17- Simon
Quando si vede che sei nei guai fino al collo? Forse quando il tuo amico, nonché collega, ti sta trascinando a forza in un luogo in cui tu non vuoi andare perché già sei sicuro di trovarci la tua peggior nemica. Nemica della quale tu, per di più, sei innamorato, e senza via di scampo, per un qualche tragico scherzo della natura.
Non solo! Il tuo amico ha tutte le buone intenzioni di ucciderla, la tua nemica-amata... e tu cosa fai? Aiuti l'amico o il nemico? Beh, in questo caso dovresti aiutare l'amico se tu fossi sano di mente, ma mettiamo il caso che sei matto da legare come me... che fai? Aiuti il nemico?
Porca vacca! Che gran casino!
"Insomma Simon, smuovi quelle chiappe e scendi!". Il mio finto fratellastro mi attendeva sulla soglia mentre cercavo di vestirmi in tutta fretta. "Cavoli amico, sei peggio di un peso morto!", lo sentii sbottare con finta esasperazione dal piano di sotto.
Logan e la sua ironia, pensai.
Io invece non avevo nessuna voglia di scherzare. Ero consapevole di stare per recarmi sul patibolo della mia esecuzione.
Quando fui vestito di tutto punto mi diedi un'ultima controllatina allo specchio e scesi di sotto. Vidi Logan con le chiavi della mia auto già tra le mani.
"Ehi amico, molla l'osso". Lo avvertii con uno sguardo minaccioso.
"Dai Simon, non puoi fare questo al tuo ospite. Fammi guidare la tua macchina! Ti prego!". Mi supplicò Logan mentre stringeva le chiavi tra le mani come fossero reliquie.
"E va bene...". Non avevo voglia di litigare, "ma non ti ci abituare. E giuro che se me la graffi ti stacco la testa e ci gioco a bowling con i tuoi arti che fanno da birilli".
Logan annuì seriamente preoccupato. Sapeva che quando dicevo qualcosa non scherzavo mai.
Salì al posto guida con un fischio di ammirazione. "Wow, che bestia!".
"Zitto e guida!". Lo misi a tacere con un'occhiataccia degna di un Kelsea.
Lui mi restituì un sorriso.
Sghignazzai pure io. L'ironia della vita, pensai. Logan sembrava così buono e amichevole con me. Ma se mi soffermavo a pensare a lui come Kelsea mi venivano i brividi.
"Dove vorresti andare, noioso rompiscatole?". Gli chiesi scocciato.
Lui fece una faccia sbigottita. "Sei qui da più tempo di me, e non sai che stasera c'è la festa del gruppo giovanile?".
"Beh, non lo sapevo... ti stupisce?", gli dissi scocciato.
Logan parve rifletterci un po' su. "Beh, amico, più che stupirmi mi preoccupa. Tu non sei il tipo da farsi sfuggire i party e i casini".
"Già, come no...", feci sarcastico.
"Sai che per l'occasione hanno affittato una villa in aperta campagna? Ci sarà da sballarsi! E ci scommetto che ci saranno anche un sacco di gnocche strafighe!".
Ecco l'altra faccia di Logan. Non era poi tanto diverso da com'ero io fino a qualche giorno fa.
"Vedi di non ammazzarne qualcuna tu, piuttosto!". Gli feci io con aria di chi la sa lunga anche se in realtà l'ammonimento era rivolto a me stesso più che a lui.
L'auto si accese. Logan diede appena di acceleratore. Quando si mise su strada sembrava essere al settimo cielo dalla felicità.
"Questa sì che è una figata!", disse in estasi riferendosi alla mia auto.
Non lo ascoltai. Mi limitai piuttosto ad ammiccare fuori dal finestrino con la testa affollata di pensieri.
Il tragitto sembrò essere brevissimo.
A indicare il posto oltre ad alcuni palloncini attaccati a un lampione fu un'infinita coda di auto parcheggiate lungo i margini della strada.
"Dovrebbe essere nei dintorni", disse Logan eccitato.
"Ti conviene calmare i tuoi bollenti spiriti se non vuoi finire nei guai!", lo ammonii.
"La fai facile tu! Che ti sei anche tolto lo sfizio...".
"Bada a come parli!". Minacciai con tono irritato.
Non ribatté. Piuttosto si diede da fare per trovare un parcheggio per l'auto.
Decidemmo di posteggiarla più distante per evitare che alcuni vandali o semplicemente qualche ubriaco ci procurasse qualche danno. Percorremmo la strada rimanente a piedi fino a imboccare il sentiero che portava alla villa. Da lontano proveniva una musica di sottofondo.
Logan ballava ad ogni passo. Sembrava essere fuori di sé dalla gioia. Per poco non gli piantavo un pugno e lo stendevo lì per dov'era, tanto mi dava fastidio il suo allegro comportamento.
Quando giungemmo a destinazione ci guardammo intorno. Un enorme spiazzo era ricolmo di gente. Il piazzale antistante alla villa era stato trasformato per l'occasione in una pista da ballo. In un angolo un dj animava la serata e cambiava pezzo a suo piacimento. Poco più distante, su un muretto, stavano seduti alcuni ragazzi a sorseggiare della birra. Gli alcolici si trovavano in un bar di ventura, sistemato in un piccolo chiosco aperto per l'occasione. Cominciavano già a esserci i primi ubriachi della serata mentre alcune coppiette avvinghiate se ne stavano in disparte, nei luoghi più bui e meno trafficati.
Logan mi persuase ad andare più vicino alla pista da ballo. Non volli mettermi a ballare. Non ne avevo voglia.
"E dai Simon! Non vorrai mica fare così tutta la serata?".
Lo guardai con autorevolezza. "Ti ho già fatto un favore a seguirti. Ora va a ballare. Io me ne resto qui". Mi sedetti su un muretto libero, a penzolare i piedi.
"Okay, come preferisci. Tneske non potrà dire che non ci ho provato. Ci vediamo più tardi!". E con euforia lo vidi infilarsi tra la gente pronto a fare qualche nuova conquista. Spensierato come non mai.
Quanto lo invidiavo in quel momento! Avrei voluto essere anch'io come lui. Fregarmene delle regole, di chi mi stava davanti. Divertirmi e basta. Eppure non ne ero più capace. Non dopo quella sera.
Mi guardai intorno nella paura, ma allo stesso tempo un po' anche nella speranza, che lei ci fosse.
Non la vidi e ringraziai la buon sorte. Decisi così di andare a prendere una bottiglia di birra.
Quando arrivai al chiosco dissi al barista di spicciarsi. Avevo voglia di tornarmene in un angolino tranquillo e non essere disturbato per tutta la serata. Ma ovviamente la mia non era poi una così buona sorte.
Non appena mi girai non potei fare a meno di imprecare. A pochi passi da me. In uno sciccosissimo vestitino rosa c'era lei, Aurora, al fianco di quello che avrebbe dovuto essere il mio terreno. Gabriele.
Prima che potesse solo vedermi mi volatilizzai con le birre in mano. Tuttavia credo di non essere stato abbastanza veloce. Dopo poco dalla calca apparvero sia lei che il terreno.
"Ehi Simon, tutto bene?". Fece Gabriele dandomi una pacca sulle spalle.
"Sì, tutto ok", risposi. Il mio cuore si agitava nel petto. Tenni la testa bassa per evitare di incontrare lo sguardo dell'Alessi.
"Ciao... Simon...". Sentii dire ad Aurora leggermente insicura, il tono lasciava a intendere un'offesa.
L'avevo ferita. Non c'era dubbio. Non si aspettava da me un'accoglienza simile dopo che l'avevo baciata il giorno prima.
"Ciao Aurora. In compagnia vedo!". Dissi sarcastico sempre evitando accuratamente i suoi occhi. Decisi che sarebbe stato meglio farla sentire un po' in colpa, così non sarei stato l'unico cattivo della situazione.
"Io e Aurora in realtà siamo qui solo in qualità di amici", si affrettò a precisare Gabriele, "dovresti saperlo, Simon, ho già la ragazza".
Spostai lo sguardo sulla calca dei ballerini per evitare di tenerlo fisso a terra per troppo tempo.
Spalancai gli occhi dall'angoscia non appena vidi Logan apparire dalla folla portandosi dietro due belle pollastrelle da spennare.
Fui colto dall'ansia. E ora? L'avrebbe riconosciuta? Logan sapeva di Gabriele, ne ero sicuro. Ma lei, avrebbe capito chi fosse? Che avrei fatto adesso?
Poco dopo Logan fu al mio fianco. "Ehi Simon, guarda qua chi ti presento...", mi disse indicandomi una bella bionda civettante.
Si bloccò quando si accorse della presenza di Gabriele e Aurora.
"Ehm, Logan", dissi confuso, "lui è... Gabriele".
Logan afferrò le mie parole all'istante e me lo fece intendere con un ghigno più che sinistro.
"E questa...", continuai intimorito.
"Aspetta aspetta, lasciami indovinare. Questa bellezza è Aurora... giusto?". Si avvicinò a lei per guardarla da vicino. Lessi nei suoi occhi una scintilla d'odio e rancore che Aurora dovette cogliere quasi subito. La vidi incupirsi. I suoi occhi azzurri divennero attenti, vigili, poi la sua espressione si tramutò in una maschera d'orrore. Poco dopo stava già pregando Gabriele di tornare in pista senza curarsi nemmeno della mia presenza.
Era ovvio. Logan le aveva fatto capire chi era. Le aveva dato l'opportunità di leggerglielo negli occhi. Niente male come effetto sorpresa, mi ritrovai a pensare.
Il mio amico, con un sorriso che lasciava trasparire una sottile crudeltà, continuò: "Ma no... state con noi. Non mi sono neanche presentato... Simon, vuoi fare tu la presentazione?". Gli occhi gelidi continuava a tenerli puntati su quelli di Aurora. La vidi rabbrividire di spavento, pallida come un cencio mentre stringeva convulsamente il braccio di Gabriele.
"Ehm, sì", feci incapace di intendere e di volere. "Lui è mio fratello Logan, è arrivato oggi da Oxford".
Gabriele sembrava essere tranquillo. "Ora capisco perché oggi eri assente!".
"Sì, infatti...", annuii recitando al meglio la mia parte, "sono andato a prenderlo in aeroporto".
Il mio terreno sembrava l'unico ignaro. Non aveva la minima idea di quello che stava accadendo sotto i suoi occhi. Vidi Aurora andare nel panico più totale. Forse si preoccupava per me, la sciocca.
Quando aveva udito che ero andato io a prendere Logan in aeroporto era sbiancata completamente.
"Simon mi aveva parlato di te...", continuò intanto Logan rivolgendosi a lei con un falso sorrisino mielato, "mi ha accennato di quanto tu sia... speciale".
Aurora fece istintivamente un passo indietro.
"Logan...", chiamai. Lo trattenni per un braccio tentando di tirarlo verso di me, di ammonirlo, ma senza risultato. Le ragazze che aveva portato con lui intanto si erano stufate di attendere ed erano tornate a ballare.
Gabriele continuava ad essere ignaro di tutto. Mi chiesi come saremmo usciti indenni da questo pasticcio. Logan sembrava divertirsi a terrorizzare Aurora. Io, dal canto mio, per poco non esplodevo dalla collera.
"Logan..." continuai. Feci assumere alla mia voce un tono minaccioso.
"Ma dai Simon, che sto facendo infondo? Volevo conoscerla meglio, tutto qui... Ti va di ballare, bellezza?". Le porse la mano con scherno.
Aurora indietreggiò. "No... io non... non so ballare". Balbettò terrorizzata.
Sentii la situazione scivolarmi di mano. Logan aveva perso la ragione. Mi accorsi che ormai era tutto oltre la soglia del pericolo. Aurora si guardava intorno spaurita alla ricerca di un qualsiasi appiglio.
"Un vero peccato che una così speciale fanciulla non sappia ballare, non credi Simon?", aveva continuato Logan alludendo al segreto di lei.
Mi chiesi che sarebbe successo se fossi stato io l'appiglio di Aurora. Almeno per questa volta. Avrei potuto portarla via? Vederla in quello stato faceva star male anche me.
Gabriele intanto aveva provato a fare conversazione con Logan, ma questo sembrava essere attratto solo dall'Alessi. Sembrava una tigre in posizione d'attacco pronta a sbranare la sua preda.
"Logan...". Alzai la voce per farmi sentire. Finalmente si voltò a guardarmi. La bramosia dipinta nello sguardo. "Che cosa vuoi?". Sbottò irritato.
"Questa sera Aurora resta con me!". Il tono in cui lo dissi suonò come quello di un superiore. Ero ancora capace, anche se per poco ormai, di indurre il mio discepolo a ubbidirmi. Quando Logan avrebbe ricevuto l'ordine definitivo da Tneske di farla fuori e infischiarsene del mio giudizio, allora non avrei potuto più far niente, se non combattere io stesso.
Logan sorrise e alzò le mani in segno di resa. "D'accordo Simon", disse. Il suo sguardo mi diede da pensare.
Si sentiva ancora vincolato a me, ma sapevo che avrebbe fatto a menda non appena avrebbe rapportato a Tneske.Come pensavo aveva intenzione di parlare a lui del mio comportamento. E non appena Tneske gli avrebbe dato il via libera, non si sarebbe fermato di fronte a niente.
"Decidi tu...", mi fece con un sorrisino riferendosi alla nostra vecchia discussione sulle ragazze. Mi aveva promesso che per quella sera avrei avuto tutte quelle che reclamavo di diritto.
Lo guardai con rabbia. Poi mi rivolsi ad Aurora porgendole la mano. "Vuoi fare un giro... con me?".
Lei annuì come se quelle parole fossero state per lei la redenzione. La presi per mano ignorando il mio cuore impazzito e la mia coscienza tonante di proibizioni.
"Gabriele, non ti spiace vero? Se facciamo un giro...", chiesi al mio terreno.
"No, no, tranquillo amico...". Fece lui leggermente turbato.
"Sono certo che Logan sarà di ottima compagnia in nostra assenza...". Continuai con un finto sorriso.
"Come no...", mi rispose Logan tagliente. "Fate con comodo!". Il tono sfiorava la collera.
Aurora mi seguì come fossi un'ancora di salvezza. Teneva a stento il mio passo mentre io mi allontanavo risoluto e coi nervi a fior di pelle. L'avevamo scampata per un pelo quella volta. Un altro minuto e sarebbe stata una catastrofe.
"Simon, ti prego, rallenta". Disse arrancandomi dietro.
Non la ascoltai. Continuai dritto per la mia strada allontanandomi il più possibile dalla musica assordante e dalle luci. Mi sarei fermato solo quando sarei stato a debita distanza da Logan e dagli altri.
Eravamo sul retro della costruzione. Sull'orlo esterno della piccola pineta.
"Simon". Aurora si appese al mio braccio per non perdermi di vista nell'oscurità.
Non me ne curai e continui a camminare a passo spedito. Mi fermai quando fui stanco di camminare anche io.
Avrei voluto proseguire in eterno, solo per evitare di guardarla negli occhi. Ma continuare a fuggire dai problemi non sarebbe servito a niente. Così decisi di affrontarla una volta per tutte.
"Grazie", mi disse lei in un sussurro, grata di essermi fermato. Si appoggiò stremata a un tronco d'albero, innocente come sempre.
Guardai il cielo sopra di noi, esasperato, umiliato, infuriato col mondo intero. Invidiai il fatto che lei si fosse rasserenata. Io invece, mi sentivo più in tensione di prima.
"Cosa vuoi da me, Aurora?". Le chiesi in tono di supplica.
Lei parve sorprendersi a quelle parole. Rimase per dov'era. A pochi metri da me, raddrizzando solo la testa per fissarmi con incredulità. Poi sentii provenire dalla sua parte un singhiozzo sommesso. E mi chiesi veramente, come avesse potuto Albian mandare una così debole creatura a far fuori tipi come me o Logan.
Non seppi cosa fare. Avvicinarmi e consolarla sarebbe stato il massimo di tutte le cazzate che avevo fatto fino a quel momento. Il mio istinto si rifiutava di farlo, eppure allungai un passo cauto verso di lei.
I singhiozzi non cessarono. Continuavano sempre più numerosi. Poi Aurora appoggiò la fronte al tronco e nascose il viso tra i capelli, scossa dal pianto.
Colmai lo spazio che ci separava ad ampie falcate e fui da lei. Le posi una mano sulla spalla, come mero gesto di consolazione, ma tutto ciò servì a farla piangere ancora di più.
"Non fare così, per favore, non rendermi tutto più difficile". Le dissi snervato.
"Ho... paura...". Pigolò lei tra un singhiozzo e l'altro.
Le sue parole furono un colpo secco al cuore. Quel briciolo di resistenza che restava in me fu definitivamente abbattuto. L'unico muro che restava a separarci non esisteva già più.
Avevo davanti a me una nemica. Una guardiana della luce. E io ero il suo esatto contrario. Un guardiano dell'oscurità. Incompatibili, irraggiungibili, incomprensibili... l'uno all'altro... eppure ci amavamo, ormai non potevo negarlo.
Fui colto alla sprovvista da un suo movimento fulmineo. Si allontanò dal tronco cui era appoggiata per rannicchiarmisi al petto. Come se io potessi proteggerla. Io, che avrei dovuto annientarla.
Mi maledissi, rinnegai quell'assurda storia. Eppure lei era ancora là, tra le mie braccia. Le mie mani le accarezzavano i capelli, li sentivo lisci e setosi al tocco.
Pian piano i singhiozzi si spensero. Rimanemmo in quella posizione per qualche minuto. Io appoggiato all'albero, lei rincantucciata contro di me.
In lontananza si udivano la musica e le urla, mentre da quella parte della villa regnava il silenzio.
Aurora alzò la testa, e la mia mano scivolò al suo fianco.
"Grazie", mi disse di nuovo stringendomi forte in un abbraccio.
"E di che?", le sussurrai io poco convinto.
"Tuo fratello...", balbettò lei, come se ci avesse pensato per tutto il tempo e dovesse liberarsene, "non mi piace...".
Sorrisi mesto abbracciandola di nuovo e raccogliendo nuovamente il suo viso al mio petto.
"Come faccio a piacerti io se non ti piace mio fratello?". Le dissi con amareggiata curiosità.
Lei non rispose. Quasi come volesse proteggermi da quell'assurdo segreto di cui in realtà io facevo già parte.
"Perché tu sei buono... sei diverso". Disse tornando a tirar su col naso.
"E se non fosse come credi? Se io fossi come lui?".
"Tu non puoi esserlo...", mi rispose lei convinta. Mi portò una mano al viso accarezzandomelo.
Rimasi a guardarla negli occhi mentre la tenevo tra le braccia così esile e minuta. Così delicata, quasi avessi potuto romperla con un movimento sbagliato.
"Perché evitavi il mio sguardo poco fa?", mi domandò addolorata.
"Perché è meglio che sia così, dammi retta".
"Non è vero!" protestò. I suoi iridi azzurri brillarono alla fioca luce di una storta mezzaluna.
"Aurora, non ostinarti, non sono quello che credi che sia!".
"Simon, ti prego, ho bisogno di te, ti prego...". Mi supplicò con sguardo implorante. I suoi occhi azzurri mi trapassarono colmi di inquietudine.
"Stiamo sbagliando tutto... piccola Aurora", le dissi spostandole un ciuffo di capelli cadutole davanti gli occhi.
Scosse la testa con un debole sorriso, avvicinando il suo viso al mio.
"Aurora... io non lo farei, se fossi in te", la ammonii.
"Ma tu infatti non sei me...", disse come fosse la cosa più scontata del mondo. Il suo sguardo incatenò di nuovo il mio. E di nuovo un forte desiderio mi invase. Lo stesso della sera in cui avevo ballato al pub con lei.
"Baciami Simon, perché è questo che voglio adesso...".
"Potresti pentirtene...".
"Come potrei pentirmi di essere felice?".
"Non illuderti, non lo sarai... non con me".
"E invece sì...", ribatté testarda.
"Cosa te lo fa credere?", gli chiesi a pochi millimetri da lei ormai.
"Il fatto che tu provi la stessa cosa per me!".
Mi bloccai a pensare. Infondo questo dovevo concederglielo, c'aveva azzeccato in pieno. Ma sul resto non ne ero tanto sicuro.
Comunque era ormai troppo tardi per tirarmi indietro.
Affondai la mano tra i suoi capelli mentre di nuovo quel profumo di fragola mi inebriava. Con la mia mano indussi il suo viso a colmare la minima distanza che ormai ci separava e finalmente sentii la morbidezza delle sue labbra contro le mie.
Le nostre bocche si schiusero, le nostre salive si confusero. Mentre mi abbandonavo alla dolcezze di quel bacio e avvertivo come brucianti le sue mani sul mio volto. Sentii il suo cuore battere all'impazzata quando con le dita le accarezzai il collo per poi percorrere con la mano destra tutto il profilo della sua schiena.
Inspirai a fondo ma non mi mossi dalle sue labbra per paura di tornare a essere vittima del desiderio che mi aveva portato a uccidere quella ragazza tre sere prima.
Quell'odore allettante bruciò fino ai miei polmoni, sentii la vista appannarmisi e un forte desiderio di stringere la presa sopra di lei mi invase.
Volevo dissanguarla... volevo bearmi di quello stato di ebbrezza che uccidere mi provocava.
Eravamo soli, al buio, nessuno ci avrebbe visti. Pensai ad ogni modo per privarla della sua vita, per assaporare e cibarmi della sua sofferenza.
E fu allora che mi accorsi, troppo tardi, di stare per perdere il controllo e del formicolio che mi invadeva il corpo. Ormai il danno era fatto. Sentii la maglietta elasticizzata tirare per la presenza di un elemento indesiderato sotto di essa.
Continuai a baciarla in quello stato di pura follia, un gemito di insoddisfazione mi uscì dalla gola e strinsi leggermente la presa avvicinandola ancora di più a me fin quasi a toglierle il fiato.
Aurora si divincolò, tuttavia parve voler prolungare quell'attimo. La sentivo smarrita, profondamente abbandonata a me, e questo, se fossi stato intenzionato a ucciderla, avrebbe giocato di certo a mio favore.
Naturalmente con la comparsa delle ali mi ero trasformato, e Aurora dovette percepirlo, perché quando si staccò aveva uno sguardo tanto sorpreso quanto terrorizzato.
"Gabriele...", fu la prima parola che le uscì dalla bocca in un gemito.
Probabilmente il primo pensiero era andato a Logan e a una sua possibile trasformazione. Ma poi, quando valutò al meglio la sensazione e l'allarmismo che il suo corpo, ero sicuro, le stesse dando, spalancò gli occhi stupita guardando con sospetto il rigonfiamento dietro la mia schiena.
Mi sfilai la maglietta infastidito. E in quel momento Aurora sbiancò un'altra volta. Vidi il suo volto funereo tornare come al momento in cui aveva visto Logan.
"Non te l'aspettavi...". Constatai con un sospiro e un ghigno mentre la guardavo con la testa ricurva da una parte.
Lei si portò una mano alla bocca mentre sembrava essere di nuovo sull'orlo di una crisi di pianto. Tutte le certezze le si erano infrante in quel preciso momento. Guardò le mie piccole ali terrorizzata, mentre un rumore di tessuto strappato annunciò che il suo vestitino attillato era finito a brandelli per la comparsa di due alucce piumate dietro la sua schiena.
Era naturale. Il suo corpo reagiva con ostilità alla mia presenza.
Non parlò ancora per qualche minuto, poi balbettò sotto voce. "Tu non puoi... è lui il Kelsea... non tu... ne sono sicura... è Logan...".
"No... Aurora, siamo tutti e due, e Logan è molto più pericoloso di me". Le dissi guardandola negli occhi.
Il suo sguardo smarrito e incredulo continuava a spostarsi da me alle mie ali. Mi ritrasformai, o avrei attirato una schiera d'Alessi inferociti. Aurora mi imitò ancora perplessa.
"Adesso cosa ne pensi di tutta questa situazione?". Le chiesi spavaldo. "Benvenuta nel club dei non so che fare...", continuai ironico, pensando che aggiungere quella battuta sarebbe stato d'obbligo, dato che fin'ora ero stato io l'unico a soffrire.
"Perché non mi uccidi?", mi chiese lei di colpo.
La sua domanda mi spiazzò. Non risposi.
"Simon, parlami! Sapevi chi ero... perché non mi hai tolta di mezzo quando ne hai avuto l'occasione?".
Non avevo idea di che rispondere. "Torniamo", le dissi.
Provai a prenderla per un braccio ma si scansò.
"Aurora, andiamo! E ringrazia di essere ancora viva...", sibilai tra i denti.
"Hai ucciso tu quella ragazza due notti fa? Perché?". Sembrava essere risoluta a farmi l'interrogatorio.
"Non ti riguarda!", sbottai irritato.
Allora lei scosse la testa e di nuovo una lacrima lucente le scorse lungo la guancia. Quando mi avvicinai a lei, mi ammonì. "Non toccarmi!".
Allora sorrisi con scherno, mi appropriai di una spavalderia e un'arroganza che in realtà non esistevano in me.
"Finalmente hai capito che devi starmi lontana!". Le urlai alle spalle. "Che io sono fatto per ucciderti, sono un mostro Aurora... un mostro...", risi di un'insolita ebbrezza mentre cadevo in ginocchio sul terreno.
"Non posso cambiare... non si torna indietro!", le urlai contro mentre continuavo a schernirla col sorriso.
"Sono un'anima dannata, e tu non puoi fare niente per cambiarmi... Niente!". Abbaiai quest'ultima parola come fosse stata una liberazione.
Lei si coprì le orecchie per non sentirmi, e in preda ai singhiozzi fuggì nella notte.
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