Capitolo sei (5 di 9)
Tediata, si disse che forse voleva chiederle del sequestro e apprenderne i dettagli: se avesse dovuto acconsentire a una tale richiesta, non sarebbe stata tanto lieta di rievocare quei ricordi e dimenticare quella brutta esperienza, anche se farlo avrebbe significato cancellare anche la conoscenza con Harun.
Quando rammentò l'uomo, sentì il proprio viso prendere calore e non per colpa del caldo...
«Signora, da questa parte» fece una delle guardie, aprendo la portiera di un'auto nera parcheggiata sul ciglio del marciapiede.
Lei drizzò le spalle e salì a bordo, prendendo un respiro profondo per raccogliere tutto il suo coraggio. Con il corpo irrigidito dalla tensione, una volta preso posto assieme alle guardie sul veicolo, si mosse sui sedili di pelle bianca e studiò come l'edificio dell'ospedale si allontanasse sempre più dal lunotto posteriore.
Con quel senso di smarrimento totale che non riusciva a scrollarsi, Zara chiuse gli occhi e cercò di riordinare i pensieri.
Mentre decideva il da farsi, evitò di fissare quegli uomini austeri in volto e osservò Amonn alle luci del giorno fuori da finestrino: la piazza centrale era in fermento per il mercato; le tipiche lanterne e stendardi, decorati da frammenti di specchi e vetri colorati, erano sparse qua e là tra un terrazzino e l'altro, creando meravigliosi giochi di colore sulla via trafficata del commercio.
Quasi tutte le dimore erano decorate da squisiti mosaici, quali restaurati e quali erosi dal tempo, e da vasi con fiori esotici e piante grasse che si affacciavano sulle vie. Gradini e viuzze laterali si alternarono al loro passaggio, dandole l'impressione che quella parte di Amonn fosse un vero e proprio dedalo degno dell'intelletto di Cnosso.
All'ennesima svolta, l'auto imboccò un lungo viale e poi superò alti e imponenti cancelli dorati: se da lontano il palazzo le era parso colossale, attorniato da colonne, mura ricoperte da cangiante ed esotica vegetazione, obelischi e cupole dorate, l'immagine di un castello tipico delle favole, ora le pareva solo imponente e intimidatorio.
Quando i cancelli si aprirono al loro passaggio, lo stomaco di Zara fece le capriole.
Non appena il mezzo si fermò nello spiazzo, qualcuno dall'esterno aprì la portiera.
«Leïla saîda, signora Ascarelli».
Frastornata, lei batté le palpebre e dischiuse le labbra.
Era Dunab, l'uomo che aveva tratto in salvo Stefano e cui lei aveva minacciato con il coltello prima di capire che non avesse avuto cattive intenzioni nei loro confronti: a un primo acchito, quel particolare personaggio le parve più rilassato dell'ultima volta che l'aveva visto, quasi più giovane, e la cicatrice che gli attraversava il volto non era così profonda e terribile come lei ricordava. Indossava una tunica molto similare a quella delle guardie, differenziata da bianco niveo e da un turbante del medesimo colore. Come calzature, un paio di stivali neri e lucidi, su cui la luce splendente del sole si rifletteva.
Con ironia Zara si domandò se l'uomo stesse celando, sotto quegli abiti tanto candidi, un altro letale coltello dalla lama affilata...
«Leïla saîda, Dunab» ricambiò il saluto. «Cosa sta succedendo?».
In risposta lui le indirizzò un sorriso cordiale, dissipando un po' la tensione accumulata da Zara pochi secondi prima.
«Venga con me, prego» la invitò con cordialità e senza mutare espressione. «Il re vuole solo parlarle e sapere come sta».
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