mia madre saltò in piedi e, in preda al panico, iniziò a camminare senza meta per la casa.
Mia nonna pur non comprendendo cosa avesse detto il meteorologo, alla vista delle immagini di un uragano, lasciò cadere sul pavimento il vassoio vuoto, che produsse un rumore assordante schiantandosi a terra.
«Maronn r l'Incurnèt!» esclamò.
Mio padre rimase a bocca aperta e poi iniziò a ridere senza motivo. Gli effetti della canna!
Il mio migliore amico, invece, aveva iniziato a tirare fuori dalle tasche tutti i suoi oggetti contro la sfiga: bracciali e collane decorate con tanto di peperoncini e aglio fresco.
«Quel gatto nero di merda! Io lo sapevo!» iniziò a ripetere come un mantra.
L'unica che non sembrava pazza ero proprio io! (Stranamente).
Non ero neanche lievemente preoccupata per la tempesta che stava arrivando.
Ma, a un certo punto, squillò il mio cellulare.
Risposi con un movimento fluido e dopo le prime parole dell'uomo che mi aveva contattata, restai interdetta con il braccio a mezz'aria.
Il telefono precipitò dalla mia mano sul divano, rimbalzando e poi suicidandosi sul pavimento.
«Tesoro, che altro è successo, adesso?!» mi chiese allarmata mia madre.
La guardai e la sua figura si sdoppiò.
Mi mancò l'aria nei polmoni, la stanza iniziò a girare e, per la prima volta nella mia vita, sentii il mondo crollarmi addosso. Ebbi paura, tanta paura.
«La mia prima ballerina è morta d'infarto» confessai con un filo di voce, prima di collassare.
♥️ ♥️ ♥️
Qui sotto trovate una delle versioni de "La Zitella" di Gigione!
Nel prossimo capitolo, che sarà dal punto di vista di Brandon, viaggeremo sulla strada per Rockport, tra disgrazie e maledizioni leggendarie🙊
What?!?!
Per scoprire di cosa parlo, passate sul prossimo capitolo😎
Alla prossima😘
[Dovrebbe esserci un GIF o un video qui. Aggiorna l'app ora per vederlo.]
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