~52~

«Uhm..» Chuuya sospirò, intento a fumare una sigaretta quasi terminata.

Dazai si voltò a guardarlo «mh?» mentre rigirava la sua pistola tra le mani, rimettendola poi al suo posto.

«Vado a farmi un bicchiere da qualche parte.» sentenziò il rosso, buttando via il filtro della sigaretta.

«Mi lasci solo?» lo provocò l'altro, poco distante da lui.

Quella giornata calda era in grado di sfinire chiunque, persino il duo più potente di Yokohama. Ed era abbastanza stressante, inoltre, girare per la città senza trovare nulla di utile al loro incarico. Attendere la ricomparsa di Fumiko stava risultando una perdita di tempo che nessuno si poteva permettere, e si dovevano dare al più presto una mossa.

Chuuya si avvicinò a Dazai, prendendolo leggermente dal collo della sua camicia e portandoselo vicino. Poi sussurrò.

«Tu sei sempre solo, cosa ti cambia?»

Lo spinse indietro, camminando dalla parte opposta lontano da lui.

Una verità così scomoda e così irreale che lasciò Dazai senza nulla da dire; si prese il collo, stringendolo un po'.
Aprì la bocca come se gli mancasse il respiro e, come se fermare Chuuya ammettesse quella verità, si voltò anche lui e si allontanò.

Era vero, era e sarebbe sempre stato da solo. Ma la possibilità che quella condizione imponeva era troppo dura e dolorosa da affrontare, e non avrebbe mai lasciato che Chuuya venisse a saperlo. Eppure, lo aveva visto. Era stato un errore, un grosso sbaglio che non si poteva perdonare, ma doveva accettare che presto la curiosità del compagno lo avrebbe travolto e portato nell'abisso che ogni giorno cercava di riempire inutilmente. Doveva accettare il fatto che nonostante le sue continue fughe non sarebbe riuscito a scappare dal suo fin troppo risoluto partner. Era come se si fosse legato a lui per sempre nel preciso istante in cui lo aveva toccato e in cui lui glielo aveva permesso, assecondandolo.
Ma la situazione era stata talmente assurda che quella sua frase, quel "sarà come se non fosse mai successo nulla" sarebbe bastata a lasciare indietro il ricordo di un errore simile e così grave.

O, almeno, così credeva.

In realtà, era certo che convincersi di una falsa possibilità lo avrebbe solo portato a soffrire di più, e doveva rassegnarsi al momento decisivo che presto sarebbe giunto. La resa dei conti. Con Chuuya.

Mentre camminava, si mise a sentire il silenzio che quel giorno a Yokohama stava regnando; la città sembrava essere caduta in un profondo sonno, nonostante il via vai che si vedeva al porto. Era strano, perché tutta la gente che lavorava e passeggiava o correva sembrava ferma e muta, come personaggi di cartapesta senza anima e senza colore.

Anche io apparirò così agli altri?

Ma lui non era muto e fermo o senza colore. Lui era esattamente il nulla, il vuoto costante, non era una scelta da fare ogni giorno, era la condizione della sua esistenza. Eppure, avrebbe tanto voluto avere un colore diverso da quello delle tenebre; avrebbe voluto avere una voce diversa da quella di un torturatore senza pietà, avrebbe voluto avere dei gesti che lo rendessero in qualche modo parte di quel mondo, non diverso da un essere umano, ma nemmeno propriamente quello.

Perché sapeva che essere umano era l'unica cosa che non poteva e mai sarebbe potuto essere.

Quel giorno la sua città rappresentava il suo regno, e lui, come un re, la osservava impassibile, aspettando un segno che lo potesse buttare giù dal trono che non avrebbe mai voluto possedere. Un segno, ma cosa di preciso? Una morte veloce e indolore, forse? Una morte che finalmente, magari, gli avrebbe donato un senso, e avrebbe messo fine al suo essere niente?
Ah, se solo la morte lo avesse davvero preso con sé, se solo lo avesse davvero salvato dalla sua misera esistenza, quanto ne sarebbe stato felice. Quanto avrebbe pianto di gioia per essere riuscito finalmente a fuggire da una vita che non aveva mai voluto!

Ma nemmeno quella si avvicinava a lui, per timore, per paura.

E, nel frattempo, lui continuava a sprofondare. Lentamente, facendosi anche male.

Adesso sarebbe il momento perfetto. La mia morte incorniciata nel silenzio di Yokohama. La mia morte contornata da questa staticità soffocante...

Si fermò di colpo, stringendosi la camicia all'altezza del petto. Con l'altra mano si tolse il cappotto e se lo mise sul braccio, riprendendo lentamente a camminare. Il suo respiro era affannoso. C'era troppo caldo. Doveva andare da qualche parte, in un negozio con dell'aria condizionata, magari. I vestiti neri sicuramente non aiutavano. E, di certo, nemmeno la sua condizione mentale.

«Presto, dell'acqua!»

All'improvviso, delle urla. Grida disperate provenienti da un palazzo là vicino. Del fumo.

Un incendio.

«Chiamate i soccorsi! Portate dell'acqua!» riecheggiarono in tutto il quartiere, rompendo per un attimo quella strana bolla che Dazai si era creato intorno, e tornando a sentire di nuovo le voci della gente che cercava di aiutare le vittime dell'incidente.

Ora probabilmente mi fermeranno-

«Ehi! Ci vuoi dare una mano? Non stare impalato!» un uomo si avvicinò a Dazai, dandogli una lieve spinta per scostarlo «più persone ci sono, prima faremo uscire i bambini intrappolati là dentro!»

Bambini?

Solo allora se ne rese conto: quel palazzo era un orfanotrofio. Tre piani colmi di persone. E quelle persone erano bambini.
Ma a lui che importava? Non era lì per sua volontà, non era lì smosso da una strana compassione nei loro confronti. Non era lì perché era stato chiamato.

Però era lì.

E, in un certo senso, se non si fosse messo ad aiutare quell'uomo a portare fuori tutti quegli orfani, l'avrebbe rimpianto probabilmente per sempre. Forse perché l'unica cosa che in quella vita poteva condizionarlo era una sua conoscenza che proprio alcuni di quegli orfani li aveva salvati. Forse perché non avrebbe più potuto guardarlo negli occhi se si fosse presentato da lui con la faccia di chi aveva potuto aiutare dei bambini indifesi e non l'aveva fatto, senza nemmeno avere dei sensi di colpa. Forse perché Oda l'avrebbe fatto. E allora, senza rendersene conto, lo fece anche lui.

Non ci mise forse tutto l'impegno del mondo, ma dopo un'ora erano riusciti, lui e molta altra gente, a salvare tutti i bambini.

«Sai, ragazzo, non tutti quelli della tua età si sarebbero fermati per una cosa del genere» un uomo di mezza età si era avvicinato a Dazai, e gli aveva dato una leggerissima pacca sulla schiena. Il giovane dirigente non lo aveva degnato di uno sguardo, mentre ripuliva la sua giacca dal fumo e se la rimetteva, quasi fosse una protezione, sulle spalle.

«Sai quanti ne sono passati?» l'uomo continuò, mettendo entrambe le sue mani sui fianchi e guardando davanti a sé.

«Eppure, solo alcuni ci hanno aiutati. E tutti spinti da qualcosa che va ben oltre ciò che si può credere di questo nostro mondo» accennò un sorriso, tossì, e poi riprese a parlare.

«A volte mi chiedo se coloro che peccano sappiano effettivamente che stanno peccando, o se lo facciano perché devono farlo e basta.»

A quell'affermazione, Dazai si voltò subito verso l'uomo. E proprio quando lo fece, quell'uomo avanzò di un passo. E poi di un altro, e un altro ancora.

«Nonostante ciò, però, a volte si compiono azioni buone involontariamente, e quasi si pensa che tutti i peccati commessi siano stati perdonati soltanto con quell'unica buona azione.»

«Perché mi dice queste cose?» Dazai non capiva.

Quel discorso era iniziato come un ringraziamento, e stava finendo quasi come un'accusa bonaria nei suoi confronti. Chi era quel signore che gli stava parlando come se avesse saputo in modo esatto i pensieri che stavano fino a quel momento travolgendo Dazai?

«E tu, ragazzo, spiegami: perché stai dando corda ad un vecchio sconosciuto come me» cominciò l'uomo, fermandosi un istante e dandogli le spalle «come se quello che avessi detto fosse vero e fosse riferito proprio a te?»

È vero.
Perché... Gli sto dando retta?

Dazai rimase fermo a guardare l'uomo mentre si allontanava, e si chiese se non avesse solo incontrato un vecchio pazzo chiaccherone, o qualcun altro. Qualcuno che per un secondo sembrava averlo compreso, e per un altro secondo sembrava essersi ritirato tutto.

Era stato solo un semplice scherzo? Un gioco di una qualche divinità per confondergli ancora di più le idee per quello che aveva appena fatto?
Lo sapeva, lo sapeva bene, quello che aveva appena fatto nella sua vita non avrebbe avuto un minimo di senso, quindi perché ribadirgli che, però, l'aveva fatto ugualmente? Perché continuare a cercare di dargli un significato?

Degli stupidi incontri, della stupida gente, e lui si era lasciato trascinare da quel contesto tanto assurdo da bloccarsi a fissare alcuni bambini che piangevano, altri che ridevano contenti abbracciando gli amici, e la polizia che girava lì intorno per controllare la situazione.

La polizia.

Finalmente Dazai decise di muoversi. Piano e in modo silenzioso, tornò nella sua bolla avvolta dai suoni ovattati di quella calda e afosa giornata, e se ne andò da quel posto.

Se solo mi avessi offerto la morte tanto tempo fa, cara vita, forse sarei ancora degno di essere considerato una persona che, nonostante i suoi peccati, è stata perdonata ed è pronta ad abbandonare questa misera terra silenziosa. E invece continui a farmi vivere ogni giorno, di più. Continui a farmi soffrire.

E in un certo senso... Ti ringrazio.

~~~

Salve.
Ahh, ero impaziente di pubblicare il capitolo, e sono ancora più impaziente di avere vostre opinioni su quest'ultimo.

Vi posso dire la verità? Quando l'ho scritto, non avevo intenzione di incentrarlo su Dazai. Né avevo qualche intenzione di descrivere l'incendio di un orfanotrofio. È uscito così da solo. Mi sono messa a scrivere, e man mano le parole venivano da sé.
Gli eventi, beh, un minimo si devono programmare, ma non era mia intenzione sicuramente farlo in questo contesto.

Andiamo alle domande per voi: la parte finale. Che cosa ne pensate? E di tutto il resto? Credete che ciò che ho scritto (scusate la ripetizione del "che") sia "degno" di Dazai?

Ho un po' di tempo libero da passare su wattpad, circa un'oretta, quindi sono disponibile ad eventuali risposte ai vostri commenti. :3

Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top