Prologo
Nascere non basta.
È per rinascere che siamo nati.
Ogni giorno.
(Pablo Neruda)
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Firenze 31 Ottobre 1966
«Alla festa di stasera ci sarà tutto il nostro corso, devi venire!», Alice era già su di giri e forse anche un po' fatta. Mi osservava con quei suoi occhioni nocciola sperando di impietosirmi.
«Ma che razza di festa è quella dove dobbiamo mascherarci, non è Carnevale!».
A differenza della mia compagna di stanza, amavo poco le feste e preferivo trascorrere la serata al cinema o per le strade della città a immortalare scorci particolari.
«Dai Agnes non puoi perdertela, in Inghilterra e America spopola. Sembra che sia una delle feste più trasgressive.
Conoscevo bene quella festa o almeno le sue origini, l'avevamo studiata a cultura e tradizioni. Samahain era più una festa rituale di passaggio tra la fine dei raccolti e l'inizio dell'inverno. I suoi aspetti spirituali e materiali non hanno niente a che vedere con la distorsione della festa di Halloween.
«Non farti pregare ci saranno un sacco di persone, ragazzi soprattutto», i suoi occhi si illuminarono al pensiero di nuovi incontri.
«Ma scusa chi avrebbe organizzato questa favolosa festa?», ero scettica sulla buona riuscita della serata e cercavo in ogni modo di trovare una scusa che mi salvasse da quel supplizio.
«David, il ragazzo inglese del corso di Storia dell'arte e alcuni suoi amici. Tutti inglesi! Ci pensi che potremmo espandere i nostri orizzonti oltremanica?» con un gesto teatrale della mano concluse la sua arringa.
«Guarda che non sono mica degli imprenditori disposti a darci un lavoro nel loro paese!»
«Lo so, ma metti che instauro una relazione con uno di loro e poi decide di sposarmi, allora andremmo ad abitare nel suo paese, avremmo due bambini... anzi no meglio uno, così posso continuare il mio lavoro di curatrice d'arte» i suoi occhi sognanti erano già avanti anni nel futuro.
«Potresti fare la scrittrice, la fantasia non ti manca!», la sua linguaccia fu la giusta risposta alla mia irriverenza.
La festa era organizzata in una vecchia villa ristrutturata alla periferia di Firenze, come sempre ero più affascinata dall'architettura del luogo che dalla musica e dalla calca di gente che si strusciava in mezzo ad una improvvisata pista. Dopo pochi minuti dal nostro arrivo Alice era sparita dalla mia vista con la promessa che sarebbe tornata entro breve se non avesse trovato il suo 'futuro marito'. Io me ne rimasi in disparte con un analcolico in una mano e la borsa nell'altra.
Dopo un'attenta osservazione dell'ambiente circostante, notai che diametralmente opposto a me, c'era un ragazzo che non avevo mai notato all'università, che di tanto in tanto mi osservava.
Nei brevi istanti in cui l'avevo scorto guardarmi, sembrava che non fosse affascinato dalla mia presenza, ma che fosse piuttosto incuriosito dalla mia persona, finché notai meglio che era seduto a terra e teneva sulle ginocchia un blocco, in una mano un lapis e la massima concentrazione distorceva il suo volto.
Era un tipo particolare, vestiva in modo stravagante, più del resto degli invitati, ma più di quello era qualcosa nel suo modo di essere ad aver attratto la mia curiosità, così feci finta di non averlo notato e quando con la coda dell'occhio, dopo una breve sbirciata, vidi che aveva riportato lo sguardo sul suo blocco estrassi la mia 35 mm dalla borsa e catturai la sua natura estremamente vulnerabile in quel momento di pura concentrazione.
Attraverso l'obiettivo osservai particolari che non avevo notato, come le leggere lentiggini che macchiavano il naso e gli zigomi, o le sopracciglia folte e armoniose, poi ad ultimo fui folgorata dal suo sguardo. I suoi occhi scuri, profondi erano come una canzone già udita, una melodia antica che è nella memoria di tutti noi. Il taglio leggermente allungato caratterizzava il suo sguardo rendendolo straordinario.
Abbassai subito la macchina fotografica quando mi accorsi che stava puntando proprio me e mi sorrideva amichevolmente.
Cercando di ignorarlo riposi accuratamente la mia reflex e mentre mi apprestavo per alzarmi e allontanarmi dal luogo del misfatto, mi ritrovai proprio a pochi passi quello stesso ragazzo.
Dapprima non capii, cosa ostacolava la mia fuga, poi una camicia variopinta catturò tutto il mio interesse, alzai lo sguardo fino a piegare il collo verso l'alto e incontrare quei due stessi occhi conturbanti che mi scrutavano intensi e curiosi. Da vicino notai che erano di un nocciola intenso, un marrone così scuro appunto da sembrare neri da lontano, ma erano dannatamente bellissimi. Carichi di emozioni.
«Hello, mio nome è Paul», l'accento inglese mischiato all'italiano strascicato era così buffo che non potei non condividere con lui un po' del mio tempo.
«Ciao Paul, io sono Agnes», il problema fu che non condivideremo solo una manciata di minuti, bensì ore intere.
Lasciammo la festa entrambi annoiati per passeggiare per le stradine di Firenze alle dieci e mezza di sera. Aveva piovuto tutto il giorno e si erano formate piccole pozzanghere che riflettevano le luci calde dei lampioni della strada, rendendo tutto più surreale, come la situazione che stavamo vivendo. Più parlavamo e più mi sembrava di conoscerlo da una vita.
Il petto mi si scaldò a quel pensiero, io che ero sempre stata un tipo riservato, che non avevo mai trovato quel livello di sintonia con qualcuno in così poche ore.
Il suo italiano stentato, fu uno degli argomenti più eloquenti, io mi divertivo a formulare le frasi e lui a ripeterle.
«Il gatto mangia nella ciotola».
«Il gato mangia nella ciotolla», alle mie risate si unirono ben presto anche le sue e fu in quel momento che scoprii quanto fosse ancora più bello.
«Aspetta un secondo... voglio catturare il tuo sorriso perché è bellissimo», estrassi la mia fidata 35 mm e con un sorrisetto accennato, ma disteso, immortalai il mio primo ritratto in posa.
Continuammo la passeggiata fino al Ponte Vecchio, che di sera era un vero spettacolo. Per fortuna quella sera la pioggia ci aveva dato un po' di libertà e il cielo sembra si fosse aperto per mostrarci qua e là le stelle più luminose. L'acqua dell'Arno si era alzata rendendo lo spettacolo magnifico e terrificante allo stesso tempo.
«Per me il mondo passa prima attraverso l'obiettivo della mia reflex, solo così riesco a viverci», non so come mi uscì quella frase che avevo sempre tenuto al sicuro dentro di me.
«Per me è la stessa cosa», lo osservai con un misto di scetticismo e incredulità. «No, intendevo che è simile, non osservo il mondo attraverso una reflex, però prima passa dalle mie dita», con un gesto lento estrasse il suo blocco note dalla borsa che portava a tracolla.
«Io sono un fumettista, mi piace interpretare il mondo nel mio modo», mi mostrò i bellissimi disegni che aveva fatto da quando era a Firenze.
«Tu sei un soggetto perfetto per il mio mondo», il ritratto che mi aveva fatto era sbalorditivo, non credevo ai miei occhi. Ero io, ma al tempo stesso sembravo una bellissima ragazza sconosciuta. Mi domandai se lui mi vedeva in quel modo.
Scorrendo tra le pagine del blocco rimasi colpita anche da uno scorcio di Firenze che non avevo mai visto.
«Questo è particolare, ma non riesco... non riesco ad inquadrare da quale punto è stato ripreso.
Si trattava di uno schizzo della chiesa di Santa Maria Novella, un classico, ma aveva un angolazione che non riuscivo a riconoscere. Nei primi mesi all'università, mi esercitavo costantemente a cercare nuove inquadrature, più originali, più significative su monumenti classici come Santa Maria Novella, ma mai ne avevo trovata una come quella.
«Non la riconosci perché questo disegno l'ho fatto dalla mansarda dell'appartamento dove abito», mi sentii una sciocca per un attimo, finché non mi sorprese, «Quando vuoi posso mostrartelo così magari avrai anche tu il tuo piccolo scorcio privato di Firenze» risi allegramente, era così naturale parlare con Paul, senza che io gli dicessi niente riusciva a capire i miei pensieri con un solo sguardo.
Restammo sul Ponte Vecchio per ore, a notte fonda quando ormai nessun anima viva vagava per le strade deserte e le luci delle abitazioni erano perlopiù spente, alzammo entrambi lo sguardo al cielo e vedemmo una rarità. Una stella cadente dalla scia immensa.
Restammo a bocca aperta davanti a tanto spettacolo, non solo era raro vedere una stella cadente a fine Ottobre, ma lo era ancora di più in centro a Firenze.
Non mi voltai a guardarlo, ma entrambi sentimmo che qualcosa stava mutando, in quel preciso istante qualcosa si era acceso, una scintilla primordiale, una fiamma
Alle prime luci dell'alba eravamo ancora lì immobili a parlare delle nostre vite, dei nostri sogni, del passato e del futuro, ma non del presente, perché quello lo stavamo vivendo.
Esausti, ma ancora elettrizzati per l'incredibile serata, mi accompagnò all'appartamento che dividevo con Alice, con la promessa che ci saremmo rivisti nei giorni successivi.
Il suo bacio sulla guancia fu come ricordare un sogno a occhi aperti. Una sensazione di calore e sicurezza mi pervase finché non crollai dal sonno.
Al mattino, ancora assonnata e stanca fui svegliata dal suono del citofono.
«Agnes è il tuo spasimante di ieri sera, fallo smettere o gli lancio qualcosa dalla finestra» la mia amica doveva essere rincasata più tardi di me perché non avevo memoria di averla vista nel suo letto, eppure sembrava fresca come una rosa.
Mi alzai velocemente per affacciarmi e notare Paul che mi sorrideva e teneva con una mano un sacchetto di carta bianco.
«Ti ho portato la colazione». Salì in fretta e quando gli aprii la porta di casa mi venne spontaneo gettarmi su di lui. Avvolsi le braccia al suo collo e cercai di respirare il suo profumo, sperando di non dimenticarlo tanto presto. Erano passate solo poche ore da quando ci eravamo separati, ma solo quando lo vidi in piedi con quel sacchettino in mano e quel sorriso smagliante, mi resi conto di quanto in realtà mi era mancato.
Mi era mancato, come lo scricchiolio delle foglie d'autunno, come la neve a Natale. Mi era mancato come l'aria.
Era incredibile per me provare quel sentimento totalizzante per una persona che conoscevo per poco. Razionalmente non capivo come potevo essermi lasciata andare così tanto in così poco, ma l'istinto mi gridava che era giusto così, che lui era la parte mancante di me stessa, quella parte di anima di cui avevo sempre sentito la nostalgia.
Passammo tutto il giorno assieme, i corsi in quei giorni erano sospesi a causa delle intense piogge. Anche quel pomeriggio piovve a tratti ma noi non ci curammo di un po' d'acqua e uscimmo lo stesso, così potei scattare delle foto sorprendenti. Una Firenze del tutto nuova, umida sì, ma dai riflessi surreali.
Gli mostrai alcuni luoghi dove amavo scattare foto e lo vidi prendere in mano il suo amato blocco e un carboncino. Era uno spettacolo unico vederlo concentrato nella sua passione, gli occhi gli si illuminavano e il tempo sembrava fermarsi.
«Sei la ragazza più straordinaria che abbia mai conosciuto, in te sento una sintonia che non avevo mai provato con nessuna, sei la mia Luna», aggrottai le sopracciglia non comprendendo la sua frase.
«Per un fumettista come me la Luna è uno degli elementi fondamentali per descrivere la bellezza della notte».
«E' un bel pensiero, nessuno mi aveva mai detto una cosa del genere, ma anche per me la notte diventa più affascinante se nel cielo alto risplende la Luna», lo osservai sorridere e guardarmi intensamente.
«Cosa c'è? Perché mi guardi così?» mi sentivo un po' in imbarazzo dopo il suo sguardo attento.
«Mi sbagliavo siamo più simili di quanto pensavo, tu sei un animale solitario come me, che si nutre d'arte e passione», un tremito nello stomaco mi scombussolò. «Sei la parte mancante della mia anima, quella che percepisci ancora come un arto amputato, ma quando osservi bene vedi che non c'è più».
Passare le giornate in sua compagnia era come vivere in un sogno, un bellissimo sogno dal quale non avrei mai voluto svegliarmi.
Firenze 03 Novembre 1966 ore 16.00
La pioggia incessante dei giorni precedenti ci costrinse a restare in casa, fu così che mi mostrò il suo angolo di paradiso. La sua stanza era tappezzata da centinaia di disegni e tra gli ultimi c'erano molti dei miei ritratti, realistici, fumettati, in ogni angolazione e con diverse tecniche. Dapprima era un po' imbarazzato a mostrarmi le sue opere, ma dopo un primo momento di stupore da parte mia, Paul si fece coraggio e iniziò ad illustrarmi ogni singolo disegno. Il suo sogno era quello di diventare un famoso fumettista, sognava di girare il mondo e raccontare la storia delle persone attraverso il disegno e l'immaginazione.
Quel pomeriggio mi raccontò della sua famiglia in Spagna, aveva una sorella a cui teneva tantissimo ma a parte lei si considerava orfano anche se di fatto non lo era. I suoi genitori avevano divorziato quando lui era ancora un ragazzino e avevano abbandonato lui e sua sorella ad una vecchia zia. Mi resi conto ben presto che in confronto alla mia, lui aveva vissuto appieno. Era stato in tanti luoghi, Francia, Svezia, aveva girovagato per la Germania in treno all'età di 17 anni, avevo lavorato duramente per mettere da parte i soldi necessari per iscriversi all'università di Firenze.
Io che avevo sempre vissuto nella comodità della casa dei miei genitori, sempre amata e coccolata, mi sentivo in difetto, come se lui meritasse veramente la felicità che la vita aveva da offrirgli mentre io potevo farne a meno perché avevo già usufruito della mia dose.
Seduti sul suo letto, accoccolata tra le sue braccia, mi lasciavo cullare dal suo respiro calmo e dai racconti delle mille avventure che aveva vissuto. Fu in quel momento, in cui capii che lui mi accettava per quello che ero, una ragazzina spaesata che non sapeva cosa significasse vivere veramente, che mi lasciai andare.
Passammo tutto il resto del pomeriggio a fare l'amore e ridere, sognando i nostri futuri, finché non tornò il suo coinquilino con una ragazza e ci chiese se gli lasciavamo libera la casa.
«Non è un problema Paul possiamo andare a casa mia, Alice è partita per andare a fare visita ai suoi genitori»
Lasciammo l'appartamento di Paul, sotto un temporale fortissimo, ma noi non ci curavamo del meteo, a noi bastava solo tenerci mano nella mano. Era una sensazione strana... era come sentirsi a casa, io che non avevo mai conosciuto veramente il significato della parola "casa" quel semplice contatto mi emozionò.
Quella notte cenammo e guardammo un vecchio film, sul piccolo divano di casa, ignari che al di fuori di quelle quattro mura esistesse un mondo totalmente diverso. La pioggia ancora imperversava in modo incessante, le strade viste dall'alto sembravano fiumi in piena.
«Passerà anche questo temporale e potrai tornare a fotografare gli scorci più belli di Firenze», Paul cercò di rassicurarmi dopo un mio momento di sconforto.
Passammo tutta la notte abbracciati nel mio letto. Mi sentivo al sicuro non solo fisicamente ma anche emotivamente, ero certa di poter affrontare ogni sfida con lui al mio fianco. Mi sentivo invincibile e forte come non lo ero mai stata.
Firenze 04 Novembre 1966 ore 05.30
Nel cuore della notte o forse era già mattino molto presto mi svegliai di soprassalto ricordando solo in quel momento che avevo lasciato la mia reflex giù, nei locali al pian terreno del condominio.
Tenevo in una specie di cantina la mia bicicletta e alcune delle attrezzature fotografiche e il giorno precedente vi avevo lasciato anche la borsa con la mia 35 mm.
Paul dormiva beato, così sgattaiolai via dal letto in silenzio, indossai una tuta e scesi le scale.
Con non poche difficoltà aprii la porta della cantina, la serratura era sempre stata difettosa, ma con un colpetto di spalla riuscii a entrare.
Quando accesi la luce della cantina uno strano sfrigolio mi rabbrividì la pelle. Osservai per alcuni istanti la lampadina che ciondolava dal soffitto, non ero l'unica a lasciare la roba in quella cantina, praticamente veniva usata da tutti i condomini. Trovai subito la borsa al suo posto sul tavolo degli attrezzi del signor Aldo. Faceva freddo e l'odore della pioggia era intenso, un rumore di acqua scrosciante mi costrinse a guardare verso la piccola finestra che si affacciava sul marciapiede della strada. L'acqua ormai entrava copiosa formando una piccola cascata, dovevo muovermi se non volevo rimanere affogata in cantina, istintivamente mi precipitai davanti al mobiletto dove tenevo la mia attrezzatura. Iniziai a caricarmi di roba, la borsa della reflex a tracolla, il treppiede in una mano e con l'altra cercai di arrivare a prendere in alto la valigetta contenente i flash e gli altri obiettivi. Erano tutti oggetti che avevo faticato ad acquistare, risparmiando e lavorando di tanto in tanto al bar della signora Maria. Un rumore improvviso di vetri che si frantumano catturò la mia attenzione verso la finestra. L'apertura già incrinata si ruppe del tutto facendo entrare una grossa quantità di acqua, il livello si stava alzando pericolosamente. Non era normale che una semplice pioggia potesse causare tutto quel trambusto, per strada iniziai a sentire degli urli, gente che chiedeva aiuto e altri che gridavano di scappare.
Le mani mi tremavano dalla paura, incapace di arrivare a recuperare la valigetta, gli detti un ultimo sguardo e poi a malincuore la lasciai lì, sperando che l'acqua non arrivasse fino lì.
Con l'acqua che già mi arrivava a metà polpaccio, mi precipitai verso l'ingresso, inciampiai in qualcosa che era sul pavimento ormai ricoperto completamente dall'acqua. Con gli abiti completamente fradici mi rialzai correndo verso l'uscita, la porta non si apriva, tirai il pomello con tutte le forze che avevo, ma come sempre non voleva saperne di aprirsi. Tentai un paio di volte, ma poi presa dallo sconforto iniziai ad urlare nella speranza che qualcuno potesse udirmi.
Dall'esterno mi arrivavano schiamazzi e gente che si affaticava a scappare, ma nessuno prestava attenzione alla mia richiesta di aiuto, nel frattempo l'acqua continuava a salire inesorabilmente, nel giro di pochi minuti o forse erano passate ore, ormai non riuscivo più a distinguere lo scorrere del tempo, l'acqua era arrivata al bacino.
Presa dal panico e dallo sconforto, mi arrampicai sul bancone degli attrezzi, seduta con le gambe al petto sentii tutto il peso di quella vita che stava fluendo via come quell'acqua fredda e incessante.
Iniziai a piangere disperata, avevo freddo, paura e mi sentivo sola, nessuno sapeva dove fossi, il mio pensiero corse subito a Paul e così pregai, pregai che lui fosse in salvo, al calduccio del nostro letto. Non c'era speranza per me, quando l'acqua arrivò anche a toccare il bancone mi strinsi al petto la borsa della mia reflex e chiusi gli occhi immaginando di essere altrove.
Immaginai di essere tra le strade della mia Firenze a scattare foto ai turisti meravigliati di tanta bellezza, immaginai di essere sul ponte vecchio a immortalare il tramonto, mentre Paul tracciava le linee scure della notte che ormai scendevano leggere sulla città.
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