Capitolo 5- past

"È bene dare conto anche ai pensieri, azionare il cervello e spingerlo fuori dalla foschia. È insensato rimanere in un sogno sino a consumarsi"

_Ho deciso di mettermi avanti_

Jimin, sulle prime luci dell’alba, entrò nel condominio che condivideva con Siwoo. Questo rimembrava un resort, dalle inferriate nero leccato e i vetri spessi a decorare le mura. Le parole di Yoongi rimbombavano tra le pareti dell’ascensore silenzioso quando usò l’apposita chiave per azionarlo.

Cercava di non dare modo all’insicurezza di rovinare ciò che aveva creduto fino a quel momento. Eppure, quella piccola punta di dubbio che gli si era insidiata nel cervello dopo le parole di Yoongi, iniziò a crescere esponenzialmente mentre le porte si aprivano sull’appartamento buio e entrava nella grande sala.

Era davvero stato solo accecato dall’amore?

La luce si accese rincorrendosi nei faretti incastonti al soffitto bianco. Il silenzio parve assordante mentre raggiungeva la camera padronale, trovandola vuota, con il letto senza una piega.

Siwoo doveva star ancora lavorando.

Lanciò la giacca sulla piccola poltroncina poggiata sopra al rialzamento che, grazie ad una bassa libreria, suddivideva la camera in due zone e uscì da là. Si levò i guanti, lasciandoli sul tavolo basso della sala e si affacciò alla finestra dopo essersi acceso una sigaretta, godendosi da solo le luci rosa e arancioni dell’alba che battevano tra le mura degli edifici.

La sigaretta iniziò a consumarsi e con gli occhi guardò in basso. Aspirò lentamente, osservando la scena di sesso sporco che stava avvenendo coperta dalla penombra, in quei quartieri ricchi.

La donna batteva vagamente contro al muro pulito, attaccata al corpo spesso dell’uomo che se la sbatteva senza ritegno. Fumò ancora, osservando finché l’uomo, in preda all’orgasmo, buttò la testa all’indietro.

Siwoo ebbe il volto lucido di sudore illuminato per metà ma fu abbastanza per farglielo riconoscere nonostante l’altezza, dando affermazione a ciò che sospettava. Fu strano, come l'onda d'urto di un sordo colpo che lentamente entrava dentro di lui.

Si tirò indietro i capelli e con ancora i gomiti poggiati al davanzale tirò fuori altro fumo, tornando ad osservare ancora davanti a lui quando li vide dividersi e lasciarsi senza guardarsi alle spalle.

A cosa aveva creduto fino a quel giorno?
Sbuffò una risata amare, con la sigaretta ancora accesa.
Nel silenzio contò i minuti che li separavano e quando l’ascensore tintinnò, sentì i muscoli delle spalle irrigidirsi.

Qualsiasi cosa aveva creduto fino a quel momento, ora aveva deciso di mettere avanti sé stesso.

Una seconda sigaretta prese vita tra le dita e le mani di Siwoo furono contro la sua schiena.

«Sei tornato da molto?» gli chiese nell’orecchio, facendogli accapponare la pelle e quella volta non per la lussuria, ma per un velo di disgusto che gli salì dallo stomaco, inacidendolo sino alla gola.

«Non troppo» rispose, spegnendo la sigaretta contro al davanzale esterno: «Abbastanza da essermi goduto lo spettacolo però» sbuffò.

Le mani contro la schiena si fecero più leggere e senza timore scivolarono avanti, incrociandosi contro lo stomaco. «Spettacolo?» la voce grossa non si incrinò neanche dopo quello e Jimin fu costretto a sciogliere l’intreccio per voltarsi e averlo faccia a faccia, in quei pochi centimetri che gli separavano.

«Ti ho visto scopare con quella donna» proruppe, accigliandosi quando lo vide rilassato, anzi, quasi confuso.

«E allora?» Siwoo si abbassò appena per baciargli il profilo del collo, incurante che le labbra fossero ancora umide per i baci scambiati languidi con la donna. Sporche di peccato.
E sembrava incredibile che non capisse, come se non gli avesse mai nascosto nulla, come se fosse stato davvero lui a non voler vedere.
E forse era davvero stato così.

Jimin si lasciò baciare il collo, osservando un quadro sul lato della sala. Poi lo staccò, spingendolo dalle spalle. «Non mi sta bene condividerti con altri, Siwoo. Davvero non lo capisci?»

«Non hai detto nulla sino ad ora. Perché fai così?» l’uomo lo prese dai fianchi spingendolo verso di lui. Lasciandolo andare solo quando venne spinto di nuovo: «Io ti amo, lo sai»

E Jimin sentì l’amaro in bocca.

Yoongi aveva sempre ragione. L’amore non gli aveva dato modo di mettere la logica davanti e ora era stato fumato e consumato come una sigaretta.

La consapevolezza gli fece tremare il labbro e se lo morse per nasconderlo. Venne trafitto da quegli occhi che amava.
«Non è amare, Siwoo o non sentiresti l’esigenza di andare con altri» sussurrò, rompendo la quiete tempestosa in cui erano avvolti.

E Siwoo accigliò le sopracciglia profondamente: «Davvero, non capisco, Jimin» provò «Cosa succede d’improvviso?»

«Ho finalmente aperto gli occhi» e disse solo questo prima di lasciarlo solo, diretto in stanza, sentendo il cuore divenire pesante secondo dopo secondo. Si era fidato di lui, si era lasciato maneggiare nel momento del bisogno, facendolo diventare la sua ancora e questa, era la stessa che ora lo stava facendo affondare, senza permettergli di tornare a galla. Poté sentire il respiro spezzarsi mentre cercava le sue valigie.

Era stato cieco, cieco e stolto. Avvolto nella nebbia dell’amore e lui gli stava facendo capire che in realtà non gli avesse mai nascosto nulla. Si era incastrato con le sue stesse mani.

Siwoo lo seguì e rimase poggiato contro allo stipite della porta, studiando i suoi movimenti: «E ora che hai intenzione di fare?» chiese, avvicinandosi solo per toglierli le valigie di mano e farle scorrere lontano.

«Non credo di poter stare qua…» sussurrò Jimin, sentendo le debolezze tremare. Siwoo era stato colui che lo aveva rialzato e tenuto stretto quando la famiglia gli aveva voltato le spalle. Non poteva odiarlo, anche se amava corpi di altri, non avrebbe mai potuto farlo. Ma non era la bambola di nessuno e ora che si era reso conto di esserlo quasi diventato, voleva solo riprendersi i fili che tirava per maneggiarlo.

«E dove hai intenzione di andare? Devo ricordarti perché sei qua?» e Siwoo parlava in maniera così fredda che faceva salire i brividi e abbassare la temperatura della camera.

Jimin lo sorpassò per riprendere le valigie, poi le aprì sul letto che tante volte li aveva visti rotolarsi, chiedendosi se ci fosse mai stato qualcun altro oltre lui tra quelle lenzuola. Il vomito risalì prepotente e le ferite che aveva in volto pulsare quando si sforzò di non piangere.

Siwoo non aveva detto nulla a riguardo, spesso succedeva di ferirsi nel loro lavoro.

«Non l’ho dimenticato e per questo ti sono grato, Hyung… ma non sono l’oggetto di nessuno. Non voglio essere qualcuno solo da scopare» asserì sinceramente.

Siwoo lo abbracciò da dietro mentre tirava fuori i vestiti dall’armadio: «Cosa dici, Jimin. Io ti amo, sono loro ciò che uso solo per scopare. È solo piacere sessuale, tu sei molto di più» e la voce finalmente si ammorbidì, forse sentendo l’urgenza quando i vestiti vennero infilati in valigia dopo che gli fuggì ancora via dalle braccia.

«Non è così che funziona l’amore, Siwoo» Jimin spinse i vestiti, iniziando a sentire il peso di ciò che stava accadendo gravargli pericolosamente sulle spalle. «E non sono sicuro che tu lo possa capire»

E quando si girò, Siwoo aveva davvero l’espressione confusa sul volto, completamente incastrato nel suo pensiero cinico e egoistico. Voleva solo avere tutto per lui, niente di più, niente di meno.

«Jimin, non puoi andartene, e che ne sarà di tutto questo?» lo prese dal polso quando chiuse anche la seconda valigia. La voce ora tremava e gli occhi iniziarono a scurirsi.

«Mi dispiace… ma non posso continuare così. Rischio solo di farmi ancora male… il mio amore per te mi ha reso cieco…» Jimin guardò i punti congiunti, sentendo un pugno allo stomaco di dolore mentre estirpava quelle parole «E ora che ho aperto gli occhi… non ti ho mai avuto come avevo creduto fino a qualche ora fa. Il mio amore per te non è abbastanza dal fermarti a cercare calore da altri e davvero… non capisco cosa manchi…» qualche lacrima gli si incastrò tra le ciglia e Siwoo le cancellò con delicatezza.
Jimin fece un passo indietro, girando il volto di lato, bruciato da quella dolcezza. «Ma io sono sicuro di averti dato ciò che potevo darti. Sei stato tu a non averlo afferrato, sei stato tu ad aver preferito fartelo scivolare addosso. Non è così che funziona l’amore» ripeté accusandolo. Schiaffeggiandolo con le sue parole.

Siwoo indietreggiò, come ferito davvero «Non è amore? Ti ho accolto, ti ho aiutato, ti ho dato una casa. Se non è amore allora cos’è?» la sua espressione si tinse di rabbia «Io ti amo Jimin, ma forse sei tu ad accaparrare scuse per lasciarmi. Cos’è, hai ceduto al capo? Gli hai dato il culo? Cosa ti ha promesso?» sputò aspramente.

Jimin spalancò la bocca e la tristezza si tramutò in delusione. «Fanculo, Siwoo. Qua sei tu l’egoista» lo puntò con il dito, sentendosi fremere incazzato e incredulo… ferito. «Sei tu che non vedi altro che te stesso e le tue sporche esigenze»

«Jimin, se hai intenzione di uscire da qua, non potrai più tornare indietro » e ancora una volta Siwoo non provò a capire come quelle frasi lo avessero colpito dentro. Invece si impuntò in quella minaccia velata, sul tono tornato freddo, le braccia incrociate al petto e le sopracciglia rilassate. Amava quel ragazzo, ma era sicuro che Jimin lo amasse ancora di più.

E Jimin tremò. Una scossa violenta che partì dalla punta dei capelli e terminò alle dita dei piedi. Poi afferrò i manici delle valigie e senza ripensamenti le fece scendere dal letto.

«Addio, Siwoo» graffiò, lasciando che le rotelle fossero l’unico suono ad accompagnarlo fuori da là. Era la cosa giusta da fare.

Lo aveva lasciato davvero?

Siwoo aspettò sino all’ultimo che cambiasse idea. Che tornasse indietro e che gli chiedesse scusa. Ma nulla di tutto ciò successe. Invece i minuti passarono e il silenzio si fece pesante.

Le sue barriere caddero e mentre la consapevolezza iniziava a risalire, i muscoli si sciolsero.

Lo aveva lasciato davvero. Cosa aveva fatto di male?

Il dolore per la sua perdita iniziò a scalfirgli pezzo dopo pezzo il cuore e si ritrovò a camminare infuriato verso la libreria, dove tra le mani prese una loro foto incorniciata. Con un urlo liberatorio la scaraventò a terra dove inevitabilmente si ruppe.

Osservò le schegge di vetro brillare e con il respiro in affanno vide rosso per un attimo.

Va bene Jimin, ti darò un motivo per odiarmi davvero. Non permetterò di farmi dimenticare così velocemente. Non ti è bastato il mio amore, allora ti farai bastare ciò che ti darò.

E neanche si rese conto di quanta distruzione avrebbe portato la sua decisione, dettata dal dolore e della rabbia.

Jimin si presentò a casa di Yoongi, con le valigie in mano e il cuore reso a pezzi davanti ai suoi piedi. Quando gli aprì la porta, finalmente si permise di poter essere debole e crollò tra le sue braccia come uno straccio usato troppe volte. Pianse tutto il suo dolore in quella mattinata che sembrò interminabile, stretto da quell’abbraccio che era colla per i suoi frammenti invisibili.

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