IX


Disclaimer: menzione di morte e anoressia

A turno, tutti i partecipanti dissero il proprio nome e come si sentivano. George osservò con interesse e stupore le persone intorno a lui riuscire ad aprirsi, anche soltanto per dire che stavano "male" o "di merda". Non sapeva se sarebbe riuscito ad esporsi così, o almeno, non immediatamente. Presto fu il suo turno. Si accorse che tutti lo stavano osservando, e si sentì arrossire.

Si schiarì la gola, cercando di farsi coraggio. «Ehm, io sono George e...» disse, con voce tremante. «Scusate, sono un po' emozionato. Per me è la prima volta, non ho mai fatto niente del genere».

Laura  si aprì in un enorme sorriso. «Ciao George. Non preoccuparti, è assolutamente normale essere agitati. Prova a gettarti, spesso ciò che viene di impulso è ciò che abbiamo realmente dentro».

George annuì: «Ok, allora... mi sento ansioso.»

«Benissimo, grazie George» disse Laura, rivolgendo poi lo sguardo ad Isabelle. Mancava solo lei per completare il giro.

La ragazza si irrigidì sulla sedia. «Ciao a tutti, io sono Isabelle. Anche per me è difficile, come ha appena detto George» esclamò guardandolo: »anche io non ho mai fatto niente del genere quindi mi trovo un po' in soggezione. Ma se dovessi scegliere uno stato d'animo direi... vuota.»

«Grazie Isabelle. Bene, adesso che abbiamo fatto un primo giro, come sempre, lasciamo lo spazio a chi se la sente di parlare. Anche i nuovi arrivati, se lo desiderano» disse Laura guardando nella loro direzione.

«Se non è un problema, vorrei parlare io».

 George si girò verso la ragazza che aveva alzato la mano. Era più piccola di lui, probabilmente faceva fatica ad arrivare ai diciassette anni, ed era molto minuta. I suoi capelli neri contrastavano con il suo colorito pallido, ad eccezione dei due ciuffi rosa che le contornavano il viso. Aveva una specie di asticella metallica al naso e il ragazzo pensò che quel trucco pesante non donasse molto al suo faccino angelico.

«Certo Beth, questo spazio è libero» le disse Laura con un sorriso sincero.

«Ok... allora, per chi non mi conosce ancora, io sono Beth. Ho sedici anni, e in questo momento mi sento veramente di merda. Forse vi starete chiedendo perché sono qua», disse ridendo amaramente e guardando gli altri membri del gruppo: «Breve riassunto: mia madre è morta quattro mesi fa di cancro e io sono andata in depressione, ho smesso di mangiare e non voglio più andare a scuola. Mio padre non ha fatto neanche in tempo a piangere la sua morte che ha già trovato una nuova sgualdrina, che tra l'altro ha solo cinque anni più di me. Molto probabilmente c'era qualcosa tra loro già da prima che lei se ne andasse. Quindi, bella situazione del cazzo. Non riesco a trovare più un senso in niente, ormai».

George la fissò sconvolto. Si chiese quanto dolore dovesse aver provato quella povera creatura, che le sembrava così piccola e indifesa. L'immagine da dura, ovviamente, era una copertura. Si voltò verso Isabelle e notò che anche lei stava fissando la ragazzina con gli occhi sgranati.

«Beh, insomma, questa è la mia vita. E stasera ho sentito il bisogno di parlare perché ho una novità. Mio padre si sposa. Esatto, signore e signori, mio padre detiene il record di vedovo più breve della storia dei vedovi. Incredibile, no?» disse, mentre le lacrime si facevano spazio sul suo volto.

Laura intervenne: «Beth, mi dispiace molto di sentire questo. Sappiamo quanto soffri per questa situazione. Posso chiederti, se te la senti, di alzarti e cercare tra i presenti del gruppo qualcuno a cui vorresti dire qualcosa? Una frase, una parola, qualsiasi cosa. Basta che sia legata a come ti senti in questo esatto momento».

Beth si asciugò le lacrime con la manica del giaccone verde che aveva ancora indosso e annuì. Si alzò e prima di muoversi se lo tolse di dosso, appoggiandolo alla sedia. Era magrissima. Oltre ad essere piccola di corporatura, era uno scheletro. Le sue braccia e le sue gambe erano quasi invisibili e la t-shirt a maniche lunghe e i leggings che indossava le stavano enormi.

Iniziò a girare per la stanza, osservando ognuno dei presenti per qualche secondo prima di passare al successivo. Completò il giro e guardò dritto negli occhi prima Isabelle e poi George.

Il ragazzo sentì un brivido lungo la schiena quando si accorse che Beth aveva scelto lui.

«Ho scelto, Laura.»

«George, te la senti di lavorare insieme a Beth?» gli chiese la mediatrice.

Il ragazzo si guardò per un secondo intorno, incrociando lo sguardo di Isabelle. Lei stava facendo sì con la testa, come ad incoraggiarlo. Decise quindi di provare a lasciarsi andare. D'altronde, si trovava lì proprio per questo.

«Beth, vuoi cambiare posizione? Vuoi che George si alzi o che rimanga seduto?»

«Vorrei che si alzasse» disse lei, decisa.

George si alzò e rimase in piedi di fronte a lei. Era davvero piccola, e lui la sovrastava con il suo metro e novanta.

La ragazza si avvicinò di più. George notò che le tremavano le mani.

«Beth, perché hai scelto George?» chiese Laura.

«Beh... perchè... ha lo stesso colore degli occhi di mamma...»

George rimase immobile. Non si aspettava di essere coinvolto fin da subito, non si aspettava di provare così tante emozioni. In quel momento si sentiva fragile, triste, impotente. Avrebbe voluto prendere la sua bacchetta e in un secondo risolvere ogni problema della ragazzina che aveva di fronte. Quanto cazzo poteva essere ingiusto il mondo, per accanirsi così contro di lei? Non se lo meritava.

«Vuoi dirgli qualcosa?»

La ragazza alzò lo sguardo verso di lui. «Vorrei chiedergli cosa vede quando mi guarda. Mamma me lo diceva sempre. E se poi mi può dare un abbraccio, perché in lui rivedo lo sguardo con...» continuò lei, singhiozzando: «con cui lei mi osservava..."

George cercò di trovare le parole giuste. Cosa poteva dire per cercare di alleviare, anche solo minimamente, la sofferenza che provava?

«Ok, Beth. Proverò a fare ciò che mi hai chiesto. Per me non è semplice ma... voglio tentare. Quando ti guardo vedo... tanta sofferenza. Ti vedo piccola, ed indifesa contro il mondo. Ti vedo... incompresa nel tuo dolore. Vedo una bambina che ha bisogno di affetto, e ne avrebbe bisogno dalla persona che non c'è più». Sentì improvvisamente le lacrime pungere ai lati degli occhi, anche se poi alla fine non uscirono. Quanto di ciò che stava dicendo era riferito alla ragazza e quanto era riferito a lui? Il suo pensiero andò immediatamente a Fred. Avrebbe dato qualsiasi cosa al mondo, per poter ricevere un altro abbraccio, un'ultima stretta da lui. Quella che non aveva potuto dargli.

Beth continuò a piangere silenziosamente. George sentì l'impulso di stringerla forte e lo fece. La avvolse in un abbraccio stretto, con la testa di lei appoggiata al suo petto, mentre le sue lacrime bagnavano il tessuto del suo maglione. Rimasero così qualche minuto, e fu poi Beth a staccarsi. Lo guardò negli occhi e disse solo un «Grazie», prima di tornare al suo posto a sedere. George rimase confuso e frastornato per qualche secondo, immobile.

«Grazie George. Beth aveva proprio bisogno di qualcuno che la vedesse e che la contenesse a livello fisico ed emotivo. Grazie ad entrambi. Come stai, Beth?» chiese Laura, guardando la ragazza.

«Sto meglio, Laura, grazie. E grazie, George, è stato un bel momento, ne avevo bisogno».

Il ragazzo annuì, facendole un piccolo sorriso.

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L'incontro era terminato. Isabelle aveva provato un turbinio di emozioni differenti. Gioia, dolore, sofferenza, tristezza, senso di vuoto. Era davvero frastornata. Dopo Beth, altri due membri del gruppo avevano esposto le loro esperienze e i loro vissuti. Per la prima volta, forse in assoluto, Isabelle aveva potuto constatare come non fosse sola nel suo dolore. Come anche altri, con vite ed esperienze così diverse dalle sue, condividessero con lei la tragedia di doversi trascinare avanti ogni giorno senza avere accanto la persona perduta.

Si avvicinò al grande tavolo posto in fondo alla stanza, dove trovò vari termos di bevande calde e fredde. Prese una tazza di caffè e fu felice di sentire che non era lo sciacquone inglese che cercavano di vendere praticamente in ogni bar della città. Mentre sorseggiava in piedi, cercando di scaldarsi con la bevanda, si accorse che George si stava avvicinando.

Era stato davvero coraggioso. Era rimasta affascinata dal modo in cui senza paura si era buttato con Beth. Aveva trovato il loro abbraccio molto commovente, e sperava che lui non si fosse accorto che mentre erano stretti l'uno all'altro lei aveva dovuto asciugare di fretta alcune lacrime.

«Ciao... Come ti senti?»

«Sto bene, grazie. Un po' confusa forse, stasera è stato davvero impegnativo. Non me lo immaginavo così» disse lei, porgendo la mano a George. «A proposito, non ci siamo mai presentati ufficialmente. Sono Isabelle, come già sai» esclamò ridendo: «ma tu puoi chiamarmi Bel, se ti va».

George sorrise stringendole la mano. «Piacere Bel, io sono George, come avrai sentito. Comunque, nemmeno io immaginavo che sarei stato coinvolto da subito. Ma l'ho trovato... liberatorio, direi».

«Sei stato molto coraggioso».

«Tu trovi? Io piuttosto mi definirei incosciente, voglio dire mi sono buttato senza sapere cosa sarebbe successo!»

«No, ti ho trovato molto coraggioso. E molto dolce, Beth ne aveva bisogno» disse Isabelle, sorridendo.

George divenne rosso in viso, e si grattò la nuca con la mano destra. Sembrò pensare un po', poi disse: «Isabelle, non vorrei essere inopportuno ma... perché sei qui? Voglio dire, Lee mi aveva avvisato che ci saresti stata ma non riesco a capire il motivo. Non so, non vorrei essere scortese nel chiedertelo ma...»

«E tu, perché sei qui?» gli chiese. Voleva cercare di sviare la sua domanda.

Il ragazzo rimase sorpreso dalla piega della conversazione: «Se te lo dico, tu me lo dici?»

Isabelle parve pensarci un po', poi annuì. C'era qualcosa in quel ragazzo, che la spingeva a fidarsi di lui.

«Che ne dici se ne parliamo di fronte ad un bicchiere di birra? O qualsiasi altra cosa tu voglia. Non sono molto pratico di Londra in generale, abitando fuori ma-»

Isabelle lo interruppe. «Conosco il posto giusto. Vieni, andiamo». Lo prese istintivamente per mano e insieme si incamminarono verso l'uscita, nella gelida serata londinese.

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«Prendo una guinness, grazie» disse Isabelle al cameriere.

«Ehm, facciamo due». George non sapeva assolutamente niente delle birre o delle bevande babbane, di solito era Lee che sceglieva per lui quando si ritrovavano a bere insieme nei locali di Londra.

Il pub dove si trovavano era a circa due isolati dalla chiesa di St Andrew, e lo aveva raggiunto facilmente. Erano le 11 di martedì sera e non era molto frequentato, ma Isabelle si ritrovò a pensare che fosse meglio così.

«George, vorrei chiederti scusa. Quella sera in discoteca, sono stata una perfetta maleducata. Non era la serata giusta e avevo tanti pensieri per la testa-»

«Non devi scusarti, Isabelle. Sono stato probabilmente troppo invadente, e in più ero davvero ubriaco, quindi non avrei sicuramente fatto una bella figura con te» la interruppe George, sorridendole. «Sicuramente è stato meglio così».

Isabelle parve spiazzata. Si aspettava di tutto: che fosse arrabbiato, ferito, da lei e dal suo modo di fare scontroso. Non certo consolazione, da parte sua. Ma alla fine, cosa poteva saperne? Non lo conosceva affatto.

«Quindi, la tua risposta alla mia domanda?» continuò lui, interrompendo il suo flusso di pensieri.

«Lascio la parola a te, molto volentieri!» le disse lei ridendo. George le piaceva, era una di quelle persone con cui era facile stare bene. Il suo sorriso era contagioso, e trovava adorabili le fossette che si formavano sul suo volto ogni volta che rideva.

«Va bene, sarò galante e ti toglierò da questo impiccio» disse il ragazzo, prima di farsi più serio. «A maggio ho perso la persona più importante della mia vita» fece un lungo sospiro, mentre Isabelle lo guardava con occhi tristi. «Mio fratello gemello Fred.»

«Oh mio Dio, George. Mi dispiace così tanto». Il tono di Isabelle era sinceramente addolorato.

«Facevamo tutto insieme, da sempre. La scuola, lo sport, il lavoro... Oh, e poi le amicizie! Ovviamente insieme! Non so se ti ricordi Lee?» Isabelle annuì. «Ecco, noi tre eravamo inseparabili a scuola. Comunque, è stato proprio Lee a parlarmi di questi incontri e ho pensato che sarebbe stato il caso di passare a dare un'occhiata. Negli ultimi mesi ... ho toccato il fondo». Gli occhi di George si fecero lucidi. Ogni volta che parlava di Fred era così.

«Mi dispiace davvero tanto». Isabelle mise la sua mano sul tavolo, sopra la sua. Al contatto sentì una piccola scossa correrle lungo la spina dorsale.

«Tu invece?»

Anche Isabelle si fece più cupa. «Per me non è semplice parlare di questa cosa ma, non so come dire... mi sento libera di poterlo fare, qui con te. So che non ci conosciamo, siamo completi estranei ma ispiri... fiducia. Un anno fa, anche io ho perso una persona. Era tutta la mia vita». Isabelle sentì il dolore farsi strada nel suo petto, ma decise di continuare. Non voleva più tenersi niente dentro. «Ho perso mia figlia. Aveva tre anni e la mia vita non è stata più la stessa da quel giorno. Tutto è cambiato e niente sembra avere più un senso. Ma sono felice di parlarne con te, adesso. Sento che tu mi capisci».

George strinse con ancora più forza la mano di Isabelle. Non si immaginava che la ragazza avesse subito una perdita altrettanto devastante. Entrambi, nel loro egoismo, non avevano mai affrontato la possibilità che ci fossero altre persone al mondo, come loro, che faticavano ad andare avanti in una vita priva di senso, di stimoli. Una vita senza colori.

«Ad ogni modo, se per te va bene, mi piacerebbe cambiare discorso. Mi sono aperta con te come non facevo con nessuno da quasi un anno ma non vorrei mettermi troppo alla prova» gli disse, asciugandosi con un fazzolettino le lacrime che intanto avevano iniziato a scorrere sul suo viso.

«Certo, Bel.»

«Puoi togliermi una curiosità?»

Il ragazzo annuì. «Certo, cosa vuoi sapere?»

«Ehm, forse ti sembrerà un po' indelicato ma... cosa ti è successo all'orecchio? Ho notato che... non lo hai più» disse Isabelle, imbarazzata.

George rise. «E' una storia lunga. Diciamo solo che ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato e voilà, ora posso vantarmi di essere proprio come un foro romano!»

La ragazza rise alla battuta. Una sensazione calda e piacevole si fece strada nel suo petto. Si sentiva, per la prima volta da molto tempo, più serena.

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Alla fine della serata, Isabelle era riuscita a scoprire che George aveva venti anni, nonostante ne dimostrasse almeno cinque in più, forse per la sua statura, che lui e il fratello possedevano un negozio di scherzi e che aveva una famiglia numerosissima. In tutto aveva sei fratelli, più i genitori facevano nove persone. Le sembrava un numero esagerato. A volte trovava opprimente la situazione familiare tra lei, suo padre e sua madre, figuriamoci a dover mettere d'accordo nove teste diverse.

Di lei aveva raccontato il giusto, solo la sua età, che lavorava in un pub insieme a Sammy, che conosceva sia lei che Pam da più di dieci anni e che abitava in un appartamento insieme a loro. Non aveva parlato di Eric, non le sembrava il momento giusto.

Dopo aver terminato le birre, George si era proposto di riaccompagnare Isabelle a casa e lei aveva accettato. Avevano preso la metro e una volta saliti avevano continuato a parlare senza sosta. Le sembrava di conoscerlo da sempre. E non le pesava la differenza di età di tre anni che li separava. Lui la faceva ridere, come non riusciva a fare da diverso tempo. E la trovava la cosa più naturale del mondo.

«Ci siamo, questo è il mio, anzi il nostro appartamento» disse la ragazza.

«Ehm, bene allora. Ti lascio andare. Buonanotte, Bel, e grazie. Mi ha fatto molto piacere parlare con te» disse George, grattandosi di nuovo la nuca.

«Grazie a te George. Ah, prima che me ne scordi» disse, frugando nella borsa. «Tieni. Ti lascio il mio numero, così se hai bisogno di chiedermi qualcosa per il gruppo o altro puoi chiamarmi» disse, porgendogli un piccolo bigliettino con scritto sopra il suo nome e il numero di cellulare.

«Non sono ancora molto pratica di questi aggeggi, me ne hanno regalato uno le ragazze qualche giorno fa e ancora non l'ho imparato a memoria. Dicono che devo aggiornarmi, che sono troppo antica!» disse ridendo e tirando fuori un piccolo oggetto nero dalla borsa.

George prese tra le mani il bigliettino e lo osservò sorpreso. Subito dopo, sembrò impensierirsi.

«Cosa c'è? Qualcosa non va?»

«No no, assolutamente no. Grazie Bel».

Isabelle sorrise. «Buonanotte, George».

Si avvicinò a lui e posò un bacio delicato sulla sua guancia. Il ragazzo arrossì e questo la fece sorridere ancora di più. La ragazza si girò e dopo aver inserito le chiavi nella toppa, aprì la porta. La chiuse dietro di sé e appoggiandosi con le spalle al muro, si fermò qualche secondo, toccando con le dita le sue labbra e ripensando alla strana serata appena trascorsa.

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