~41~

"Si vide... Quell'essere fatuo e pietoso di cui aveva scorto l'immagine nello specchio."

Gente di Dublino "I morti",
James Joyce

Sembrava come se fossero dentro una bolla di vetro: i suoni parevano ovattati, le risate di Chuuya quasi inudibili, e la pioggia che scendeva sembrava come essersi fermata a mezz'aria.

James con un'aria composta e sicura, degna del miglior giocatore di poker, attaccava Dazai che si muoveva come fosse in un valzer. La bolla di vetro li aveva rinchiusi lì, creata da chissà chi, in quell'infinito momento, e li stava lasciando danzare con il sottofondo macabro della pioggia e delle urla strazianti degli uomini trucidati, sottofondo allo stesso tempo ideale e perfetto.
James manteneva l'espressione quasi sorridente, appagata, in pace con il mondo circostante, e il suo avversario bendato lo fissava tenendo a freno la voglia di prenderlo per la gola e ucciderlo seduta stante; perché non poteva uccidere colui che, nonostante il suo obiettivo, avrebbe potuto fermare la furia del suo compagno.
Strinse i denti trattenendo il suo istinto e notando con la coda dell'occhio che Chuuya non ce la faceva più.

Perdeva sangue da tutte le parti, il suo corpo era in preda a movimenti incontrollati, sembrava come impossessato dal diavolo, come se quel diavolo lo stesse sfruttando per compiere la sua ira nel modo più crudele possibile. E al diavolo cosa importava di uccidere un corpo, di distruggerlo fino a che non fosse rimasto nulla se non un'anima corrotta e vuota? Se ne sarebbe trovato un altro.

Dazai non poteva però lasciarlo fare ciò che voleva. Per quanto odiasse il suo partner, per quanto non sopportasse il suo atteggiamento talvolta superficiale, le sue espressioni sprezzanti e i suoi ragionamenti senza senso, non poteva farlo morire.

E Dazai per primo aveva voglia di morire, un giorno l'avrebbe fatto, si sarebbe ammazzato come meglio si era immaginato. Se ne sarebbe andato lontano, avrebbe abbandonato anche l'unica speranza che aveva di trovare un senso alle tenebre e all'oscurità che si portava dentro, ma prima doveva salutare Chuuya, in qualche modo, doveva mantenere la sua promessa. Perché se non lo avesse fatto, allora quel briciolo di umanità che si era ritrovato fra le mani nel curare Chuuya, quell'impercettibile attimo in cui aveva provato qualcosa di vero nei suoi confronti, sarebbe stato vano, per quanto a lui importasse che qualcosa fosse significante o no.
Se c'era una cosa che per lui contava davvero era la fiducia che Chuuya aveva riposto nei suoi confronti e che ogni giorno rinnovava con i suoi piccoli gesti, seppur fastidiosi e immotivati, quando stava con lui.

«Mi ricordo di te, sai?» esclamò ad un tratto, facendo esitare James nell'attaccarlo.

«Un bambino adorabile»
La signora parlava animatamente, con il boccone in bocca.

«Nessuno si ricorda di me. Hanno cancellato tutto.» gridò James, sgranando gli occhi come mai aveva fatto.
Si fermarono per pochi istanti e in quel momento sembrò tornare tutto normale. Con le urla degli uomini ancora vivi in cerca di una via di fuga, con le risa del diavolo rosso scatenato che li inseguiva attirando a sé quanti più gravitoni possibili, con la pioggia che ritornava a battere sulla strada sterrata di quel parco.

«Quella volta sembrava davvero divertito. Alcuni uomini stavano facendo finta di litigare fra loro, e lui rideva. Poi si è messo a piovere» indicò il tetto della locanda con un dito «diventò più cupo. Forse si era stancato, forse era spaventato che gli uomini si facessero male, ma è scappato via.»

«Io non ho dimenticato nulla, James Joyce. Io so chi sei, cosa sei in grado di fare. So tutto.» continuò, alzando il tono della voce e gesticolando in modo quasi esagerato, enfatizzando le sue parole.

«Ti piace la pioggia, vero?» disse Dazai, cambiando discorso.

James sembrò impallidire. Deglutì, aggrottando la fronte.

«.. Cosa?»

Dazai sogghignò, avendo trovato finalmente ciò che cercava. Un punto cieco, un vicolo chiuso e senza via di scampo.

«Ho detto che mi ricordo di te. Mi ricordo di quando da bambino ti vedevo giocare con alcuni tuoi superiori. Gli facevi fare quello che volevano, pur essendo loro sottoposto. Però la cosa che mi ricordo meglio è il giorno del temporale.»

«Di che diavolo parli?» James iniziò ad avanzare di nuovo verso di lui. «Non sai un bel niente, stai bluffando.»

Smise di mangiare, guardandolo negli occhi con un'espressione seria e allo stesso tempo turbata «per un momento non l'ho visto più. Poi, improvvisamente, si ritrovava vicino ai due uomini, che avevano smesso di...picchiarsi.» scosse le spalle, addentando con un morso il panino lasciato a metà.

Dazai continuò a fissarlo con un ghigno quasi privo di qualsiasi intenzione malvagia, e riprese a parlare ignorandolo «stava piovendo e tu ti stavi divertendo a vedere i tuoi superiori mentre si picchiavano sotto i tuoi ordini. Pensai di intervenire, quella volta.»

Pian piano Dazai indietreggiava. Dietro di lui, si sentivano le urla indemoniate di Chuuya.

È quasi il momento.

James lo guardava furioso, come se da un momento all'altro fosse stato pronto a prenderlo per il collo con tutta la sua forza e strozzarlo fino a fargli perdere la voce e, soprattutto, la vita.

Non può sapere, pensò James, non può conoscere quell'episodio.

«Poi iniziarono i lampi, e i tuoni, e la pioggia iniziò ad essere più forte. C'era il vento, ed era potente, ma quegli uomini che tu controllavi non sembravano cedere di un millimetro. Avevo deciso di fermare quella rissa, ma poi vidi che si era fermata da sola.» Dazai parlava con un tono misurato, scandiva bene ogni parola e aveva ripreso il suo atteggiamento indifferente.
«Tu eri corso via, piangendo e urlando spaventato. Me lo ricordo.»

«In ogni caso, io stavo correndo a casa, la pioggia stava aumentando, c'erano tuoni e fulmini e io non avevo l'ombrello. Mi passò vicino, e mi superò.»

«Che significa? Cosa c'entra questo episodio? Stai per essere sconfitto, Dazai, riportare alla luce scene passate e insignificanti come questa per guadagnare un po' di tempo non ti salverà dalla tua fine e da quella del tuo compagno.» James stava gridando, e i suoi occhi volevano fermare quel racconto che ora era riemerso, quel racconto che lui stava cercando di dimenticare.

E quasi lo terrorizzò. Lo terrorizzò pensare che Dazai sapesse qualcosa, lo terrorizzò rendersi conto di come Dazai si stesse prendendo gioco di lui.
Aveva iniziato a tremare.

Bene, ancora.

Dazai continuò ad indietreggiare, facendo venire verso di lui James e continuando a parlargli.

«Eri spaventato a morte da quel temporale. I tuoni e i fulmini ti avevano terrorizzato. Cosa c'è? Non hai mai pensato che il giorno della tua gloria potesse esserci qualche imprevisto?» fece una pausa, evidenziando ancora di più quello che stava dicendo.

Fece una pausa, finendo il suo pranzo e prendendosi il tempo anche di pulirsi le mani con una salvietta. Strane maniere, per una come lei, pensò Dazai. Una donna in carne, un po' rozza, ma che teneva alla sua pulizia.
Stette per un attimo a pensare e poi, come se avesse ricordato qualcosa, continuò «sembrava piangesse.»

«Trattieni la tua paura, è così?» annuì da solo, inclinando la testa e sorridendo sadico. Ormai era partito, stava percorrendo un sentiero che lo avrebbe portato dritto alla sua meta: James.
Lo avrebbe portato da lui e lo avrebbe ucciso lentamente, scavando nella sua anima più di quanto lui stesso fosse capace di fare con la propria.
Gli avrebbe tolto perfino quel briciolo di forza che lo stava guidando in quell'assurda vendetta, gli avrebbe tolto tutto.

Avrebbe fatto ciò di cui era capace, come aveva detto Mori.

Annuì da sola, meravigliandosi probabilmente della sua incredibile memoria, mentre Dazai aggrottò la fronte, sorpreso da quel dettaglio.
«Però era davvero adorabile, il suo faccino!»
Gli occhi del giovane dirigente stavano brillando, mentre ascoltava attentamente il racconto della signora.
Alla fine, riprese ad avere un'espressione vaga, accennò un sorriso e si allontanò. Non appena uscì dalla locanda, prese un grosso respiro, e sul suo volto si formò un ghigno, orgoglioso e allo stesso tempo sadico.
Chissà se quel racconto gli sarebbe servito, pensò.

«Mi piace questo tuo autocontrollo.» fece per concludere, aspettando la risposta rabbiosa di Joyce «ma sai, credo non durerà ancora per molto.»

E la risposta arrivò; più rapida che mai, James si trasportò di fronte a lui, senza pensare nemmeno per un secondo che quel gesto avrebbe disattivato il suo potere. Perché anche se per primo lui aveva tolto Lo Squalificato a Dazai, toccandolo nuovamente glielo aveva restituito. E a quel punto, non ebbe il tempo di allontanarsi di nuovo, perché Dazai l'aveva già preso per un braccio e bloccato per terra, squalificando la sua doppia abilità.
Era sorpreso, ma allo stesso tempo felice che Dazai sapesse di quel suo limite. Si sarebbe divertito ancora di più. Ma in quelle condizioni, gli veniva più difficile del previsto. Dazai lo tenne a terra finché non lo lasciò, pensando al suo compagno e a Corruzione.

Quando si rialzò, però, Chuuya era davanti a lui. Gli occhi suoi azzurri spalancati lo stavano fissando, quasi come se stessero ridendo, mentre la bocca emetteva suoni inconcepibili e strazianti. No, non perché stesse provando dolore o sofferenza. Ma perché non erano umane, quelle voci, non erano umane quelle urla così forti e così fastidiose. E Dazai rimase a fissare gli occhi demoniaci di Chuuya, rimase paralizzato dalla persona che si era palesata di fronte a lui, ormai vuota dell'animo del suo compagno.

Non lo riconosceva più.

Per un attimo, pensò di lasciarlo sfogare. Una volta per tutte pensò di lasciarlo libero di fare ciò che voleva fin quando le forze non lo avrebbero abbandonato per sempre. Indietreggiò di qualche passo per allontanarsi dal corpo avvolto da un'aura rossa che era ormai allo stremo delle forze, mentre quest'ultimo stava raccogliendo a sé i gravitoni e li stava per catapultare su di lui.

Quello non è Chuuya. È un mostro rosso inumano che porta discordia e distruzione ovunque vada. Quello non è Chuuya.

«Lo stai abbandonando, allora, Dazai?» mormorò James con un ghigno, ancora a terra per il colpo secco subìto dal bendato.

Dazai voltò leggermente il viso verso di lui, mentre teneva sott'occhio l'attacco che stava per arrivare da Chuuya.

«Fai bene, Dazai, è quello il suo destino. Anche io facevo come te. Lo guardavo morire e poi lo salvavo quando tutto sembrava perduto. Ma tu sei ad un livello superiore. Tu non sei così debole da tirarlo nuovamente su, in superficie. Non sei così stupido da riportarlo in vita.»
Si mise a gattoni, guardandolo dal basso con quel ghigno soddisfatto.

«Chuuya ormai è morto. Quello non è più lui.»

Quando Dazai lo realizzò, sentì una fitta al cuore. Si girò di scatto verso il diavolo di fronte a loro e lo guardò, iniziò a scrutare ogni movimento, ogni sguardo seppur vuoto e perso, ogni gesto in grado di fargli capire che Chuuya fosse ancora lì, da qualche parte.

Davvero lo stavo abbandonando in quel modo, lo stavo facendo sul serio. E ora, cosa penso di fare?

Strinse i pugni e si maledisse, li strinse così tanto da rendere le sue nocche bianche; e serrò la bocca, stringendo anche i denti fino a farsi quasi male. Avanzò verso Chuuya, con lo sguardo bramoso di chi cerca la sua ragione di vita, o una ragione in generale per fare qualcosa. Iniziò a boccheggiare, e le parole per richiamare Chuuya gli si bloccarono in gola. Sembrava aver perso la voce, e si toccò il collo. Continuava a camminare con un'andatura incerta e frettolosa, mentre si graffiava disperato quel suo collo per smuovere le corde vocali e fare uscire qualche suono.
Perché il suo compagno gli sembrava così irraggiungibile? Per quanto camminasse gli sembrava sempre di non poterlo mai raggiungere; allora iniziò a correre ignorando le urla folli di James che gli gridavano di lasciare perdere, che non c'era più speranza.

Poi Chuuya lo guardò. Sì, guardo proprio Dazai, con i suoi azzurri e il suo viso lineare.

Dazai sussultò. Aveva visto bene, o Chuuya lo aveva guardato? Era stato un secondo, un millesimo di quel secondo, ma era sicuro che fosse tornato per un attimo in sé. Era sicuro che gli avesse urlato con lo sguardo di aiutarlo e di liberarlo da quel corpo che non era più suo.
Dazai non si fermò, continuò a correre.

Finché Chuuya, o almeno, la sua parte corrotta, non gli lanciò il gravitone ultimato.

E venne colpito.

Non sentiva più niente.
Era tutto buio.
Le sue orecchie tappate da un fischio assordante non sentivano nulla, i suoi occhi coperti da qualcosa di indefinito non ci vedevano più.

Nonostante questo, continuò a correre.

Sentì le gambe formicolare, le braccia abbandonarsi lungo il corpo. Non riusciva più a stare in piedi.

Così, semplicemente, cadde per terra.

D'accordo.

Prendimi con te.

~~~

Ragazzi, eccoci qui.
Sta per concludersi questo caso, che ha messo in difficoltà perfino il più giovane dirigente della port-mafia e l'esecutore più forte.

Come finirà?

"Prendimi con te"... A chi o a cosa si riferisce Dazai?

Buona giornata.
<3

Bạn đang đọc truyện trên: AzTruyen.Top