Un nuovo giorno era sorto ad Albadorata, capitale del regno di Filippo il Saggio.
L'addestramento a cui era stato sottoposto Giulio era diventato sempre più difficile e faticoso. Tuttavia, piano piano, il giovane era riuscito ad abituarsi ed aveva aumentato le sue abilità di guerriero.
Tutti i giorni Zeffirello assisteva agli allenamenti e componeva le sue melodie.
Messer Carlo usava i metodi più brutali che conosceva per testare la resistenza e la forza del suo allievo.
«Sta venendo fuori proprio una bella opera, ne sarete proprio contento Messer Giulio» esclamò entusiasta il musico.
«Non ne dubito, d'altronde sei il migliore» lo elogiò il giovane.
«Ovvio, nessuno è in grado di eguagliare la mia bravura».
Il guerriero sorrise, poi rivolgendosi a Giulio gli disse che era pronto ad entrare nella stanza dell'addestramento e ad affrontare la prova più grande.
«Che tipo di prova è?».
«Lo saprai appena entrerai. Ricordati tutto quello che ti ho insegnato, rifletti e torna vincitore».
Il maestro e l'allievo si strinsero la mano, poi il ragazzo si diresse verso la porta indicatagli ed entrò, sicuro di sè.
Un attimo dopo arrivarono il re e la regina.
«È già entrato?» chiese Filippo il Saggio.
«Si, giusto un momento fa» gli rispose Messer Carlo.
«Speriamo vada tutto bene».
«È più forte di quanto si possa pensare. Sono certo che ce la farà».
Giulio, intanto, era immerso nell'oscurità ed avanzava a tentoni.
Si fermò quando sentì un leggero fruscio, ma non estrasse la spada.
Poco a poco il buio si attenuò e poté distinguere una figura famigliare che veniva verso di lui.
Appena essa si avvicinò, il giovane ebbe un sussulto: quello che aveva davanti era una esatta copia di se stesso.
«Cos'è, uno scherzo?» domandò poco convinto.
L'altro non gli rispose, sorrise e fece un altro passo verso di lui.
«Finalmente ci vediamo, amico» disse la sua copia.
«Non ci vediamo tutti i giorni? Tu sei uguale a me».
«Sbagliato. Io sono diverso da te. Sono la tua parte oscura».
«Cos'è, un'altra di quelle cose filosofiche?».
«Direi di no visto che tu non rappresenti il bene».
«Vuoi forse dire che sono malvagio?».
«Esattamente».
«Ma non sei tu la mia parte oscura? Quindi, secondo la logica, tu sei il cattivo ed io il buono».
«Sbagliato di nuovo. Tu sei malvagio tanto quanto me».
«Dici? E perché lo sarei?».
«Lo sai. Ma posso rinfrescarti la memoria. Quando, per la prima volta, hai ucciso un mezz'orco hai provato una sensazione di appagamento. Ti sei sentito potente, superiore, capace di incutere timore e...».
«Ma cosa dici? Io non volevo ucciderlo. Se Bossolo non avesse insistito non lo avrei mai fatto».
«Hai visto che ho ragione?».
«Eh?».
«Hai detto che non avresti voluto ucciderlo, ma non che non ti sia piaciuto farlo».
«Era sottointeso» balbettò il giovane.
«No, non lo era. Sappiamo tutti e due che sto dicendo la verità».
«Ah, stai dicendo solo un mucchio di sciocchezze!».
«La verità fa male».
Giulio estrasse la spada e si lanciò contro la sua copia, sul volto della quale comparve un sorriso vittorioso. Pian piano, però, quel sorriso svanì lasciando il posto ad un'espressione stupita.
Il giovane si era fermato, aveva abbassato lo sguardo e poi l'aveva rialzato sull'altro se stesso.
«È vero. È vero che ho provato una strana sensazione di appagamento quando ho ucciso il mezz'orco. Ho desiderato di farlo ancora, di vedere il sangue bagnare la mia spada, di sentirmi potente come in quel momento. Ma poi ho capito che la vera forza sta nel fermarsi, nel valutare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ed io ho sbagliato a provare piacere nell'uccidere un essere vivente. Non voglio che ciò accada di nuovo».
«Avresti potuto colpirmi, ma non l'hai fatto. Questo significa che hai capito».
Detto ciò la copia si avvicinò a Giulio e lo attraversò.
Il giovane non sentì nulla, se non la sensazione di essersi ricongiunto con un'altra parte di sé che, forse, non era poi così oscura.
Calò nuovamente il silenzio.
La prova sembrava terminata, ma egli sentiva che c'era ancora qualcosa che doveva fare per diventare un vero guerriero.
All'improvviso udì dei passi che, piano piano, si avvicinavano sempre di più.
La stanza si illuminò completamente e Giulio vide un uomo davanti a sé, un uomo che conosceva.
«N-non può essere» balbettò stupito.
«Che cosa?».
«Parli pure in un italiano corrente! Non ci credo. Quando, come... Tu?».
«Non credo di aver capito».
«Tu sei Caio il Grande?».
«Si, sono io».
«Lo sai di essere estremamente famoso? Sei su tutti i libri di storia, su di te hanno scritto molti libri e fatto molti film e... Non riesco davvero a credere che sia tu l'eroe della Terra dell'Infinito. Ma avrei dovuto capirlo dal tuo nome e da come era vestito l'uomo che ti impersonava a Selvapiana».
«Ero già famoso ai miei tempi. Ma da quello che dici la mia nomea è ulteriormente aumentata».
«Come sei giunto qui?».
«Non è questo il momento per parlare di ciò. Enoren è tornato e tu, a quanto pare, sei il mio erede ed hai il compito di sconfiggerlo».
«Erede?».
«Tu hai il pugnale. Non tutte le persone che provengono dalla Terra possono impugnarlo, quindi si, sei tu il mio erede».
Caio il Grande sorrise nel vedere la faccia sconvolta del giovane.
«Io non sono alla tua altezza. Non sono uno stratego abile come te e tanto meno un combattete forte quanto te».
«Questo è normale, tu non sei me. Sei Giulio. Ed è questo ciò che conta. Ricordalo sempre».
«Va bene. Mi stavo chiedendo una cosa: se tu sei morto, allora perché sei davanti a me? Sei un fantasma?».
«Non mi definirei così. Sono una specie di visione. Si, visione mi piace».
«Ora puoi andare» - continuò Caio il Grande - «hai superato la prova. E ricordati ciò che ti ho detto: non dimenticare chi sei».
«Non lo farò».
L'uomo scomparve, si alzò una leggera brezza che sospinse il giovane fino ad una porta. Egli la aprì e si ritrovò nel luogo in cui si era allenato per lungo tempo. Lo attendevano il re e la regina, Messer Carlo e Zeffirello.
Tutti gli occhi erano puntati su di lui. Il suo maestro gli si avvicinò, lo guardò e gli batté una mano sulla spalla dicendo: «Complimenti, ce l'hai fatta. Ora sei un vero guerriero».
Egli sorrise e confermò agli altri il superamento della prova.
«Giulio!» gridò felice una ragazza correndo ad abbracciarlo.
«Sonia! Che ci fai qui? Sei già tornata dalla missione?».
«Si, esattamente due giorni fa».
«Eh? Ma...».
«Se te lo stai chiedendo sei rimasto chiuso in quella stanza per tre giorni» disse Federico sbucando all'improvviso.
«Fede!» si avvicinò felice stringendo la mano dell'amico.
«Comunque, per tre giorni? Non me ne sono reso conto».
«È normale. La stanza dell'addestramento annulla le percezioni temporali» affermò Alessandro, arrivando accompagnato da Galdor e Coco.
«Ora capisco. È bello rivedervi. Come sono andate le vostre missioni?».
«Alla grande. Io ed il mio popolo abbiamo avuto un po' di problemi a convincere gli gnomi della Roccia, ma alla fine siamo riusciti a portare dalla nostra la maggior parte di essi» esclamò raggiante Coco.
«Ne sono contento! E Gigia? Edoardo il Temerario? Loro non sono ancora tornati?».
«No. Da quando sono partiti abbiamo ricevuto solo la notizia del loro arrivo a Pioggialenta e poi più nulla» disse incerto Filippo il Saggio.
«Sono sicuro che stanno bene. Gigia non si lascia abbattere tanto facilmente».
Il re e gli altri si ritirarono nella Sala del Consiglio per discutere ulteriormente le strategie di guerra insieme ai sovrani e ai capi dei vari popoli.
I tre giovani, rimasti da soli, si raccontarono tutto ciò che avevano visto e fatto.
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