Capitolo 2
La paura non è così difficile da capire. Ciò che ci spaventa oggi è esattamente la stessa cosa che ci spaventava ieri. E' solo un lupo diverso.
L'Eagle Gazzette si trovava al centro della piccola cittadina. Nonostante il posto fosse poco frequentato e privo di notizie straordinarie -a dire il vero, non succedeva mai niente ad Eagle Falls- la redazione riusciva sempre a trovare qualche curiosità che intrigava i cittadini ormai quasi tutti anziani.
Evelyn aveva sempre sognato di diventare una giornalista e, dopo la laurea, aveva chiesto un colloquio alla redazione dell'Eagle Gazzette, dove con entusiasmo, fu assunta poco dopo.
Quella mattina, quando entrò nel suo ufficio minuscolo e poco illuminato, bevve immediatamente del caffè. Non riusciva a tenere gli occhi aperti, aveva passato una nottataccia e pensare che per tutto il giorno avrebbe dovuto consegnare posta e dolciumi, la rendeva ancor più indispettita.
Si sedette sulla sedia, notando, per la prima volta, che quel posto era uno schifo. Come aveva potuto pensare di far carriera in quel buco? Sicuramente a New York avrebbe trovato un giornale più prestigioso. Con i suoi ottimi voti, ogni capo redattore avrebbe lottato per averla. Già, perché era rimasta lì? Per non lasciare suo zio? O per non lasciare la sua unica vera amica? No, nessuna delle due opzioni era quella giusta, l'aveva fatto per un motivo ben preciso, anche se odiava ammetterlo a sé stessa: lo sconosciuto. Poteva sembrare assurdo, e in effetti lo era. Aveva lasciato perdere l'idea di trasferirsi solo per continuare ad osservare in silenzio quell'uomo.
«Dio, ho dei seri problemi» sussurrò chiudendo gli occhi arrossati.
Dopo aver finito la tazza colma di caffè si alzò, pronta ad affrontare una nuova giornata elettrizzante, piena di cose totalmente inutili, come infondo, era la sua vita.
Poco prima di uscire dalla stanza, un uomo sulla trentina, si affacciò nel suo ufficio. I capelli biondi e gli occhi azzurri lo rendevano angelico, facendolo sembrare un tredicenne che si era perso per caso nella redazione.
Patrik Moore lavorava al giornale da quasi dieci anni, si occupava delle notizie speciali. Dal nome poteva sembrare una rubrica interessante, ma in realtà, finiva sempre per scrivere articoli su gatti troppo intraprendenti che finivano per rimanere appesi agli alberi, o al massimo, di avvistamenti di orsi totalmente pigri e mai aggressivi.
«Buongiorno! Come sta la migliore giornalista dell'Eagle Gazzette?»
Evelyn alzò gli occhi su di lui, simulando un sorriso. «Le mie occhiaie parlano da sole» rispose prendendo una pila di fogli tra le mani.
Patrik sorrise, scuotendo la testa. «Ho notato, ma non volevo infierire. Sai, ho fatto le ricerche che mi avevi chiesto.»
Eve non capì a cosa si riferisse, ma dopo poco, le tornò in mente che aveva chiesto al collega di trovare informazioni sullo sconosciuto. Ripensare alla giornata precedente era l'ultima cosa che le serviva in quel momento, ma sembrava che l'uomo misterioso, seppur indirettamente, volesse intrecciarsi alla sua vita.
«E come è andata? Hai trovato qualcosa?» chiese infine cercando di non far trapelare la sua delusione mista ad avida curiosità.
«A dire il vero, ufficialmente non ho trovato niente»
«E ufficiosamente?» chiese lei afferrando una nuova tazza di caffè.
«Ecco perché diventerai una buona giornalista. Credo di avere tra le mani una notizia speciale» Evelyn sorrise, questa volta con sincerità. «Un vecchio orso è andato a saccheggiare qualche bidone dell'immondizia?»
Patrik alzò un sopracciglio. «Ehi, così mi offendi. Quell'orso avrebbe potuto attaccare qualcuno»
«Ma se non aveva neanche i denti...»
Il collega alzò gli occhi al cielo, quando aveva scritto l'articolo sull'orso, ogni membro della redazione lo prese in giro per almeno un mese. Ma questa volta era sicuro di aver trovato qualcosa di veramente interessante, così continuò, tralasciando la questione. «Nella periferia, vicino ai boschi, c'è qualcosa di strano; pare che ci siano lotte clandestine.»
Evelyn divenne immediatamente seria, se era la verità, poteva essere un articolo davvero speciale.
«Ad Eagle Falls? Ne sei sicuro?»
«Ho delle fonti attendibili. E non è finita, indovina chi è stato visto nelle vicinanze...»
«Lo sconosciuto?»
«Bingo! Sapevo che era molto strano quel tipo. In posti come questo tutti conoscono tutti» Evelyn corrucciò il viso, riflettendo su quell'eventualità. In effetti, lo sconosciuto, aveva tutti i requisiti. Non faceva fatica ad immaginarlo in mezzo ad una rissa con la sua altezza e i muscoli possenti. Se pensava anche al fattore "mistero" le due cose potevano coincidere.
«Potrebbe essere...» sentenziò infine lei.
Patrik allargò il suo sorriso, soddisfatto più che mai per essere stato preso sul serio. «Ho chiesto al capo di metterti in squadra con me. Scriveremo insieme l'articolo»
Evelyn puntò i suoi occhi grigi in quelli di Patrik. Davvero aveva fatto questo per lei? Pochi minuti prima stava riflettendo su quanto la sua vita fosse inutile e priva di un lavoro soddisfacente, e adesso aveva tra le mani un buon articolo, seppur ipotetico.
«Ma non siamo sicuri» replicò Evelyn.
«Lo so, e lo sa anche il capo. È per questo che indagheremo»
«Come intendi farlo? Non abbiamo niente tra le mani di veramente concreto» Patrik rise,posando le mani sulle spalle dalla giovane collega.
«Cosa dice il tuo sesto senso?»
«Che le due cose sono collegate.»
«Questo basta, un vero giornalista non ha bisogno di prove concrete. Ma per farlo credere anche ai lettori bisogna trovarle. Questa sera tu seguirai quell'uomo»
Evelyn sgranò gli occhi. Non poteva seguirlo, ormai aveva deciso che non sarebbe più tornata alla fermata dell'autobus. Lui l'avrebbe notato dopo la sua stupida idea di andare a parargli. «Io? Perché io?»
«Credevo fossi stufa di portare solo caffè» disse Patrik alzando le sopracciglia.
Lei annuì, era vero, non poteva permettersi di rifiutare. Aveva delle buone ragioni; voleva scrivere qualcosa di buono e iniziare la sua carriera, e in fondo, voleva scoprire il mistero dello sconosciuto.
«D'accordo, lo farò.»
Patrik sorrise e dopo averle dato una pacca sulla spalla, scomparve tra i corridoi.
***
Durante la pausa pranzo, Evelyn uscì di corsa dalla redazione, raggiungendo Margot che la stava aspettando poco lontano. Era loro abitudine ritrovarsi al vecchio pub per mangiare un hamburger e magari anche una fetta di torta.
Quando furono entrambe seduta al loro tavolo preferito, Margot osservò l'amica con sguardo indagatore. «Sei depressa?»
Evelyn addentò il suo panino, masticando lentamente. «Dovrei?» chiese infine deglutendo.
«Per lo sconosciuto» rispose cautamente l'altra.
«Questa mattina ho ricevuto il mio primo incarico.»
Margot lanciò uno dei suoi solito acuti, facendo voltare gli altri clienti del pub.
«Magnifique! Je savais!»
Evelyn sorrise, era abituata al francese, e in tutti quegli anni aveva imparato qualche parola. «Frena il tuo entusiasmo,non sai ancora di cosa tratterà l'articolo»
«Non dirmi che si tratta del gatto della signora Kirk» le due ragazze iniziarono a ridere, ricordando l'articolo di un intera pagina in cui si parlava soltanto di un povero gatto costretto ad indossare abiti alla marinara.
«No, niente gatti» rispose Evelyn cercando di trattenere le risa.
Raccontò a Margot ciò che era successo quella mattina, felice di condividere il segreto con la sua migliore amica.
«Combattimenti clandestini?» urlò infine Margot.
«Abbassa la voce!» replicò prontamente l'altra.
«Ad Eagle Falls? Non ci crederei neanche se lo vedessi!»
«Pensaci bene. Nessuno sa chi sia, e hai visto i muscoli? E non è forse vero che qualche mese fa abbiamo notato un livido sulla sua mano?»
Margot ripensò a quel giorno, ricordava benissimo la macchia color viola che aveva sulla mano sinistra. «Cristo! È vero. Dio, ci pensi? Finalmente in questa città potrebbe accadere qualcosa di interessante»
«Vedo che inizi a capire. Questa sera lo seguirò, cercando di non farmi notare»
Margot prese la mano dell'amica, stringendola. «Fa attenzione, se tutto questo fosse vero, potrebbe essere pericoloso»
«Farò attenzione,promesso» le due ragazze continuarono a mangiare il pranzo.
Evelyn, seppur contro la sua volontà, pensò a quando lo avrebbe visto di nuovo.
***
L'ora era giunta, il sole stava tramontando e la temperatura scendeva a vista d'occhio. Evelyn si trovava poco lontana dalla fermata dell'autobus, questa volta non avrebbe atteso sulla panchina, non voleva farsi notare. Prima di arrivare lì, Patrik le aveva dato una macchina fotografica e qualche rullino di riserva, che adesso si trovavano nella sua borsetta.
Poco prima di appostarsi, aveva chiamato Quentin, dicendogli che sarebbe tornata tardi. Lo aveva fatto solo per essere scrupolosa, lo zio non le aveva mai dato degli orari e non le aveva mai impedito di uscire. Era stata sempre lei a frenarsi, anche durante l'adolescenza. Questo confermava la teoria di Quentin; incatenare un adolescente non faceva altro che farlo diventare ancora più ribelle.
Evelyn non sapeva se fosse una teoria giusta, ma a lei piaceva rispettare le regole, comportarsi nel modo giusto, essere ordinata. Sospirò, impaziente di vedere di nuovo lo sconosciuto.
Finalmente, come se l'altro avesse udito i suoi pensieri, lo vide incamminarsi lungo la strada con il solito incedere deciso. Lei rimase nascosta, sforzandosi di non pensare a quanto fosse bello, a quanto lo desiderasse. Mentre lo osservava le sembrò di notare che posasse lo sguardo sulla panchina dove lei era solita sedere. Ma no, non poteva essere così, non l'aveva mai degnata neanche di uno sguardo.
«Proprio adesso? Sei antipatico...» mormorò lei.
Dopo circa quindici minuti, l'autobus si avvicinò alla fermata. Evelyn percorse il breve tragitto e salì alla svelta, cercando di rimanere lontana dallo sconosciuto. Si sedette in fondo, cercando con lo sguardo l'altro. Per un attimo non lo vide, e pensò che non fosse salito, che l'avesse vista e che tutto fosse andato in fumo. Ma quando ormai pensava di aver perso le speranze, lo scorse su uno dei sedili al centro. Trasse un sospiro di sollievo e puntò gli occhi su di lui, non lo avrebbe lasciato sfuggire.
Il bus percorse le vie dalla cittadina, Evelyn osservò le case che passavano velocemente oltre il finestrino. Notò un piccolo parco giochi, le ricordò qualcosa, ma dovette sforzarsi per capire cosa esattamente le ricordasse. Poi, davanti ai suoi occhi, si materializzò l'immagine di suo padre, di lei bambina che correva spensierata tra l'erba. Sentì il cuore stretto in una morsa, suo padre l'aveva portata molte volte in quel parco giochi, sempre in primavera, sempre quando i fiori sbocciavano dalla neve ormai sciolta.
"Papà!Guarda. Una margherita!"
"Tu sei un fiore piccola Eve, il mio fiorellino"
Rapita da quel ricordo colmo di tenerezza quanto nostalgico, non si rese conto che l'autobus si era fermato e che lo sconosciuto era appena sceso. Si alzò di scatto, alzando un braccio per farsi notare dall'autista.
«Aspetti!Devo scendere anch'io!» così dicendo si catapultò fuori.
Si guardò intorno, e capì di essere in periferia. Le case avevano lasciato il posto a piccole fabbriche, per lo più abbandonate. Con quello scenario così desolato e con il sole che ormai stava scomparendo, divenne inquieta. E se in realtà non era altro che un brutale serial killer? Scosse la testa, decisa a pensare in modo razionale. Era pur sempre ad Eagle Falls, non aveva niente di cui preoccuparsi. Doveva andare avanti, ormai aveva preso un impegno e lo avrebbe portato a termine.
Vagò con lo sguardo, in cerca dello sconosciuto. Notò che aveva già fatto molta strada e se non si fosse sbrigata lo avrebbe perso di vista. Mettendosi le mani nelle tasche della pesante giacca, lo seguì.
Dopo cinque minuti di cammino lo sconosciuto si fermò in un vicolo stretto e maleodorante. Evelyn si appostò dietro ad un muro, in completo silenzio. Si sporse leggermente, e ciò che vide la lasciò perplessa.
Una donna dai capelli lunghi e biondo platino lo stava abbracciando. Ma certo,aveva una ragazza, come aveva fatto a non pensarci prima? Quella notizia non avrebbe dovuto sconvolgerla, in fondo adesso lo odiava,non era forse così? Qualcosa si mosse dentro di lei, un sentimento strano, ma non seppe dargli un nome.
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