Sento le dolci note della musica che mi rilassano, mentre sono intenta a sfogliare il mio diario e rivivere ciò che è successo tra noi. Arrossisco ogni qual volta penso al modo in cui mi osserva, penetrando l'anima e capendo da subito tutto ciò che prova. La tristezza invade il suo sguardo rendendolo misterioso ma infinitamente intrigante: quegli occhi scuri e infiniti come la notte, alle volte brillano come le stelle sul cielo.
Sorrido a ripensarci, anche se a volte mi ha fatto davvero male, con tutta la sua acidità, il suo cercare di imporsi nei miei confronti e di prevalere. Per me questo è una sfida, e io non ho intenzione di cedere.
Ad un tratto sento bussare alla porta, per poi subito dopo fare irruzione mia nonna, intravedo i suoi capelli bianchi raccolti e subito dopo entra definitivamente, si avvicina a me con il telefono in mano, porgendomelo.
«Tieni, è tua mamma»
Afferro il telefono e rispondo tranquillamente «ciao mà» lo sistemo tra la spalla e l'orecchio per poter sistemare il diario nel comodino
«ciao Juli, che fai?», mi risistemo comodamente nel letto
«ascoltavo musica, tu?»
La sento sospirare e inizio a insospettirmi, ma faccio finta di nulla «niente di importante» fa una breve pausa e poi riprende «allora... ti manchiamo?»
Aggrotto le sopracciglia, temendo già cosa sta per dirmi, ma continuo a fare finta di nulla «sì, certo che mi mancate» abbasso gli occhi «voi però, non la Toscana» preciso.
«Ju... sai già cosa sto per dirti»
Sospiro, lo immaginavo purtroppo «quando?» ho paura di sentire la risposta.
«Tra una settimana»
Non rispondo, rimaniamo alcuni secondi in silenzio, poi mamma riprende la conversazione «tesoro... sapevi che non potevi starci in eterno» mi ricorda, questo suo puntualizzare mi irrita, unito alla brutta notizia.
«Sì, peccato che non immaginavo così in fretta!» le dico, con un tono scontroso.
Lei, sentendomi così, si inizia a spazientire «non è colpa mia, quindi smettila. Tra un paio di giorni vengo insieme a Marta a prenderti» l'amica che ha in Toscana, a stento la ricordavo.
«Bene, ciao» aspetto che mi risaluta per chiudere la chiamata.
Mi sdraio nel letto a faccia in giù e immergo la mia faccia nel cuscino, cadendo così in un pianto disperato. Non è giusto, cazzo no non è giusto! Io sto così bene qui, sono in armonia con me stessa, è qui che sono sempre cresciuta, che ho pianto, riso, amato e soprattutto vissuto. Che vita era quella in Toscana? Non era vita! Per me non lo era affatto! Se mi fossi trasferita da piccola lì, esattamente come i miei fratelli, avrei avuto più tempo per ambientarmi, per conoscere meglio i luoghi e le persone, ma ora, come fanno a staccarmi da qui sapendo quanto io ci soffra?
Sento muoversi la maniglia della porta e subito la voce di Anna rimbomba nella stanza, «ehi Ju, usciamo un...» non fa in tempo a finire la frase che i suoi occhi sicuramente hanno notato la mia posizione e il mio pessimo umore.
«Ju?» sento i suoi passi più vicini un po' incerti, fino a quando non capisco che si è seduta nel letto affianco a me, mi appoggia una mano sulla schiena, il suo tocco delicato e il suo non fare domande inappropriate mi tranquillizza.
Mi giro verso di lei, quando mi vede spalanca gli occhi avvicinandosi ulteriormente e avvolgendo le sue esili braccia al mio collo.
Un abbraccio ricco di affetto che però io non riesco a ricambiare, in questo momento.
Quando si stacca mi asciuga come può le lacrime rimanendo in silenzio e non facendo domande, sa benissimo che se voglio glielo dico io.
Abbasso lo sguardo e sputo il boccone amaro «fra tre giorni viene mamma con una sua amica qui»
Anna mantiene il silenzio, continuo a sentire il suo sguardo su di me
«Tra una settimana parto», alzo finalmente lo sguardo su di lei e vedo che spalanca gli occhi non sapendo cosa dire.
Vado in bagno lasciandola sola in camera, mi lavo il viso con acqua fredda e quando noto il mio riflesso nello specchio davanti, rabbrividisco: i miei occhi gonfi contornati da due occhiaie orrende, ho un aspetto orribile.
Quando rientro in stanza vedo Anna in piedi davanti al letto, si avvicina a me abbracciandomi «hai bisogno di stare sola?», mi chiede incerta «no, resta con me»
Stare da sola, in questo momento, non può far altro che peggiorare il mio stato d'animo.
Lei allora posiziona la mano sulla mia schiena invitandomi a sedermi nel letto, restiamo qualche secondo senza parlare quando sento la sua voce incerta «cosa hai intenzione di fare?»
Capisco subito di chi sta parlando, la osservo con uno sguardo ormai arreso muovendo la testa da una parte all'altra «non lo so» confesso.
Non so cosa fare con lui, è sempre stato un rebus a cui non sono mai riuscita a trovare la soluzione, ogni sua mossa è sempre stata inaspettata per me, così come per lui. Ciò che mi fa reagire è puro istinto, come quella volta che gli stampai lo schiaffo in faccia.
Anna fissa i suoi occhi castani nei miei, cercando probabilmente di capire a cosa sto pensando, poi mi afferra la mano continuando a tenere i suoi occhi sui miei «devi dirglielo» afferma con decisione.
Assolutamente no.
Spalanco subito gli occhi e inizio a muovere freneticamente la testa da una parte all'altra. No, nella maniera più assoluta!
«Ma tu sei pazza!» le dico praticamente urlando contro la mia volontà «io non devo dire niente a nessuno, tantomeno a quel bellimbusto» incrocio le braccia al petto, convinta della mia decisione.
Lei sospira, cercando di farmi cambiare idea «cerca di capire, non potete continuare così Ju! Metti da parte l'orgoglio per una volta, è capace di farti stare veramente male», lo so, ne sono consapevole, ma è più forte di me.
Non ci riesco, non con lui. Non succederà mai che io abbassi le mie mura di protezione per lui, l'orgoglio è una parte fondamentale di me, non sono mai riuscita a metterlo da parte e non credo di riuscirci nemmeno un domani.
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