Capitolo 3 - Elizabeth Grey - Parte 3
10 Luglio 2150, ore 08:00
Quella notte il sonno di Elizabeth Grey fu tormentato da incubi di cui, al suo risveglio, stentò a comprendere il significato. Un sacco per cadaveri, lei che si avvicinava, apriva la zip e rimaneva a guardare il contenuto. Di chi erano quei resti? Non lo sapeva perché nel suo sogno osservava sé stessa da dietro, senza riuscire a scorgere il contenuto del pesante involucro nero. Eppure la sensazione che l'incubo le aveva lasciato era orribile.
Aveva bisogno di un caffè forte e di andarsene al più presto da quella base e dal suo contenuto di morte. Percorse il corridoio che la separava dallo studio di Evans pensando al lavoro che l'attendeva al suo ritorno e alle telefonate che doveva fare, una volta in volo, per assicurarsi che tutto fosse andato avanti anche senza di lei. Controllò l'orologio che portava al polso per verificare l'orario prima di aprire la porta, quindi entrò, distratta dalla lettura di un messaggio che aveva appena ricevuto. Laszlo le chiedeva di fare rapporto e di preparare una relazione dettagliata dell'accaduto.
Il silenzio totale che avvolgeva quel luogo la mise immediatamente in allarme. A quell'ora Abel era sicuramente sveglio e avrebbe atteso ordini.
«C'è nessuno?» chiese, sentendosi ridicola. La strana sensazione di inquietudine lasciata dagli incubi notturni era ancora là.
Entrò e si guardò intorno. La stanza era deserta. Possibile che il cyborg fosse stato già destinato al servizio quando era ancora sotto osservazione medica? Uscì, determinata ad accertarsene.
Percorse il corridoio a passi veloci, alla ricerca di Evans o di quell'ufficiale della logistica di cui le avevano detto il nome, Parry, no Perry, fino a che la luce delle vetrate non la investì costringendola a socchiudere gli occhi per proteggersi dal chiarore. Si fermò a guardare il panorama e il mare che lambiva la costa, pacifico sotto di lei. Aveva trovato scandaloso fin dal primo istante il fatto che Base Omega fosse stata costruita sulle scogliere sopra ad una delle spiagge più belle della California: la baia di San Carpoforo nel Big Sur, un vero e proprio paradiso terrestre. La struttura nera e severa della base militare si era radicata in quel luogo come un cancro. Elizabeth osservò meglio la spiaggia dalla finestra e solo in quel momento notò una figura vestita di bianco che fissava l'orizzonte. Abel.
Assalita da una sensazione di ansia crescente, cercò con lo sguardo la via di accesso alla spiaggia. Chiese informazioni ad una matricola per trovare la strada e si affrettò a raggiungerla. Il profumo del mare la investì con il suo odore di acqua salata e di alghe e il lieve sciabordio delle onde che avrebbe tranquillizzato anche l'animo più inquieto. Cosa ci faceva lì il suo cyborg? Percorse gli ultimi metri che li separavano. Mentre pensava a come avrebbe annunciato la sua presenza Abel si voltò e sembrò riconoscerla. Ancora una volta la fissò dritta negli occhi con uno sguardo che, questa volta, le sembrò di accusa.
«Che cosa sta succedendo dottoressa?» La sua stessa voce gli risuonò come estranea. Il picco acuto che aveva assunto era la prova che non riusciva a tenere sotto controllo la sua parte umana, fatta di emozioni, irrazionalità, paura. Il suo sé bionico era la sua parte razionale, quella che riusciva a mantenere l'autocontrollo anche nelle situazioni più estreme, ma in quel momento sembrava sopita.
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Aveva vagato per ore sulla spiaggia cercando risposte ai suoi dubbi. La morte di Darius lo aveva segnato, ma ancora di più aveva potuto quello che aveva scoperto dopo. Ingoiò la saliva che si era formata nella sua bocca e che aveva il sapore amaro del fiele.
La donna si era materializzata dal nulla, l'aveva vista avanzare verso di lui sulla spiaggia.
«Non capisco» aveva balbettato, battendo le sue ciglia castane, spiazzata dalla sua domanda.
Certo, gli esseri umani non erano in grado di percepire i pensieri, di leggere il flusso di informazioni che fluivano tra lui e i suoi simili. Erano disconnessi dalla loro rete, limitati. Con loro dovevano utilizzare il linguaggio come forma di comunicazione, spendere fiumi di parole inutili per cercare di essere compresi quando molti non erano nemmeno disposti ad ascoltare. Abel sospirò.
«Sono tornato nel mio alloggio questa mattina. Volevo che i miei compagni sapessero da me come sono andate le cose» disse, consapevole della durezza del proprio sguardo.
La donna trasalì ma non lo interruppe.
«Loro ... » Improvvisamente si sentì confuso, come se quello che stava per raccontare fosse il risultato di un sogno o di una allucinazione. Il suo lato umano non lo accettava mentre la sua intelligenza artificiale continuava ad analizzare l'accaduto, senza sosta, anche in quel momento.
«Hanno dimenticato» disse infine, pronunciando a fatica quelle parole. Gli procuravano dolore, non le sentiva giuste, né poteva accettarle.
«Darius era nostro fratello, eppure nessuno di loro ricorda l'incidente di ieri. Mi chiedo come sia possibile dottoressa.» Abel rimase in silenzio, in attesa della sua risposta.
Elizabeth Grey sembrò contorcersi come un animale in gabbia. Era in evidente imbarazzo e i suoi occhi vagarono senza mettere a fuoco nulla per alcuni secondi prima di tornare ad incontrare i suoi.
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Nessuno, fino a quel giorno, le aveva mia fatto quella domanda e ora a chiedere non era un medico, un praticante o un militare: era uno di loro. Quel ragazzino la stava mettendo di fronte alle sue responsabilità e non le lasciava via di uscita. Nella frazione di qualche secondo Elizabeth fu sopraffatta da emozioni contrastanti: senso di colpa, vergogna, orgoglio. Fu sul punto di cedere, di ammettere la verità, di chiedere scusa, poi pensò che tutto quello che aveva fatto aveva le sue motivazioni in ragioni più grandi di lei, di loro. Non doveva scusarsi, non con lui, non c'era niente di cui chiedere scusa. Abel era solo il frutto di un errore, di un malfunzionamento nel suo software di controllo, forse un baco o un guasto all'hardware dell'intelligenza artificiale. Se tutto avesse funzionato a dovere, anche lui avrebbe dimenticato e non le avrebbe mai posto quella domanda.
Lo guardò, dritto negli occhi, con uno sguardo di fuoco.
«Non sono tenuta a risponderti, ABL. Quello che mi stai chiedendo è coperto dal segreto militare.» Non c'era altro, il discorso era chiuso. Ora gli avrebbe ordinato di seguirla alla base e avrebbe eseguito un check up accurato per risolvere il guasto.
Il giovane davanti a lei rimase impassibile, l'unico movimento che poté percepire fu quello del suo sopracciglio destro che si impennava tradendo la sua reazione di sorpresa. No, non era sorpresa, era fastidio.
Mi stai giudicando? Non aveva mai permesso ad alcun uomo di tenere con lei quell'atteggiamento e non lo avrebbe tollerato da un cyborg. Si sorprese a stringere i pugni, le unghie si erano conficcate nella carne e iniziavano a far sanguinare i suoi palmi.
«Quindi sono io l'anomalia, non gli altri» le chiese, sorprendendola ancora per il suo acume. Certo, la sua AI aveva continuato a lavorare per tutto il tempo, cercando una risposta alle sue domande e lei, con la sua reazione, gli aveva fornito gli elementi mancanti per arrivare a quella conclusione. Che cosa gli avrebbe risposto ora? Poteva continuare a negare o ammettere la verità ma questo poteva generare una reazione incontrollata nel cyborg. Stava ancora lottando contro sé stessa quando Abel si voltò verso la base ed iniziò ad incamminarsi verso gli edifici neri, lasciandola lì con i suoi dubbi.
«Dove vai?» lo richiamò, irritata dal suo comportamento instabile.
Il giovane si fermò e si voltò lentamente a guardarla, come se all'improvviso si fosse ricordato di lei.
«In infermeria, dottoressa. Credo che ci sia un guasto da riparare, non è così?» le chiese, nella voce un velo di tristezza.
Elizabeth Grey non rispose e rimase immobile a guardarlo mentre si allontanava verso la base. Si trattava di un malfunzionamento, non c'erano dubbi, un danno significativo, in grado di compromettere il protocollo di sicurezza. Non era sicuro avere un cyborg capace di sviluppare appieno la propria coscienza all'interno di una base come Omega. Conosceva bene le conseguenze di quel tipo di violazioni. Lo aveva già vissuto in precedenza due anni prima, in un'altra base militare. Cyborg omega senzienti si erano ribellati e gli uomini erano stati uccisi in modo brutale, sterminati a decine. Non poteva affrontare quella situazione da sola, doveva confrontarsi con il suo superiore, chiedere consiglio, sapere che cosa fare. Doveva parlare con il Creatore.
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