Capitolo 23 - In Tutto ed In Niente.
*
Kuroo's POV
Se qualcuno mi chiedesse: Kuroo, tu, in che cosa credi?
Credo che mi lascerebbe in una difficoltà immane, senza sapere effettivamente che cosa rispondere.
"In che cosa crede, Kuroo Testurō?"
Le risposte potrebbero essere molteplici, ognuna più o meno adeguata, e più o meno personale.
Se qualcuno mi chiedesse: Kuroo, tu, in che cosa credi?
Rimarrei interdetto, mi bloccherei sul posto, facendo la figura dell'idiota più totale.
Non è una domanda banale, scontata o semplice da affrontare, poiché il concetto stesso alla base del "credere", presuppone una buona dose di fiducia.
Io ho fiducia nella scienza?
Certo che sì, uomini e donne, di ogni nazione ed etnia, hanno dedicato le loro vite al consolidamento di concetti scientifici importantissimi.
Anime che lavoravano sincrone con i loro corpi, al solo scopo di trovare una risposta, concreta e tangibile, alla loro domanda: "ci credo, in questa cosa?"
"E se ci credo, sono in grado di farla credere anche gli altri?"
Instillare nelle menti umane, il concetto di idea e di ideale, è un processo complicato quanto pericoloso.
Un ideale potrebbe distruggere il mondo, così come un'idea potrebbe salvarlo.
Credere in qualcosa, così fermamente, da volerne fare la propria ragione di vita, un po' mi spaventa; ma ammetto che mi affascini, al contempo.
Io ho fiducia in me stesso?
Non saprei, a volte sembra che io ne abbia da vendere, ma ultimamente non mi sono mai sentito così esitante, in vita mia.
A volte so quanto valgo, a volte mi sento lontanissimo dal riflesso di me stesso, che vedo tremolante in uno specchio.
Che sia perché la mia testa vada più veloce del mio corpo?
Non riesco a dare una risposta neanche in questo caso.
Io ho fiducia nei sentimenti e nelle emozioni?
Un tempo mi sarei fatto una risata, fragorosa, provocatrice e tagliante.
Un tempo avrei risposto sprezzante, di evitare di rifugiarsi nei sogni ad occhi aperti, poiché non ci si può affidare alla volubilità dell'essere umano.
Tendiamo ad ingannarci e ferirci, noi esseri senzienti ed evoluti, gli uni con gli altri.
Abbiamo la malsana l'abitudine di farci del male, forse perché residuo del nostro istinto primordiale di sopravvivenza, forse perché per sentirci predominanti abbiamo bisogno di crearcele da soli, le nostre prede.
In un modo al collasso, come questo, si può davvero parlare di sentimenti?
In passato avrei riso, adesso resto in silenzio.
Ho imparato sulla mia dura pelle, che ci sono cose che non hanno una spiegazione logica.
Ci sono eventi che non si possono prevedere, ci sono combinazioni che avvengono, nonostante non le reputassimo plausibili.
Se qualcuno mi chiedesse: Kuroo, tu, in che cosa credi?
Risponderei con molta difficoltà con "In tutto ed in niente."
Credo in Tutto.
Credo nella possibilità che ogni evento, ogni singola probabilità cosmica, possa avverarsi, sotto i miei increduli occhi, ancora una volta.
Ho avuto tante convinzioni, che mi sono crollate davanti, in questi ultimi mesi; per tanto io credo in tutto: credo nell'amore e nel dolore, credo nella felicità e nella disperazione, credo nel Bene e nel Male.
Credo che esista un posto speciale per la mia anima, così tormentata ed esigente, dove potrà finalmente trovare la pace.
Ho fiducia che ci sia uno Scopo, un Senso, a tutto questo; un grande disegno che un giorno ci sarà svelato e che ci farà tirare un sospiro di sollievo.
Credo che ogni singolo atomo dell'Universo sia impercettibile più vicino, o più lontano, dalla mia coscienza, in questo esatto e preciso momento.
Credo nel movimento celeste, incessabile e perpetuo, che avviene nonostante io ora, abbia deciso di fermarmi.
E credo in Niente.
Non mi fido di ciò che non posso spiegare, non ho interesse in ciò che avviene al di sopra o al di sotto della mia realtà .
Non ho speranza che esista un posto migliore -così come uno peggiore- per nessuno di noi a questo mondo.
Siamo solo dei vagabondi, che viaggiano senza conoscere la loro meta, venuti dal Nulla e nel Nulla diretti -seppur inconsapevolmente-.
Credo nella presenza di un'enorme Vuoto, che ci ha generati e che adesso, famelico, ci stia consumando, facendoci tornare al punto di partenza.
Non credo nel destino, non credo nella predestinazione e non credo a nessuna delle complicate emozioni umane.
Le menti cambiano, i sentimenti svaniscono, i processi si esauriscono, i neuroni invecchiano, la vita ci abbandona.
Se qualcuno mi chiedesse: Kuroo, tu, in che cosa credi?
Risponderei, che assolutamente mai avrei creduto di ricevere una telefonata del genere da Akaashi, in questo preciso momento, mentre sono appena salito sul treno della metro, che mi serve per arrivare alla mia destinazione.
Nel mentre che stavo cercando di riordinare le parole dentro la mia testa, per tentare di comunicare a Bokuto che la persona, di cui avevamo parlato per tutto quel tempo, non fosse una lei ma bensì un lui.
Stavo cercando di scegliere per bene, la mia giustificazione, al mio mancato coraggio che mi aveva impedito di dirglielo sin da subito.
Il viso di Bokuto fremeva per conoscere, il significato dietro la mia precedente frase:
<<...Forse non ti ho detto tutta la verità.>>
Era contrariato o forse, era confuso.
Forse era accigliato o forse, era semplicemente curioso.
Non sono mai stato bravo a leggere le emozioni sui visi delle persone, anche se la persona in questione è uno dei miei più cari amici.
<< Vedi...>> il mio primo tentativo di confessione inizia così, e muore in questo stesso esatto modo.
Il trillare del mio telefono incessante, distoglie la mia, già poco presente, attenzione, facendomi fiondare a prenderlo dalla tasca della felpa della tuta.
—> Chiamata in entrata <—
" Keiji Akaashi "
Vedo come Bokuto allunghi il collo per spiare sul mio display, incitandomi a rispondere, alla chiamata tanto inusuale di Akaashi.
"Ohi... Akaashi?"
La mia voce trema, tradendo una profonda agitazione. La mia mente mi porta ad immaginare di tutto, non riuscendo a trovare una risposta positiva al perché Akaashi, avrebbe deciso di chiamarmi così all'improvviso.
A: "Kuroo, dove siete?"
Il mio cuore si ferma per un brevissimo istante, che però mi sembra un lasso di tempo infinito.
Il mio respiro si mozza, per quell'istante; il mio cervello ha un blackout violento ed inatteso.
Potevo sentire il dolore che si propagava nel mio petto, per colpa di quel muscolo che si era fermato.
Le punte delle mie dita, così come dei miei piedi, persero improvvisamente di sensibilità, facendomi sentire tagliato fuori dal mondo.
Il tempo di un battito di ciglia, e tutto riprese a scorrere.
Potevo avvertire nuovamente il normale afflusso di sangue ai miei arti, i miei polmoni che pompavano ossigeno per compensare quel mancamento.
Potevo sentire che il mio cuore avesse ripreso a battere, nonostante il ritmo fosse dei più serrati.
"Che cosa succede?"
Un pensiero così martellante, da farmi sanguinare le orecchie e farmi dolere il petto.
La voce di Akaashi era un sussurro, stretto in mezzo ai denti, avvolto in un tentativo di silenzio, mal riuscito.
Lo conoscevo bene Akaashi.
Lo conoscevo maledettamente bene e sapevo che quella era la sua voce in preda al panico.
Potevo vederlo, mentre si portava una mano tremante alla bocca, per cercare di attutire gli ansimi incontrollati dall'altra parte del telefono, intorno a lui.
Potevo distinguere chiaramente, come fosse tesa la pelle del suo collo, mentre cercava di deglutire un nodo troppo stretto, attorno alla sua gola.
Akaashi era bravo a mentire e a manipolare alcune situazioni, basti pensare a come gestisca magistralmente Bokuto, ma non aveva controllo di se stesso quando aveva paura.
Ogni centimetro del suo essere si stava sforzando di restare calmo, ma io sapevo che in realtà era tutto il contrario.
Perché Akaashi era in quello stato?
Perché la sua voce era come un tremolio di una fiamma minuscola nel buio?
Perché mi aveva telefonato in quello stato, che cosa stava succedendo?
Bokuto riesce a leggere repentinamente la preoccupazione nei miei occhi, così come nota il mio istantaneo impallidire.
<<Che succede?! che succede?!?>> lo sento dirmi, mentre avvicina l'orecchio al mio telefono, per cercare di capirci qualcosa anche lui.
"Siamo vicini, che succede Akaashi?"
A:"No, ecco... niente... niente di che, però se potessi tornare a casa al più presto..."
Sento un capogiro arrivarmi direttamente negli occhi, facendomi mancare il senso dell'equilibrio e privandomi per pochissimo della vista.
Trattengo il fiato, sperando con tutto me stesso di aver sentito male, che quei singhiozzi in sottofondo non fossero davvero di chi credevo che fossero, che quel respirare così irregolare non fosse dell'unica persona presente in quella casa, assieme ad Akaashi.
A: " *Chiamalo... chiamalo...*"
In mezzo a quei singhiozzi, mentre Akaashi si stava sforzando di restare più calmo possibile, ancor prima che io potessi rispondere, mi arriva l'inconfondibile voce sofferente di Kenma.
E nuovamente il mio mondo si congela, nuovamente la mia gola si stringe così forte da farmi tossire, per la mancanza di aria improvvisa.
Le mie tempie pulsano il battito forsennato del mio cuore.
I miei occhi si riempiono istantaneamente di lacrime.
Potevo avvertire Akaashi in procinto di svenire da un momento all'altro.
Bokuto si porta di volata le mani sulla bocca, non so bene se per non cedere alla tentazione di urlare, o per non darmi più agitazione di quella che già avessi in circolo nelle vene.
"Akaashi... ascolta bene. Stai tranquillo..."
La mia gola era secca, ardeva per il bisogno di acqua, così le mie parole uscivano graffiandomi e lacerandomi dall'interno.
Avrei voluto urlare, ed invece mi ritrovavo costretto a tranquillizzare la persona che era con me al telefono.
Prendo un respiro profondo, cercando di far venire a galla la voce più rasserenante che potessi fare.
"Akaashi, io sono vicinissimo, sto arrivando. Tranquillo, ti prometto che adesso arrivo e sistemo tutto.
Però devi fare una cosa per me, adesso. "
A: " Kuroo... mi dispiace... io non..."
Ed ecco che anche la voce di Akaashi si sta per abbandonare ad un pianto disperato.
"MERDA MERDA MERDA MERDA"
"No! nono, Akaashi sentimi, non ti preoccupare, Okay? Ascoltami attentamente, io sto arrivando. C'è Bokuto con me e stiamo arrivando."
A: " Cosa devo... cosa devo fare...?"
Dice dopo poco, cercando di trattenersi con tutte le sue forze, ritrovando un bagliore di contegno e stabilità.
"Una cosa semplicissima: lo vedi il primo mobiletto in alto, in cucina?
Lì dentro ci sono delle tisane. Tu devi solo mettere l'acqua e prendere quella con la scatola verde.
Okay?
Solo questo, lo puoi fare Akaashi?"
Akaashi resta in silenzio, mentre io mi scambio un'occhiata di puro terrore con Bokuto, seduto di fianco a me.
"Akaashi ci sei? Ti prego continua a parlarmi, stai facendo quello che ti ho chiesto?!"
A:" Si Kuroo, si, ma... lui..."
Mordo fortemente il mio labbro inferiore, così tanto che il dolore mi da la scossa elettrica necessaria per restare concentrato.
Se non riesco a calmarmi con le buone, lo avrei fatto con le cattive, anche a costo di prendermi a schiaffi da solo.
"Akaashi tranquillo, tranquillo non è niente. Ascoltami e fidati di me.
Prepara quella tisana, accosta la porta, così che io possa entrare subito.
Capito?
Stai tranquillo."
Bokuto di fianco a me stava stringendo i suoi pugni, così energicamente, che potevo vedere come la circolazione nelle sue mani, stesse venendo a mancare.
Poso una mano sui suoi pugni stretti, nel tentativo di infondergli sicurezza.
Quanta forza d'animo richiedeva quella situazione?
Kenma in preda ad un dei suoi attacchi, che disperato singhiozzava il mio nome, implorando Akaashi di telefonarmi.
Akaashi da solo in casa, incapace di gestire se stesso, figuriamoci di tenere a bada una di quelle crisi di Kenma.
Bokuto, seduto vicino a me, emanava tensione e preoccupazione da ogni poro, non riusciva a parlare; era preoccupato per Kenma, per preoccupato per Akaashi e lo era anche per me.
Ed io, nel mentre dentro mi sentissi cedere e sgretolare, cercavo di dare sicurezza al gufo, qui di fianco a me, ad Akaashi per telefono, a Kenma, seppur non potesse sentirmi e solo in fine, anche a me stesso.
Non era semplice da gestire, tutta quella pressione, non era scontato ricordarmi di respirare mentre mandavo le rotelle del mio cervello, ad una velocità quasi supersonica.
Dovevo continuare a parlare, mostrandomi il più calmo possibile e dovevo mascherare anche le emozioni sul mio viso, per non far collare Bokuto.
A: " Ho fatto... è pronta... Kuroo, che cosa devo fare..."
"Bravissimo Akaashi, davvero bravissimo, portagliela, vabene?
Portagli questa tisana, non devi far altro. Sei stato bravissimo.
Mettimi in vivavoce e fammi parlare con lui.
Tranquillo adesso, ci penso io.
Sono quasi arrivato, sono già per strada."
Il treno sembrava non arrivare mai, 10 minuti di interminabile corsa, tra la stazione di Ueno e quella di Meguru.
Non sono mai stati così pesanti e lunghi, questi pochi chilometri che mi separano da casa di Kenma.
Se avessi potuto scendere dal treno, ed iniziare a spingerlo per farlo andare più velocemente, lo avrei fatto senza esitare.
Se fosse servito a fare più in fretta, mi sarei buttato dalle porte e l'avrei fatta di corsa, questa strada che ancora ci separava.
Sento Akaashi andare titubante da Kenma, il quale fatica a respirare e a contenere il dolore nella sua voce.
Lo sentivo contorcersi, anche se non potevo vederlo, lo sentivo schiacciato a terra dall'invisibile peso delle sue emozioni, anche se non ero lì con lui.
"Gattino! Gattino... mi senti?!?"
Mi ero ritrovato ad urlare, per sovrastare il suo agitato ansimare, ed i suoi tremendi singhiozzi.
La gente, intorno a noi, mi guardava stranita, credendo che io fossi pazzo per urlare a quel modo, in pubblico.
La risposta era che io effettivamente ero pazzo, ma che stavo facendo di tutto per non mostrarmi tale.
"Gattino sono qui, mi senti? Avanti... avanti Gattino parla con me!! Forza!"
A:" *Kuroo? Kuroo?! Chiamalo... chiamalo presto... chiamalo ti prego... ti prego chiama Kuroo... *"
"Micetto sono qui! Sono qui..."
A:" * Kuroo... Kuroo ha chiamato. Kuroo ha chiamato ed io... io non mi ricordo Kuroo*"
La voce di Kenma era disperata, passava dai miei timpani e andava a conficcarsi dritta nel mio cuore.
Mi faceva sanguinare, quel suo tono così straziato.
Mi faceva sentire morente, il suo incontrollato respiro, aggravato da quei singhiozzi ingestibili.
Perché non ero davvero, lì con lui?
Perché ero ancora su questo stupido vagone della metro?
Trattenere le lacrime, in quel momento, era la cosa più difficile di questo mondo.
Trovare la forza di continuare a parlare, senza cedere, era una prova che andava oltre il coraggio.
Forse andava anche oltre il buonsenso e l'idiozia.
"Ehi micetto, va tutto bene.
Mi senti?
Sto arrivando adesso e ti prometto che ti aiuterò a ricordare.
Tranquillo, devi cercare di stare tranquillo e di respirare piano.
Senti... come faccio io..."
Prendo una profonda inspirazione, trattenendo l'aria all'interno dei miei polmoni per qualche secondo, espirando rumorosamente dalla bocca.
"Dai, Gattino, fallo insieme a me... Okay? "
Per quando mi sforzassi, Kenma non riusciva a mantenere un contatto con me, si perdeva da solo, cedendo a quegli spasmi incontrollati, dei suoi stati di panico.
Più mi sforzavo di chiamarlo, di farlo concentrare sulla mia voce, più lui continuava a ripetermi con forza che " aveva chiamato, ma che lui non riuscisse a ricordare."
"Non importa chi ha chiamato, Micetto. Tranquillo, adesso arrivo e sistemerò tutto io per te. Però tu devi provarci, gattino.
Ci devi provare con tutto te stesso a respirare piano."
Se avessi avuto la possibilità di mandare il tempo in avanti, credo che lo avrei spedito direttamente alla sera. Passando oltre quel momento terribile, che ero costretto a vivere, come se fossi a rallentatore, solo per telefono.
"Avanti Kenma, lo so che puoi farlo.
Lo so che ce la fai.
Fallo per me, avanti..."
Finalmente il treno arriva alla stazione di Meguru, ed in tempo record io sono già fuori, in corsa sulla scalinata fino all'uscita principale della stazione.
Continuando a tenere il telefono schiacciato all'orecchio, parlando ancora con Kenma e dicendogli di non preoccuparsi, sentivo le gambe cedere ad ogni passo.
Avevo lasciato Bokuto indietro, ma non avevo tempo per fermarmi ad aspettarlo, in quella calca di gente, che sgomitava per entrare nella metro.
Non potevo perdere ulteriori attimi, per accertarmi che lui stesse al mio esagitato passo.
Non c'era bisogno di dirlo, con Bokuto, so già che avrebbe capito le mie ragioni, per correre in quel modo così ostinato.
"Sono arrivato, Micetto... tranquillo, non piangere più.
Non importa, chiunque abbia chiamato, non è importante."
Cercavo di dirgli, mentre sentivo l'acido lattico bruciarmi nelle giunture di tutto il corpo.
L'aria mi feriva i polmoni, come se fossero stati carboni ardenti, li sentivo continuamente andare in combustione, ad ogni boccata che prendevo.
A: " *Kuroo... Kuroo ti prego...*"
Era tutto quello che la sua voce riusciva a dirmi, non ce la faceva a dire altro, non poteva articolare più nessun'altra parola.
Kenma era davvero al limite:
Non aveva crisi così violente da non so quanto tempo; adesso il suo corpo non poteva reggere una scossa del genere, subito dopo essersi stancato tanto con l'allenamento.
Temevo per lui, temevo di trovarlo ferito, temevo di non risuscitare a calmare il suo panico e la sua angoscia.
Mi chiedeva aiuto, per telefono, mi implorava di sostenerlo; ma io avevo una paura tremenda di non riuscire ad essere quello di cui avesse avuto bisogno.
Chiunque fosse, ad averlo destabilizzato così tanto con la sua chiamata, avrebbe di lì a poco, subito tutta la mia furente ed incontrollata ira.
Intravedere la porta di casa, scostata come avevo raccomandato ad Akaashi, mi fornisce l'ultima spinta necessaria, per fare le scale a 4 a 4.
Il dolore dei miei tendini che si stiravano, nei miei polpacci, era incontrollabile.
Il mio fiato era corto, la mia testa mancava di ossigenazione, per tanto non riuscivo a fare pensieri lucidi e sensati.
Sentivo un peso gravami sul petto, così come sulle spalle.
Sentivo un rasoio, tagliarmi le corde vocali per impedirmi di parlare ancora, mentre un groppo mi si stringeva nella gola.
Lacrime calde, di preoccupazione, di dolore e disperazione, rigavano le mie guance arrossate per lo sforzo.
Ero arrivato.
Se qualcuno mi chiedesse: Kuroo, tu, in che cosa credi?
In questo istante avrei risposto:
Credo nell'inferno in Terra e nel paradiso nella morte.
Credo e cedo alla paura, quella più bestiale, insita nell'animo umano.
Credo nell'insignificante senso della mia stessa esistenza.
Se qualcuno mi chiedesse: Kuroo, tu in che cosa credi?
Avrei risposto, mentre aprivo la porta di casa, sentendomi mancare il pavimento sotto i piedi nel vedere Kenma raggomitolato a terra su se stesso, con il viso devastato ed il petto tremante; mentre lo accoglievo nelle mie braccia, stringendolo con tutta la forza che avessi in corpo, che credo nell'amore.
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