Capitolo 39- Sei identico a me
«Stasera sei libero?» Zelda fece schioccare l'accendino, e la sua fiammella chiara si disperse con la luce proveniente dall'esterno.
Aprì la porta d'entrata e i raggi del sole iniziarono a tempestarle la giacca nera.
Xavier scese la breve scala dell'ingresso.
La Centrale era dietro di lui, severa nella sua facciata di monocromatico cemento.
«Credo di sì» disse.
Certo, che era libero, ma non gli andava di darle subito risposta.
Fece qualche passo sul marciapiede, camminando con leggerezza mentre una brezza fredda gli sfiorava il viso.
«Vieni a cena da me. È da tanto che non ti invito a casa. Ti ho già detto che ho riarredato il salotto»chiese lei, fingendosi interessata, mentre si ciondolava da uno scalino all'altro.
«Sì, me lo hai già detto.»
«Allora voglio che tu mi dia un parere» sorrise, «preparo io qualcosa da mangiare» specificò poi, affrettando il passo per stargli affianco.
Xavier si fermò di colpo, voltandosi a guardarla. Negli occhi di Zelda scorrevano dei frammenti di un'emozione enigmatica e lontana, come se l'avesse provata molto tempo prima e ne rimanessero solo delle appuntite schegge.
«Va bene» disse lui.
Zelda si sciolse nel sorriso più amichevole di cui fosse capace, «perfetto. Alle sette e mezzo?»
Xavier annuì. Era l'occasione perfetta.
Avrebbe potuto parlarle.
«Alle sette e mezzo.»
«Il sonno? Quello come va?»
Zelda stava sdraiata, il volto buttato all'indietro, la corta chioma a sfiorare il vuoto oltre il bracciolo del divano.
Un'Ofelia annegata tra la stoffa del suo stesso abito di raso.
Aveva iniziato a prendersi delle piccolissime libertà, durante i colloqui con Liza, e non rimanere seduta composta per tutte le loro solite due ore era una di quelle.
Guardò fuori dalla grande vetrata luminescente del salotto, non distinguendo bene le luci fosforescenti dell'esterno.
Il riflesso del lampadario le si rispecchiava addosso e lei lo lasciava scorrere lungo il viso.
Chiuse gli occhi. «Normale. Riesco a dormire almeno sette ore.»
Liza annuì, mentre camminava lungo la cucina, ascoltando Zelda e lasciandola pensare in quella posa malinconica da quadro rinascimentale.
«Sonni regolari? Senza interruzioni?» chiese, mentre delle stovaglie tintinnarono.
Stava per portare le loro due classiche tazze di tè alla frutta, dolci e bollenti.
Zelda sfiorò con la guancia la pelle del divano, voltandosi di lato.
Tutte quelle attenzioni, tutti quei semplici ed essenziali riti si sarebbero presto dissolsi.
Osservò con un occhio Liza, la vide aggiungere il piatto dei biscotti al vassoio e sentì come se una mano ghiacciata le stesse stringendo le viscere. Perché farmi soffrire, pensò, mentre un'angoscia nera le si stendeva adosso come un velo funereo, con un tradimento del genere?
«Ecco» Liza si sedette sulla poltrona vicino alla libreria.
Scoccò un'occhiata a Zelda, sorridendo, senza dire niente.
Lei si alzò lentamente, mettendosi a sedere con le gambe incrociate. Prese una tazza.
«L'insonnia non mi preoccupa più. Relativamente, voglio dire» disse, mentre rasentava il tè ustionante con le labbra.
«Sì, esatto» Liza le diede ragione, «hai assimilato bene lo Zaeplon e hai trattato con costanza il problema. Te l'avevo assicurato, che dopo un po' avresti notato miglioramenti» esclamò, soddisfatta, mentre una luce orgogliosa le illuminava i lineamenti.
Zelda si coprì il viso con la tazza di tè.
Doveva sorridere, ridere, fare qualsiasi cosa che le mostrasse quanto fosse contenta, ma non ci riusciva.
Rimasero in silenzio per qualche secondo, mentre Zelda beveva con una disperata lentezza.
Poi Liza le sistemò il cuscino che teneva dietro la schiena, «sono orgogliosa di come hai affrontato la situazione, Zelda» confessò, calma, mentre riponeva le mani sulle ginocchia.
«Non solo per l'insonnia.» Specificò.
«Anche dopo... il Dream» si fermò per un attimo, «anche dopo il Dream» ripetè, più decisa, «ti sei ripresa molto in fretta. Hai preso atto di te stessa, della tua mente, possiamo dire, e riesci a gestirti meglio.»
«Non è grazie a me.»
Zelda abbassò lo sguardo, scoppiando in una risata nervosa.
La stava preparando a un discorso più ampio.
La stava preparando a vivere senza di lei quella quotidianità che era riuscita a stabilire solo grazie al suo aiuto.
Come poteva mantenersi in equilibrio sulla corda della sua coscienza, adesso che lei l'avrebbe lasciata?
Ma Liza non disse niente di tutto ciò.
Forse avrebbe voluto, forse desiderava liberarsi di quel peso che aumentava ogni volta che parlava con Zelda.
Eppure rimase ferma su quella conversazione di routine, senza interferire con il delicato discorso che spettava a Xavier.
«Certo che è grazie a te, Zelda.»
La convinse lei, prendendo un biscotto e dandogli un breve morso.
Quello schioccò in un suono secco, mentre Liza scostava le briciole dalla gonna.
«Hai imparato a gestire l'ansia e l'insonnia, io ti ho solo aiutata. Se non fossi stata tu la prima ad essere predisposta, non avrebbe funzionato.»
Zelda sfarfallò le ciglia, appoggiando la schiena al divano.
Lo sguardo le si incupì in un colore simile all'acqua di un lago d'inverno.
Le venne da piangere, ma ricacciò subito indietro quelle lacrime che non avrebbe potuto giustificare. Le parole di Liza l'avrebbero dovuta rendere leggera, felice, ma non fecero altro affondarla ancora più in basso.
«Capisci?» Liza interpretò quella sua apatia come della semplice vergogna, «sei stata tu a migliorarti, Zelda. Io ti ho solo spiegato come fare.»
Quanto erano vere, quelle parole.
Liza l'aveva adagiata su una strada semplice e soleggiata fatta di certezze e parole tranquille, lasciando che la seguisse ciecamente.
E la cosa più terribile era che Zelda non poteva rinfacciarle nulla.
Perché stava bene, o almeno, tutti i problemi che aveva consegnato a Liza, lei glieli aveva restituiti come memorie lontane e non più pericolose.
Quel risentimento che provava nei suoi confronti era ingiustificato.
Lo capì, vergognandosi della sua sofferenza egoista. Quel rancore era solo il frutto della sua illusione di poter avere una costante al suo fianco, di qualcuno che potesse riconfermarle sempre ciò di cui era insicura.
Che riuscisse a saziare la sua schizofrenica fame d'affetto.
«Hai ragione.»
Zelda guardò l'altra negli occhi.
Era inutile e ridicolo provare a fermarla dal vivere, ma per un momento prevalse l'inconsolabile necessità che Liza rimanesse con lei, a sanarle tutte le ferite che non le aveva ancora mostrato.
Insieme avrebbero trovato il senso della sua radicata infelicità.
«Tu» disse Zelda. Rimase a guardare davanti a sé, paralizzata.
Fu sul punto di versarle addosso tutto quel miscuglio di sentimenti patetici e disperati che le stringevano il petto.
«Tu mi hai aiutata molto.» Non ci riuscì.
Fallì nell'impresa di bloccare il tempo per qualche attimo per parlarle apertamente, mettendo in mostra le sue paure più pietose.
Richiuse le labbra in una linea severa, mordendosi l'interno della guancia, strappando microscopici lembi di pelle.
Liza sbuffò in un Mh compassionevole, accarezzandole la spalla.
Si alzò, dirigendosi verso la sala da pranzo.
«Questo è per te» disse, appoggiando sulle ginocchia di Zelda un pacchetto incartato a caramella con della plastica blu.
Zelda lo spacchettò subito, con una rapidità dettata esclusivamente dall'ansia.
Lasciò scorrere lo sguardo lungo il regalo, sfiorandone la superficie con i polpastrelli.
Erano due tazze di porcellana, sottili e minimali, rifinite con delle decorazioni color nontiscordardimé.
Insieme, Liza aveva aggiunto una piccola confezione di caffè.
«Mi è sembrata una buona idea, ora che puoi tornare a berlo.» Liza sorrise, osservando l'altra mentre prendeva tra le dita una delle tazze, «certo, sempre in maniera controllata,» puntualizzò, cercando di tornare professionale.
Zelda scoppiò in una risata stupita, prima di voltarsi a guardare i palazzi di fronte.
Una lacrima le bruciò lungo la guancia e lei la scacciò subito con un gesto della mano.
«Grazie» riuscì a dire.
Onde di nera malinconia le si abbattevano sul viso, davanti a quel regalo che aveva solo peggiorato la situazione, inesorabilmente.
Cosa avrebbe dovuto dire, davanti a tutte quelle attenzioni?
Quello stesso tipo di attenzioni speciali e delicate che le aveva riservato anche Xavier, e che erano solo il pretesto per una sofferenza che entrambi volevano celarle fino alla fine.
Tutta quella cura era così bella e l'avrebbe potuta far stare così bene, che Zelda invidiò di sapere troppo.
«Spero ti piacciano.» Liza rimase ferma, davanti a lei.
Aveva capito qualcosa? Era improbabile.
Eppure nel suo sguardo c'era una strana e pacata tristezza.
«Sono le sei, un ottimo orario per andare in un cinema Lewis!» disse l'ologramma di Louise Brooks, dal tetto del palazzo.
Liza sembrò riemergere dal proprio flusso di pensieri, mentre Zelda non aveva mai smesso di osservare l'altra, in attesa di qualcosa che ancora non capiva.
Poi si alzò di scatto, «devo andare» esclamò, come se fosse terribilmente tardi.
Che fosse in ritardo per la cena era vero, ma non sapeva se avrebbe avuto il coraggio di affrontare ciò che sarebbe avvenuto in seguito.
Una parte di lei sognava di poter rimanere in quell'appartamento per sempre, a scrutare i palazzi di cemento dalla vetrata, chiacchierando in compagnia della voce rassicurante di Liza.
«Grazie per il regalo» ripetè, prima di dirigersi verso la porta. Ci fu un momento in cui credette che l'altra l'avrebbe fermata, dicendole di Chicago.
Ma Liza la salutò con un cenno della mano, aprendole la porta d'ingresso, come faceva sempre.
Un vinile di Sidney Becket roteava sul giradischi. Le finestre erano semi aperte, le luci della cucina accese, anche se niente bolliva sui fornelli.
C'era un leggerissimo ronzio nell'aria, proveniente dal balcone.
Zelda camminava da una parte all'altra del salotto, muovendosi tra passi sconclusionati e mete inesistenti, sistemando qua e là qualche piccolo dettaglio insignificante, aggiustando imprecisioni invisibili.
Guardò l'orologio.
Mancavano dieci minuti, e lei aveva preparato tutto già da un'ora.
Il tempo rimasto aveva continuato in quell'assurdo e perpetuo miglioramento dettato non dal perfezionismo, quanto dalla necessità di quietare i pensieri nervosi che le affollavano la mente.
Si sedette su una delle sedie di metallo intorno al tavolo, per poi alzarsi subito dopo.
Sfiorò il muro, camminando con lo sguardo perso, aspettando solo che il campanello suonasse e che tutto quel frustrante silenzio finisse.
Fece per uscire, appoggiando il braccio sulla superficie fredda della finestra, quando un rumore di passi la risvegliò con violenza da quel torpore. Proveniva da oltre la porta d'ingresso, era sempre più acuto e vivido.
Sì staccò dalla portafinestra, balzando verso l'uscio dell'appartamento.
«Mi hai portato dei fiori.»
Zelda raccolse dalle braccia di Xavier un bel mazzo di peonie e rose dai colori pastellati.
Così, con i fiori in mano e addosso un vestito di raso nero decorato con piccole rose, sembrava uscita da una villa della campagna inglese.
«Da mettere a centro tavola.»
Lui fece qualche passo per il salotto, osservando le nuove tende, il tappeto intarsiato vicino alla finestra, le due abat-jour identiche posta una speculare all'altra, davanti alla piccola libreria.
«Come ti sembra?»
Xavier annuì, «bello.»
Aveva le mani congelate, le nocche arrosate, a mostrare quanto il tempo fosse ancora imprevedibile.
Si tolse il cappotto appoggiandolo su una delle sedie di metallo intorno al tavolo, rivelando una camicia di lino bianco.
Guardò la tavola apparecchiata, la bottiglia di vino sanguigno posta al centro, i due identici calici di sottile cristallo, uno davanti all'altro.
«Sono i calici che ti ho regalato io?» chiese.
Lei annuì.
Erano un regalo del suo compelanno dell'anno prima.
«Hai cucinato tu?»
Zelda scosse la testa, «oh, no. Alla fine non ho avuto tempo. Ho preso quello» indicò due ciotole di ceramica, colme di ramen scuro e fumante.
«Credo sia buono» aggiunse, prima di prendere i fiori -quei fiori bellissimi e delicati, un regalo totalmente inutile- e adagiarli con gli steli sott'acqua.
Avrebbe voluto spezzarli.
Accartocciare tra le mani i boccioli di rosa e calpestare i petali delle peonie.
«Siediti pure» disse, sfiorando la sedia sulla quale Xavier aveva abbandonato l'impermeabile.
«Ecco.» Un sorriso caldo e radioso le faceva brillare le labbra, mentre deponeva i piatti in tavola.
Xavier si lasciò sfuggire un breve sorriso, quasi colpevole di ciò che non aveva ancora compiuto.
Il vapore del brodo bollente gli appannava la vista.
«Mi hanno dato anche le bacchette.»
Zelda gliene porse un paio, prima di sedersi. Incrociò le braccia e attese qualcosa di incomprensibile, prima di inizare a mangiare.
Versò vino per entrambi, ma non domandò un brindisi.
Bevve e basta, subito.
L'ombra del suo bicchiere si riflesse sul muro chiaro, inondato dell'ultima luce dell'imbrunire.
«Sono contento, sai» iniziò Xavier, sovrappensiero, mentre era incerto sull'afferare o meno il calice davanti a lui.
«Era da tanto che non ci prendevamo una pausa.»Alla fine cedette, bevendo metà del vino che aveva davanti.
Zelda tenne lo sguardo sul piatto, «una pausa?»
«Sì, per staccare. Per chiacchierare.»
C'era qualcosa di terribilmente sbagliato, in quel termine.
Chiacchierare, per entrambi, aveva sempre significato chiarire senza troppa diplomazia l'ennesima faida.
Era insolito, quasi spaventoso che Xavier avesse usato quella parola senza pensarci troppo.
Rimasero in silenzio, Xavier davanti al piatto ancora colmo, Zelda con il calice di vino tra le dita. Lo appoggiò all'improvviso, nascondendo le mani sulle ginocchia.
Si sorprese nel non trovarle tremanti, per una volta. L'orologio dietro di lei ticchettava, secondo dopo secondo, scandendo un tempo che stava diventando sempre più personale.
«Io» Zelda trattenne le parole, riavvolgendole in tempo, «penso di aver dimenticato le chiavi d'entrata fuori dalla porta, aspetta un secondo.»
Si alzò di scatto, lasciando l'ombra dei suoi movimenti bruschi nell'ondeggiare del ramen.
«Io non le ho viste, quando entravo.»
Ma lei era già scomparsa, e gli parlava dall'uscio. «Aspetta un secondo» ripetè, aprendo la porta. Perché lo stava facendo? Era come se avesse perso la capacità di ragionare con lucidità.
Perché lo stava facendo? Si chiese di nuovo.
Perché aveva voluto abbellire tutto con vino frizzante e lucenti inviti?
«Ecco, alla fine avevi ragione tu» scherzò, tornando a sedersi, con i soli occhi sorridenti.
La bocca sembrava essersi impietrita in una linea esangue.
Era pallida, troppo pallida anche per lei, e notò con terrore di rispecchiarsi nel pallore del volto di Xavier.
Era sbiancato, quasi stesse per svenire, ma non era certa che lo fosse diventato o che fosse già al suo arrivo così.
«Come sempre» ribatté lui, nello sforzo orribile di ribattere allo scherzo teso della sorella.
Per quanto ancora avrebbe tergiversato davanti a quel piatto sempre meno caldo?
«Sai» esclamò all'improvviso Zelda, giocando con gli spaghetti di soia, «oggi ho parlato con Liza. Pensa che sia molto migliorata.»
Non seppe dire se l'espressione angosciata di Xavier l'avesse soddisfatta o affossata in una tristezza ancora più nera, ma continuò, incapace di fermarsi. «Secondo lei è grazie a me stessa se adesso non ho più attacchi di panico. Almeno, per ora.»
Bevve un lungo sorso, continuando a guardare il fratello con la coda dell'occhio.
«È un'ottima notizia» soffiò lui, prendendo a tormentarsi il bottone della camicia vicino al collo. Si portò il vino alle labbra esangui, come un vampiro con una coppa di sangue, e bevve ancora, fino a quando del secondo bicchiere non rimasero solo alcune lacrime rosse sul fondo.
«Sì, davvero ottima.»
Xavier prese tra il pollice e l'indice lo stelo del calice, riposizionandolo correttamente di qualche millimetro davanti a quello di Zelda.
«E mi ha anche assicurato che la parte peggiore per l'insonnia è passata» raccontò, allo stesso modo in cui una bambina elenca le cose che le sono successe a scuola, costringendo tutti ad ascoltarla con la massima attenzione.
Xavier appoggiò la schiena alla sedia, lasciandocisi cadere con insofferenza.
Le sue scapole incontrarono il freddo del metallo, e sussultò per un breve istante.
«Liza è stata davvero di aiuto.»
Zelda rise, risate nervose e cattive.
«È stata? Andiamo, ne parli come se fosse morta o dovesse andarsene da un momento all'altro.»
Si guardarono.
«È così, vero?»
Xavier si schiarì la gola due volte prima di espirare, quasi si fosse tolto un peso incommensurabile dalle spalle, come se ormai nulla gli importasse più, «come lo sai?» chiese, calmo.
Lei gli diede un rapido e insulso pizzicotto sulla guancia, «non me lo ha detto Liza, stai tranquillo» disse, amichevole, talmente fuori luogo da mettere i brividi.
Lui non si ritrasse, «ci hai ascoltati.»
«Sì» ammise lei, prima di alzarsi.
Prese una sigaretta dal pacchetto che teneva nel secondo cassetto della cucina, e se l'accese con la fiamma del fornello.
Ciocche rosse le coprirono le guance quando si sporse verso il fuoco.
«Non pensavo arrivassi a questo punto.»
«Quale punto?»
«Di andartene. Non pensavo ne saresti mai stato capace.»
Espirò la prima boccata di fumo, stando appoggiata al bordo della cucina.
Aveva le spalle tese, le labbra rosse e morsicate.
«Non me ne sto andando.»
Xavier rimase seduto, a osservarla da lontano.
«È solo qualche giorno.» Si versò di nuovo da bere.
Zelda sbuffò in un sorriso irritato, «no, non è vero. Adesso è qualche giorno. Lo dici perché non hai il coraggio di dirmi la verità.»
«E quale sarebbe, la verità?» domandò lui, sibillino, sfarfallando le ciglia chiare.
Prese a giocare con la lama di quel coltello che era stato messo in tavola, uno per entrambi, senza un'apparente utilità.
«Ti trasferirai lì. Lo hai già deciso» disse lei, disinteressata, mentre si passava la sigaretta da una mano all'altra.
«Vedi lontano, Zelda» Xavier rise.
Manteneva lo sguardo rivolto verso il basso, a parte qualche piccola e breve eccezione in cui lo puntava dritto negli occhi dell'altra.
«Ma anche se fosse, sono certo che sarebbe meglio per entrambi.»
Lei voltò il viso di scatto, come se avesse appena ricevuto uno schiaffo in piena guancia, «sarebbe meglio per te, forse» ammise, limpida.
«Non mi dire» Xavier si alzò, incrociando le braccia e assumendo un atteggiamento pericolosamente derisorio, «adesso ti dispiace se me ne vado.»
Circumnavigò il tavolo, avvicinandosi alla finestra. In mano, con svogliatezza, teneva il vino.
«Credevo» credevo che fosse cambiato qualcosa, pensò, ma si accorse quanto quell'illusione fosse ingenua. No, non era cambiato assolutamente niente, a parte la sua percezione su ciò che gli altri pensavano di lei, «credevo che avresti avuto il coraggio di dirmelo. E invece» alzò le spalle, battendo con un dito il filtro della sigaretta.
«Mi chiedo se me l'avresti mai anticipato, se non l'avessi scoperto da me» continuò, avvicinandosi alla finestra.
«Forse te ne saresti andato e basta, senza affrontare niente. Sì, penso proprio che-»
«Partiamo domani pomeriggio.»
Le parole di Xavier si accavallarono a quelle di Zelda, e lei cadde nel più profondo e denso dei silenzi.
Rimase qualche secondo a osservare la tavola apparecchiata.
I fiori le sembravano già sciupati, i petali marciti.
«Domani piove tutto il giorno.»
Xavier scosse la testa, incredulo, «credi che mi interessi?»
Lei spense la sigaretta nel lavandino, «resterai lì, vero? Almeno per tutta l'estate.»
«Se lo vorrò, sì.»
Zelda chiuse gli occhi per un breve secondo, con tranquillità, come se accettasse il tutto senza troppi problemi.
«Certo» disse, lentamente, lasciando fluire le lettere come foglie autunnali smosse la vento.
«Ascolta,» davanti a quel mutismo, Xavier sentì la necessità di dire qualcosa, «Chicago potrebbe essere quello che mi serve. Dopo tutto quello che è successo e che sta succedendo a Detroit, cambiare per un po' è quello di cui abbiamo bisogno.»
Lei sorrise, amara, poi negò con un cenno del capo, «vuoi che ti dica quanto hai ragione?»
«Dio, Zelda, no.»
«Perché ce l'hai. È vero, abbiamo tutti bisogno di tranquillità. Ma quello che troverai a Chicago è ben diverso, e credo tu lo sappia.»
Rabbrividì a sentirsi pronunciare quell'ultima frase. La voce le si era incrinata di colpo, orribilmente, ma entrambi fecero finta che non fosse accaduto.
«Voglio solo stare bene, Zelda.»
«Anche io.»
«Non credo che la mia presenza ti influenzi positivamente. E la cosa è reciproca.»
Tagliò corto Xavier, per poi bere in un colpo il restate vino che galleggiava in attesa di essere finito.
«Non puoi pensarlo davvero.»
Certo che poteva.
Quante volte si erano lasciati intendere che stavano molto meglio quanto erano separati?
Quante volte, con il loro astio visibile a occhio nudo, avevano deluso tutti coloro che credevano impossibile il rancore che provavano uno verso l'altra?
Stava diventando troppo fragile.
Zelda se ne accorse appena si lasciò sfuggire quelle parole di troppo.
No, non lo stava diventando, concluse poi, stava solo cedendo sotto il peso di tutte le altre volte in cui non lo era stata.
«È ciò che pensiamo entrambi, no? Lo dici tu stessa, sempre.»
Sembrava che la stesse mettendo alla prova. Guardava la sua espressione allibita e continuava a domandarle come fosse possibile che non fosse d'accordo con lui.
«È la verità» disse, lapidario, mentre gesticolava con il bicchiere in mano, «forse dovremmo solo accettarla.» E rise.
Sì, la stava decisamente mettendo alla prova, torturandola con quei sorrisi smaglianti e sornioni.
«Puoi venirmi a trovare, se ti va. Liza sarà contenta di vederti.»
Accentuò il nome di Liza, quasi volesse escludersi dalla lista delle persone che sarebbero state davvero felici di avere Zelda come ospite.
«Va bene, ho capito» lei lo zittì con un gesto febbrile della mano.
«Vai a Chicago, non mi interessa, ma ora vattene. Per favore.»
Inspirò, le labbra dischiuse, lo sguardo cupo e dolorante.
«Perché, non mi hai invitato per chiarire la questione?»
«L'abbiamo già chiarita. Puoi andare.»
«Quindi mi hai invitato solo per questo. Solo per-»
«Vuoi che dica altro?» lo aggredì, sibilandogli addosso quell'acida domanda, «va bene, chiacchieriamo. Penso che tutta questa questione sia solo un'idea che ti ha instillato Liza.
Penso che durerai due giorni lontano da Detroit e che tornerai ancora più paranoico di prima.»
Prese la bottiglia e si riempì il bicchiere.
Xavier la squadrò, immobile.
«Non ci sei mai stato» Zelda fece roteare il vino, «ma dall'esterno hai sempre mostrato di voler riallacciare i rapporti. Di essere quello che si sacrificava sempre, che sopportava ogni mio terribile difetto senza lamentarsi. Che santo, davvero.»
«Però, quando ti sfiora la concreta opportunità che le cose possano andare bene, non sei affatto meglio di me» gli si avvicinò.
Lacrime di pura rabbia lungo la pelle del viso, incurante del peso delle sue parole, non si asciugò le guance umide.
«Sei identico a me.
E so che il pensiero ti disgusta, ma è così.»
Xavier le scoccò una breve e odiosa occhiata, poi, con noncuranza, mollò la presa dal calice che teneva tra le dita.
Quello si infranse sul suolo sotto di lui, sgretolandosi in una miriade di fini schegge.
Le scarpe di entrambi ne furono ricoperte.
«Quanto cazzo sei drammatico!»
Gli gridò contro Zelda, esperata, non riuscendo più a capire se davanti a un'azione del genere dovesse ridere o scoppiare a piangere.
Lui ignorò le sue grida, mantenendo accuratamente quell'espressione di neutra superiorità che aveva tanto cercato di imparare da Zelda.
«Credo che il pensiero disgusti più te, che me. Hai voluto tanto plasmarmi a tua somiglianza, che adesso ti faccio paura.»
Mostrò i denti in un'espressione falsamente dispiaciuta, «e ti fa paura l'idea che me ne vada. Rimarrai da sola, lo sai, e ne sei terrorizzata.»
«Credi che ti sentirai meno triste, a Chicago?»
«Sì, assolutamente.»
«No!» esplose lei, «no, cazzo, non sarà così. Rimarrai quello di sempre, con i tuoi problemi di sempre e i tuoi cazzo di difetti di sempre, e Liza non potrà cambiare le cose di colpo!»
Non fece caso al brutto tono della voce, acuto e aspro, ai vetri su cui camminava, all'espressione annoiata e glaciale di Xavier.
Voleva solo urlare.
Riversare la frustrazione in un unico e folle flusso di rancori.
Xavier la stette a sentire con pazienza, inarcando le sopracciglia, lievemente contrariato, a qualche affermazione più cattiva.
Poi si allontanò da lei, prese il cappotto e tastò il tavolo quasi stesse per svenire.
«Io ti odio.»
Le appoggiò le mani sulle spalle in una morsa leggera e fraterna, quasi volesse consolarla.
«Ti odio, Zelda. E il mio unico rimpianto è di non averlo capito prima.»
Non era arrabbiato.
Almeno, dal suo tono languido e cadenzato non traspariva la minima ombra d'ira.
Non traspariva la minima ombra di nessun sentimento.
Zelda sgranò appena gli occhi, con la stessa sorpresa con cui si riceve una pugnalata nel petto, incontrando quelli di Xavier in un atroce scambio di sguardi.
Lui la squadrava con tesa tranquillità.
«Non c'è bisogno di piangere» disse, davanti alle lacrime di Zelda.
«Non è da te.»
Poi raccolse le chiavi di casa dal tavolo, in uno stridente tintinnio.
Indossò il cappotto, come se dovesse uscire dal palazzo.
«Ti scriverò una lettera, arrivato a Chicago» promise, e scomparve dietro alla porta d'entrata.
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