28. Per un pelo di donnola

"Sono completamente ciechi, ma hanno un olfatto incredibile. Non ci vorrà molto prima che ci trovi".

"Non puoi fare qualcosa di magico?" chiese disperato Cato, sentendo il sangue pompare nelle orecchie. Non voleva morire così. Non aveva mai seriamente pensato che sarebbe potuto morire così. Kizia scosse la testa.

"È uno spirito molto coriaceo, e soprattutto naturalmente impervio da attacchi di altri spiriti minori. Posso rallentarlo al massimo, visto che non avrei due ore per un rito di evocazione più complesso".

Nonostante il finimondo in cui si erano appena cacciati, Kizia sembrava ancora in grado di analizzare la situazione. Aveva il fiato corto e non appena Alma le si precipitò in braccio, la strinse. No, non era più calma di lui, aveva solo più mezzi per valutare la situazione. Mai in vita sua Cato si era sentito così piccolo e inutile, messo davanti a qualcosa che anche con tutto sé stesso non avrebbe mai potuto comprendere o anche solo percepire. Poi, ancor prima che potesse finire di formulare il pensiero, il castello fu sradicato da sopra di loro da quella forza invisibile. Urlarono tutti e due mentre si gettavano di nuovo di corsa. L'ombra del castello, lanciato di seguito a loro si dipinse sul terreno sempre più grande, costringendoli a virare per evitare di essere presi in pieno. Non era mai stato così tanto sportivo, ma la paura faceva correre, poi qualcosa gli azzannò la caviglia facendolo rovinare a terra per l'ennesima volta in pochi minuti. Un liquido caldo che poteva solo essere sangue iniziò a colargli dal naso, dopo l'impatto. Scalciò con forza e sentì un guaito. Il tasso di Apter li stava rallentando. Kizia provò a evocare una specie di rete luminosa ma il tasso fu rapido e invisibile, evitandola con una grazia che nessuno avrebbe potuto associare a un animale simile. Fu Alma a intercettarlo in pieno, attaccandoglisi al muso con forza e mordendogli un orecchio. La piccola donnola iniziò a emanare un lieve chiarore. "All'ingresso laterale" gli disse Kizia mentre lo aiutava ad alzarsi. Tutta la testa gli pulsava dolorosamente e la caviglia era attraversata da strane fitte. Non provò nemmeno a guardarla, si sarebbe spaventato troppo. Si appoggiò a Kizia e insieme tentarono di zoppicare via a tutta velocità.

"Non oserà seguirci in città. Puoi schermare un parco, non un intero quartiere" disse la strega mentre correvano. "Appena usciti potremo andarcene".

Più facile a dirsi che a farsi. Il golem doveva camminare lento per la stazza ma non era comunque lontano e li avrebbe sentiti, per cui allungarono il passo e dal buio della parte laterale del parco emerse il riflesso opaco del cancello di lastre di ferro verde scuro, spesso solo accostato. Tuttavia, Apter doveva aver pianificato tutto con attenzione. Un sigillo luminoso chiudeva l'uscita.

"Merda!" si lasciò sfuggire Kizia mentre copriva gli ultimi metri da sola per osservare il sigillo. Si voltò e Cato vide chiaramente dipinto sul suo viso l'immagine che gli si stava per parare davanti. Il Golem era vicino. Tuttavia qualcosa di ancor più strano catturò l'attenzione di entrambi. Alma si parò davanti a loro con le zampe larghe, salda a terra, il pelo ormai un vello di pura luce che si diffondeva attorno sempre di più.

Cato non vide esattamente cosa successe, perché la luminosità di Alma aumentò improvvisamente accecandolo per un attimo, per poi spegnersi repentinamente, così come era comparsa. La donnola però non c'era più. Accanto all'ombra mastodontica del Golem ora ce n'era un'altra proiettata sul muro e per terra dalla luce diffusa della città e dei lampioni. Non aveva fattezze umane, ma era un'ombra dotata di un viso allungato, forse più un muso che un viso. Due corna o orecchie si levavano alte e sottili da quello che doveva essere il cranio, e da essere pendevano due grossi orecchini che seguirono i suoi movimenti quando si alzò completamente sovrastando il Golem. Per il resto il corpo era coperto da qualcosa che sembrava un lungo mantello e si intravedevano le mani, con le dita affusolate e nodose. Tuttavia, nonostante il terrore gli impedisse di muoversi, sapeva che era una paura diversa. Paura di essere davanti a qualcosa oltre la comprensione di chiunque, timore reverenziale davanti all'ignoto. Tutto sembrò immobile, Apter, che fino a quel momento era rimasto a distanza a controllare il suo Golem, sembrò preso più alla sprovvista di tutti. Kizia osservava con gli occhi spalancati, fissa, il punto dove probabilmente si trovava il muso di quella che poco prima era stata una semplice donnola. Una delle sue mani gigantesche si alzò, reggendo uno scettro dalle forme geometriche, alto verso il cielo. Le due sagome scure proiettate a diversi gradi di consistenza per terra e sul muro di cinta, si scontrarono diventando un solo unico corpo scuro. Nonostante le masse, lo scontro alle sue orecchie fu silenzioso, e poté solo immaginare cosa stesse succedendo, quando vide lo scettro di Alma alzarsi di nuovo e calare, senza esitazione sul Golem, dove Cato immaginò ci fosse il collo della creatura. Un refolo d'aria portò con sé alle orecchie del ragazzo qualcosa che Cato scambiò per un grido lontano, forse il grido del Golem, seguito poi da una voce, che questa volta era davvero una voce, non un'impressione.

"È sufficiente, Apter" disse la voce, vellutata e antica come il mondo. "Il dolore di questo spirito ferito ricade su di te" pronunciò sicura, voltandosi verso lo strigo che era rimasto paralizzato dov'era.

"Ora ci lascerai andare o ne soffrirai le conseguenze. Ho scelto di proteggere questa strega e non esiterò a farlo con ogni mezzo in mio potere, e ti assicuro che il mio potere è ampio e non desideri metterlo alla prova. Sparisci dalla mia vista", concluse Alma, in un sibilo irritato. Ogni volta che apriva la bocca, Cato vedeva l'ombra di una miriade di denti acuminati comparire e scomparire.

"E tu, Kles. Dall'ultima volta che ti è stata impedita la scelta di un protetto pensavo avessi imparato la lezione, ma vedo che come con gli umani, alcuni di noi faticano a comprendere la complessità delle cose. Non ho idea di come tu sopravviva ogni giorno alla vergogna rispetto alle scelte che fai".

Il tasso, a qualche metro da loro, ringhiò inviperito ma non osò fare un passo avanti. "Non intendo ascoltare una sola delle tue parole. Non meritano un secondo del mio tempo, e soprattutto, è imbarazzante condividere la natura con qualcuno di così ottuso, nonostante l'età. Duemila anni e uno strigo allo sbando. È nostro ruolo guidare – sentenziò – non addormentarci al volante".

Apter provò a urlare qualcosa nella sua direzione ma Alma alzò una mano e i suoni morirono in gola allo strigo. "Mi hai costretta a uscire, mi hai costretta a ferire un mio fratello, non tollererò altro" tuonò, scuotendo le anime di tutti i presenti. "Vattene, Apter. E spera che io non mi veda costretta a vederti tanto presto".

Mosse una delle sue mani e il sigillo sul cancello alle loro spalle cedette immediatamente, smettendo di emettere il debole chiarore. Poi l'ombra gigantesca si inginocchiò e aprì i due battenti del cancello in lamiera lasciando a Cato e Kizia lo spazio sufficiente per passare. Kizia varcò la soglia tenendo lo sguardo fisso verso l'alto, verso Alma.

"Grazie Mita" la sentì sussurrare e Cato avrebbe potuto giurare di aver sentito un sospiro compiaciuto di una madre preoccupata ma soddisfatta di quel che ha visto fare alla figlia. Anche Cato guardò in quella direzione, sicuro che non avrebbe visto assolutamente niente, ma voleva ringraziare Alma per averli soccorsi e protetti. Sorrise al nulla e attraversò anche lui il cancello. Alma accostò i battenti dietro di loro, poi l'ombra si abbassò e dal buio, dalla fessura tra le lamiere spuntò il muso noto di una certa donnola. Sembrava esausta. Kizia immediatamente si chinò a prenderla in mano.

Solo in quel momento Cato si rese conto di quanto fosse scosso e terrorizzato. Sentì le gambe iniziare a tremare e i respiri pesare come il piombo. Si sedette sul marciapiede e si prese la testa tra le mani, leggera come un palloncino e piena di frammenti di immagini, suoni e ricordi, che sapeva sarebbero rimasti lì dentro a marcire per anni.

"Ce la fai a tornare a casa?" chiese Kizia avvicinandosi, preoccupata. Aveva la voce strozzata e Cato immaginò stesse anche lei trattenendo le lacrime. "Vuoi chiamare un taxi?"

"No, no" disse Cato scuotendo la testa. "Ho solo bisogno di un secondo" esalò tornando a guardare fisso l'asfalto tra i propri piedi. Kizia gli appoggiò una mano sulla spalla e gli porse qualcosa vicino al viso. "Zucchero?". Alzò lo sguardo di poco e vide che la strega gli stava porgendo una caramella gelatinosa confezionata, di quelle dai colori brillanti. Era un po' schiacciata e aveva di certo visto tempi migliori. La prese e ringraziò con un cenno.

Il sapore esageratamente dolce e sciropposo gli invase la bocca permettendogli di rilassare la mascella per la prima volta in quelli che gli erano sembrati secoli. Quanto tempo avevano passato là dentro? Quanto tempo avevano passato a fuggire dal Golem? Quante volte aveva rischiato di morire o rimanere gravemente ferito. Si toccò il naso con una mano sporca di fango e sentì umido. "Io volevo solo accarezzare dei gattini" disse, pulendosi la mano sporca sui pantaloni sporchi. Fece finta di farsi sfuggire una risata ma quel che uscì dopo il primo tentativo fu un singulto, poi un singhiozzo. Si coprì immediatamente gli occhi con le mani. Kizia si sedette accanto a lui e gli cinse le spalle con un braccio, poi trovò spazio anche per l'altro e lo strinse in un abbraccio, lasciando che tutta la sua tensione scorresse. Piansero tutti e due, come se le lacrime fossero in grado di portare via la paura.

Solo quando i singhiozzi si furono fermati Kizia tirò fuori il cellulare.

"Buonasera, avremmo bisogno di un taxi. Sì, all'indirizzo da cui sto chiamando: Parco Cittadino, angolo via Vitruvio. Siamo in due, sì. Grazie mille".

Una grossa auto familiare bianca arrivò nel giro di cinque minuti, decorata con le classiche bande laterali rosse sulle portiere che distinguevano i taxi dalle auto normali e la sigla GETA189. Il tassista li vide e si fermò con le quattro frecce, abbassando il finestrino appena vide in che stato erano.

"Serve aiuto?" chiese, vedendo Cato che zoppicava verso la portiera posteriore. Ci pensò Kizia a rispondere, dopo aver tirato su col naso. "No, siamo a posto".

"Devo chiamare i carabinieri?"

"No, abbiamo già fatto tutto. Vogliamo solo tornare a casa" rispose di nuovo Kizia, facendo il giro della macchina e salendo dall'altro lato, prima di chiudere la portiera e chiedere a Cato il suo indirizzo.

"Viale Foca, 86" disse e il tassista impostò il navigatore prima di seguire la via a senso unico e poi reimmettersi in una delle arterie principali di Mediterra.

Faccio il verso a Lice e mi risveglio anche io dal mio torpore professionale.
Non è venerdì come dovrebbe essere, ma direi che se siete su questo profilo vi siete anche abituat* alle sorprese.

Ora non mi resta che aprire le scommesse su: che meravigliosa creatura è davvero Alma?

Buon divertimento a tutti!

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