Capitolo 15

Camminavo lentamente per i prati di Enna mentre tenevo in mano una bellissima margherita bianca. Era da giorni che camminavo senza meta, come un'anima in pena per i campi della terra, sotto lo sguardo apprensivo di mia madre. Era da giorni che venivo affiancata da satiri e ninfe, Leuce e ora anche Dafne, facevano del tutto per farmi sorridere ma inutilmente. Non riuscivo a rallegrarmi e loro non ne comprendevano il motivo mentre io nutrivo il mio dolore in silenzio. Sentivo che quel qualcosa che mi mancava si fosse rotto per sempre ormai, sapevo che tutto sarebbe stato diverso. Sentivo il cuore stringersi e le mia anima piangere, non potevo esprimerlo a parole perché sarebbe stato impossibile. Finalmente, quel giorno, ero sola con me stessa e il mio fardello. Poco lontano udivo le grida di gioia della mia corte, i satiri che imparavano ad intonare ai boschi il nome della loro amata ninfa. Tutto intorno a me urlava vita ma dentro di me non regnava altro che la morte. Nemmeno i meravigliosi fiori di Enna alleviavano le mie pene anche se un tempo mi sarei divertita a raccoglierli. Quando il Sole imperava alto nel cielo, mi sedetti su uno spuntone di roccia, osservando i cerbiatti che correvano nei prati. Ad un tratto la mia attenzione fu richiamata da un meraviglioso narciso nero, rimasi abbagliata dalla sua bellezza tanto che mi chinai per osservarlo meglio. Accarezzai petali neri, simili al velluto e ne assaporai il profumo sublime. Lo colsi e me lo portai vicino al viso e, prima che potessi rialzarmi, una voragine si aprì davanti i miei occhi. La terra si spaccò e ne uscì un cavaliere nero. Io urlai terrorizzata mentre questo lanciava i suoi cavalli al galoppo. Provai velocemente ad alzarmi ma questo prontamente mi afferrò e mi mise sul suo carro. Io provai a liberarmi ma la sua presa era troppo forte. Lo stesso cavaliere si diresse nuovamente verso l'abisso ma, prima che potessi urlare di nuovo, vidi dei capelli argentati sotto l'elmo, leggermente mossi dal vento.

"Ade?"

Sentii il respiro accelerare e il cuore fare una capriola. Lui non mi rispose né mi guardò ma si gettò solamente nello sprofondo.

"Che cosa significa tutto questo?"

Non ricevetti risposta, la caduta fece formare un vuoto nel mio stomaco, facendomi gridare; mi strinsi ulteriormente a lui e dei brividi di terrore si diffondevano in tutto il mio corpo. Mi strinse forte al petto, con fare protettivo mentre io chiudevo gli occhi per non guardare. Credevo veramente che saremo caduti, invece atterrammo illesi lungo le rive di un fiume. Lungo le sue acque, molte anime si inchinarono davanti al signore di quei luoghi. Scese velocemente dalla biga, offrendomi una mano per aiutarmi a scendere che io rifiutai, non degnandolo nemmeno di uno sguardo. Lui mi condusse presso una barca dove ci attendeva un vecchio dalla barba lunga, bianca come i suoi capelli. Le rughe solcavano il viso pallido e la pelle flaccida mostrava perfettamente le ossa. Un senso di disgusto mi assalì quando lo vidi; egli, in tutta risposta, mi rivolse un inchino rispettoso.

"Potente Ade, bentornato!"

"Traghettaci dall'altra parte del fiume, Caronte!"

Il vecchio annuì solennemente e ci fece salire sulla barca stretta. Io mi strinsi le braccia, cercando di mantenere quel poco di calore che mi era rimasto. Avvertii il suo mantello scivolarmi lungo le spalle per coprirmi ed io, istintivamente, mi voltai nella direzione opposta. Il breve viaggio si svolse in completo silenzio, interrotto di tanto in tanto da grida di dolore disperate degli abitanti di quel luogo. Appena attraccammo alla riva opposta, io non attesi che lui mi raggiungesse, mi diressi direttamente nel suo palazzo. Venni immediatamente accolta da Ecate e Pasitea che, appena mi videro, mi abbracciarono.

"Siamo contiene che tu sia tornata!"

"Mi dispiace per il modo in cui ti ha portata qui."

"Vuoi dire che tu lo sapevi Ecate?"

Lei abbassò il capo e annuì mortifica, io sospirai e le feci alzare il viso, affinché i nostri occhi si incrociassero.

"Beh, a questo punto non importa! Andiamo dentro! Non ho niente da fare qui!"

Urlai l'ultima frase, scandendo bene le parole, affinché le comprendesse bene. Intravidi con la coda dell'occhio quella che mi parve mortificazione e sorrisi tra me e me, sapendo di aver colpito nel vivo. Mi caccia dalla sua casa, mi fa passare dei giorni terribili, passati nella più completa solitudine e sofferenza ed ora, dopo essersi divertito, mi costringe con la forza a tornare nella sua dimora, dal quale mi aveva lui stesso cacciato e nel modo in cui mi stava trattando. Come potrei comportarmi diversamente?
D'altra parte però, quando mi accorsi che fosse lui, sentii il cuore gonfiarsi di gioia, come potevo cadere nuovamente in tutto quello?
Ecate mi scortò nei suoi appartamenti e mi lasciò sola. Cominciai ad esplorare i punti che non ero riuscita a osservare quel giorno dopo quello scontro tanto sanguinoso, toccando ogni mobile nero, liscio al tatto. Mi sedetti infine sul letto, voltandosi verso la finestra e osservando la cascata che si gettava nel fiume Stige. Dopo un po', le urla delle anime mi sembravano meno orride e, dopo un periodo di riflessione, capii che il mio stato d'animo non era segnato da paura, angoscia, terrore ma più... dalla rabbia. Rabbia perché mi aveva così brutalmente strappata dal Sole, rabbia per la lontananza da mia madre, rabbia perché mi aveva cacciata ed ora mi aveva portata qui con la forza. Dov'era finito quel dio tanto bello, rispettoso del mio essere?
Sentii le porte spalancarsi e dei passi pesanti avvicinarsi al mio letto; io feci finta di nulla, non degnandolo di un minimo di attenzione. Lui si sedette al mio fianco mentre un dito scivolò lungo il mio braccio. Io mi scostai come se avessi preso la scossa e mi girai istantaneamente verso di lui. Quando incrociai le sue iridi argentee, notai una nota di dolore che mi fece quasi piangere il cuore. Mi bloccai un istante ma, appena mi tornarono in mente i gesti ingiusti che lui aveva compiuto, subito il risentimento prese il posto della compassione; in uno scatto d'ira mi alzai e mi recai vicino alla finestra, incrociando le braccia al petto.

"Mi tieni come tua prigioniera ora?"

"Tu non sarai mai una mia prigioniera."

"Ah no? E che cosa sto facendo qui, sentiamo! Dopo essere stata così brutalmente strappata dal grembo di mia madre!"

Vi voltai a guardarlo mentre mi rivolgeva uno sguardo... disperato? Che cosa voleva dire?

"Credimi Persefone! Era l'unico modo per averti qui!"

"L'unico modo? Mi sembra che fossi stato proprio tu quello che mi ha cacciata qualche settimana prima e adesso mi dici che era l'unico modo?"

Schiuse le carnose labbra, intento a dire qualcosa ma si stoppò. Io sfogai su di lui tutto il rancore e la frustrazione repressi; in tutta risposta lui mi ignorò completamente ed uscì dagli alloggi. Sentii le lacrime in procinto di uscire, sentivo un dolore crescente avvolgermi e mi accorsi che questo dolere era proprio la sua indifferenza. Mi recai nel bagno e trovai la vasca piena d'acqua e mi ci immersi. Avvertii l'acqua stranamente calda avvolgermi, mentre appoggiavo la testa sul marmo nero. Chiusi gli occhi e pensai all'atteggiamento che avevo tenuto con Ade pochi minuti prima e mi chiesi se magari fossi stata un po' troppo dura con lui. Non sapevo cosa rispondere, dopotutto mi aveva fatto così male. Ammirai il bellissimo braccialetto di cui mi aveva fatto dono e pensai che un pensiero così affettuoso non poteva provenire dalla stessa persona che mi aveva fatto così male. Ci doveva essere dell'altro. Sprofondai lentamente nell'acqua, lasciando che questa mi accarezzasse dolcemente il viso, pensando a cosa avrei dovuto fare. 

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