Eroe folle
Rosso, rosso ovunque. Da qualunque parte volgessi lo sguardo, quel colore m'accecava, m'invadeva, m'annientava. Non potevo sfuggirgli, neppure chiudendo gli occhi.
S'insinuava nelle pieghe del petto, giungeva al cuore e si sedimentava in fondo all'anima. Non avrei mai potuto dimenticare quella vista. Mai.
《Assegniamo le armi di Achille ad Ulisse.》 Quelle parole calarono nella tenda come un macigno segnando un confine invalicabile, un punto di non ritorno. Vidi il sorriso trionfante imcurvare le labbra dello scaltro eroe, che non esitò a prendersi le congratulazioni dei capi greci.
《È giusto e conveniente che le abbia tu, il più astuto fra tutti gli Achei》 disse Agamennone. Ulisse ringraziò e, alzatosi dal suo scranno, si diresse in fondo alla tenda dove le armi di Achille brillavano sfolgoranti, quasi come la divina madre Teti le avesse ricoperte di luce per omaggiare la grandezza del figlio. 《Sono onorato per questo dono》 commentò afferrandole con un luccichio avido negli occhi.
Quel maledetto! Le aveva ottenute con l'inganno, n'ero certo! Aveva sicuramente sedotto gli Atridi con l'arte oratoria, di cui era maestro. E loro, ingenui come popolani, si erano lasciati attrarre dalle sue chiacchiere fino al punto di credere che il valore di Ulisse fosse superiore al mio.
Chi mai infatti le avrebbe assegnate ad un uomo il cui solo pregio era essere esperto di sotterfugi piuttosto che a me, Aiace, uomo dal grande scudo, baluardo dell' armata greca, colui il cui valore era inferiore soltanto ad Achille?
Gli Achei stessi, non appena l'avrebbero saputo, ne sarebbero rimasti sorpresi. Che avrei detto invece a mio padre se fossi giunto a casa senza un riconoscimento del mio valore?
Era senza dubbio l'atto più infamante che avessi mai subito, e questa consapevolezza mi opprimeva il petto come un macigno. Presi alcuni respiri profondi, ma a nulla valevano per placarmi.
Come la violenta ed impetuosa Borea risucchiava le navi sui fondali del regno di Poseidone, così la mia ira si gonfiava, mi serrava la gola e mi trascinava verso il fatale proposito di vendetta.
Che gli Achei tutti pagassero per l'offesa al mio onore!
Quando la notte avrebbe avvolto l'accampamento nell'oscurità, con la complicità di Selene che su di me avrebbe vegliato silenziosa, avrei visitato tutte le sontuose tende dei capi greci, una ad una; preciso come una un arciere quando mira al suo bersaglio, avrei squarciato il fianco di ciascuno di loro, lasciando che la scia di sangue inondasse le loro vesti preziose, nonché i loro cuscini di fine seta. Mi sarei goduto la loro espressione sorpresa e attonita mentre il soffio vitale abbandonava i loro corpi morenti. Con la testa riversa all'indietro e i lineamenti deformati del terrore, l'ultima immagine che si sarebbe impressa nei loro occhi sarebbe stata il mio volto, il volto del loro assassino. Anzi no, pensai con un sorriso, preferivo definirmi vendicatore.
Quella vista, e solo quella vista, avrebbe saziato il mio desiderio di vendetta.
Che gli dei mi fossero favorevoli!
Abbassai lo sguardo sulle mie mani: il rosso cremisi che imbrattava ogni cosa, ricopriva interamente anche i miei palmi. Quel fluido vischioso mi scivolava tra le dita, s'infiltrava tra le unghie e scorreva sulla mia armatura, fino a depositarsi a terra in una pozza in continua espansione.
Quel sangue... tutto quel sangue non apparteneva a me. Era delle bestie che io stesso avevo massacrato e trucidato.
Una terribile strage era infatti accaduta quella notte, ma le immagini che mi danzavano nella mente come schizzi improvvisi erano tutt'altro che fonte d'orgoglio per me. Io, Aiace di Salamina, figlio di Telamone, avevo infatti distrutto la mandria degli Achei.
Arieti, agnelli e tori giacevano inermi sul pavimento della tenda, non uomini. Ad alcuni avevo dato una morte indolore, ad altri avevo tagliato la testa e mozzato la lingua, mentre un'altro ancora, che credevo Ulisse, l'avevo legato ad un palo e l'avevo fustrato a morte. Neppure i guardiani avevo risparmiato, unici umani vittime del mio massacro.
La testimonianza di quello che era avvenuto era proprio lì, nella mia tenda, dove ormai l'aria era satura dell'odore disgustoso che emanavano quei corpi ridotti a brandelli, esattamente come lo era il mio onore.
M'inginocchiai a terra, incurante del sangue che mi schizzava il volto, e mi percossi il petto con violenza, la stessa violenza che avrei voluto rivolgere contro gli Atridi. Ma così non era stato perché la divina Atena, che sempre vegliava sull'infame Ulisse, mi aveva annebbiato la mente rendendomi un folle. Ingannatrice anche lei, come il suo protetto!
Un grido disumano, pieno d'ira verso colei che mi aveva privato della mia vendetta, proruppe dalla mia gola, seguito da molti gemiti e singhiozzi soffocati. Che restava ora di me stesso? Della mia gloria, del mio valore, della mia reputazione? Era tutto polvere e cenere, o si poteva salvare qualcosa?
Tale era l'onta che gravava su di me che nessuno, fra gli Achei, mi avrebbe più considerato un eroe nè tantomeno un essere umano. Sarei stato definito una bestia, come gli animali che avevo ucciso. No, mi dissi scuotendo la testa, non avrei sopportato l'umiliazione.
Ma neppure sarei potuto tornare a casa da mio padre e infangare con la mia ignominia l'onore che egli aveva riportato con l'impresa delle Argonautiche.
Dovunque andassi, sarei sempre stato etichettato come un folle, furioso e pericoloso, privo dell'aura gloriosa che un tempo mi aveva reso grande. Che modello avrei mai offerto a mio figlio, scegliendo una vita di tal genere?
"Vivere bene o morire bene: questo è il dovere dell'uomo nobile.*" Quello era il principio che mi aveva sempre guidato, non lo avrei tradito proprio in quel momento. Se la morte era l'unico riscatto che mi era concesso, che così fosse.
《Che le tenebre siano ora la mia luce.》*
*versi originali della tragedia di Sofocle "Aiace"
#spazio autrice
Questa os è tratta dalla vicenda mitica di Aiace, e so dunque che è qualcosa di particolare ma spero comunque di aver reso, almeno in parte, la grandezza incompresa di quest' eroe tragico.
Fatemi sapere che ne pensate!
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