Capitolo 116

Mi chiamo Irina e sono un demonio.
Credo vi ricordiate di me, non è passato molto tempo da quando ci siamo conosciuti, o si? Con l'eternità davanti a volte diventa difficile scandire il tempo.
Comunque, in questo spazio ho deciso di narrarvi la mia storia. Perchè? Non lo so neanche io, ve l'ho detto, con l'eternità ci si annoia.

Diventare un demonio è stata la cosa più bella che mi sia mai capitata. Per demonio intendo un essere immortale, maligno e perverso, un Vampiro, come ci chiamano i più. La parola “Vampiro” sinceramente non mi va molto a genio, perchè rievoca troppo l’immagine di quegli odiosissimi topi alati. Demonio mi si addice molto di più.
Quando ero viva ero decisamente una nullità: sempre disponibile con tutti, sempre gentile, sempre obbediente; sempre stupida insomma. Purtroppo me ne sono accorta nel modo peggiore: la mia migliore amica (o sedicente tale) usciva con il mio ragazzo. Ovviamente capirete che non si limitavano solamente ad uscire insieme…

Il lato divertente della storia è che i miei amici lo sapevano, gli stessi amici che aiutavo sempre a scuola, a cui prestavo i soldi quando ne avevano bisogno, che rincuoravo quando erano giù di morale.
Dovevate vedermi, poi, quando ho beccato quei due con le mani nel sacco… pardon, nei pantaloni!
Ho sussurrato un:
"Scusate, non volevo disturbarvi", seguito da una fuga disperata. Irrimediabilmente patetico non trovate?
A casa non potevo parlare dei miei problemi, non importavano a nessuno.
Mio padre, sempre troppo brillo e con la cintura a portata di mano, mi obbligava a rinchiudermi nella mia stanza con la radio costantemente accesa e a tutto volume. Eppure continuavo a coprirlo con una coperta quando si addormentava ubriaco sul divano.  
Mia madre era scappata poco dopo la morte del mio fratellino. Non la biasimo, per carità, ma avrebbe anche potuto portarmi con sé nella villa con piscina del suo nuovo uomo! In fondo, quando Francesco è morto, io ero sempre con lei; le facevo le treccine ai capelli e lei sorrideva e diceva che mi voleva bene.

"Chissà com’è morire" pensavo guardando la strada dalla finestra della mia camera. "Potrei provare, ma ho troppa paura del dolore".
"Io conosco un modo indolore".
Non feci in tempo a reagire in alcun modo che qualcosa mi afferrò e si attaccò al mio collo, succhiandomi via la vita.
Non faceva così male in effetti.
Morta e risorta nel giro di dieci minuti: avevo battuto il record! Quando mi risvegliai non c’era più traccia di quell’essere. Un altro a cui non importava nulla di me. Poco male, ormai ero abituata.
Passai davanti allo specchio, il mio fisico era diventato perfetto: la carnagione candida, gli occhi azzurri. Per la prima volta mi vedevo bellissima. Capii di essere stata vampirizzata quando sentii il suono del sangue circolare nel corpo di mio padre. Mi venne una voglia mostruosa di assaggiarlo.
Il suo fu senza dubbio il sangue peggiore che abbia mai assaggiato: quel retrogusto di alcool era a dir poco disgustoso! Rinunciai e lo lasciai lì a terra agonizzante. Gli misi una coperta addosso perché non sentisse freddo e me ne andai.
Cercai la mamma. Stava per mettersi a letto; dalla finestra aperta la salutai.
"Ciao mammina!" Non so perché, ma si mise a strillare. Forse le facevano impressione i canini troppo allungati o il sangue sui vestiti? Chi lo sa…

Entrai e la azzannai: mi davano molto fastidio le sue urla. Aveva un buon profumo la mia mamma, chissà quanto le era costato. Le feci qualche treccina ai capelli; le sono sempre state così bene! Ma era tardi e fui costretta ad andarmene.

A chi sarebbe toccato ora?

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