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Lo sapeva benissimo che prima o poi sarebbe dovuto andare a Roma a sbrigare quella maledetta incombenza: quanto avrebbe desiderato non avere quel peso sulla schiena. Si era oramai rassegnato, da quando era incominciata la guerra, che nessuno lo avrebbe più cercato, per un debito di poche lire, per giunta! Trascorsero soltanto due giorni da quel triste, ma al tempo stesso dolce, pranzo, molto improvvisato, assieme a Elena.

In quei due giorni preparò tutto con estrema minuziosità: una valigia di cartone con all'interno cinque cambi di vestiti: ebbene sì, nonostante anche la capitale fosse sotto un drammatico cumulo di macerie, era da sempre che desiderava visitarla. La sua prima visita era già in programma per il suo viaggio di nozze, alla fine, però, optarono per un soggiorno di una settimana sulla costa ligure, di poco vicino alla zona ricca, sfarzosa e lussuosa della Francia. Un unico problema che non riusciva a risolvere era quello dei trasporti. Avrebbe potuto semplicemente acquistare un biglietto per un treno, ma in seguito archiviò l' ipotesi dal momento che, a causa dei bombardamenti, anche le linee ferroviarie erano dissestate, inoltre non si fidava al cento per cento delle carrozze: vecchie di qualche anno, anch' esse con dei danni dei bombardamenti su cui non si potevano chiudere gli occhi. In un momento del genere, avrebbe tanto desiderato che a Torino vi fosse una filiale: e invece...

Così, improvvisamente, gli eventi gli arrivavano uno dietro l'altro ad una velocità allampanante. Si ritrovò il 17 maggio 1945, a escogitare un modo per arrivare a Roma.

Quella mattina si trovava in un bar del centro, seduto al tavolo a sorseggiare un caffè caldo, accompagnato da certi pasticcini che, secondo la versione del barista, arrivavano direttamente da Parigi. A ciò, Gaudenzio dubitò molto sulla loro provenienza, ma non voleva farne un grosso affare, tanto era ugualmente buoni, da qualsiasi parte essi arrivavano.

Erano le dieci, ma non c'era particolarmente folla.

Improvvisamente la porta del bar si aprì innestando un dolce tintinnio: era Patrizio. Era tutto imbardato in un cappotto, nonostante già si facesse sentire il caldo. Si sedette, esibendo un sorriso, vicino a Gaudenzio.
" Che ci fai qui?"

" Sono in crisi" rispose Gaudenzio con una sottile ironia. " Devo andare a Roma, ma non so come"

Patrizio incominciò ad accarezzare debolmente il pizzetto.

" E... se ti accompagnassi io?" sembrava molto divertito da quella domanda. Gaudenzio, che aveva il capo chino mentre mescolava il caffè con un pò di zucchero, la alzò di scatto e guardò Patrizio come se fosse un alieno, rimanendo a bocca aperta, mentre lui sorrideva.

" Si, perchè no?" Continuò a ripetere più contento di prima.

" E come faremo? Spiegami"

" Semplice. Una certa mia conoscenza possiede un automobile. Posso farmela prestare per il tempo necessario"

" Ma... sai guidarla un auto, vero?" Assunse in tono preoccupato.

Patrizio allungò entrambe le braccia. Gaudenzio non si era mai accorto di quanto fossero lunghe: " ma certo!" Lo disse con tanta di quell'enfasi che qualcuno si girò a guardarlo con una faccia stralunata.

" Se è così allora..." mormorò Gaudenzio " va bene.

" Perfetto!" Patrizio si sfregò le grandi e robuste mani. Non vedeva l'ora di rimettere le mani su un volante.

"quando partiamo?" A questa domanda i suoi occhi si illuminarono di una strana luce interiore.
Gaudenzio indugiò a lungo:
" Non lo so. Forse tra due giorni"

" Perfetto" sibilò Patrizio.

Ritornò a casa. Non aveva fame, nonostante mezzogiorno fosse già passato. In poco decise di scrivere una lettera per avvisare Elena:

Carissima Elena,
Sono passati soltanto due giorni dal nostro incontro. Ti scrivo questa breve lettera per poterti dire che domani, molto probabilmente, partirò per Roma per certi miei affari in sospeso con il fascismo. Se tu mi avessi cercato e non mi avresti trovato, il motivo sarebbe stato questo.

Ecco. Non gli restava altro che dargliela.

Il luogo di lavoro dove Elena era impiegata chiudeva alle diciannove in punto. Ebbene, a quest' ora, Gaudenzio si ritrovò seduto nella panchina di fronte l' ingresso, fino a quando Elena non uscì.

Il sole, stava per calare e la sua luce colpiva splendidamente il piccolo e dolce volto ovale di Elena. I piccoli occhi neri risplendevano di luce.

Indossava un vestito con motivi a fiorellini, lungo fino alle ginocchia. Quando la vide, Gaudenzio, quasi saltò dalla panchina con un grande sorriso. Anche Elena sorrise: era palese che anche lei era contenta della sua vista.

" Ehi. Che ci fai qui?"

Nel frattempo che si avvicinavano, Gaudenzio teneva in mano la piccola lettera piegata in due. Sorrise
" Ti devo dare questa" gli disse porgendogli la lettera.

Mentre Elena apriva il foglio Gaudenzio, con voce morbida, gli disse che forse avrebbe dovuto dirglielo a voce.

Nel frattempo Elena incominciò a leggere la lettera. Finito, rialzò la testa, guardò con sguardo fisso e serio Gaudenzio.

" Va bene" sibilò con la lingua.

Solo va bene ? Fu questo il pensiero che ebbe all'istante Gaudenzio, non glielo disse.

Entrambi sorrisero. Poi Elena si slanciò verso Gaudenzio, un inondandolo di un grande e forte abbraccio.

" Fai buon viaggio" gli sibilò all'orecchio.
Elena era tentata di baciarlo, ma sapeva di non potere. Chi era lei per farlo? Solo una piccola donna, e poi lo conosceva solo da poco tempo. Ma la sua storia lo aveva colpito nel profondo del cuore portandola addirittura ad un piccolo dolore interiore. Da quando gli aveva aperto una parte di sé, ogni notte piangeva. Le lacrime le rigavano le guance, sembravano gocce invisibili e disseminate come le stelle.
Si staccarono dall' abbraccio.
" Buon viaggio" sussurrò.

Si allontanarono ma in quel momento entrambi erano perfettamente consapevoli di cosa avrebbero voluto uno dall'altro: fiducia e amore: queste due parole inondavano la mente e i pensieri dei due appena sdradicati dalla guerra.

Incominciò ad aggirarsi per il centro storico. Intorno, Torino, prima dei bombardamenti, era una bella signora aristocratica, protetta dolcemente dalle montagne intorno e le Alpi con i loro pinnacoli appuntiti come quelli della cattedrale di Notre Dame, ora, invece, appariva come una brutta e vecchia signora sporca, vestita malamente con gli abiti rammendati e i capelli arruffati che la fanno sembrare una pazza: così appariva Torino, la città che aveva ospitato, e che ospitava, la famiglia più importante d' Italia, i Savoia, assieme a tutti i loro preziosi che se li avesse visti un orbo, questi avrebbe ripreso immediatamente la vista, e la città che più di tutte aveva subito i pesanti e massicci bombardamenti nell'Italia settentrionale.

Oramai tramontava. Piazza S.Carlo, l'elegante salotto aristocratico di Torino appariva in tutta la sua bellezza. La sua storia si intrecciava con le vicissitudini dei Savoia, e tutto quello che era lì, agli occhi di Gaudenzio, appariva così bello, lussuoso e seducente. Un timido raggio di sole colpiva la statua equestre di Emanuele Filiberto, raffigurante il duca nell'atto d'inguainare la spada dopo la vittoria di San Quintino che si ergeva al centro della piazza in tutta la sua maestosità. Attorno alla statua, erano raggruppati tutti gli edifici storici che sembravano quasi sottomettersi alla magnificenza e potenza della statua.

Si aggirava proprio qui Gaudenzio. Si ricordò che qualche giorno fa Patrizio gli disse che alloggiava in una piccola pensione da qualche parte vicino lì.
Quando arrivò davanti l'ingresso,era a perdifiato, aveva paura di non trovarlo. Entrò e si diresse alla reception.

" Alloggia qui un certo Patrizio Zani?"

L' uomo dentro al bancone era un piccolo uomo, sulla cinquantina, con pochi capelli sparuti sulla testa, liscia, e dei grossi baffi che ricordavano a Gaudenzio quelli che portava suo padre, folti e neri. L' uomo era immerso in alcune carte, seccato alzò lo sguardo verso Gaudenzio. Sospirò
" Stanza 5" gli disse senza neanche rivolgergli la parola
Si accordarono di partire l' indomani alle cinque di mattina.

Da quando aveva memoria, Gaudenzio cercò di ricordare se era mai salito su un automobile. La sua prima volta fu a sei anni, sopra le ginocchia di suo padre con le mani al volante. Quello era anche uno dei suoi pochi ricordi che aveva di suo padre che morì di cancro.
Patrizio, invece, aveva una certa predisposizione con le automobili: le guidava e riparava come se stesse mangiando pane. Quella mattina si diedero appuntamento davanti il portone di Gaudenzio. Ancora era buio e nelle vicinanze non vi erano lampioni. Gaudenzio aspettava davanti il portone con una valigia di cuoio. Gli aveva messo solo qualche cambio di vestiti, il resto, ci mise la mano sul fuoco, lo avrebbe trovato lì a Roma. Quando vide arrivare l' auto di Patrizio si spaventò. Non si ricordò che era lui, si fece presente nella sua mente il ricordo di quella notte del 16 novembre del 1944, quando, passeggiando per la tenera e naturale oscurità notturna torinese, nonostante il coprifuoco, lo fermò una camionetta dei tedeschi. Fu solo un semplice controllo, ma la vista dei fucili e le divise con impressa la svastica, causarono in Gaudenzio un senso di allerta.

L' auto si fermò davanti a lui, rombando. Mostrava ancora i parafanghi bianco immessi dal 10 giugno di cinque anni prima. Ne uscì Patrizio, visibilmente stanco
" Sei pronto?"
" Si, dove la metto?" Gli chiese Gaudenzio alzando la valigia.

La sistemarono nel portabagagli vicino a quella di Patrizio e partirono.
Il viaggio si prospettava molto lungo per tutte e due. Gaudenzio si appoggiò al finestrino per sonnecchiare, mentre Patrizio cercò di tenere gli occhi aperti sulla guida. Si rattristò che non avrebbe potuto parlare con il suo vecchio amico ritrovato,almeno fino a quando non si sarebbe risvegliato.

Quasi verso le nove, Gaudenzio ritornò dal mondo dei sogni. Si allarmò ben presto. Il sole era alto, ma Patrizio non era lì con lui. Vide che erano in una strada di campagna, senza niente e nessuno attorno. Il cielo era estremamente blu e limpido e il sole splendeva, quasi ci volevano gli occhiali da sole. Davanti a lui si stagliavano chilometri e chilometri di campi, era di un bel colore oro brillante che risplendeva ai raggi del sole. Improvvisamente si accorse che erano in un mattino soleggiato della Toscana. L' auto era a mezz'aria e di tanto in tanto dondolava
" Oddio. Che sta succedendo?" Si domandò in preda al panico.
Affacciò un poco il volto verso il finestrino per respirare l' aria e si accorse che Patrizio era terra con una ruota della macchina
" Che stai facendo?"
" Non lo vedi? Si é forata la gomma" rispose Patricio saccente, il sudore in fronte e in maniche di camicia con certi strumenti astrusi per Gaudenzio
" Vuoi che ti aiuti?"
" Lo sai fare?"
" Posso provarci"
Scese dalla macchina, e appoggiò sul sedile il cappotto. Si inginocchiò vicino Patrizio e la ruota riparata che cercava di rimettere a posto
" Allora?" Gli chiese Patrizio agitandosi " vuoi mettere le radici?"
Gaudenzio si mise all'opera e nel giro di cinque minuti erano già sulla strada che si strotolava davanti a loro.
" Ci sai fare con le auto" lo incalzò Patrizio mentre guudava
"Macché... Piuttosto preferisco la teoria." Ci fu un lungo silenzio in cui Patrizio fischiettava una canzoncina
" Dove siamo?"
" In Toscana. Altre poche miglia e saremo nel Lazio".

Sfrecciavano lenti nella strada finché non videro un cartello posto ai margini della strada:
Benvenuti in Lazio recitava
" Uao!" esclamò Patrizio " mi mancava il Lazio"
" Ci sei già stato?"
" Si" si girò verso di lui " ci sono stato l' estate di due anni fa. Qui ho incontrato la mia futura moglie..." Il suo tono si fece morbido e dolce e iniziò a sognare con gli occhi.
" A proposito. Non mi hai detto come si chiama"
" Dora"
" É un nome bellissimo. Come l'hai incontrata?"
Patrizio sorrise verso Gaudenzio
" Mi trovavo una calda notte d' estate a passeggiare tutto solo in una deserta Roma. Non riuscivo a dormire per il troppo caldo. Del mio stesso parere era anche una giovane donna, poco più che ventenne, alta, magra e con un bel fisico che incontrai al mio ritorno nella hall dell'albergo. Ci fu subito sintonia. Così nel giro di poco ci ritrovammo a frequentarci e arrivare al nostro fidanzamento ufficiale. Tutto qui, abbiamo aspettato la fine della guerra per sposarci, e quel momento, finalmente, é arrivato. Non te lo detto, ma lei ora é a Roma, voglio presentartela"
" Ma cosa fa?"
" Lavora come domestica da una ricca famiglia. Credo che si chiamino Moretti, così mi aveva detto"
" Uao, lavoro ben pagato, specialmente in questo periodo"
Il sorriso di Patrizio, da gaio,gentile, allegro, si fece disgustato, amaro, triste
" A dire al vero la pagano ben poco. Poche lire al mese. Le condizioni sono dure e non riesco a mandargli soldi. Se siamo sopravvissuti dobbiamo ringraziare Dio. Quelli là sono soltanto una famigliola snob, la crema della crema di Roma. Hanno sempre la puzza sotto al naso, sospettano di tutto e tutti. Ma nel frattempo fanno soldi,soldi, soldi..." Terminò con tono assente mentre sembrava fissare un piccolo e invisibile punto sulla strada

All'incirca a mezzogiorno iniziarono a scorgere i tetti di Roma. Si trovavano su una collina,.scendendo verso la capitale,
" Quella é Roma!" Esclamò tutto eccitato Gaudenzio
" Si, e tra poco vi entreremo" gli fece eco Patrizio " ma solo per poco"
" Come?"
" Hai intenzione di stare a Roma tutto il tempo?"
" Solo per visitarla. E poi lo sai,.devo sbrigare quella faccenda"
" Credi ci metterai tanto?"
" Non posso saperlo"
" Ma non mi hai ancora detto di che si tratta. Se non sono indiscreto potrei sapere perché...?"
Gaudenzio si girò verso Patrizio
" Durante la campagna di autarchia ero completamente povero. Disperato ho chiesto del denaro a dei maledetti strozzini fascisti. Mi diedero un ingente somma di denaro, mi dissero che avrei dovuto riscuoterlo entro tre anni. Poi, però, me ne sono scordato, non mi hanno chiamato, fino ad oggi... É meglio che mi sbrighi. Oddio, trovarmi invischiato con dei fascisti, ma tu guarda"
Gaudenzio guardò dritto negli occhi Patrizio che sospirò
" Scusa se ti angustio con le mie cretinate"
" Ma che dici?! Tranquillo, non sei l'unico che ha avuto dei problemi con i fascisti, anche' io li ho avuti... Oh, diamine" esclamò sorpreso all' improvvisamente rivolgendo lo sguardo alla strada.
Gaudenzio che lo stava guardando parlare, si girò anche lui. Il cuore gli sussultò all'improvviso, impazzì, sbiancò
Davanti a loro, c' era un ufficiale in mezzo alla strada che con un segno della mano gli intimava di fermarsi, con lui vi erano almeno altri tre giovani militari sorridenti nonostante tutto, fumavano, ridevano e scherzavano a viva voce vicino ad una camionetta americana.
Patrizio arrestò l'auto, l'ufficiale, un uomo che aveva visibilmente superato la soglia dei sessant'anni, alto, robusto, con forti e larghe spalle, e portava dei baffi bianchi.
" Documenti" disse duro con un marcato accento misto ad americano e italiano
I due glieli diedero. L' uomo fece un cenno a Patrizia e Gaudenzio con la mano, segno di aspettare. Si allontanò e, urlando in inglese qualcosa di incomprensibile per i due nella macchina, si radunò assieme ai giovani a parlottare e confabulare
" Questi non scherzano" sussurrò Patrizio e sospirò
I minuti trascorsero lenti e interminabili, fino a quando l' ufficiale assieme ai giovani si avvicinò alla macchina con aria molto seria e contenuta. Fecero scendere Patrizio
" Patrizio Zani, la dichiariamo in arresto per circolazione con documenti falsi e rapporti con la repubblica di Salò" esclamò risoluto l' ufficiale.
Patrizio sbiancò, Gaudenzio si sorprese: il mondo stava cadendo a pezzi, in mille pezzi.
" Ci deve essere un errore, conosco Patrizio" nel mentre che profetica queste parole Gaudenzio uscì dalla macchina, ma, come parole al vento, nessuno gli rispose. Di peso condussero Patrizio dentro la camionetta, Gaudenzio era esterrefatto per ciò che era successo. Si ritrovò nuovamente solo e disperso in un mondo a lui estraneo, sdradicato dal conflitto in cerca di pace. La camionetta partì rombando, sollevando un polverone fino a scomparire. E ora, si trovava solo a pochi chilometri da Roma, senza sapere cosa fare. L' uomo che sembrava una fortezza inespugnabile, ora era stato sopraffatto da una forza ancora più potente di lui.
Si asciugò il sudore che incominciò a inondargli la fronte e sospirò. Focoso, preso dalla rabbia, inferocito, non ci vedeva più, pianse come un bambino e diede un calcio ben assestato alla macchina
" Al diavolo tutti!! Maledetti!!"
Si appoggiò al cofano della macchina
" Maledetti... Maledetti... Maledetti..." Iniziò a sussurrare tra sé e sé
" Come ci arrivo a Roma?" Pensò " non so neanche guidare"
Prese la sua valigia e iniziò a fare la strada che rimaneva a piedi trasportandosi il peso della sofferenza di un uomo.

Roma bella e brutta con le sue abitazioni distrutte dalle bombe e i monumenti del centro storico intatti. C' erano orde di soldati anglo-americani che aspettavano di imbarcarsi sulle navi per ritornare in patria, ma da ciò che iniziava ad emergere era che i soldati sarebbero ripartiti solo a novembre, e si era ancora a maggio.
" Così potranno assaporare l' estate italiana" pensava Gaudenzio quando in mente gli si balenava questo pensiero. I soldati, giovani, belli, disinibiti, forti, con le facce mezze insanguinate dai combattimenti, il sorriso dolce e lieve di chi ha vinto una maledizione sganciata dal pazzo del mondo e la loro parlata di un americano misto a un italiano trascinato camminavano per le vie di Roma, alcuni anche con le macchine fotografiche, altri ballavano con le ragazze delle borgate a suon di quella musica rock e spumeggiante che arrivava da oltreoceano. Camminava tra le macerie ma nessuno sembrava dargli conto, tutti avevano da fare, Gaudenzio i passanti quasi se li segnava a dito, dimenticando i volti di quelli che incontrava ma avrebbe dato la vita per conoscerne i lati e le vite nascoste come il suo torbido passato.

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