UNO

HAILEY

Quattro anni fa, la città era un luogo segnato da una divisione netta e impietosa, una sorta di gerarchia malata che permeava ogni aspetto della vita quotidiana.

La società era basata su un principio semplice ma crudele: il gruppo di appartenenza. In cima alla piramide c'erano i popolari, i figli di famiglie ricche e influenti, una casta che non conosceva mescolanza. Non potevano (e nemmeno volevano) entrare in contatto con nessuno che non fosse della loro stessa estrazione e la loro vita si svolgeva nei quartieri più esclusivi della città. Non erano solo parte di un gruppo ma ne erano spesso i leader, quelli che dettavano le regole, creando una realtà in cui la loro visione della vita e del mondo era quella che contava. La loro esistenza era segnata da privilegi e potere, inaccessibili a chiunque non appartenesse alla loro classe. Poi c'erano i comuni, la vasta maggioranza della popolazione. Erano persone normali ma questo non significava che avessero accesso a una vita normale. Pur facendo parte di un gruppo, sapevano bene che le porte del mondo dei popolari erano chiuse per loro e non c'era spazio per mescolarsi, per entrare in contatto con coloro che stavano in cima. Il loro mondo era ristretto e delimitato e sebbene non fossero i più svantaggiati, non godevano certo degli stessi benefici dei popolari. Non potevano permettersi il lusso di infrangere le rigide divisioni sociali e se ci provavano, venivano subito respinti.
E infine, c'erano gli emarginati. Quelli senza un gruppo, quelli che non appartenevano a nulla e a nessuno. Erano esclusi dalla società in modo sistematico, maltrattati e ignorati. Non avevano voce, non avevano nulla che li difendesse e la loro esistenza era segnata dall'invisibilità. Non facevano parte di nessun gruppo e per questo non avevano valore. La città si era costruita su queste linee di demarcazione, su questa separazione netta che definiva ogni aspetto delle loro vite.

Era un sistema che sembrava essere stato creato dai ragazzi che, influenzati dai propri modelli familiari e sociali, avevano deciso di incasellare ogni persona in una categoria, stabilendo chi poteva e chi non poteva accedere a certi privilegi. Ma ben presto anche gli adulti furono influenzati da questo modello e la corruzione e l'ingiustizia si diffusero come un cancro, contaminando ogni angolo della società. I favori venivano distribuiti in base alla posizione sociale e chi non rientrava nei ranghi veniva ignorato o peggio, ostracizzato. La città un tempo viva e dinamica, era diventata un posto ingiusto, dove i legami sociali erano più forti di qualsiasi altro principio morale. La società in cui vivevo era anche un luogo intriso di razzismo. Gli stranieri, sebbene pochi, erano visti come figurine da collezionare. La loro presenza era tollerata ma mai veramente accettata. Avevano accesso ai gruppi esclusivi proprio perché c'era questa mania di collezionarli. La gerarchia sociale che si reggeva su queste divisioni, sembrava impenetrabile, solida come una roccia.

Ma tutto cambiò quando Laetitia, la persona più potente e influente della città, si innamorò di Artem, un comune straniero. La sua scelta infranse tutte le regole non scritte di quella società. L'amore che sbocciò tra di loro era una violazione della struttura che aveva tenuto tutti al loro posto per anni. Laetitia con la sua posizione avrebbe potuto avere qualsiasi cosa e chiunque ma lei aveva scelto lui, un "nessuno", un ragazzo senza potere e senza privilegi. La sua decisione scosse l'intero equilibrio.
La reazione fu immediata e feroce. Il leader del gruppo di Artem, in un atto di vendetta lo incastrò, manipolando le leggi per farlo espellere dalla città. Gli sospesero il permesso di soggiorno e fu spedito in Ucraina lontano da Laetitia, lontano da tutto ciò che aveva conosciuto. Questo atto di violenza e ingiustizia, però, non passò inosservato. Le rivolte scoppiarono. La gente indignata dalla brutalità e dalla disuguaglianza del sistema, si sollevò in difesa di Laetitia e del suo amore per Artem. La città, un tempo dominata da una struttura di potere che sembrava invincibile, cominciò a sgretolarsi. La gente si unì, le barriere tra i gruppi crollarono e la città che conoscevamo iniziò a mutare. Laetitia pur cadendo dalla sua posizione di potere, riuscì a portare con sé l'intera gerarchia. Mise fine a una società basata sulla violenza, sull'intolleranza e sulla disuguaglianza. La città nel caos, si avviò verso un cambiamento radicale, un cambiamento che non avrebbe mai potuto avvenire senza quel gesto di coraggio e amore.

Comunque sia, anche se facevo parte del gruppo dei popolari, non significa che lo fossi davvero. Mi spiego meglio. Provengo da una famiglia normale, se così si può definire. Non siamo ricchi né poveri, ma mia madre ama apparire e io purtroppo devo contribuire a questa facciata. Viviamo in una grande villa con un vasto giardino e abbiamo adottato un bambino in Africa, un gesto che mia madre ama ostentare, costato una somma che una persona con un reddito normale non potrebbe permettersi. Si vanta di quanto bello stia crescendo suo figlio e approfitta per sfoggiare i gioielli costosi che indossa. La sua vita è invidiata solo per i soldi che possiede. Ma tutta questa apparenza è solo una maschera della triste realtà in cui sono cresciuta. Quando sono nata i miei genitori si odiavano. Stavano insieme solo perché erano una bella coppia, l'immagine perfetta. In realtà mia madre amava il denaro di mio padre e lui la sua bellezza, oltre a godere dell'attenzione costante. Il loro matrimonio fu spettacolare, con grandi scenate d'amore. Mia madre ancora racconta di quanto la gente fosse incantata dallo spettacolo e l'ingresso fu libero, partecipò tutta la città, sindaco compreso, con la sua famiglia. All'epoca Dorian, il figlio del sindaco, aveva due anni più di me mentre io ero ancora nell'utero di mia madre, in attesa di nascere.

I miei genitori lavoravano nel mondo della moda, in particolare mia madre, una delle modelle più richieste del suo tempo. Se fosse accaduto quattro anni fa, sarebbe stata sicuramente nel gruppo dei popolari. Amavano mostrarsi come la famiglia perfetta ma la loro facciata di cristallo si frantumò con la separazione e il successivo divorzio. Mia madre cadde insieme a questa illusione, cercando disperatamente di mantenere uno stile di vita simile a quello precedente mentre mio padre, per legge, inviava una somma ridotta di denaro, per vendetta. Un giorno, una vecchia amica di mia madre mi vide per strada e disse che avrei potuto diventare una modella come i miei genitori. Mia madre colse subito l'opportunità e a soli cinque anni iniziai a partecipare a numerose gare di moda, portando nuovi introiti nelle sue tasche.

Apro gli occhi a fatica e inizialmente vedo doppio, sorrido al ricordo dei complimenti della sera precedente. Cazzo ho davvero dato il peggio di me, penso.
Non mi era mai capitato di dare così tanto spettacolo ma ero particolarmente euforica e desiderosa di spegnere il cervello. Mi giro per afferrare il cellulare sul comodino e ignoro la valanga di notifiche dalle varie app, dai gruppi WhatsApp e dalle mie colleghe di lavoro che mi intimano di presentarmi in agenzia. Ripongo il cellulare e mi volto per sprofondare di nuovo tra le braccia di Morfeo.

Un momento...

-oh cazzo- mi alzo improvvisamente dal letto e controllo l'orario.
-Cazzo, cazzo, cazzo- impreco mentre tento di comporre un outfit almeno decente, prima di uscire di casa. La sbronza mi rallenta e non ho sentito la sveglia. Come è possibile che si sia disattivata da sola? Magari l'ho fatto nel sonno? Ignoro queste domande e mi concentro sull'unico obiettivo: arrivare in agenzia senza essere licenziata. Dopo essermi vestita e resa presentabile, senza sembrare reduce da una sbronza colossale, esco di casa e trovo fortunatamente un taxi pronto. Ci vorranno circa quindici minuti e prego che non ci sia traffico, altrimenti potrei davvero imprecare di brutto stamattina. Poso la testa, rassegnata, sui sedili e stringo la borsa a me. Ecco, la giornata non è iniziata nel migliore dei modi: in ritardo di un'ora, occhiaie coperte da un mare di correttore e un mal di testa lancinante. E tutto per scoprire se perderò la mia fonte principale di guadagno, che permette a mia madre di sostenere le spese di casa. Cosa vuoi che sia? Merda. Dovresti smetterla di bere così tanto, non è obbligatorio, soprattutto se il giorno dopo ti aspetta il lavoro. Mi rammenta la voce interiore, l'unica parte di me che è ancora sana. La strada sembra deserta e non ci sono intoppi per arrivare al lavoro. Arrivo in sette minuti in agenzia, pago il tassista e gli lascio una piccola mancia per avermi sopportata mentre russavo sui sedili posteriori. Entro nella struttura quasi interamente decorata in oro e saluto la receptionist che mi sorride smagliante. Anche lei era una modella e il suo lavoro viene usato come minaccia:"continuate così e finirete come lei". Ho sempre riso di questo ma col tempo ho iniziato a temere davvero di arrivare a guadagnare il suo stipendio. Mia madre mi rovinerebbe la vita per aver fallito. Salgo le scale che sembrano infinite dopo un lungo corridoio e finalmente spalanco una porta.

Tutti mi guardano e ansimo come se avessi corso una maratona. Mi viene da ridere ma mi trattengo di fronte allo sguardo contrariato del mio superiore. La sua espressione mi invoglia ancora di più. -Sei in ritardo di quarantanove minuti e sedici secondi- annuncia mentre le altre abbassano la testa come se fossero al mio posto. Nella stanza cala il silenzio.
-E i millisecondi le sono sfuggiti?- Ridacchio alla mia stessa battuta ma vedendo i suoi occhi chiudersi in due fessure, il sorriso si affievolisce e mi schiarisco la gola. Cazzo. Mi squadra dalla testa ai piedi con aria di superiorità e mi ordina di prendere posto vicino alle altre disposte in semicerchio. Annuisco ed eseguo l'ordine trattenendo l'istinto di sbuffare per la noia. Sì, dovrei temere colei che potrebbe togliermi il lavoro da un momento all'altro, ma sono semplicemente annoiata da tutto questo.
-Sapete cos'è oggi: il primo lunedì del mese e quindi vi tocca pesarvi.- Ogni ragazza presente si dirige come un robot verso le bilance. Avverto una forte tensione, come ogni fottuto lunedì del mese. Se il peso è aumentato significa non poter partecipare a una o più sfilate fino a quando non si torna alla "normalità". Sento lo sguardo bruciante del mio superiore sulla schiena; fisso il pavimento riflettendo. Dovrei prendere posto su una delle bilance senza destare sospetti ma prima ancora di concludere il pensiero, trovo la donna dietro di me. -Hailey- sussulto -non perdere tempo e pesati.- Le lancio uno sguardo al di sopra della spalla e noto qualcosa di strano nel suo. Non ho mai capito se mi odia o se sono la sua preferita, ma una cosa è certa: mi guarda con meno indifferenza rispetto alle altre. Sarà perché sono la figlia di Monica Milligan, o forse perché le ho fatto guadagnare un sacco di soldi da quando faccio parte della sua agenzia.

Mi libero dei vestiti restando in intimo e rabbrividisco. Faccio un respiro profondo e avverto nuovamente la presenza della donna alle mie spalle.
Deve proprio starmi così vicina?
Deglutisco e poso un piede sulla bilancia; dopo aver esalato altra aria, ne poso un altro. Guardo attentamente la lancetta muoversi e sento il mio cuore battere forte. E se non fossi all'altezza della prossima sfilata? E se fossi ingrassata?
Smetto di respirare quando la lancetta si ferma. Dal riflesso della finestra vedo il sorriso del mio superiore alle mie spalle. Lascio andare tutta l'aria che avevo bloccato nei polmoni.
-Perfetto Hailey, complimenti. Sei del peso giusto, sapevo di poter aumentare le mie aspettative su di te. D'altronde, mi hai delusa davvero poche volte.- Un pianto isterico interrompe la frase ed entrambe ci voltiamo verso una mia collega, in ginocchio, che grida disperata per il risultato del suo peso. Alcune la consolano, altre guardano la scena impaurite dal superiore e da quel che potrebbe fare. -A differenza delle altre- conclude con tono disgustato mentre guarda Amber correre via dalla sala con le mani sul volto. -Ditele di impegnarsi di più se ci tiene a lavorare per me. Forse dovrebbe smetterla di mangiare così tanto- aggiunge con un ghigno avverto un peso formarsi sul petto, porto una mano dove fa male. Attiro la sua attenzione e torna la solita espressione gelida sul suo viso. La guardo a sottecchi intimidita dalla sua presenza. -Aumenterò il tuo stipendio e avrai un ruolo di rilievo nella prossima sfilata.- Alzo la testa di scatto. -Cosa?-
-Mi hai sentita, spero di poter contare sempre su di te. Cerca di non farmi fare brutte figure.- Si avvicina di un passo e me la ritrovo faccia a faccia. Spero che non senta il mio cuore battere alla velocità della luce. -Sei la modella su cui conto di più da sempre, e lo sai.-
Sparisce nel corridoio dopo aver ordinato alle ragazze "idonee" di provare vari vestiti, su cui c'è un'etichetta con i rispettivi nomi. Mi avvicino cercando il mio ma non lo trovo. -Cosa cerchi?- Chiede Odessa, il braccio destro del mio superiore. Ha circa trent'anni ed era una modella pazzesca, ma una gravidanza indesiderata ha rovinato la sua carriera. Ha così deciso di coordinare ed organizzare eventi con il mio capo. È molto dolce; non capisco come faccia a lavorare con quell'arpia. Se le rivolgo uno sguardo per più di sette secondi, ho gli incubi per un mese. Pensa lavorarci insieme ogni giorno.

-Il mio vestito non c'è.-
-Oh- dice controllando varie etichette. -Evidentemente ancora non ti è stato assegnato.-
-Okay e cosa ci faccio io qui, allora?- Mi rivolge un sorriso.
-Il tuo lavoro è finito per oggi. Puoi tornare a casa. Grazie per aver presenziato.-
Beh, o così o niente lavoro, suppongo.
Indosso nuovamente i vestiti e mi affretto ad abbandonare la sala. Ho la testa tra le nuvole nel corridoio, in cerca dell'uscita e penso alla serata che mi aspetta.
-Ho fatto di tutto, lo giuro.-
-Non è stato abbastanza, devi fare di più se vuoi partecipare.-
Lancio uno sguardo alla mia destra e vedo Amber con la schiena al muro, accovacciata sul pavimento. Ha il volto rigato dalle lacrime e singhiozza disperata mentre alcune delle nostre colleghe, le sue migliori amiche, le stanno intorno cercando di consolarla. Il nostro capo invece è in piedi davanti a lei a braccia conserte e la giudica con occhi severi. -Ma non posso fare di più, ho bisogno di mangiare per sopravvivere.-
-Allora cambia dieta o cambia agenzia. Sai come vanno le cose qui: non faccio sfilare chiunque. Le mie modelle devono essere perfette.-
Distolgo lo sguardo nel sentire il pianto disperato di Amber dopo che il superiore ha abbandonato il corridoio, sbattendo la porta. Mi gira la testa e quella situazione non fa altro che peggiorare le cose. Vorrei consolarla, dirle che siamo tutte sulla stessa barca.
Ma perché rischiare il lavoro?
Stringo i pugni e mi costringo ad abbandonare l'edificio. Una volta fuori scrivo un messaggio a Laetitia, dandole la buona notizia ma omettendo alcuni particolari. Se venisse a sapere cosa accade qui, mi vieterebbe categoricamente di lavorarci ancora. Non voglio farla preoccupare; ha già molte cose per la testa tra il lavoro e lo studio. Credo sia l'unica persona che, una volta laureata, continua a studiare per non so cosa.

—————

Grido entusiasta e volteggio
sull'asta di metallo scatenando il delirio del mio piccolo pubblico.
Amo questo tipo di attenzioni e ancora di più la quantità di soldi ai piedi del mio palchetto. Con una mano reggo l'asta, con l'altra una bottiglia di vodka. Sono ubriaca fradicia e ho il corpo in fiamme. Mi avvicino al ragazzo della sera precedente seduto di fronte al palco. Non ricordo il suo nome.
Cristian? Marcos? Raul? Non ne ho idea. Mi guarda ammaliato mentre inizio a ballargli attorno esibendo i movimenti più sensuali di cui sono capace. -Allora...- inizia cercando di concentrarsi sulla realtà invece che sul culo che gli sto sventolando in faccia. -Non ho proprio possibilità di portarti in una delle stanze?- Mi volto e gli sorrido; sembra sciogliersi sotto il mio sguardo. Mi siedo su di lui e si irrigidisce, facendomi ridere per la sua reazione.
-No, tesoro, non puoi.- Anche se sono seduta sulle sue gambe e i suoi occhi grondano di desiderio, sono davvero stupita dal fatto che non mi sfiori neanche con un dito.

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Sono le sei del mattino e sto dormendo in piedi; fortunatamente non ho programmi per il resto della giornata. O meglio, sì: dormire per tutto il pomeriggio. Sbadiglio e metto in borsa un'altra manciata dei soldi che sto raccogliendo ai piedi al mio palco. Ho guadagnato molto e sono soddisfatta. So bene che non potrò continuare a condurre questa doppia vita: è un segreto troppo grande da mantenere e non voglio vivere con l'ansia costante che venga scoperto. I miei amici rimarrebbero molto delusi, per non parlare di mia madre. La mia reputazione ne uscirebbe distrutta costringendomi a cambiare città, o meglio, paese. Potrei trasferirmi in Francia.
Dio, amo la Francia, vorrei potermi trasferire subito. Raccolgo quella che credo sia l'ultima manciata di soldi e noto un bigliettino che cade nel momento in cui provo a metterli in borsa. Lo prendo tra le dita e mi sorprendo nel vedere quanto sia piegato con cura e per nulla stropicciato, nonostante sia stato tutta la notte qui. Lo apro con mani tremanti e mi rendo conto di quanto la calligrafia sia simile a quella della notte precedente.
-Ditemi che è un fottuto scherzo- mormoro ad alta voce accartocciando il bigliettino e lanciandolo in un angolo della sala. Inizio a tremare dalla paura e gli occhi mi si riempiono di lacrime. Non per quel che c'è scritto ma perché non riesco a capire chi sia questa persona. E l'ignoto mi terrorizza ancor di più.

"Sei davvero bella stasera, sono contento per l'aumento a lavoro. Peccato che io stia ancora aspettando la tua risposta.
Fuoco o acqua Hailey?"

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