24

"Ho trovato due biglietti" disse trionfante Elena mettendo i due pezzi di carta sotto il naso di Gaudenzio. Era una mattina fredda e lei si era presentata a casa sua pur di dimostrargli che lei era qualcosa. Era riuscita a procurarseli la sera prima e la felicità fu così tanta che non resistette a farli vedere al suo rivale maschile.
All'impatto lui non riuscì a vederli, assonnato perché era stato svegliato dall'insistente bussare alla porta. Fece solo una smorfia. Questo non è niente, voglio vederti quando saremo a Roma. "Non restare lì al freddo, entra" disse lui con un sorriso. Erano in una gara ma non per questo non doveva conservare un po' del suo essere gentiluomo.
"Grazie" disse lei leggermente abbozzando un sorriso e mettendo piede nel corridoio ancora buio.
Era passato così tanto tempo da quando era entrata in quella casa che da tempo non trovava amore, o almeno solo un pizzico di dolcezza. Sarebbe potuta essere lei la selezionata, ma sapendo del carattere schivo di Gaudenzio, poteva solo sognarselo.
Rimise i biglietti nella borsa e si accomodò in una sedia che dava su una finestra con una tenda giallina tirata a coprire l'esterno.
"So che sono una maleducata a presentarmi alle sette di mattina qui, ma volevo solo avvisarti che partiremo domani mattina"
"Domani mattina?" chiese lui come se fosse appena stato disturbato da un sogno ad occhi aperti "avresti potuto dirmelo oggi pomeriggio"
"Hai impegni questa mattina?" chiese lei tanto per togliersi la curiosità.
Si chiese se avrebbe sopportato l'idea che il suo cuore appartenesse già ad un'altra.
"Andare al lavoro, come al solito" rispose lui con naturalezza ma mantenendo un pizzico di sospetto in quella domanda "Ti offrirei qualcosa ma ho soltanto del caffè d'orzo comprato al mercato nero" concluse ridacchiando.
"Caffè d'orzo?" chiese lei sgranando gli occhi e rivoltando la testa verso la porta della cucina in cui si trovava Gaudenzio "no, grazie. Dall'inizio della guerra non bevo altro che quell'odioso caffè d'orzo. Fa così schifo che preferisco l'olio di ricino che ci danno in convento"
"Olio di ricino? Mi hai appena riportato ai tempi di quando da piccolo frequentavo il collegio. Faceva così schifo, lascia un sapore disgustoso" disse divertito ritornando nel piccolo salone dove si trovava Elena.
Prese una sedia e la mise davanti la donna e si sedette. Incurvò la schiena, mise i gomiti sulle ginocchia e le mani sul mento. Tolse una ciocca di capelli che gli coprivano gli occhi e assunse uno sguardo serio fissando dritto negli occhi Elena; fu come se più si avvicinavano i loro cuori si allontanassero lasciandoli senza fiato.
"Ascoltami bene" esordì lui "come sai qualche mese fa sono già stato a Roma, senza concludere nulla. In compenso ho trovato uno che potrebbe aiutarci. Bene" disse incantandosi su qualcosa di indefinito che sembrò palesarsi sulla parete "Roma è una città pericolosa, non stiamo facendo una gitarella fuori porta, ma dobbiamo salvare un mio amico e un matrimonio. Chiaro?"
"Mi hai preso per una bambina?" chiese lei ridendo "so benissimo come dovrei comportarmi in una città come quella, ti starò incollata come se io fossi Nancy Barbato e tu Frank Sinatra" disse soffocando una risatina isterica.
A questa affermazione Gaudenzio rimase sorpreso al paragone.
"Credi che io sia Frank Sinatra?" chiese aggrottando le sopracciglia. "No, devo dire che tu sei più affascinate di lui" disse ridendo sommessamente.
Gaudenzio, dopo quel momento di sospensione, ritornò serio pronto per congedare la donna
"Lasciamo stare i coniugi Sinatra, è una cosa molto seria, va bene?" richiese più risoluto.
Elena si alzò e si diresse alla porta. Senza niente, neppure un saluto, solo con la speranza di fare breccia nel cuore di Gaudenzio.
Ancora meglio dopo aver scagionato Patrizio.

Elena aveva prenotato un posto in terza classe. I sedili erano in legno e molto scomodi, la carrozza sembrava ballare costantemente come in una giostra; sembrava stesse cadendo a pezzi.
"Non mi hai detto dove alloggeremo" biascicò lei mentre sistemava una piccola valigetta malconcia sotto il sedile.
"Da un mio cugino"
"Oh, un tuo parente, quindi. Dove vive?" chiese lei emozionata.
"A Tiburtino III" rispose serio.
"Non lo conosco. Oh, è la prima volta che esco da Torino. Mi aiuterai?" chiese abbassando il tono di voce e avvicinandosi all'interlocutore.
In quel momento Gaudenzio stava fissando il finestrino con il paesaggio circostante che andava a scorrere velocemente come in una pellicola di un film.
Si girò verso di lei con aria stranita. Cosa avrebbe mai voluto dire con quella richiesta d'aiuto?
"Sei in pericolo? Non mi sembra che tu esca molto per cacciarti nei guai" Disse con indifferenza.
Lei scosse il capo
"vuoi finirla o no?" si lamentò "ricominci a litigare, non sai fare altro?"
"Saprei fare molte più cose senza che tu stia lì a criticarmi"
"Sei un essere vergognoso. Mi fai schifo!" urlò svegliando tutti quelli che erano lì vicino e che schiacciavano un pisolino.
Elena voleva finirla di essere clemente con lui, si rendeva conto che in momenti come quelli lei era lì per superarlo, senza pentimenti. Ma, come al solito, gli uomini non capivano. Era una donna dura.
Si alzò offesa e si andò a sedere da qualche altra parte, pur di dimenticare.
Quando arrivarono a Roma, poco dopo mezzogiorno, Elena non si alzò per scendere.
"Siamo arrivati" disse Gaudenzio una volta che raggiunse Elena seduta sulla panca, come una statua.
"Io non vengo" disse guardando il finestrino, una piccola lacrima spuntò da sotto l'occhio destro che era illuminato da una strana luce rossastra.
"Il treno ritornerà a Torino"
"Infatti è lì che me ne ritorno, a Torino" disse seccata.
Chissà, pensò lui, basterebbe una frase giusta e lei la smetterebbe di pensare che io sia così cattivo come crede.

Quando scese si guardò indietro per l'ultima volta: poteva benissimo vedere Elena ancora seduta lì, pronta che il treno la riportasse a Torino per sempre. Era solo.
Tornava dall'unico elemento del nido familiare che gli rimaneva. In cielo brillava il sole. Intorno a lui c'era poca gente. Si trascinò la valigia fino a Tiburtino che non distava poco da lì, a due isolati c'era il carcere Regina Coeli.
E fu proprio lì che avrebbe deciso di recarsi dopo aver scaricato le valigie dal cugino e aver messo qualcosa sotto i denti.
Giorgio fu molto sorpreso di rivedere il cugino a Roma. Appena lo vide stanco bestemmiò e lo fece accomodare nel piccolo appartamento.
"Qual buon vento ti porta qui?" chiese con aria bonacciona Giorgio.
"Venti di tempesta" asserì lui con la stessa intonazione, per poi ridere "devo assolutamente trovare Patrizio" "Sempre che non l'abbiano già fucilato" disse amaramente lui "da qualche settimana si vocifera che li stiano facendo fuori tutti"
"Tutti?" chiese sorpreso con una cadenza piemontese.
"Tutti, nelle zone dove hanno fucilato pure Koch"
"Oggi andrò lo stesso al Regina Coeli. Notizie di Jacobi?"
Giorgio sospirò "no, nessuna notizia. Ma ti consiglio lo stesso di starci attento. Quello lì e capace di piantarti una pistola nella schiena e ti farebbe arrestare per aver nascosto un arma"

                                    *

Fuori il Tiburtino era tranquillo.
Il solito vociare di gente, le solite persone dedite alla vendita e i soliti bambini che giocavano per strada. Tutto come sempre, la solita monotonia. Quella era Roma ed Elena stava ritornando a Torino.

Di pomeriggio Gaudenzio si pettinò davanti lo specchio mezzo incrinato, tanto per avere un 'aria presentabile. L'ansia lo stava letteralmente divorando, stava passando in rassegna tutte le frasi che avrebbe potuto dire a un detenuto che non vedeva da quasi sei mesi. Stava pregando affinché tutto si fosse sistemato per il meglio; voleva un cambiamento radicale. Tornare a Torino e dire ad Elena
<< Guarda, lui è Patrizio>>.

Quando si presentò davanti l'ingresso principale in via della Lungara sentì un nodo alla gola, un attacco di panico.
Angosciante peggio di quelli che aveva avuto in passato. Si sedette su uno scalino per riposare qualche minuto. Aveva da sempre temuto la prigione e le forze dell'ordine in generale. Stava per entrare in un luogo pieno di disgraziati, assassini, fascisti, orde di briganti.
Supplicava il suo cuore di far smettere quel supplizio, non aveva fatto nulla e aveva paura di entrare e scoprire che Patrizio era stato fucilato.
Ormai aveva esaurito il cerchio delle speranze umane che durante il matrimonio la moglie gli dava: ricordò le preghiere che la madre, e successivamente le suore, gli avevano insegnato da piccolo, e vi ritrovò dei sensi che aveva da sempre ignorato perché dopo la grave perdita si era finalmente reso conto di essere un uomo infelice, vedovo e senza una casa.
Perciò pregò con fervore, scandendo le parole ad alta voce davanti il portone, mentre qualcuno gli lanciava qualche occhiataccia. E fu lì che si alzò ed entrò terminando la preghiera.
Una guardia si avvicinò a lui e li chiese cosa volesse. Lui rispose con il nome di colui che stava cercando, Patrizio Zani.
Da lì parti una catena dalla guardia che riferì che il Signor Zani era cercato molte volte dalla gente; prima uno strozzino, poi quella donna che si supponeva essere una sua amante, e infine un dottore strambo.
Patrizio venne chiamato e scortato nell'atrio d'ingresso. Una volta che Gaudenzio lo vide sussultò.
E lo stesso fece pure Patrizio. Intorno tutto sembrò diluirsi. Patrizio pronunciò una bestemmia che inorridì tutti quelli che erano lì dentro, che ferì il suo corpo contro il freddo muro della sua prigione, s'inferocì contro tutto quello che era attorno a lui.
Tutto tranne Gaudenzio, che era lì, dopo mesi senza vederlo.
Patrizio si dimenò per andare incontro all'amico, ma le guardie lo trattennero, fu Gaudenzio a slanciarsi verso di lui.
"Come stai?" chiese tra le lacrime. "Dopo che ti ho visto, da favola" rispose lui con la stessa spensieratezza dell'amico.
"Avete solo cinque minuti per parlare. Usateli bene" asserì fredda una guardia indicando la porta in cui Patrizio aveva avuto i suoi brevi dialoghi con Jacobi e Giulia.

"Mi sembra un sogno incontrarti. Non sai quanto ti ho pensato, avevo paura che ti fossi dimenticato di me" disse Patrizio con la voce tremante e pallido in fronte "mi sento di avere la febbre. Cavoli, sarà una febbre felice!" esultò.
"Da quando sei stato arrestato sono rimasto un mese qui, ma non ho potuto fare nulla"
"Coloro che hanno informazioni su dove io mi trova si tratta di un cerchio strettissimo, lo sanno solo una donna e uno stronzo!"
" Di chi si tratta?" chiese Gaudenzio aggrottando la fronte.
"Si tratta di Giulia Bretelli e Bruno Jacobi, lei è una persona buona come il pane, ma lui ..." disse per digrignare i denti come una belva affamata.
"D – davvero hai detto Giulia e Jacobi? Ho studiato insieme a Giulia. Jacobi mi è stato presentato da mio cugino" rispose Gaudenzio ancora più sorpreso.
La rivelazione aveva suscitato grande sensazione tra i due. Iniziarono a confrontarsi su quella coppia facendone entrambi risultare una storia viva e curiosa per loro che li avevano conosciuti.
Patrizio raccontò di un buon numero di persone che avevano avuto a che fare con Jacobi e delle percosse che lui dava alla fidanzata.
"Terribile, davvero terribile" rispose Gaudenzio seduto, con il capo chino, scosso da quello che era stato appena detto "ho letto il tuo diario, non c'è nessuna traccia di loro due"
Patrizio sussultò
"Il mio diario? Come l'hai avuto?"
"Da Eugenio Durastanti, fa parte di una famiglia molto importante di Bologna"
"Oh, si. Eugenio" rispose Patrizio massaggiandosi la barba che non si faceva da mesi
"l'incontrai a una sede di una riunione comunista a Bologna. Era il 1938, se non sbaglio"
"Ha pure fatto la guerra" replicò Gaudenzio sommessamente.
"Sì, hai ragione. In Russia, nell'operazione Barbarossa"
"Ho pure letto della tua relazione con Spilla" replicò Gaudenzio con un sorrisetto.
Patrizio arrossì
"Oh, Spilla. Ne è passato di tempo. Un giorno ti avrei raccontato queste cose ..."
"Me le hai raccontate, attraverso la tua penna" disse alzandosi.
Guardò l'orologio appeso
"Devo andare, sono passati quasi cinque minuti"
"Mi sono bastati per parlarti. Tornerai?"
"Sempre, voglio farti uscire da qui. Sei stato nei partigiani, non a Salò. Non è colpa tua se questo Paese è ottuso" "Sarà per la fine della guerra che vanno ad arrestare gente a caso. Mi scagionerai, lo so, ma tu non andare da Jacobi. Ti farà a pezzi" disse come un presagio.
Lui non rispose, guardò malinconicamente l'amico un'altra volta e lo salutò con un cenno della mano; era felice.
Ma non abbastanza per il divieto impostogli.

Qualcuno, nelle ore successive, si lamentò con Giorgio e Gaudenzio perché dalle loro stanze arrivavano troppe grida, la gente nei dintorni stava dormendo, o era a lavoro e voleva un po' di serenità.
I due cugini abbassarono il volume dei festeggiamenti.
"Vado a prendere del vino" disse Giorgio.
"Hai del vino?" chiese il cugino sorpreso.
"No, conosco uno che lo vende a prezzi modici. Al mercato nero. Vado a comprarlo. Ci metterò molto, devo andare a San Lorenzo, da qui a lì non è certo una passeggiata" concluse con una risata.

Durante l'assenza di Giorgio, ne approfittò per pulire un po' l'appartamento. Aveva un bel po' di polvere.
Verso le sette, Giorgio era ancora assente. Era da due ore che mancava, iniziò a preoccuparsi se gli fosse successo qualcosa. Ma da una parte si tranquillizzò che la guerra era finita,ciò implicava che non doveva preoccuparsi del coprifuoco.
Sentì il rumore del vento ululare all'ingresso al piano di sotto. Forse era tornato.
Nel pianerottolo si sentirono dei passi. Gaudenzio si preparò ad aprire la porta. Ma invece di trovare suo cugino Giorgio, trovò Elena.
Entrambi sbiancarono in volto. Lei era stanca, si vedeva qualche riga di sudore colargli dalla fronte.
"Non eri ritornata a Torino?" chiese lui adirato.
Lei sospirò "No" disse spazientita "dopo che sei sceso mi sono appisolata. Stavo per prendere sonno quando il bigliettaio urlò che voleva controllare i biglietti dei passeggeri diretti a Napoli. Ti rendi conto, stavo per andare a Napoli!"
"Oh, è come hai fatto a trovarmi?"
"Mi sono alzata e prima che il bigliettaio arrivasse a me, ho chiesto a delle persone di farmi uscire. Non mi hanno dato conto e mi sono buttata dal finestrino. Fortunatamente non mi sono fatta nulla, il treno era ancora lento e sono caduta sui binari. Non mi sono fatta nulla e nessuno mi ha visto. Sono uscita dalla stazione e ho chiesto al primo che capitava di indicarmi la strada per Tiburtino III. Una volta arrivata qui, ho chiesto di te. Nessuno ti conosceva,solo un giornalaio mi ha detto che vivevi qui."
"Vedremo se mio cugino ti ospiterà" "Tuo cugino?"
"Si,è uscito. Credo stia per ritornare. Dimenticavo, ho incontrato Patrizio"concluse perfido.

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