35
Pochi giorni dopo, quando Gaudenzio aveva iniziato a scendere dal letto e a sgranchirsi le gambe ,Giorgio portò una notizia a casa.
"Al Regina Coeli ti cercano" disse rivolto al cugino.
"Cosa vogliono da me?" domandò con un misto di ansia e curiosità, anche se sapeva bene quale fosse il motivo.
"Credo che sia per ..." avanzò Elena.
"Sì, è proprio per quello"
"Cosa vuoi fare?" gli chiese.
Gaudenzio inarcò le sopracciglia e sospirò "ovviamente ci andrò" rispose mettendo le mani sul tavolo "e voi mi accompagnerete"
"Noi?" domandò il cugino indicando prima Elena e poi se stesso.
"Sì, esattamente voi" ribatté "non è per codardia, solo per avere un po' di coraggio"
Elena gli buttò le bracci al collo "oh, amore mio" gli disse attorcigliando i capelli di lui nelle sue dita femminili "è ovvio che verremo"
"Bene, possiamo anche andare nel pomeriggio" proferì Giorgio.
Come stabilito, uscirono tutti e tre immergendosi nella brezza gelida di metà gennaio incamminandosi verso il carcere. Quando entrarono una delle guardie fermò Gaudenzio chiedendogli se fosse lui. Appurato ciò, la guardia lo accompagnò lungo un corridoio, fino a una porta. A Elena e Giorgio dissero di aspettare nella sala.
Dentro la piccola stanza c'era Jacobi e un uomo di media altezza, in carne, calvo, portava con sé un completo di colore grigio. Appena vide Gaudenzio lo salutò e chiuse la porta. L'uomo si aggirò lungo il tavolo per prendere un foglio e leggerlo. Frattanto, il torinese scrutò la stanza.
Era piccola. Una delle pareti era ricoperta da scaffali zeppi di cartelle e fascicoli. Di fronte vi era il tavolo a cui stava seduto Bruno. Dietro di lui, invece, c'era una finestra che dava su un ammasso di tetti e illuminava la stanza.
Bruno era a capo chino, sembrava più magro e stanco, inoltre in quei pochi giorni gli era cresciuta la barba che gli dipingeva il mento con tanti piccoli puntini. Lo guardò di sfuggita un sola volta.
"Lei si chiama Gaudenzio Cappelli?" domandò l'uomo.
"Sì, sono io"
"Renato Mancini" gli rispose tendendogli la mano che venne stretta dall'interpellato "si sieda pure" continuò indicando una sedia.
Si sedette di fronte al suo assassino e al capotavola si mise Mancini.
"Dunque ... lei conosce già Bruno Jacobi?"
Annuì.
"Può raccontarmi come l'ha incontrato?"
Acconsentì e iniziò a narrare dettagliatamente di quando era venuto a Roma a maggio per la prima volta, di come si fosse accorto della sua violenza e di Giulia. In quel momento non ebbe paura poiché Jacobi era in un carcere e quindi non avrebbe potuto fare nulla per ucciderlo nuovamente. Alla fine, Mancini annuì e con un gesto veloce della penna redasse sul foglio ciò che sentì. Poi si voltò verso Jacobi interrogandolo a raccontare i motivi per cui aveva rapito Gaudenzio e i crimini che aveva fatto negli anni e che erano spuntati solo in quei giorni.
Bruno si contrasse sulla sedia, sospirò e congiunse le mani.
"Sarà una cosa molto lunga che inizia già quando ero poco più che ventenne. Sono nato in un piccolo paesino della Ciociara vicino Frosinone. Sono solo quattrocento anime, si conoscono quasi tutti. In famiglia siamo otto fratelli. Eravamo una famiglia poverissima, come tutte, lavoravamo i campi e ci dannavano se non riuscivamo a portare un tozzo di pane in tavola. In paese qualcuno era partito per l'America e mio padre avrebbe fatto lo stesso se non fosse che mancavano troppi soldi. Quando compii sette anni iniziai ad arare la terra e aiutare mio padre e i miei fratelli più grandi. Non frequentai la scuola, come molti, e anzi, ero dell'idea che non mi sarebbe servita.
Andò tutto bene fino al compimento dei miei undici anni quando l'Italia entrò in guerra. Mio padre e il mio fratello più grande si arruolarono nell'esercito e partirono per il fronte. Mia madre a quel punto rimase in casa con sette bocche da sfamare, esattamente sette, lei poteva anche morire di fame pur di far sopravvivere i figli. La mia sorella più grande decise di sposarsi con il ragazzo più brutto del paese, figlio di un tale che era direttore di una banca a Frosinone. Fu grazie a questa attività che mia sorella riuscì a mandare a nostra madre i soldi per campare, almeno durante la guerra. Quindi non fu un matrimonio d'amore, ma il disperato tentativo di salvare una famiglia.
Nel frattempo io non facevo nulla, ero un ragazzino e non avevo così tanti interessi; stavo tutto il giorno in giro per il paese con gli amici a combinare marachelle. Perciò trascorsi quegli anni nella noia più totale, ignorante e stanco di una guerra che dalle notizie che arrivavano, sembrava non terminare mai. Mamma non riusciva a tenerci tutti a bada, la facevamo disperare in qualsiasi modo. In famiglia però non avremmo mai immaginato che per mio padre e mio fratello la guerra non si rivelava la miglior cosa di sempre; i due morirono insieme colpiti da una granata ..."
Jacobi si fermò per prendere fiato e ingoiare la saliva. Gaudenzio e Mancini erano esterrefatti, in attesa che l'uomo continuasse il suo racconto.
"Quando finì la guerra io avevo quattordici anni. in paese iniziarono a ritornare i soldati, tranne mio padre e mio fratello. Mamma piangeva ogni giorno, si spense e perse la poca vitalità che le rimaneva. Riuscì ad accettare il lutto solo nel'22, anno in cui vendemmo la casa e i campi per trasferirci a Frosinone da mia sorella. Lì scoprii i piaceri della vita. C'erano i giovani come me, le riviste, i cinema, si parlava di sport e soprattutto c'erano della graziose ragazze, tutte cose che al paese mi potevo solo sognare. Scoprii dei nuovi amici e con essi iniziammo a divertirci per la città. Proprio a Frosinone sentii parlare per la prima volta del fascismo che stava acchiappando molti consensi.
"Pensai di andare a Roma, perché era lì che si sarebbe svolta la marcia di Mussolini verso la città. Nella capitale l'aria era tesa ed era ormai chiaro che l'arrivo dei fascisti sarebbe stata questione di giorni. Io fui uno dei pochi fortunati a riuscire a prendere il treno poiché l'esercito aveva bloccato le linee ferroviarie. Andai da un amico del paese che qualche anno prima si era trasferito nella capitale e lì attesi fino al 31 di ottobre. Quel giorno la città esplose. Le camicie nere entrarono sfilando da piazza del Popolo, per il Corso, fino all'Altare della Patria e al Quirinale. I fascisti devastarono le sedi dei giornali, la direzione del partito socialista e la Casa del Popolo"
"Dopo pochi giorni decisi pure io di aderire al partito. Da lì capii che la mia vita stava cambiando, avevo più consapevolezza di me stesso e della mia vita. Scrissi una lettera a mia madre, durante la permanenza a Frosinone avevo un minimo imparato a leggere e scrivere, avvisandola che da lì in poi sarei rimasto a Roma. Trovai lavoro come muratore in una piccola azienda garantendomi un piccolo reddito. La vita, però, era dura. Nella stanza che condividevo con il mio amico spesso mancava il cibo e iniziai a rubarlo di nascosto dalle cassette. Mi accorsi che fare il muratore non faceva per me. E pensai di darmi ai furti.
"Non era nulla di tanto eclatante, mi limitavo a prendere portafogli e borsette senza ovviamente farmi notare"
Fece un sorrisetto perfido, come se fosse contento della vita che conduceva e rimpiangeva.
"In tre mesi accumulai 200.000 lire. Era una cifra enorme per l'epoca, e per me che venivo da una famiglia di contadini. Con quei soldi acquistai un appartamento più grande e pulito di quello in cui vivevo. Dopo tanto potevo riprendere gli agi che avevo a Frosinone, e che Roma sembrava offrire in pompa magna. I divertimenti diventarono parte integrante di me, uscivo presto la sera e rientravo dopo mezzanotte. Si ballava fino a farsi male i piedi, ci si divertiva e si ubriacava. Erano gli anni della fine della guerra. Mi facevo accompagnare dagli amici in questa sala e in quell'altra, poi prendevamo l'auto di qualcuno e andavamo a scorrazzare per la città. Una sera, in una sala, venni avvicinato da due tizi che mi chiesero dei soldi."
"Che ne sapete voi se ho soldi?" domandò già in preda all'alcool.
"Si è sparsa la voce e a noi servono i soldi"
"Che voce?"
"Quella che sei messo bene" rispose uno scoppiando in una grassa risata.
"Quanto vi servono?" chiese senza valutare attentamente la proposta.
"Poco, 70.000 lire"
"Uscii dal portafoglio i soldi ma poco prima di darglieli, gli intimai che avrebbero dovuti ridarmeli. Quelli acconsentirono e infatti i soldi mi vennero ritornati dopo un paio di settimane. Non so come ma con quell'evento pensai di diventare potente. Quei due non furono gli unici a venire da me e chiedere soli. Solitamente erano padri di famiglia che volevano aiutare la moglie e i figli; talvolta arrivavano pure dei reduci di guerra. E intanto io accumulavo facendomi un nome in città; città che stava per cambiare faccia.
"Nel '24 si erano svolte le elezioni che alla Camera Matteotti sosteneva non essere valide poiché, diceva, erano state svolta tra le violenze e le intimidazioni delle squadracce. Prima del suo discorso appoggiavo il fascismo ma non ero solito prendere parte agli eventi programmati dal governo. Quelle parole, invece, cambiarono tutto. Matteotti stava ostacolando il governo, lo voleva distruggere in nome della Repubblica. Dopo aver appreso la notizia della sua morte, io come altri fascisti, ci riunimmo in uno stanzino temendo ritorsioni da parte dell'opposizione. A quegli eventi stavo zitto, non avevo mai ben compreso il vero nome della politica, ma condividevo gli ideali e il loro elogio verso Mussolini e la paura che il governo sarebbe potuto cadere da un momento all'altro. In quei giorni la paura era regina sovrana. Non uscii di casa per qualche giorno. I capi dell'opposizione venivano acclamati per le strade, nelle case e nei ritrovi pubblici. I fascisti erano dovunque accolti con urla e fischi. Iniziai a ricevere coloro che cercavano soldi in casa.
"Fu lì che successe ciò che mi fece diventare a tutti gli effetti un usuraio. Avevo prestato dei soldi a una vedova di guerra che all'epoca aveva solo 19 anni; si chiamava Vittoria ed era la ragazza più bella che io avessi mai visto. Era affascinate come il sole che tramontava, aveva un viso luminoso e sorridente. I suoi capelli erano come la seta, morbidissimi. Mi chiese 400.000 lira, somma alta che non avevo dato a nessuno. Le chiesi a cosa le servissero tutti quei soldi"
"Per mangiare ... comprarmi una casa ..." rispose timida.
"E allora 400.000 lire non mi sembrano una cifra da poco se devi comprarti queste cose"
"Lei non seppe che dire, si vedeva che non era brava con i soldi. Allora, d'impulso, le proposi che sarebbe potuta rimanere a casa mia. Ella, però, rifiutò pretendo la somma. Cercai di redarguirla sul fatto che erano troppi, ma mi costrinse a darglieli. Prima che se ne andasse via le ricordai, come pattuito, che avrebbe dovuto restituirmi quei soldi nel minor tempo possibile. Annuì e disse che a fine mese avrei riavuto indietro tutto.
"Il mese passò e di Vittoria non si vide l'ombra. Di lei non seppi nulla e io stupido non mi ero premurato di chiederle un recapito, mai l'avevo fatto visto che tutti avevano riportato i soldi nel tempo stabilito. Un giorno sul giornale lessi la notizia di una donna che si era suicidata annegando nel Tevere: era lei! La notizia mi lasciò con l'amaro in bocca. Non lo saprò mai, ma ancora oggi credo che il suo suicidio sia dovuto all'impossibilità di pagarmi e dalle disperate condizioni in cui viveva.
"Mentalmente mi accanii contro di lei. Ero stato truffato da una poco di buono, derubato dai miei soldi e lei si era uccisa. Da lì cambiai modalità. Acquistai un quadernetto e a mano a mano che iniziavano ad arrivare nuove persone, mi segnavo nome, cognome e indirizzo di casa. Tutto questo nel caso fossi rimasto fregato una seconda volta. Acquistai pure una pistola visto che con certuni era meglio usare metodi forti. Decisi anche di non essere più tanto flessibile e iniziai a chiedere somme più alte di quelle richieste; e allora mi guadagnai il termine di usuraio.
"Intanto iniziarono ad arrivare anche le donne. Mi corteggiavano e io facevo altrettanto con loro. Ma nessuno mi ha mai fatto innamorare come Gemma"
Pronunciò quel nome guardando torvo Gaudenzio e con la bocca mimò il nome di Patrizio.
Raccontò del suo primo incontro con la donna a Milano otto anni prima escludendo dalla narrazione Gaudenzio che sapeva la storia, poi lo riguardò iniziando a raccontare il periodo della guerra.
"Dopo che mi disse quelle parole sul tram tornai più volte a Milano, per riscuotere prestiti, intendo. Continuai a cercarla ma sembrava intrecciabile. Non ci pensai più, conoscevo Giulia e altre donne. il mio nuovo incontro con Gemma avvenne nel'44.
"Era il giorno dell'armistizio, l'Italia divenne un Paese allo sbando. A nessuno di noi non era chiaro cosa si dovesse fare. I tedeschi ci entrarono in casa e a me venne chiesto da che parte stare. Accettai di schierarmi con i nazifascisti e partii con loro verso Milano, da lì ci avrebbero spediti per i monti a combattere contro i partigiani. Ricordo che era dicembre e quando lasciammo la città c'era la nebbia.
"C'eravamo stanziati in una località vicino al Lago di Como che brulicava di forze armate. Ci appostavamo nei boschi, qualche volta pure nel paese, e li colpivamo così tremendamente che non avevano neppure il tempo di capire cose stesse succedendo. Ben presto si venne a sapere che ero usuraio. Mi venne comunicato che, se lo volevo, potevo continuare i miei affari lì. Quello era un paese di poveracci e pensai che viste le condizioni di vita, se avessi iniziato a dare soldi non li avrei riavuti indietro. E rifiutai. Il punto di svolta arrivò un giorno d'aprile. Rividi Gemma.
"Avvenne durante una delle solite perquisizioni per i boschi. Avevamo trovato un gruppo di composto da cinque uomini e una donna. Ci dirigemmo silenziosi verso di loro. essi, però, ci preannunciarono e diedero fuoco verso di noi. E fu lì che mi innamorai per la seconda volta. Come detto, fu una vista veloce, ma non me la sarei mai tolta dal cuore e dalla mente. Era ancora più bella, come il mare di notte che veniva illuminato da una flebile falce di luna. Il mio era un amore che si sentiva, lei era la mia fonte di vita.
"Tempo dopo, era estate, mi stavo dirigendo in paese quando notai due persone parlare. Gemma e Patrizio ..."
"A questo punto so cosa è successo" intervenne Gaudenzio incrociando le braccia.
"L'hai letto nel diario del tuo amico, è così?" gli chiese Bruno con disprezzo.
Gaudenzio annuì.
"Quello che il signor Cappelli vuole dire" riprese Jacobi con un sorriso smagliante rivolto a Mancini " e che Patrizio e Gemma hanno avuto una relazione durata fino alla fine dell'anno. Li seguivo di nascosto in ogni loro movimento. Li vedevo abbracciarsi, baciarsi, sorridersi. Come dei veri innamorati. Era quello che io desideravo per me e Gemma. E invece lui, arrivato dopo di me, l'aveva conquistata. Il primo scontro che ebbi con lui fu nella base partigiana, poi un altro nel giorno della liberazione di Bologna.
"Gli puntai una pistola e lo chiamai per nome. Era terrorizzato. Cercò di reagire , ma sembrava solo fare goffi movimenti. Gli dissi di lasciare stare Gemma, che era mia e di allontanarsi immediatamente da lei. Non replicò mai e quando finii di avvertirlo che l'avrei fatto fuori, rispose che non l'avrei avuta vinta. Ora quella frase mi sembra più vero di tutto ciò che è attorno a me in questo momento.
"Il giorno di Natale del'44 decisi di porre fine a quella silenziosa tortura. Gemma e Patrizio erano sempre più affiatati. Chiesi a dei tedeschi che combattevano con me di travestirsi con le divise di alcuni nazisti che avevamo trovati morti. Ci dirigemmo da loro con tre motociclette e un sidecar. Il piano era quello di fare irruzione nella base nel momento in cui dormivano e uccidere tutti i presenti. Andai dritto da Gemma con il fucile puntato e prima che capisse cosa stesse succedendo le sparai sulle labbra. La presi ripetutamente a calci; nella schiena, nella pancia, in testa e la colpii altre volte con l'arma ..."
I suoi occhi luccicarono, gli entrò l'acqua.
"L'ho uccisa ..." mormorò a mezza voce mentre moriva dentro, mentre un senso di impotenza aumentava la sua sofferenza. L'inconsolabile pianto a cui si sottopose fu la vera espressione del suo grande dolore.
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Dalla confessione fatta era stato scoperto che Bruno aveva accusato ingiustamente Patrizio di collaborazionismo con Salò e pagò giudici e uomini per inabissare Patrizio e portarlo alla morte. Jacobi venne tratto in arresto, il quadro era finalmente completo. La sua era stata una vendetta per amore.
"Che cosa triste quella che è successa a Gemma" affermò sconsolata Elena scoppiando, infine, in lacrime.
Gaudenzio si avvicinò all'amata per consolarla mentre Giorgio si lasciava andare a qualche lacrima liberatoria.
"Fortunatamente ora è in carcere, così non nuocerà a nessuno"
"E ora cosa succederà?" chiese Giorgio, calcando sulla sua domanda per lasciar intendere che si riferiva a Patrizio.
"Hanno pubblicato la notizia del suo arresto" rispose "se siamo fortunati, Patrizio lo leggerà. Dovunque si trovi"
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