16 - Una stella e un satellite sul terrazzo

"Legati a qualcuno che trovi il modo per legarti alle stelle."

– Fabrizio Caramagna –

Lucy

Lui si sdraia accanto a me, e io gli poggio delicatamente la testa sul petto.

Vengo cullata dal senso di sicurezza che mi regala il suo respiro ritmico e regolare. Alzo la mano e disegno con l'indice dei piccoli segni dell'infinito sul suo torace; la sua pelle è liscia e rabbrividisce al mio tocco.

Poi lui mi porge la mano con il palmo aperto e io assecondo quella muta richiesta di posarci sopra la mia. È più piccola ed esile e viene completamente avvolta dalla sua, più grande ma comunque delicata.

Il suo sguardo m'intrappola e mi ustiona il cuore, imprimendoci sopra il suo nome come con un bacio.

«Te l'ho detto, hai la mano di una pianista» dice con dolcezza.

Io arrossisco e lo guardo sorridendo, mentre la sua voce mi fa sciogliere e mancare il letto sotto il corpo. Mi stringe la mano in una carezza e pian piano mi smarrisco nelle sue iridi color del cielo.

«Tu non te ne rendi conto, ma sei unica, Lucy, regali emozioni forti che sconvolgono l'anima. E non parlo solo del pianoforte, parlo di te. Sei preziosa come il diamante che rappresenti.»

«Smettila di farmi complimenti! Non me li merito.» Nascondo il viso sotto la sua spalla, per mascherare l'imbarazzo.

«È vero, adesso che lo dici, ritiro tutto» mi prende in giro, ma poi mi bacia i capelli con dolcezza e io esco dal mio nascondiglio per accogliere un bacio vero, sulle labbra.

«Dovrei avvertire mia madre che starò fuori stanotte.»

Lui fa un cenno affermativo e si stacca da me per permettermi di prendere il cellulare. Digito sulla tastiera una bugia a fin di bene.

Dormo da Karin. Tutto ok, stai tranquilla. L.

Ci addormentiamo quasi subito, stretti l'una all'altro e con il sorriso stampato sulle labbra. A un certo punto però, mi sveglio di soprassalto, perché un urlo acuto mi fa rotolare a terra per lo spavento.

Apro gli occhi e me li stropiccio; è tutto buio e ho ancora la vista annebbiata. Sono nel panico, non vedo niente ma sento dei lamenti; mi alzo da terra e cerco a tentoni l'interruttore sul muro. Appena lo sento sotto le dita, lo accendo immediatamente. La luce piomba nella stanza con una tale violenza da dovermi coprire gli occhi con le mani.

Vedo Nash seduto sul letto, anche lui è sveglio, ma è in un lago di lacrime, è sconvolto; i suoi occhi sono arrossati e le gote sono paonazze e rigate dal pianto, il respiro è affannoso.

«C...cos'è successo?» gli domando subito, con tenerezza e comprensione.

«Non lo so, credo un incubo.» La voce gli esce in un rantolo.

Abbasso lo sguardo e mi sento impacciata perché non so come comportarmi. Il mio cuore è impazzito, colpisce sullo sterno in maniera irrefrenabile, sono preoccupata.

«Ti ricordi cos'hai sognato?» gli chiedo con voce vellutata.

«Sì, ma è qualcosa che non saprei descrivere...» mi dice, distogliendo lo sguardo e mordendosi le pellicine delle dita, nervoso. «Ho visto solo... tanto buio, Lucy, un buio talmente intenso e tagliente da farmi male. Ho avuto paura.»

«Allora lascia che riporti la luce nei tuoi sogni» gli dico, avvicinandomi di nuovo a lui.

Mi abbraccia con tanta foga da sentirmi quasi mancare il respiro; intreccia le mani alle mie e mi prega: «Non lasciarmi, stai con me».

«Resterò qui fino a domani.»

Nash fa uno scatto improvviso con il braccio e il suo sguardo cambia; gli occhi impauriti color del cielo sono oscurati da qualcosa. Non lo riconosco.

Nash

Mi sento strano, qualcosa in me si sta trasformando. Continuo a osservare Lucy, che adesso mi guarda con sguardo accigliato, come non mi vedesse più.

Buio.

Malek

Luce.

«Moon, cosa cazzo hai da guardarmi così?»

«Come?» chiede lei, che oggi sembra fragile come un fiore, e non la ragazza sfrontata per la quale ho una cotta. «Perché mi stai chiamando così?»

«Allora? E perché sei in casa mia?» irrigidisco la mandibola e serro i denti.

Lei rimane in silenzio e non risponde alla mia domanda.

«Cazzo, Moon, vuoi dirmi qualcosa?»

Fa uno scatto con la testa e mi sembra di scovare una luce nel suo sguardo, che riconosco all'istante.

Moon

Luce.

Malek mi osserva, sorpreso; è rosso in viso e ha gli occhi umidi, perché al riflesso della luce brillano.

«Siamo a casa mia, che ci fai tu qui?» mi chiede, come se non sapesse nemmeno lui cosa stia succedendo.

Rimango un attimo interdetta. Mi guardo intorno e riconosco di essere in una stanza che non ho mai visto... e che quindi di certo non è la mia. «Non lo so» rispondo, e mi alzo dal letto. Cazzo, sono sul letto di Malek! «Me ne vado subito» aggiungo.

Afferro la mia giacca, che vedo poggiata su una sedia, e mi chiudo la zip dei pantaloni. Perché è aperta? Che cazzo ho fatto? Stavo pomiciando con lui? Un senso di panico mi invade lo stomaco.

Sto per andarmene, mi fiondo alla porta. Voglio sparire il prima possibile, sono ancora arrabbiata con lui e non so cosa diavolo può essere successo in quella stanza: non riesco nemmeno a guardarlo in viso, tanto sono forti la collera e l'imbarazzo che provo nei suoi confronti. Mi ha presa in giro e niente può cambiare questo fatto.

Sto per abbassare la maniglia, ma lui è più veloce di me e poggia con irruenza la mano sulla porta per tenerla chiusa.

«Non voglio che te ne vada» mi sussurra, il suo fiato caldo mi solletica la base del collo.

Lo guardo, scettica, e alle sue parole sento il cuore scatenarsi in un concerto di tamburi.

«Ma io lo voglio» sputo, guardandolo in modo truce.

«Ti prego, resta...» mi supplica con voce roca.

Ma che gli prende? Non mi odiava fino a ieri?

«Così potrai dire alla scuola intera di come mi hai portata a letto per la seconda volta?»

«Ho sbagliato, e me ne vergogno, scusami.»

Oh, merda. Deve essere strafatto. «Pensi che quello che mi dici possa cambiare qualcosa?»

Arriccia le labbra, perché sa che ho ragione. «Sei stato uno stronzo e forse è proprio questo il problema. Non ne voglio uno attorno a me.»

Le lacrime mi pizzicano gli occhi, tremo. Odio l'effetto che ha su di me. Il suo atteggiamento mi confonde. Il mio cuore diventa un macigno.

Vedo Malek sbriciolarsi un po' di più a ogni mia velenosa affermazione. Forse... in uno strano modo contorto, anche lui tiene a me?

È bloccato sul posto, la mano ancora poggiata sul legno della porta. Lo guardo con gli occhi ridotti a due fessure e lo scruto per scorgere la sua anima e il suo cuore. Per capire se ne abbia uno.

Intravedo uno scintillio nei suoi occhi: sta cadendo a pezzi, ogni barriera scivola via come un velo spinto dal vento, si scopre e rimane a nudo. Una lacrima gli riga la guancia.

«Scusami, mi dispiace, ho sbagliato tutto con te» butta fuori in un sussurro.

Cazzo. Sento che sto per crollare anche io, ma non posso. Non adesso. «Lasciami andare.» Sono ferma e sicura nel mio ordine.

Il mio cuore sprofonda in un abisso dove non riesco a respirare e mi manca il fiato. Mi passa la mano sul viso e io chiudo gli occhi lentamente, per assaggiare quel silenzio che si è depositato come polvere tra di noi. Solo un respiro caldo, tenue e morbido aleggia tra i nostri corpi. Siamo a un palmo di distanza e io non so cosa fare. Vorrei avvicinarmi a lui, ma sono ancora arrabbiata e il mio orgoglio mi blocca le gambe e le corde vocali. Sono terrorizzata.

Prendo un profondo respiro e con voce tremante ripeto: «Lasciami andare, Malek. Per favore».

Deve aver colto il mio stato d'animo perché si sposta dalla traiettoria, abbassa lo sguardo, e apre l'uscita, liberandomi dalle sue catene che mi tengono imprigionata l'anima.

Mi fiondo fuori dalla stanza, scendo le scale e mi rendo conto di non sapere dove sia l'uscita: ho avuto un'altra dannata amnesia. Cos'è successo ieri sera?

Can't make you love me if you don't – Bon Iver

Just hold me close, don't patronize – don't patronize me
Cause I can't make you love me if you don't
You can't make your heart feel something it won't
Here in the dark, in these final hours

Ovviamente non conosco la risposta. Perché mi trovavo da lui? Queste domande mi trasportano in un vortice di paura e terrore, mi sento persa.

Riesco a trovare l'uscita e una volta fuori respiro un'ampia boccata dell'aria fresca della notte. Controllo sul cellulare, e sono le 5:00 del mattino. Impreco a mezza voce e mi dirigo alla fermata dell'autobus, che per fortuna è proprio di fronte a casa; mi siedo sulla panchina e aspetto. Mi giro un momento verso la finestra della sua camera. Lui è seduto sul davanzale, sta leggendo. Poggia una mano sul vetro con il palmo aperto. Mi guarda e intravedo nei suoi occhi tanta tristezza. Mi sento male, come se il mio cuore non accettasse la mia decisione di andarmene. Adesso ho un forte mal di testa. Sbatto le palpebre per lasciare libere le lacrime che corrono giù fino al collo.

Salgo sul mezzo, mi siedo su un sedile a caso e prego che arrivi subito alla fermata di casa; non ho né un libro né il mio i-Pod con me, quindi mi limito a poggiare il capo sul finestrino e a guardare fuori: strade, edifici, poche persone. Il mondo si sta risvegliando, pronto ad affrontare un nuovo giorno, mentre io sono nel mio angolino che canticchio "Mad world" e mi dispero.

Ripercorro i pochi ricordi che ho sul prima di ritrovarmi a casa di Malek senza una spiegazione apparente. So che ieri sera c'era la festa in spiaggia, perché Miriam ne parlava con altre compagne di classe, ma io non ricordo di esserci andata. Magari però l'ho fatto e semplicemente l'ho rimosso. In ogni caso resta da capire per quale cazzo di motivo io mi trovassi sul letto di Malek e lui fosse a petto nudo e io con i pantaloni slacciati.

Arriva la mia fermata e scendo subito, trascinandomi fino al portone di casa e poi in camera mia. Mi butto sul letto ancora vestita e chiudo gli occhi.

2 ore dopo...

Sono stanca, anche se ho dormito un paio d'ore. Ho sete, scendo in cucina e mi prendo un bicchiere di succo di frutta all'ananas.

Mentre sorseggio la bevanda, lo sguardo cade sull'orologio appeso al muro sopra il frigorifero: le 7:30. Sbuffo. Sono un rottame.

Siccome di dormire ancora non se ne parla, decido di esercitarmi un po' al pianoforte. Prendo lo spartito dallo scaffale e mi siedo al banchetto di fronte allo strumento a coda nero della Bechstein.

Suono il pezzo che esibirò al concerto di fine anno. In qualche arpeggio ho ancora qualche problema, e insisto proprio su quelli, finché dopo un'ora le mie dita sono stanche e hanno bisogno di una pausa. Per oggi non ho programmi, i miei non ci sono.

Forse resterò a casa a guardare un film.

Buio.

Lucy

Luce.

Sono seduta sul banchetto con le mani sul pianoforte, lo spartito davanti al viso. È palese che stessi suonando ma, come al solito, non me lo ricordo.

Il suono del campanello di casa mi ridesta. Chi sarà? Non aspetto visite, e Karin è a pranzo da sua nonna in campagna, per lo meno questo è ciò che ricordo, dal momento che oggi è domenica.

Lo capisco guardando il cellulare e noto anche che sono quasi le 9:00 del mattino. Che diavolo ci faccio già sveglia di domenica mattina? Ma poi... io non ero con Nash?

Di colpo mi torna in mente la serata appena trascorsa con lui, dopo che siamo venuti via dalla festa. Mio Dio.

Non faccio in tempo a inoltrarmi nei pensieri che il campanello suona di nuovo. Vado dritta alla porta e osservo nello spioncino. Mi aspettavo tutti fuorché lui. Apro l'uscio, pronta a chiedergli spiegazioni.

«Nash... non c...»

Ma lui mi bacia.

Malek

Se non faccio adesso il passo, non ne avrò mai più il coraggio.

Non so che diavolo mi stia prendendo, ma mi sento attratto da lei come una calamita. Espiro, si spalanca la porta e la vedo: lei, lì, immobile, vestita della sua magica bellezza.«Nash... non c...» Non finisce la frase perché avvicino la mano al suo viso e lo accarezzo.

Mi sono tuffato già sulle sue labbra.

È un bacio diverso da come me lo aspettavo: senza rancore, dolce, delicato, morbido, dal gusto di frutta. Mi stuzzica piacevolmente le papille. Non c'è la rabbia che mi aspettavo da parte sua, né cattiveria; è quasi... puro.

Prendo un respiro, schiudo le labbra. Il mio cuore manca un battito e le sue labbra si muovono contro le mie; la mia lingua si fa spazio dentro la sua bocca. Esse si accarezzano dolcemente. La afferro per la vita e la avvicino a me, tanto che i nostri petti si scontrano e collidono di nuovo. Le sfugge l'accenno di un sorriso e io mi sento le gambe molli. I suoi occhi perplessi mi inchiodano sul posto. Quello sguardo...

Le nostre lingue si sfiorano e danzano con una lentezza innocente. Mi sento fuori luogo. Mi stacco e mi estranio un momento da quello che sta succedendo.

Le prendo la testa tra le mani e la guardo fissa negli occhi. È lei? La mia Moon?

Mi sorride e mi domanda: «Che c'è? Perché sei venuto qua?», fissandomi sorpresa.

«Io... io non sapevo cosa fare» provo a mentire. Non è lei. Lo sento. Oppure ho dimenticato qualcosa?

«E così quando ti annoi vieni da me? Dai, entra, ti offro qualcosa.» Mi regala un occhiolino festoso e apre di più la porta per permettermi di seguirla dentro.

«Non sei arrabbiata con me?», le chiedo imbarazzato e sorpreso.

«E perché dovrei?» mi chiede, mentre prende un bicchiere dalla credenza e lo posa sull'isola in mezzo alla cucina.

Lo riempie con un po' di succo, poi prende un barattolo di biscotti al burro e me lo porge. «Ho passato la notte più bella della mia vita con te. Perché dovrei provare rancore nei tuoi confronti?» sorride, beata.

Lo sapevo! Ho avuto un'amnesia. Che abbiamo fatto?

«Abbiamo... passato la notte insieme?» le domando, insicuro.

«Nash, non fare lo stronzo...»

Ok, mi pare ovvio che non sono più vergine. Ma con chi ho perso la verginità? Non può essere Moon, lei era sorpresa quanto me questa mattina. Eppure questa "versione" di lei dice il contrario.

«Moon?» chiedo, con un po' di timore.

«Nash, non ricominciare! Chiamami col mio nome, per favore.»

E sarebbe? La guardo, perplesso.

«Ma che ti prende? Sono Lucy, prontooo!?» mi sventola una mano davanti alla faccia.

Dov'è Moon?

Moon

Luce.

Di nuovo lui? «Ma che cazzo, Malek! Mi stai seguendo tipo stalker?»

«Moon?» Mi fissa, sembra sconcertato.

Mi guardo intorno. Per fortuna sono a casa mia, almeno. «Si può sapere che vuoi da me? ti comporti come un pazzo!»

Ma lui fa un gesto che non mi aspetto, mi prende la mano e se la porta sul cuore. Lo sento battere dirompente sotto il palmo. Alzo lo sguardo e incrocio i suoi occhi.

«Che ci fai qui? A casa mia?» deglutisco; la bocca improvvisamente arida. Che sia successo altro, nel frattempo?

Schiude le labbra come voglia dire qualcosa ma, invece, scatta in avanti e le posa sulle mie. Mi bacia con un desiderio ardente e io lo sento, sento tutta la sua voglia e la sua disperazione.

Sto sognando? Domani me lo ricorderò?

Ma non ho tempo per pensare, adesso c'è solo lui e il fuoco che divampa tra di noi. Le sue carezze e i suoi tocchi sono selvaggi, proprio come lui.

Io lo lascio fare, perché, in realtà, è ciò che desidero da quando, dieci anni prima, aveva infastidito me e la mia amica Elisabeth al parco. Da quel giorno, quel suo sguardo sfrontato e il ghigno da ragazzetto cattivo sono rimasti impressi nella mia mente.

Non ci siamo mai frequentati fuori dalla scuola; avevamo sempre avuto amicizie diverse, andavamo in classi differenti seppur nello stesso liceo; lo vedevo a ricreazione, nel cortile, quando usciva e, ahimè, anche sull'autobus. Era, è, dannatamente bello e affascinante. E anche stronzo, sì. Ma meraviglioso.

Non ci credo che stia succedendo davvero. Mi sento morire, il cuore si ferma il tempo necessario che il mio respiro si blocchi in gola.

«Malek... io...» Mi stacco da lui e provo a parlargli. Devo capire perché. Ma lui mi posa l'indice davanti alla bocca per zittirmi.

«Shhh... Dov'è camera tua?»

«Di sopra, perché?»

«Andiamo lì.» Il suo tono è urgente, e allora gli stringo la mano e lui mi segue, ma non riesce a trattenersi, perché mi prende in braccio e, seguendo le mie indicazioni, arriviamo nella mia stanza.

Chiude la porta alle nostre spalle e poi mi ci poggia sopra con la schiena, con impeto. Mi bacia sul collo con fervore, come se non riuscisse a respirare se non a contatto con la mia pelle.

Siamo uniti in un unico battito, il suo respiro è scolpito nel mio cuore, che adesso trema a ogni suo tocco; mi brucia dentro e mi marchia.

Fanculo tutto. Voglio essere sua.

«Voglio di più» sussurro contro le sue labbra.

«Anche io...»

Ha il respiro affannoso e mi guarda con occhi diversi. L'oceano delle sue iridi adesso è scurito dal desiderio. Mi vuole anche lui...

«Quando tornano i tuoi?»

«Stasera, dopo il lavoro, verso l'ora di cena.»

«Ok, ho abbastanza tempo per farti urlare.» asserisce con un ghigno divertito.

«Se provi a dire qualcosa in—» mi zittisce accavallando la sua voce alla mia: «Non lo farò».

«Ne sei così tanto sicuro, ver...?» Accenno un sorriso provocatorio, mentre lui mi tappa la bocca con un bacio.

«Non a lungo ancora.»

Il suo sorriso sghembo e malizioso mi fa arrossire fino alle orecchie, ma nello stesso tempo alimenta il mio desiderio. Mi sfila i pantaloni con un gesto rapido e ben presto anche i suoi giacciono sul pavimento. Spingo il mio bacino contro il suo. Ci incastriamo, come due pezzi di un puzzle. Non urlo, ma gemo di piacere, con voce roca e vellutata. Cerco di regolare il respiro, per non rimanere senza.

Mi manda in estasi già solo il modo in cui mi guarda: come se fossi sua e sua soltanto. Il tocco dei suoi occhi brucia più di una carezza.

Con la fronte mattina di sudore, afferma: «Ho casa libera e voglio che tu ci venga con me.»

«Perché?» riesco a dire. Parlare mi costa non poca difficoltà, la mia mente è offuscata dal piacere.

«Perché voglio fare una cosa... con te.»

Annuisco e, mio malgrado, mi stacco da lui. Speriamo che tutto questo non mi faccia soffrire.

Ma proprio mentre formulo quel pensiero, capisco che ormai ci sono dentro fino al collo.

Malek

Più la guardo, più mi sento sprofondare nel vuoto. Sto impazzendo... per lei.

Voglio che sia mia, soltanto mia.

Ogni volta che la guardo, un fremito raggiunge la gola e mi annebbia la vista. Sono assuefatto da lei. Completamente ebbro. Le farfalle nello stomaco si sono trasformate in draghi che mi bruciano l'anima e mi fanno librare in aria. Ogni volta che i nostri sguardi s'intrecciano mi fa quasi un male fisico. Il desiderio è al di sopra di ogni cosa.

«Prendo un cambio e andiamo» mi dice lei, ancora accaldata per quello che abbiamo fatto poco prima. Dio, mi fa impazzire.

«Prendo solo un paio di slip, del resto non ne hai bisogno» sorrido.

«Malek... cos'hai in mente?» alza un sopracciglio, guardinga.

«Dovrai fidarti, temo.» E spero tanto che lo faccia.

Gli occhi le si illuminano di gioia, ma anche di qualcos'altro che non saprei definire. Incertezza? Dubbio?

Fidati di me, Moon. «Andiamo.»

Usciamo di casa e l'unica cosa che abbiamo con noi è un DVD del film La mummia. Percorriamo tutto il tragitto con l'autobus, mano nella mano, poi scendiamo e siamo già di fronte casa mia. Superiamo il cancelletto in metallo nero ed entriamo.

«Vieni, andiamo in camera.» La accompagno su per le scale e apro la porta della mia stanza. «Mettiti comoda, devo fare una cosa e torno subito.»

Lei si guarda attorno un po' spaesata, ma poi si sdraia sul letto, mettendosi a osservare delle foto sul comodino.

Corro in bagno e apro il rubinetto della vasca, faccio sciogliere nell'acqua delle saponette di bagnoschiuma e dei Sali profumati al legno di sandalo. Prendo delle candele dal salotto e le accendo, posizionandole sul lavandino e tutto intorno al perimetro del bagno. Spengo la luce e torno da Moon.

«Eccoti, finalmente. Mi stavo giusto chiedendo quando saresti arrivato! Sei qui per rimanere?»

«Tutto il giorno accanto a te. E anche la notte... se vorrai.»

Lei sorride, maliziosa, ma poi indica la foto che tiene in mano. «Eri carinissimo da bambino sdentato!», esclama indicandola.

«Perché, adesso non lo sono più?» inarco un sopracciglio.

«Hai tutti i denti... credo.»

«Credi?» Vuoi giocare, eh?

«Fammi controllare.» Mi alza il labbro superiore per osservare, poi quello inferiore. «Mmmh sì, mi pare ci siano tutti. Ma eri comunque più carino da piccolo!»

«Ah, sì? L'hai voluto tu!» Comincio a farle il solletico e lei ride, ride, ride... E io annegherei nella sua risata.

Apro l'armadio e prendo una cravatta appesa ai gancetti, gliela mostro e le ordino: «Vieni qua, devo bendarti».

«Perché?»

Noto sul suo viso un guizzo di paura, ma non voglio che sia spaventata da me. «È una sorpresa» le dico, col tono più dolce che riesco a fare.

Le allaccio la cravatta dietro la testa, a coprirle gli occhi, e poi la tiro lentamente per la mano, guidandola fino all'entrata della stanza da bagno. Inspiro in profondità, e le faccio l'unica domanda di cui temo la risposta.

«Ti fidi di me, Moon?»

La sento sussultare appena e poi sussurrare: «Sì».

Il mio cuore è in tumulto. Non te ne pentirai. Apro la porta ed entriamo.

Una luce calda e un profumo intenso di vaniglia e legno di sandalo ci avvolgono come coperte.

«Posso?» le chiedo, sfilandole la maglietta da sopra la testa. Lei annuisce, sta tremando.

La abbraccio e le slaccio pure i pantaloni, che scivolano a terra. Le tolgo con delicatezza quello che resta e poi la guido verso la vasca. Mi spoglio anche io e mi immergo nell'acqua calda e profumata, portandola con me. Sobbalza al tocco con il tepore, ma mi segue senza esitazioni. La faccio posizionare di schiena contro il mio petto e le tolgo la benda.

«Pronta?» Non attendo la risposta e sciolgo il nodo.

La guardo subito per osservare la sua reazione. È sconvolta.

«Malek, non è da te questo» dice, con il fiato corto.

«Lo dici tu!» le accarezzo i capelli. «Perché pensi che fossi ancora vergine?»

«Adesso lo ammetti!»

«Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine» sorrido.

Ci baciamo, ci tocchiamo e ci coccoliamo dentro la vasca, avvolti dal vapore e dal profumo, e per un attimo tutto il mondo fuori sembra scomparire. Ci siamo solo noi e vorrei tanto che non finisse mai. Le nostre gambe sono intrecciate e con l'indice definisce i contorni della mia schiena. Ci stiamo per addormentare, quando il suo cellulare sullo scaffale vibra e ci riscuote come una doccia fredda.

Le accarezzo una spalla. «Alzati, usciamo dalla vasca, ho altro in programma.»

Ci mettiamo in piedi e ci asciughiamo. Le porto una mia maglietta che le cade larga fino alle ginocchia.

Ed è incredibilmente sexy anche così, penso mentre la accompagno fuori. «Seguimi.»

La porto sul terrazzo di casa mia, è da poco passato il tramonto, l'aria è ancora fresca; la primavera sta arrivando, ma sebbene sia metà aprile non è ancora caldo. Le do una felpa, nella quale si raggomitola.

Lì su un lato della piattaforma piastrellata di legno c'è il mio telescopio. Mi avvicino e sbircio attraverso la lente. «Guarda, qui c'è la tua gemella.»

Viene anche lei a osservare. «La luna!» esclama.

«Sì, e tu porti l'essenza di quel satellite negli occhi.»

Ci guardiamo per un attimo e nel suo sguardo leggo una certa sorpresa. Forse non si aspettava questo mio lato romantico.

«E tu perché ti chiami così? Malek...»

«I miei sono molto interessati alle stelle, è la loro passione. In realtà dovevo chiamarmi Merak, come la stella, ma mio nonno si chiamava Malek, e così...» alzo le spalle, come a dire "non posso farci niente". «A me non piace molto. Da piccolo gli altri bambini mi prendevano pure in giro. "Uuuh, arriva il tenebroso male!"» Mimo una faccia spaventosa.

«Non deve essere stato per niente carino» afferma lei, con un velo di astio nella voce.

«Be', col tempo ho imparato a fregarmene, è solo un nome!» dico con noncuranza, avvicinandomi di nuovo al telescopio. «Guarda, questa è Merak!» esclamo poi, facendole segno di guardare.

«Posso chiamarti così se preferisci...»

«Ok, ma non dirlo a nessuno, rimarrà il nostro piccolo segreto» le dico, spostandole una ciocca di capelli ancora umida dietro l'orecchio.

«Va bene, Merak, d'accordo.» E si avvicina per posare, con un tocco leggero, le sue labbra sulle mie. Il mio cuore sussulta. «È sempre bene sugellare i segreti con un bacio.»

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