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Con le mani in tasca e la testa rivolta alla strada su cui camminava lento e quasi svogliato, Dazai pensò che quel suo uscire allo scoperto, magari, avrebbe potuto mandare avanti un po' il caso. Che qualcuno lo seguisse o lo bloccasse in qualche vicolo, a lui poco importava; ciò che gli interessava era far finire tutto quello strazio.
Perché forse non sentire nulla lo costringeva sempre a ragionare per far passare la noia; perché quel provare un senso di vuoto lo tormentava al punto da fargli desiderare il sonno eterno. Era uno strazio pensare che stessero puntando a lui, ma allo stesso tempo stessero colpendo anche Chuuya.
Come avrebbe dovuto agire? Credeva fosse un'inutile perdita di tempo andare a fare quattro chiacchere con Fumiko; in più, il presentimento che ci fosse qualcosa di strano in lei persisteva e non lo lasciava proprio. Ma allo stesso tempo lo riteneva necessario.
Rischiare non lo spaventava, e la sua debolezza fisica nemmeno.
Arrivò dopo non molto tempo in un bar. Uno di quelli che non stavano né dalla parte del male, né da quella del bene. Lì, l'indifferenza e gli affari andavano a braccetto; il proprietario aveva capito che non dare problemi non portava problemi, e i guadagni mensili lo confermavano. Ospitare detective o assassini era irrilevante, e per loro stessi ancora di più; quanti affari segreti si erano decisi lì? Quante questioni private si erano risolte, o, al contrario, accese?
Ecco dov'era che Fumiko stava aspettando Chuuya. Ecco in quale locale attendeva l'arrivo di colui che, fin dall'inizio, non era riuscita a inquadrare. Non perché fosse incomprensibile, no di certo, di quelli ce n'erano anche troppi e non era difficile capire chi fossero; no, era incomprensibile perché lo trovava umano nonostante non lo fosse. Con tutte le sue emozioni, con tutti i suoi impulsi dovuti alla rabbia, al nervosismo, dovuti all'ambiente in cui si trovava a vivere, lo trovava umano, ma allo stesso tempo lo vedeva diavolo. Eppure, ancora le era difficile reputarlo tale, perché per lei non lo era affatto.
E mentre fissava l'entrata, in allerta per tutto, ma preoccupata davvero per niente, si vide apparire come una punizione un altro diavolo. Quello lo era per davvero, demone; e i brividi lungo la schiena salirono fino alla nuca scoperta per via dei corti capelli corvini; e il gelo la congelò, come aveva fatto la prima volta che lo aveva visto nonostante avesse mantenuto la sua compostezza fiera. E la mantenne anche in quel momento, mentre osservava il demone avvicinarsi a lei con un lieve sorriso fra le labbra; e la mantenne anche quando, senza dire nulla, Dazai si mise a sedere di fronte a lei, mettendo le braccia sul tavolo verso Fumiko pronto a bloccare i suoi movimenti in qualsiasi istante.
«Non pensavo che vedermi ti facesse un tale effetto, signorina Enchi. Per caso aspettavi qualcun altro?»
Fumiko rilassò i muscoli del viso, i quali in tensione si erano mostrati quasi turbati dalla sua presenza. Portò una mano vicino alla sua caviglia, chinandosi lievemente; Dazai non mosse un solo arto, anzi la guardò con curiosità mista a consapevolezza per tutta la durata del suo movimento. Sapeva cosa stesse facendo, e pur sapendolo non se ne preoccupò.
«Ora che ci penso, sarebbe stato meglio invitare fin dal principio te, demoniaco prodigio.»
Con un gesto unico rialzò il capo e poggiò delicatamente sul tavolo una pistola, al centro fra le mani del castano e le sue, ora poste nello stesso modo. Si sistemò i capelli che le erano caduti morbidi sul viso, tornando a mostrare la frangetta tagliata perfettamente a metà fronte.
«Fino a questo punto?»
«Osamu Dazai, non c'è fine che si possa attribuire a qualcosa, quando si tratta di te. Si percepisce come un senso di triste infinito prendere luogo tra le membra della gente, che si accavalla al terrore e all'ammirazione provati, e che distrugge l'animo umano, prosciugandolo. Non è esattamente ciò che fa un demone?» Fumiko si sporse verso di lui agitando piano una mano, la quale poi venne stretta in un pugno «Appropriarsi della vita di qualcuno e poi scaricarla altrove perché ormai vuota dentro. Il demone cerca di riempire qualcosa che non può riempire, ed egoisticamente si prende le vite degli altri per farlo.» riaprì il pugno in un gesto violento di fronte al viso del bendato, poi ritornò composta al suo posto, con la schiena dritta e gli occhi fissi in quelli di Dazai.
Nessuno dei due guardava la pistola, ma entrambi aspettavano il momento giusto per afferrarla e puntarla a chi avevano di fronte.
«Povero demone.» Dazai parlò con una voce atona, alzando ora un braccio e poggiando il mento sulla sua mano.
«Povero?»
«Deve pur fare qualcosa per non annoiarsi, non credi? Vivere una non-vita in balia di ciò che accade agli altri, perché la sua anima non ha nulla che possa effettivamente farlo vivere. Insomma, tutti agirebbero in modo egoistico per stare bene. Tutti.»
«Che bassa considerazione hai di tutti, allora, Dazai.»
«Sono abbastanza d'accordo con te.» Dazai avvicinò la mano alla pistola e la maneggiò con cura osservandola assorto, mentre aspettava le parole che Fumiko avrebbe pronunciato.
«Il tuo desiderio di morte è frutto di una persona ipocrita e sola. E sai, non mi interessa se la tua solitudine è la causa del male che fai alla gente, o se lo è il nulla che hai dentro. Sarai sempre un uomo che di uomo ha ben poco, e che per me deve morire. Che sia per mano propria o di qualcun altro, deve sparire dalla faccia della terra.»
Fumiko fece per prendere la pistola dalle mani di Dazai, come un ladro silenzioso deruba le persone dei propri beni; il bendato però si alzò di colpo facendo andare a vuoto il tentativo della donna, e subito dopo la guardò. Le restituì l'arma dalla parte del grilletto e se la puntò contro da solo, senza dare modo a Fumiko di ribellarsi a quella posizione.
«Allora fallo. Uccidimi.»
«Ti ho già detto che - »
«Che vuoi prima uccidere Ihara, sì.»
Pur essendo stata interrotta, Fumiko non aveva fatto una piega, anzi aveva stretto la pistola fra le mani e aveva aspettato un po' prima di decidere se agire o alzarsi e andarsene via. Abbassò lo sguardo sulle braccia bendate di Dazai e gliele fissò qualche secondo; si chiese cosa ci fosse di tanto scandaloso là sotto per tenere quelle fasce così strette avvolte attorno al suo corpo, anche se non seppe bene perché si fosse interessata improvvisamente a quel dettaglio. Probabilmente, pensò, Chuuya deve esserselo chiesto così tante volte prima di lei...
In quell'istante con la coda dell'occhio sia Dazai che Fumiko videro passare accanto a loro una figura. Di media altezza, i capelli lisci e biondi, perfetti, e il viso apparente d'angelo segnato da un dolore sconosciuto a chiunque. Si voltarono nello stesso momento e videro quegli occhi: grandi e rossi.
Ihara.
Pensarono entrambi la stessa cosa, ma fu un secondo e l'uomo era già uscito dalla porta del retro bar. Allora Dazai lo seguì, seguito a sua volta dalla donna, e riuscì a bloccarlo dal braccio prima che la porta si chiudesse. Quel ragazzo a quel punto si voltò, fissando Dazai disorientato e scostando il braccio quasi spaventato.
«... Scusi?»
Dazai rimase un attimo colpito dall'abbaglio che aveva avuto, e non disse nulla. Di fronte a lui solo un giovane dagli occhi castani e i capelli chiari. Possibile che sia lui che Fumiko si fossero confusi in quel modo? Possibile che fosse stata solo la loro immaginazione, forse influenzata dagli eventi di quelle settimane?
«Perdonalo, si sarà confuso.» Fumiko si intromise assumendo un tono allegro e gentile, poi afferrò Dazai per la manica della camicia e lo riportò dentro.
I suoi gesti e le sue parole sono delicate. Ogni movimento sembra studiato nei minimi dettagli per renderlo il più leggero e posato possibile. Nelle sue movenze sembra di vedere un gatto domestico diventato improvvisamente randagio per via delle conseguenze dello scorrere inesorabile del tempo. Anche la prima volta che l'ho incontrata la percezione è stata simile; eppure, adesso, rispetto ad allora, sembra anche più seducente e femminile. L'avrà fatto per non destare sospetti?
«Perché ti sei precipitato da lui?» la donna sussurrò quelle parole, dopo aver lasciato andare Dazai.
«Non dirmi che sono stato l'unico a notarlo. Era Ihara.»
«Aveva il suo aspetto, ma dubito fosse lui. Peccato, sarebbe stato perfetto per loro se avessero scelto un'altra persona a cui farlo fare.»
«Farlo fare? Intendi usare un'abilità?»
Come ha...?
Fumiko si sorprese dell'incredibile perspicacia di Dazai; non aveva detto ancora nulla, ma lui aveva capito tutto. Nonostante ciò, rimanendo a guardarlo impassibile, capì che fosse normale per lui intuire simili cose, e conoscere già prima degli altri la verità. Fossero scomode o meno, quelle verità erano ciò che lo rendevano come si mostrava: invincibile, un diavolo; o forse più semplicemente un essere abbandonato e incompreso. Quella condizione si addiceva talmente a lui, che Fumiko pensò subito non potesse essere così: non era abbandonato, e non era nemmeno incompreso; e se anche lo fosse stato, quel vincolo non lo teneva legato senza rispetto a sé. Lo avrebbe formato e modellato finché, un giorno, davanti magari a qualche Dio sconosciuto, non sarebbe stata la causa della sua condanna.
E lui ne sarebbe stato pure felice.
«Esatto.» la donna rispose con disattenzione, senza continuare il discorso.
«Hai intenzione di dirmi ciò che sai o no?»
Dazai la guardò con un'espressione vacua e gli occhi spenti. Bui come la notte e le tenebre, non suscitavano però le loro stesse sensazioni: terrore, paura, solo grande vuoto.
Ricolmo di vuoto, immerso nel vuoto, circondato da vuoto.
«Ho conosciuto quell'uomo.»
Fumiko riluttante gli rivelò quel dettaglio, mentre con una mano tornava ad avere la pistola pronta a essere usata nel modo più veloce.
Era come se stesse cercando un modo per giustificare le sue azioni ancora non compiute, come se fosse stata alla ricerca di un motivo per andare avanti con il suo piano. Voleva rispettarlo, e allo stesso tempo si sentiva oppressa da se stessa e lo rifiutava, lo rifiutava con tutto il cuore; il suo corpo però era più forte del normale, sembrava quello a spingerla ad agire. E lei lo odiava, lo odiava e lo rifiutava. Era il suo corpo la causa di certi eventi nella sua vita, e il caso di Ihara la stava prosciugando come il demone faceva e fa ancora con le anime dei vivi. Stava diventando un altro evento inevitabile, e lo odiava.
Avrebbe potuto cambiare, arrivata a quel punto, ciò che sarebbe dovuto accadere? Nonostante la sua mente avesse altro per la testa, nonostante il suo cuore provasse sentimenti nuovi mai scoperti, il suo sangue caldo le scorreva nelle vene e riscaldava di altrettanta calda vendetta il corpo che tanto odiava. Perché l'aveva ricevuto lei? Perché il suo dono non poteva averlo avuto sua sorella, così che sarebbe stata in grado di combattere, difendersi e sopravvivere?
E invece no. La sua sembrava essere una punizione per l'incapacità che aveva avuto nello sfruttare ciò che si era ritrovata attorno. E ora avrebbe pure dovuto ammettere che senza quella punizione, non avrebbe potuto vendicare nessuno. Nemmeno colui a cui ancora il cuore batteva, ma la cui anima era stata presa e ormai era tenuta in ostaggio dal demone che si ritrovava di fronte.
«La sua abilità è creare illusioni. Per lo più di persone e oggetti che lui conosce bene. Non è di qua, l'ho incontrato quando sono stata per un periodo a Tokyo... La sua famiglia non era messa bene e cercava qualcuno che potesse pagarlo sfruttando la sua abilità. Non so com'è arrivato qui a Yokohama, ma a questo punto il sospetto che faccia parte dell'organizzazione di Ihara Saikaku è abbastanza scontato.»
«Capisco.»
Dazai si voltò e, dopo essersi congedato con un "Allora ci vediamo presto", era uscito dal locale lasciando Fumiko senza parole.
La donna però lo seguì, una volta fuori anche lei, e alzò la pistola.
«Hai cambiato idea?»
Fumiko tolse la sicura dall'arma, e la puntò alla schiena del bendato. Si avvicinò fino a che non fece toccare la punta della canna al suo corpo, e la spinse facendola affondare fra le pieghe del cappotto nero di Dazai.
«Non avevamo ancora finito di parlare. Dato che sei qui, lascia che ti dica una cosa. Chuuya è diverso da te. Non contaminarlo con il tuo essere sporco e meschino, non donargli il tuo stesso destino.»
Senza muoversi Dazai rispose con una mezza risata «Meschino? Sai, mi ricordi qualcuno.»
Fumiko allora gli afferrò la spalla e lo costrinse a girarsi e guardarla negli occhi. Mollò la presa e si spostò al suo collo. Ora la pistola era puntata al torace.
«Se non fossi dalla mia stessa parte, adesso saresti morto.»
Il bendato sogghignò.
«Non sarei così sicuro di essere dalla stessa parte, fossi in te.» mosse leggermente il collo, mostrando un cenno di fastidio «lo sai qual è, secondo me, il vero motivo per cui non mi hai ancora ucciso?»
Il silenzio della donna lo convinse a rispondere da sé.
«Chuuya.» a quel nome Fumiko alleggerì la presa sul collo coperto da bende di Dazai, che continuò a parlare «E probabilmente, lui è anche il motivo per cui non sono ancora morto per mano di qualcuno. Anche per la mia stessa. So che non ti piaccio, e nemmeno tu piaci a me, ma la nostra collaborazione è un obbligo che entrambi, e lo sai persino tu, ci siamo imposti per sopravvivere. Smettila con queste minacce, mi fai male. E soffrire è una delle cose che preferirei non fare.»
Senza ribattere Fumiko lo lasciò libero. Dazai quindi si voltò e se ne andò definitivamente.
Agli occhi della donna, quella figura adesso le appariva come un'ombra. Esisteva solo perché esisteva la luce. Ma anche quella prima o poi si sarebbe esaurita.
E allora non sarebbe rimasto niente, nemmeno una figura da guardare.
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Ciao e bentornati in questa storia che si avvicina sempre di più (forse), alla fine!
Ho amato scrivere il dialogo con Fumiko, lei mi piace tantissimo e non posso proprio farci niente. Il male è che arrivare alla fine è dolorosissimo perché, in un modo o in un altro, *spoiler* dovrò lasciare i miei personaggi. E io mi sono COSÌ TANTO affezionata a loro!
Va bene, vi saluto. Fatemi sapere che pensate del capitolo e anche della nostra donna vendicatrice.
A presto.
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